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mercoledì 29 gennaio 2020

Feltri e il Prostamol

Il povero Feltri, che ormai presumibilmente e anche visivamente ha difficoltà a contenersi, l’ha fatta ancora una volta fuori dal vaso.
In mancanza di meglio (e forse proprio per questo) lo eccita particolarmente seminare odio contro le donne e dunque oggi sul suo giornale, Libero (!), se n’è uscito con un titolo a nove colonne in prima pagina per raccontarci la balla che i maschicidi – così li chiama – sarebbero più dei femminicidi. Mettendo nel calderone del presunto maschicidio omicidi di ogni tipo, fingendo di non sapere che di solito sono gli uomini che uccidono altri uomini, che sono rarissimi gli omicidi commessi da una partner, che il termine femminicidio indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo – come spiega l’Accademia della Crusca – in ragione della sua mancata sottomissione, e che per questo il termine femminicidio indica non solo che una donna è stata uccisa (no, non ci provate: non lo usiamo per indicare l’uccisione di una donna nel corso di una rapina in banca) ma il motivo per cui è stata uccisa e cioè appunto perché un uomo voleva tenerla sottomessa, controllarne la vita, averne il pieno possesso come se si trattasse di una cosa. 
Ma evidentemente Vittorio Feltri, che dirige un giornale, non frequenta i corsi di formazione per giornalisti in cui si parla di violenza di genere, non legge i dati, non li analizza, non si informa pretendendo di informare, butta lì una frase senza sapere di cosa sa parlando e per il solo gusto di provocare. Soltanto perché a un certo punto gli scappa e deve trovare una scusa per farla, appunto. E non sarà un caso se nella stessa prima pagina del suo giornale c’è la pubblicità del Prostamol. 

lunedì 20 maggio 2019

Legittima difesa

Ho letto la storia di Deborah, la studente del liceo artistico di Monterotondo che durante una lite ha ucciso il padre violento. Ho letto che era bravissima a scuola - selezionata per le olimpiadi di Filosofia -, che qualcuno si chiedeva perché una ragazza così carina fosse sempre triste, che dell’inferno che viveva a casa non parlava con nessuno.
Ho letto la storia di Deborah e mi sono tornate in mente tutte le storie di ragazze e ragazzi che hanno avuto la vita devastata da un padre violento: quelli più grandi, che facevano i turni per uscire la sera pur di non lasciare la mamma nelle mani del suo potenziale assassino, e quelli più piccoli che durante le liti si frapponevano fra il padre e la madre, a fare scudo con il loro corpo. 
«Meg ha venticinque anni e tre cicatrici sul braccio» scriveva la mia amica e collega Roberta Fuschi nel libro a cui abbiamo lavorato insieme qualche anno fa incontrando alcune donne che l’hanno scampata, uscite vive dalla violenza dei loro compagni. Meg parlava di suo padre definendolo «quell’uomo». Quell’uomo da cui, insieme ai suoi fratelli, aveva salvato la madre beccandosi le coltellate.
Ho letto la storia di Deborah, l’ho incrociata con quella di Meg e ho ripensato a quella di G: studente liceale bravissima che viveva nello stesso inferno, chiamava suo padre «quello», non raccontava la sua storia in giro come se fosse lei a doversi vergognare, era sempre triste e la notte faceva la pipì nel letto. Una di quelle notti, mentre suo padre stringeva le mani al collo di una moglie che non riusciva a sottomettere, e niente e nessuno riusciva a distogliere quell’uomo dal suo proposito femminicida, lei afferrò una bottiglia di Coca-Cola e gliela diede in testa. 
Gli fece male, abbastanza da fermarne la violenza, ma non lo uccise e certamente non era quello il suo intento. Come non lo era per Deborah. Ma se anche lo avesse ucciso, certamente a lei sì, come a Deborah, si sarebbe dovuta riconoscere la legittima difesa: della madre e della propria stabilità psichica.

mercoledì 13 marzo 2019

Giudici che odiano le donne

Secondo la giudice che a Genova ha ridotto notevolmente la pena a un femminicida, il suo stato emotivo era non «umanamente del tutto incomprensibile» perché la sua compagna gli aveva promesso che avrebbe rotto con l’amante e poi invece non lo aveva fatto. Non aveva mantenuto la promessa e lui era deluso. Insomma, il bambino c'è rimasto male e ha reagito male. Niente di più. 
Se fossi uno di quei politici che non mantengono le promesse, mi preoccuperei. Se fossi una cittadina ingannata da uno di quei politici che non mantengono le promesse, mi avrebbero offerto le attenuanti su un piatto d’argento. O forse no. 
In quanto donna, e pure povera, sono certa che mi raddoppierebbero la pena. E mi darebbero anche dell’incomprensibile isterica. 
«Giudici che odiano le donne» li ha definiti il direttore di Radio Capital, Massimo Giannini. E come dargli torto, dopo che – appena qualche giorno fa – altre tre giudici (altre, sì, con la e: donne) hanno assolto uno stupratore perché secondo loro la vittima non era avvenente e dunque non poteva suscitare il desiderio in un uomo? Come se uno stupratore scegliesse la propria vittima per desiderio e non per volontà di sopraffazione. Come se le donne non fossero vittime di femminicidio o di stupro anche se sono brutte, se sono vecchie, se indossano il burqa invece che la minigonna o se calzano le ballerine invece del tacco 12. Incomprensibile.
Però quello che mi risulta davvero incomprensibile è a cosa servono i corsi di formazione. Quelli per i giornalisti che definiscono «love story» l’abuso su una bambina di tredici anni da parte di un uomo di 23 e quelli per i giudici che considerano una donna la vera imputata per la sua uccisione, colpevole a prescindere. Ma forse quel giorno erano assenti giustificati.

mercoledì 28 febbraio 2018

Sessanta metri sotto terra



Oggi mi sembrava Vermicino. La stessa angoscia. È cominciata col gr delle 8, quando hanno detto che in Lazio un appuntato dei carabinieri aveva sparato alla moglie, uccidendola, e si era barricato in casa con le due figlie adolescenti.


A casa mia la radio sta accesa da quando mi alzo fino al tardo pomeriggio: sta in cucina e fa da sottofondo alle mie attività in qualunque stanza io mi trovi; una volta ogni ora mi avvicino per ascoltare le notizie. Oggi, nei gr che ascolto io, questa è stata invariabilmente la notizia d’apertura, ogni ora, con tutti gli aggiornamenti al di là e al di qua di una porta chiusa. Li ho ascoltati tutti, ogni ora. A un certo punto hanno detto che la moglie non era stata uccisa, ma era stata portata in ospedale gravemente ferita. Delle ragazzine non si sapeva niente. Forse erano vive. O forse le aveva uccise. Qualcuno diceva di averle sentite; qualcun altro riferiva che la nonna materna era pronta a entrare per mettere in salvo le nipoti, ma lui non l’aveva voluta; uno dei “negoziatori” (così li hanno chiamati, come quando c’è una guerra in corso) invece ha detto che non avevano grandi speranze che le figlie fossero ancora vive. Solo ipotesi, voci contraddittorie, speranze, sconforto, al buio, dietro una porta chiusa.


Mi sono sentita avvolgere da quella stessa angoscia collettiva di molti anni fa, quando Alfredino Rampi precipitò in un pozzo e per ore rimanemmo tutti là, davanti alla tv, a tendergli una mano per provare a tirarlo su. C’era anche Sandro Pertini, che ci andò personalmente. Ma questa è un’altra storia e un altro paese.


Oggi per ore l’unica certezza è stata che l’ennesimo maschio italiano, bianco, l’appuntato Luigi Capasso, incapace di accettare la separazione da una donna che considerava sua, in guerra contro una donna che considerava sua, a Cisterna di Latina aveva sparato alla moglie con la pistola di ordinanza mentre lei stava per salire in macchina e poi aveva sequestrato le ragazzine. Ogni ora: alle 8, alle 9, alle 10, alle 11, alle 12…


Al gr delle 15 il racconto dell’epilogo: le ha uccise e poi si è ucciso. La moglie ancora gravissima in ospedale.




Intanto ti capita di cercare qualche notizia in più online e trovi un articolo (uno dei tanti, sempre pronti a giustificare e beatificare un femminicida) dove, come di consueto, si fa riferimento alla pagina Facebook dell’assassino - «un ragazzo come tanti, una persona perbene…poi l’amore per le figlie e la moglie» - e ti vergogni di fare questo mestiere. E ti vergogni di un paese dove uno che ammazza la moglie può essere definito, sia pure retroattivamente, una persona perbene. Cosa deve fare di più uno, per essere definito per male? Deve sganciare bombe su un paese straniero? Ah, già, ma anche quella viene spacciata per un’azione perbene: infatti la chiamano azione umanitaria. Allora non ci resta che aspettare che qualche giornale ci informi che l’appuntato Capasso ha ucciso le figlie per non farle soffrire: un triplice femminicidio umanitario. E io in questo paese e in questa professione mi sento sempre più come Alfredino: sessanta metri sotto terra.

lunedì 12 giugno 2017

Odio di genere

Stamattina ho deciso di non “dare l’amicizia” su Facebook a un tizio che me l’aveva chiesta perché avevo condiviso una sua vignetta divertente sui risultati delle elezioni. Ho controllato le amicizie, ho esaminato il suo diario e stavo per accettare la richiesta quando è apparsa un’altra vignetta. Era divisa in due parti: nella prima si proponeva come regalo a una moglie o compagna uno pneumatico, nella seconda la donna era a terra, morta, il corpo attraversato dalle tracce dello stesso pneumatico. Non mi sono divertita più.
Poche ore dopo, sempre su Facebook, qualcuno ha pubblicato un articolo su un souvenir venduto in un’edicola di Firenze: una borsa, anche in questo caso con una vignetta in due tempi, marito e moglie che litigano, lei urla contro di lui, sotto la vignetta la scritta “problem”, e poi lui che la spinge e se ne sbarazza con la scritta “solved”, problema risolto. E, ancora più giù, un orgoglioso “made in Italy”: Italy, il Paese civilizzato dove l’anno scorso centosedici donne sono morte di femminicidio. Non mi sono divertita affatto. Troppe ne ho lette, sentite e scritte per accettare che su un argomento simile si faccia ironia. Perché non è ironia: è stampa e propaganda di una corrente di pensiero patriarcale secondo cui le donne sono un problema che va eliminato alla radice, come i peli superflui. Che però ricrescono. Per fortuna anche qualcun altro non si è divertito davanti a quella borsa, ha sporto denuncia e l’edicolante è stato multato e obbligato a togliere quell’oscuro oggetto del desiderio di tanti uomini.
Non basta, ma è già qualcosa.
Non basta, perché fra i due episodi della giornata ce n’è stato un altro e non c’è niente da ridere: una ragazza di 28 anni di Biella uccisa a coltellate in Sardegna mentre era in vacanza con il fidanzato. Troppo presto per incolpare lui, ma pensarlo è inevitabile (e infatti gli inquirenti non lo escludono) dato il numero impressionante di donne uccise ogni anno per mano di mariti, compagni, fidanzati con i quali – dicono ogni volta i conoscenti distratti o codardi – andavano d’amore e d’accordo. Se non è stata lei ad essere uccisa dal fidanzato, lo è stata quella del giorno prima, e quella di due giorni fa, e quella del giorno prima ancora.

E spesso sono le vignette, le battute, i cosiddetti motti di spirito a legittimare certi comportamenti. No, mi dispiace: nessuno avrà la mia amicizia, nemmeno virtuale, finché sulla sua bacheca (e nella sua testa) ci sarà quel genere di pensiero, quell’odio di genere. E non mi si venga a dire che non so stare agli scherzi.

domenica 2 ottobre 2016

Barbarie


Io per fortuna da bambina leggevo i quotidiani, lenzuola di carta con cui mi apparecchiavo un letto per terra nello studio di mia madre e mi ci stendevo sopra a pancia ingiù, perché erano troppo grandi per tenerli in mano. E però c’erano pure le riviste. Abiti firmati, mobili di pregio, gioielli accecanti, i servizi di piatti intarsiati d’oro, favole patinate. Realtà e regalità. Nella realtà le “ammazzatine” e i delitti d’onore, nella regalità la vita da fiaba, il sogno della principessa. O forse no. Nella realtà della regalità c’era anche l’incubo della principessa ripudiata, la “principessa dagli occhi tristi”, anni Sessanta, molto prima di Lady D: Soraya Esfandiari Baktiari cacciata dallo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi (che pure dicono l’amasse), in virtù di una anche allora anacronistica legge salica, perché incapace di dargli un figlio maschio, un erede al trono che poteva e doveva essere soltanto di sesso maschile. Incapace lei, anche se – come tutti sanno – a determinare il sesso del nascituro sono i cromosomi dell’uomo; ma ad essere cacciate come esseri inutili, come “colpevoli”, erano le donne. Soraya dopo essere stata ripudiata fece una vita di merda, lussuosa ma di merda, alcol e antidepressivi che la portarono alla morte. Praticamente un femminicidio differito il suo, una quarantina d’anni dopo la cacciata.
Roba vecchia? Acqua passata? Come il delitto d’onore, no? Storie d’altri tempi. Per quanto, se pensiamo che il delitto d’onore in Italia è stato abrogato soltanto nel 1981 qualche domanda dovremmo porcela.
E infatti oggi due di quelle storie d’altri tempi sono riaffiorate dal passato e ci sono piombate sotto gli occhi dalle pagine dei quotidiani in tutta la loro concretezza e malvagità; e per venire fuori hanno scelto lo stesso giorno, quasi a volerci ricordare che non ne siamo usciti, che siamo ancora alla barbarie, che siamo sempre di più nella barbarie. Sono storie che ci parlano, ancora una volta, di violenze contro le donne e di uomini impotenti – come sono i mafiosi e quelli che vivono nel mito della virilità. A Catania (e quanto mi fa male dover parlare della mia terra) un marito giovane ha preso a calci e pugni sua moglie praticamente per tutto il periodo della gravidanza, perché colpevole di essere incinta di una femmina. “U masculu”, ci voleva “u masculu”: magari per seguire la carriera criminale del padre pregiudicato, l’erede al trono della devianza, “u masculu” da esibire con orgoglio, “u masculu” a cui insegnare che le femmine devono stare sottomesse. U masculu che può e deve tradire, se è vero masculu, ma non può subire l’affronto del tradimento. Affronto per il quale la “colpevole” può essere condannata a morte, onta da lavare col sangue. È successo a Palermo (e quanto mi fa male dover parlare della mia terra), dove dei vecchi mafiosi avevano decretato la pena capitale per la giovane moglie di un sodale ergastolano che secondo loro aveva un amante e li disonorava tutti, tutta la “famiglia”. Parlavano di rispetto, di dignità e di onore nelle intercettazioni che fortunatamente li hanno fermati in tempo. Cianciano di rispetto, dignità, onore e virilità i vecchi mafiosi di là, il giovane pregiudicato di qua; e progettano femmincidi i vecchi mafiosi di là, il giovane pregiudicato di qua: uomini incapaci di accettare che una donna decida della propria vita e capaci persino di attribuirle le “colpe” dei loro cromosomi. Convinti come sono di essere infallibili e superiori. Poveri, piccoli, esseri meschini; povere, piccole, grandi montagne di merda. Nella vita reale e in quella regale, nelle storie vere dei quotidiani e nelle fiabe delle riviste patinate. E non c’è niente da sognare.


giovedì 8 ottobre 2015

Il messaggio nella bottiglia

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"Una donna che denuncia per stalking viene spesso tacitamente considerata la vera responsabile delle persecuzioni che subisce. Quando chi ha il dovere di portare avanti seriamente le indagini capirà che non è così forse le cose cambieranno, ma ci credo poco".
Uno dei tanti messaggi, si dirà (comunque mai abbastanza per attirare l'attenzione su una mattanza senza fine), pubblicati ieri su Facebook da molte donne e anche da qualche uomo dopo la notizia dell'uccisione di Giordana Di Stefano, una ragazzina di vent'anni, una mamma bambina, scannata come un animale al macello dal suo ex, animale rabbioso che non voleva mollare la sua preda. Un messaggio - si dirà - di analisi della situazione, scritto in maniera asettica e razionale; un messaggio di denuncia, politico, distaccato come (forse) si conviene a un discorso che dovrebbe toccare tutti e che riorganizza in pensiero il raccapriccio universale. Ma c'è una frase, l'ultima, che non ho ancora riportato, che di quelle considerazioni generali fa un messaggio nella bottiglia: "E parlo per esperienza personale".
Quel messaggio nella bottiglia lo ha lanciato nel grande mare aperto di Facebook una mia amica. Anche lei, come Giordana, da tempo vive in quello stato di strangolamento dovuto a telefonate, messaggi, pedinamenti, minacce, quello che un'altra donna vittima di violenza ha definito di "pre-morte", lo stalking che diventa morte civile quando ci aggiungi l'ostilità della famiglia e la sottovalutazione - se non la derisione - di inquirenti, avvocati e presunti esperti.
Io non so cosa fare per la mia amica. Le ho consigliato di andare al Centro antiviolenza e la incito continuamente a non mollare, ma di più non so fare, non posso fare, se non farmi carico della sua angoscia come se fosse mia.
Altri dovrebbero fare, ma non fanno. I giornalisti, per esempio, che dovrebbero smetterla di parlare di omicidio come hanno fatto anche in questa occasione, e soprattutto chi fa e chi applica (o non applica) le leggi. Non sono andata e non andrò sulla pagina Facebook di Giordana, non mi piace farlo, mi ricorda il voyerismo morboso di quelli che intasano l'autostrada dopo un incidente o di quelli che si imbucano ai funerali violentando il dolore altrui, ma so che in questi casi giornalisticamente è doveroso farlo. E infatti molti giornalisti lo hanno fatto, riportando le parole di Giordana: delusione, disillusione, accuse, richieste di aiuto. Giordana il suo messaggio nella bottiglia lo aveva lanciato ripetutamente in diversi post, ma i giornalisti - anche quelli animati dalle migliori intenzioni - non hanno potuto far altro che riferire quelle parole quando non c'era più niente da fare. Da quei messaggi e dalle interviste successive al femminicidio si deduce che la giustizia andava a passo di lumaca e che gli amici non avevano capito la portata della tragedia.
Oggi sentiamo che l'assassino, in lacrime, parla di raptus, dice che non voleva ucciderla e che aveva paura che lei gli portasse via la bimba. Eh, no, basta: non c'è raptus perché altrimenti non saresti tornato a casa a salutare tua madre e a cambiarti prima di partire per luoghi lontani; se non volevi ucciderla non ti portavi dietro un coltello; della tua bambina non te ne importa niente altrimenti non le avresti tolto in un colpo solo la madre e il padre.
Non andrò nemmeno a guardare il profilo del maschio femminicida, perché non voglio rischiare di leggere messaggi di vicinanza a lui e di comprensione nei suoi confronti che aumenterebbero la mia rabbia e il mio senso di impotenza. Quello che posso fare è condividere il messaggio nella bottiglia della mia amica, come ciascuna delle amiche di Giordana avrebbe dovuto fare con i suoi messaggi e come ciascuno è ancora in tempo a fare con i messaggi nella bottiglia delle amiche perseguitate dai loro ex. Prendeteli tutti questi messaggi che sembrano frasi buttate lì a caso, metteteli ciascuno in una bottiglia e lanciateli nel mare dei social, trascriveteli e portateli in caserma, in tribunale, in questura, fateli girare più che potete. Sono queste le cose che dovremmo fare diventare virali.
"Una donna che denuncia per stalking viene spesso tacitamente considerata la vera responsabile delle persecuzioni che subisce. Quando chi ha il dovere di portare avanti seriamente le indagini capirà che non è così forse le cose cambieranno, ma ci credo poco. E parlo per esperienza personale".

venerdì 8 maggio 2015

Clientelismo di genere

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Un'altra Stefania uccisa a pochi chilometri da casa mia; un altro maschio vigliacco che per non perderla ha preferito farla perdere a tutto il mondo; altri giornali che usano termini offensivi; un altro sindaco che adopera parole giustificazioniste, rendendosi nei fatti complice.
La vittima è lei, Stefania Ardì, appena 21 anni, di Roccalumera; il femminicida è Andrea Tringali, 33 anni, ex fidanzato, ma le parole di comprensione - a leggere alcuni giornali - sono solo per lui: "Non aveva accettato la separazione dalla sua ragazza - è l'attacco in toni melodrammatici de Il Giornale di Sicilia -. Non si dava pace. Era un tormento per lui, dopo 7 anni di fidanzamento, saperla tra le braccia di un altro". Il GdS aggiunge che "ha così tentato di parlarle e le ha chiesto un appuntamento conclusosi nel peggiore dei modi". Ha tentato di parlarle? E uno per parlare con una persona normalmente si porta dietro una pistola?
Un altro giornale dice che "sembra che Tringali avesse chiesto un incontro con la giovane ex fidanzata per tentare di riallacciare i rapporti". Come no? Notoriamente uno per riallacciare i rapporti si presenta con una pistola in mano, come un boss mafioso per un regolamento di conti.
Poi ancora il GdS abbandona la comprensione che sembra mostrare per il femmincida e quasi attribuisce a lei la colpa: "La giovane però non aveva alcuna intenzione di starlo a sentire. Ed è rimasta ferma sulle sue posizioni. Un atteggiamento questo che ha fatto infuriare il 33enne che ha estratto la pistola sparando alla giovane che era alla guida della sua auto e stava per andare via". Tradotto: come si permette questa stronza di non avere un atteggiamento remissivo?
Ma il colpo di grazia metaforico a Stefania lo ha dato il sindaco di Roccalumera, Gaetano Argiroffi, di professione medico, maschio che riserva al maschio tutta la sua umana vicinanza (a parte le parole di circostanza per la vittima, che comunque viene sempre dopo e a cui non viene concesso nemmeno il privilegio di chiamarla per nome): "Sono addolorato per quello che è accaduto, conoscevo molto bene Andrea che era un ragazzo mite e proveniva da un famiglia per bene, deve essere stato un momento di follia. Mi spiace molto per lui e la giovane". No, caro sindaco, in un momento di follia - al limite - puoi strangolare una persona con le tue mani (e comunque se è "un momento" può darsi che ti fermi prima), ma se vai a un appuntamento con la pistola in mano sono un bel po' di ore di lucidità e si chiama premeditazione. E si chiama odio di un uomo arrogante che non vuole rinunciare al dominio sulla sua "proprietà" nei confronti di una donna che non accetta di essere sottomessa.
Lo stesso odio collettivo, del resto, che mostra nei confronti delle donne (ma anche dei lavoratori, degli insegnanti, dei disoccupati e di una serie infinita di categorie che rivendicano diritti) questo governo maschio che ha appena varato un mistificatorio "Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere" in cui - a parte gli esigui finanziamenti per Centri antiviolenza e case di accoglienza, e tutta una serie di considerazioni che denotano scarsa conoscenza della materia - balza agli occhi la volontà ossessiva di far proliferare esperti da piazzare ovunque. Insomma una specie di Piano di azione straordinario per il clientelismo di genere. Preferibilmente maschile. E le donne continuano a morire.

lunedì 16 febbraio 2015

CCCPf

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Giornata fra donne, operatrici e tirocinanti di un centro antiviolenza della mia città. Donne giovani e femministe - quasi un ossimoro in quest'Italia tornata indietro di quarant'anni -, consapevoli e impegnate, qualcuna grazie alla prof del liceo che faceva leggere Simone de Beauvoir, qualche altra grazie alle insegnanti universitarie. Studi e tesi di laurea che in alcuni casi le hanno quasi "costrette", ma di buon grado, a cambiare i loro percorsi di vita e professionali.
Abbiamo parlato dei condizionamenti sociali, del lessico maschilista che volutamente ignora la professionalità delle donne, della violenza di genere che non c'entra niente con l'aggressività che può anche essere femminile, delle "scuse" che la società trova per giustificare gli uomini violenti, delle balle sul "raptus" e sull'eccesso di "amore", della trasversalità assoluta del fenomeno, del coinvolgimento emotivo che può provocare la telefonata di una donna vittima di violenza anche se poi sai affrontare la situazione e non lasciarti travolgere.
Mosche bianche, minoranza, rispetto al fiorire di culi, tette, lustrini, paillettes, carriere facili, ministeri senza competenze, sete di potere declinata al maschile, ma segno che non tutto è stato cancellato delle battaglie delle donne e che da questi piccoli nuclei si può ripartire, seminare e raccogliere.
Mi ha fatto pensare a un giornale che faceva mio figlio al liceo. Si chiamava CCCPf, che poi - senza la f - era l'Unione sovietica e anche il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti (anche se poi il capo ha fatto la fine che ha fatto: incattolicendosi e indestrandosi); ma se lo leggevi in dialetto e con la f era la sintesi dell'ottimismo della volontà: Curaggiu, cumpagni, c'a putemu fari, Coraggio, compagni, ce la possiamo fare. In questo caso: coraggio, compagne, ce la possiamo fare.

lunedì 1 dicembre 2014

Un vaccino contro la malvagità


Ma perché questo vizio tutto italico di concedere il diritto all'immortalità alla gente solo perché ha eccelso nel suo campo? Agli altri che non sono stati nessuno non spetta alcun salvacondotto e a chi è stato ricco e famoso invece sì?
Leggo su uno dei tanti siti on line un articolo sulla morte di Carolina Lama, "la più grande violinista del '900", di cui si sospetta sia morta a causa del "vaccino killer".
Non mi addentro nella discussione sui vaccini, perché non ne ho le competenze, anche se dei colossi farmaceutici penso il peggio possibile, ma il fatto è uno: questa signora aveva 92 anni e non è servito a salvarla dalla morte il fatto di essere stata "la maggiore strumentista italiana ed europea di viola del ‘900", di avere insegnato all'Accademia di Santa Cecilia, avere "svolto una lunga ed affermata carriera concertistica in tutto il mondo, con oltre duemila esibizioni, anche in qualità di solista" e di essersi "esibita in tutti i maggiori teatri d’Europa, Asia, Africa, Nord e Sud America".
Aveva 92 anni, punto. Aveva 92 anni, si è sentita male (e probabilmente si sarebbe sentita male anche senza vaccino) ed è morta, punto. A novant'anni è facile che si muoia, facciamocene una ragione. Dopo può capitare che qualcuno meriti di essere ricordato di più e qualcuno meno (non per le persone che lo amavano), ma se uno muore a novant'anni passati non è un'ingiustizia: è la vita, è la morte.
Un'ingiustizia, un orrore è se una donna qualunque, una donna senza nome viene uccisa in guerra o dal suo ex compagno, in quella guerra atroce ingaggiata da maschi impotenti contro il genere femminile. Un'ingiustizia, un orrore è se centinaia di persone muoiono perché qualcuno si arricchisce infarcendo di amianto i loro corpi come fossero bignè al cioccolato. Un'ingiustizia, un orrore è se un bambino qualunque, un bambino senza nome viene violentato e ucciso da un pedofilo. Un'ingiustizia è che quel bambino sia diventato famoso perché è stato ucciso e non perché gli è stato dato il tempo di diventare un grande letterato, un grande pianista o un grande attore consentendogli - come i più - di morire di vecchiaia.
Dovrebbero inventare un vaccino contro la malvagità. Ma crollerebbero le vendite di armi, di droga e di tutte le porcherie del mondo. E questo il mercato non lo vuole, non può permetterselo.

lunedì 16 giugno 2014

Saranno stati i rom


E' sempre lo stesso copione, carico di ipocrisia: il marito che scopre il delitto e lo denuncia in lacrime, i vicini pronti a giurare che erano una bella coppia, unita e felice, e per di più non avevano problemi economici, una bella casa con giardino subito giornalisticamente rinominata "la villetta degli orrori", il sindaco che finge familiarità snocciolando una serie di dati anagrafici a cazzo (tanto, chi li controlla?), l'immancabile giornalista zerbino che intervista l'immancabile parroco a suggello della santità di coppia: "Venivano sempre in parrocchia".
Si potrebbe chiudere qui, no? Saranno stati gli immigrati, saranno stati i drogati, saranno stati i meridionali. Si indaga a 360°. E alla fine, come quasi sempre, i sospetti si concentrano sul marito. Che, se i sospetti saranno confermati, avrebbe avuto la lucidità mentale di pianificare tutto, di crearsi un alibi. E quale alibi migliore della partita dei mondiali? Chi dubiterebbe che un maschio italico rinunci a vedere la partita con gli amici, sia pure per ammazzare moglie e figli? Come a Motta Visconti. Indagini in corso, come da copione. Compagni di tifo che confermano la sua presenza davanti alla tv.
E intanto - malgrado il parroco, malgrado il sindaco diopatriaefamiglia - i sussurri e i pettegolezzi si fanno notizie: forse non è vero che erano così felici; forse le foto sorridenti di Facebook nascondevano altro; forse stavano per separarsi, forse fra i due c'erano "gravi tensioni".
Quasi certamente, come da copione, lui la considerava proprietà privata. O mia o di nessuno, vittima da sacrificare sull'altare dell'impotenza di vivere. Odio e rancore che si estendono alle appendici di una donna, i figli. Dormivano, non erano "testimoni scomodi" del femminicidio: eppure (se è stato lui) bisognava eliminarli per cancellare ogni traccia di quella famiglia.
Ma il sindaco diopatriaefamiglia continua a raccontarci che in paese sono aumentati i furti nelle abitazioni. Saranno stati i rom.

domenica 16 marzo 2014

Bastardi

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Ti resta dentro per tutta la vita. Puoi avere quaranta, cinquanta, sessant'anni; puoi averne pure novanta e avere perso la memoria di ogni cosa: è lì e ogni volta ti precipita addosso e ti seppellisce come una valanga. Accendi la radio, ascolti il gr e ti seppellisce.
Due bastardi impotenti - due, a volte tre nello stesso giorno, perché i bastardi si manifestano a grappoli e non c'è educazione, cultura o classe sociale che tenga: un medico, un sottufficiale dell'Aeronautica - che ammazzano o tentano di ammazzare le mogli. 
Bastardi doppi, perché lo fanno davanti ai loro bambini, odiando anche loro - forse perché frutto di quelle donne che ormai vogliono morte per non essersi piegate al loro volere - al punto da rovinargli la vita per sempre.
Ti resta dentro per tutta la vita. Ascolti il gr e le immagini che ti si parano davanti agli occhi non sono quelle di chi cerca di vedere la scena in base alla descrizione del giornalista: sono quelle di chi la scena l'ha vista. Cinquant'anni prima l'ha vista, ma potrebbe riferire ogni dettaglio: le urla, il coltello, la bava alla bocca, le parole sconnesse, gli occhi del porco assassino iniettati di sangue, i propri occhi e quelli di sua madre e dei suoi fratelli travolti dal terrore, in procinto di annegare, l'apnea, i tentativi inutili e ridicoli per distoglierlo dal suo proposito lucidamente folle. Gli chiedi persino che ora è, forse si distrae e non ci pensa più. Ma lui ci pensa ancora e va avanti come un treno, ha un unico obiettivo e non gl'importa di travolgere anche i suoi figli. Femminicida e bambinicida.
Non importa se alla fine per un soffio non siete riusciti ad ucciderla la vostra compagna: avete comunque ucciso lei e i vostri figli. Gli avete rovinato la vita per sempre. Sarete contenti adesso, bastardi.
E però forse non sapete una cosa: alla fine dei vostri giorni, potrete avere intorno gente prezzolata o interessata, ma nessuno piangerà per voi e nessuno vi rimpiangerà.

giovedì 17 ottobre 2013

Il femminicidio è una minchiata


Oggi ho avuto uno scontro verbale molto sgradevole con un mio collega. Sgradevole anche perché da un intellettuale, per quanto non progressista, non ti aspetteresti che non abbia assimilato e fatto proprie alcune tematiche.
Ha cominciato con il più cretino dei luoghi comuni maschilisti - "donna al volante..." - e sono stata al gioco, e ha continuato cercando di sostenere che stavo per mettere sotto (con la bicicletta!) uno con lo scooter che mi stava superando a destra. Non avevo ancora capito dove volesse andare a parare e ho continuato a scherzare. Quindi si è disvelato: ma dove sarebbero tutti questi uomini che ti fischiano per strada? Voleva farmi pagare l'aver denunciato, qualche giorno fa durante un congresso, come la mentalità dei maschi nella mia città (e forse anche nelle altre) sia rimasta ai tempi di Brancati e come sia ancora difficile per le donne persino andare al supermercato a fare la spesa senza incontrare il cretino di turno che fa apprezzamenti pesanti.
Ho provato a portare la discussione su un piano un po' più serio, facendogli l'esempio del posto - per me soltanto una panchina di fronte al mare e letteralmente alla luce del sole - dove vado a leggere un libro tutte le volte che posso e che, evidentemente, per un certo tipo di maschi, è luogo deputato all'attracco. Risposta: e tu perché vai proprio lì? Insomma, me la vado a cercare. Come, per certi uomini, se la va a cercare una ragazza violentata perché "indossava una minigonna". Gli ho fatto un elenco di posti en plein air dove una donna (per quanto corra precipitosamente verso la vecchiaia e non abbia mai avuto né la postura, né le dimensioni, né "le physique du rôle" della vamp) possa recarsi in santa pace, e ha cominciato a urlare: "Sei malata, sei malata!" Che, nella mente malata di un maschilista, vuol dire malata di mente. Una mitomane insomma. Una mitomane come tutte quelle donne che hanno denunciato violenze e non sono state credute nemmeno dopo essere state assassinate.
Non contento, contestando i dati sul numero di donne uccise dai loro uomini, se n'è andato ringhiando: "Il femminicidio è una minchiata!"
No, non gli augurerò che accada a una delle sue donne di casa o a una sua amica: non glielo augurerò perché a pagare sarebbe ancora una volta una donna e non glielo augurerò perché sono certa che, pur nel dolore per avere perduto una persona cara, continuerebbe a pensare che in fondo se l'è cercata.
Ma difficilmente riuscirò a superare la tristezza, lo smarrimento e il senso di fallimento che questa conversazione mi ha procurato.

martedì 13 agosto 2013

Bastardo

Mi dispiace che ti sei sparato, bastardo. Hai ucciso tua moglie davanti al vostro bambino di quattro anni. Il tuo egoismo e il tuo odio (no, non è amore uccidere la donna che ti vuole lasciare: amore sarebbe stato lasciarla andare, restituirle la vita) ti hanno accecato al punto da non porti nemmeno il problema di quello che si porterà dietro tuo figlio finché vivrà. Perché non c'è un'età e non ci sono psicanalisti che tengano per cancellare un trauma come quello di vedere il proprio padre che uccide o anche tenta soltanto di uccidere la propria madre. E quel bimbo l'ha visto talmente bene da dare lui l'allarme, con la lucidità di un cinquantenne: "Papà ha ucciso la mamma". Conosco gente adulta che se le porta dietro da sempre quelle immagini e mi dispiace che ti sei sparato, bastardo. Avresti dovuto vivere fino a quasi novant'anni e sapere che l'unica cosa che ha pensato tuo figlio o tua figlia al momento della tua morte è stata: "Adesso non potrà più farle del male". Avresti dovuto vivere fino a quasi novant'anni ed essere roso dal rimorso di avere ucciso, insieme a tua moglie, anche tuo figlio di quattro anni. Ma sei un vigliacco e ti sei sparato. Mi dispiace che ti sei sparato, bastardo, perché avresti dovuto vivere fino in fondo, nella merda, la tua vita di merda. E sapere che tuo figlio avrebbe preferito essere un bastardo, piuttosto che avere un padre come te.

lunedì 27 maggio 2013

Cattivi esempi

Stamattina ho sentito un signore alla radio (di quelli con molti distinguo, tipo "io ho molti amici gay, ma...") dire di essere favorevole alle unioni omosessuali, ma contrario alle adozioni. La motivazione, più o meno, era che poi i bambini crescono con quegli esempi. Ora, a parte che non mi risulta che i gay impieghino la gran parte del loro tempo (escluse le percentuali "fisiologiche") ad accoltellarsi fra di loro mentre la pratica è vieppiù diffusa e a senso unico fra le cosiddette coppie "normali" - dove il repertorio delle violenze dei maschi "normali" nei confronti delle loro donne è vastissimo, a partire dal tradimento e a finire al femminicidio -, e a parte che ho la sensazione che il signore in questione abbia degli omosessuali una visione caricaturale tutta piume di struzzo e lustrini (oppure che pensi che lo facciano davanti a tutti e non, come gli altri genitori, in camera da letto e badando di non farsi sentire dai bambini), prendendo per buono il concetto di evitare cattivi esempi ai bambini, forse sarebbe il caso di stabilire alcune priorità. E dunque, per evitare cattivi esempi, proporrei non solo il divieto di adozione ma anzi una campagna di sterilizzazione di massa, nell'ordine - dal primo all'ultimo -, per: mafiosi e femminicidi (ex aequo), maschi che maltrattano le loro donne, trafficanti di armi e droga, politici corrotti e corruttori, guerrafondai, evasori fiscali, schiavisti, razzisti.... Va bene così adesso? No, forse no: quel signore, autodefinitosi cattolico, non si sognerebbe mai di impedire a un mafioso bastardo o a un marito violento di avere figli, naturali o adottivi, perché non crescano con il suo cattivo esempio.

giovedì 18 aprile 2013

Femminicidio, come un'esecuzione mafiosa

Ho sentito qualcuno dire che il 130° femminicidio circa dall'inizio dell'anno (non è una cifra esatta, perché l'andamento è così veloce da non riuscire a tenere il conto e ad aggiornarlo, e anche questo dà la misura di una tragedia incommensurabile come una guerra o uno di quegli attentati devastanti dei quali non si riesce mai a quantificare il numero delle vittime), quello di ieri ad Ostia, ha avuto le stesse caratteristiche degli altri. In realtà non mi pare. L'antefatto, gli antefatti, sicuramente: con tutte quelle denunce per maltrattamenti prese sotto gamba e per le quali forse, una volta per tutte, bisognerebbe prevedere qualche forma di punizione per chi le sottovaluta. Come un altro antefatto può essere rappresentato dalla professione del femminicida: una guardia giurata che, come spesso accade, ha usato la propria arma per tutt'altra ragione per la quale la deteneva. E anche in questo caso, forse, bisognerebbe riflettere sulla formazione professionale di chi, avendo in pugno una pistola, ha anche in pugno la vita degli altri. Le modalità però sono, se possibile, più raccapriccianti. In pratica, un'esecuzione mafiosa: l'inseguimento in auto fra le auto sulla via Ostiense, lui che l'affianca più volte come in un film e poi spara attraverso il finestrino sei colpi fino ad ucciderla. Sei colpi, non uno o due. Come in un'esecuzione mafiosa, appunto: la vittima designata deve morire, perché ti pagano per questo e, soprattutto, perché altrimenti il prossimo morto sei tu. Ma qui non c'è denaro da guadagnare e non c'è un altro killer pronto ad ammazzare te se fallisci: qui - come in ogni femminicidio - c'è odio, una quantità impressionante di odio. E una quantità spaventosa di indifferenza che diventa correità.

giovedì 27 dicembre 2012

Il femminicidio e le elezioni

Ai governi dei Paesi occidentali che guardano con disprezzo tutto ciò che sta ad est del loro mondo cosiddetto civilizzato dovrebbe fare un qualche effetto - non so: un senso di colpa, una riflessione, un ripensamento, ma sono certa che non accadrà - sapere che in India l'esecutivo ha deciso di trasferire a proprie spese in un ospedale di Singapore, nella speranza che possa guarire (almeno nel fisico) una ragazza ridotta in fin di vita dopo uno stupro di gruppo. Checché ne possa pensare un prete di merda, non se l'era cercata: stava tornando in autobus insieme al fidanzato dopo essere stati al cinema. Ma se un prete di merda può dire certe cose è perché vive in un Paese che per puro calcolo elettoralistico non è disposto a rischiare una crisi diplomatica chiedendo l'arresto di uno psicopatico che istiga alla violenza e al femminicidio (se non sbaglio, il nostro codice penale prevede fino a cinque anni di reclusione per l'istigazione a delinquere). Non ho sentito una sola parola, una sola rimostranza nei confronti di quello Stato che con i suoi pacchetti di voti occupa abusivamente il nostro territorio politico (e che si è limitato a far mettere in ferie per qualche giorno il nazista travestito da parroco) da parte di governanti che hanno solcato i mari pur di far liberare - e poi ricevere con tutti gli onori - due mercenari assassini. Come del resto nell'agendina di fine anno preparata dai banchieri come ennesimo pacco per gli italiani non si trova una sola parola sul femminicidio e la violenza contro le donne in quella mezza paginetta in stile temino scopiazzato delle medie dedicata al genere femminile. In compenso si ribadisce il ruolo della donna come madre e della famiglia (la stessa, immagino, all'interno della quale il più delle volte avvengono i femminicidi) come "cuore pulsante" della società italiana. I colonizzatori d'Oltretevere sapranno come ringraziare.

venerdì 26 ottobre 2012

La bomboniera dimenticata

Se vai sui siti di turismo, è un coro: in Iran non ci sono problemi di criminalità, bisogna solo stare attenti al traffico perché in macchina vanno come i pazzi. A quanto sembra però ci sono i "clan", proprio come qui da noi (e forse i siti per viaggiatori non ne parlano perché hanno adottato la teoria del "tanto si ammazzano fra di loro", senz'altro preferibile ai fini del profitto), ammazzano, ammazzano chi passa, ammazzano gli esponenti dei clan rivali e ammazzano le donne dei loro rivali. E oggi le cronache e l'ironia o, meglio, la crudeltà della sorte, ci parlano di una donna messinese uccisa in Iran in una sparatoria fra clan rivali nella quale il marito iraniano è rimasto ferito. Sembra una beffa. E che bisogno c'era di andarsene a stare quattromila chilometri più in là per farsi ammazzare dai clan? Ma c'è anche un altro particolare altrettanto raccapricciante: la siciliana in realtà è stata ammazzata tre giorni fa ma il marito non aveva parlato della scomparsa della moglie e secondo le agenzie - testuale - "non si esclude che la dimenticanza fosse dovuta allo stato confusionale, sebbene non sia stato ricoverato". Cioè: c'è un terremoto devastante, sei spaesato e smarrito, vai a fare l'inventario delle cose rimaste sotto le macerie della tua casa, ricordi ogni spillo e persino su quale angolo del comodino avevi lasciato l'aspirina, sei certo di avere ricostruito tutto per filo e per segno, poi però qualcuno si mette a scavare e salta fuori - fino a quel momento nascosta alla vista e alla mente - l'orribile bomboniera di nozze di un parente acquisito che non sopporti. Ah, già, c'era pure quella. E che bisogno c'era di andarsene a stare quattromila chilometri più in là per essere dimenticata come una cosa inutile? Qui è uguale: se non ti ammazzano i clan, per sbaglio o per vendetta trasversale, se non ti ammazza un marito, un fidanzato, un compagno lasciato, ti ammazza comunque un marito, un fidanzato, un compagno - di solito un maschio di merda senza valore, come solo un mafioso o un paramafioso può essere - che ti assegna la stessa importanza dell'orribile bomboniera dell'odioso lontano parente.