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sabato 26 settembre 2015

Faida libraria

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Su Facebook la faida è un evergreen: quelli che difendono miss Italia contro quelli che la deridono; quelli che la pasta con le vongole la vogliono rossa e quelli che la preferiscono bianca; fascisti contro comunisti; comunisti contro comunisti (e in questo caso parlerei di salto di qualità, dall'evergreen al fiore che non marcisce). Stavolta è il turno dei libri e, come sempre capita in questi casi, i clan rivali si fronteggiano a colpi di pubblicazioni più o meno scientifiche.
Lancia in resta, sono partiti i librai e i lettori tradizionalisti. Che da qualche giorno, con grande soddisfazione, fanno girare alcuni articoli di giornale in base ai quali negli ultimi mesi sarebbero crollate notevolmente le vendite di ebook e sarebbero tornate di moda le librerie indipendenti. Clap, clap, clap. Cartaceo batte elettronico tre a zero.
Bello, certo. Se non fosse che gli articoli si riferiscono agli Stati Uniti, dove a quanto pare - per scelta degli editori, che hanno deciso di fronteggiare così Amazon - il libro di carta è più economico dell'ebook. E come se non fosse che in Italia la gente non compra i libri di carta non perché preferisca quelli elettronici ma, molto più banalmente e drammaticamente, perché non legge. Mi sono andata a riguardare i dati dell'Istat sul 2014: su 100 italiani in grado di leggere soltanto 41,4 sono "lettori". Termine con il quale, peraltro, si indicano quelli che hanno letto "almeno un libro nel corso dell'anno". Cioè tu prendi un libro di 365 pagine, quanti sono i giorni dell'anno - tanto per dare un termine di paragone, Cent'anni di solitudine -, e ne leggi una pagina al giorno e ti considerano lettore? Cioè dedichi alla lettura mediamente due o al massimo tre minuti al giorno e ti considerano lettore? E che ne diresti di suicidarti nel tempo che ti rimane?
Non vorrei fare la guastafeste, ma se fossi un libraio italiano non festeggerei una notizia che in Italia non c'è e non me la prenderei con gli ebook, ma forse - che ne dite? - con politiche che non incentivano la lettura. Perché poi il problema è che molti di quelli che vorrebbero farlo, in Italia, non leggono perché è un lusso per pochi intimi. E alcuni ripiegano sull'elettronico che, oltre ad avere il merito di farti sfangare le ore in aeroporto senza caricarti come un somaro, spesso è l'unica soluzione per gli squattrinati, e dunque è il benvenuto. Fatevelo dire da me che sono double-face, kindle in soggiorno e libro di carta sul comodino, pur amando appassionatamente il secondo (e infatti me lo porto a letto, mi piace toccarlo, mi fa impazzire il suo odore). Ho un paio di persone che mi dimostrano il loro affetto regalandomi libri di carta, ma senza il libro elettronico io sarei un pezzo di quel 41,4% e non potrei mai aspirare a far parte della categoria dei "lettori forti", cioè quel 14,3% che legge in media un libro al mese (e qui si arrotonda per molto difetto).
Per quanto mi riguarda metterei da parte queste stucchevoli faide e farei qualunque cosa pur di indurre gli italiani a leggere. Persino mettermi a quattro zampe sulle strade delle città per trascrivere in bella grafia e con il pennarello indelebile intere pagine di romanzi. Magari così comincerebbero pure ad andare a piedi.

P.S.: Siccome so che ora mi si ricorderà che Amazon sfrutta i lavoratori, io potrei fare notare che quando comprate libri Mondadori state dando soldi a quello che corruppe i giudici per comprarsela. E saremmo alla faida fra lettori. No, grazie: ho smesso di fare politica perché non ne potevo più di guerre fra comunisti e comunisti, ma non ho intenzione di smettere di leggere perché qualcuno pensa di avere il libro più lungo.

sabato 25 gennaio 2014

Elpidio?


- Nonno, ti ricordi Enrico?
- Chi, Erminio?
- No, Enrico.
- Ah, Elpidio.
- No, nonno: Enrico, E N R I C O.
- Ah, Enrico! Certo, e non c'è bisogno che strilli: CI SENTO BENISSIMO!

Bilancio di una mattinata, a Catania, passata a raccogliere firme per chiedere l'intitolazione di una strada ad Enrico Berlinguer. A parte i soliti che vedono la bandiera rossa e scappano a gambe levate e gli altri soliti che ritengono il Pd sinonimo di sinistra (e quindi, doverosamente, ci insultano), il risultato è che i giovani non sanno di chi stiamo parlando - mai sentito, mai "coverto" - e gli "anziani", infinita generazione che va dai cinquantenni ai novantenni, fanno fatica a ricordarsene. Ma come è stato possibile che in un ventennio si sia cancellato quasi un secolo di storia? Come se qualcuno avesse fatto a questo Paese un'operazione chirurgica per asportare un tumore. Però hanno tolto la parte sbagliata, quella sana.
Enrico Berlinguer. Glielo devi ripetere tre volte, un po' perché non sentono e un po' perché fingono di non sentire per prendere tempo. Si estraniano, strizzano gli occhi per mettere a fuoco, frugano nella memoria e alla fine lo tirano fuori: Enrico Berlinguer, sì, certo! E alla fine firmano. "Persona onesta" è la motivazione ricorrente (e consolatoria: vuol dire che c'è ancora chi conosce la parola onestà). Qualcuno, scavando nelle macerie dei suoi ricordi, lo rimpiange insieme a una schiera di politici della stessa generazione, praticamente una squadra di calcio, senza distinguere un brocco da un cavallo: comincia con Togliatti, Pertini, Moro, prosegue con De Gasperi, rotola giù nel precipizio fino a Scelba e Craxi. Almeno ha inquadrato il periodo storico. E comunque fa riflettere sul fatto che i politici di oggi facciano rimpiangere i politici di ieri, persino i peggiori.
Firmano gli intellettuali, firmano i compagni che non fanno più politica perché si sono rotti i coglioni della nostra litigiosità, passa qualche grillino e firma senza esitazioni. La prima a firmare, però, è una ragazza con un cognome pieno di X e di Y: giovane, "straniera", italiana nata a Sassuolo e residente a Catania. Forse a salvare l'Italia saranno quelli che ne conoscono la storia: gli italiani di seconda generazione.

venerdì 15 novembre 2013

Nevrosi elettorale preventiva


Ancora è presto, lo so, e comincio a pensare che il momento non arriverà mai più, ma io ci sto male lo stesso. Nevrosi preventiva. Se a Obama hanno dato il Nobel per la pace prima di essere certi che non avrebbe fatto la guerra, io potrò permettermi di agitarmi prima che piova, no? E poi questo tipo di esperienza l'ho già provata e so già che fa un male cane. Ti senti come Linus quando gli tolgono la coperta per lavarla: tremi, sudi freddo, digrigni i denti, guardi l'orologio nella speranza che le lancette si mettano a correre all'impazzata e la tortura finisca presto.
Io sono di quelli a cui avevano insegnato che il voto è un diritto-dovere, che nei giorni precedenti le elezioni si sente emozionata come se dovesse fare un esame, che la notte prima non dorme e la domenica mattina si alza prima del solito, che votare è la prima cosa che fa e dopo, solo dopo, si va al mare. Non perché sia un dovere; non perché qualcuno me lo imponga: ma perché una cosa diventa dovere, dovere morale, quando ci credi. Come una storia d'amore o la cura di un figlio.
Una volta però non ci sono andata a votare: erano le elezioni provinciali di molti anni fa e a Catania si trattava di scegliere fra due fascisti. Sono rimasta a letto tutta la mattina, mi sono costretta a restare a letto, sentendomi derubata. Con l'aggravante che a derubarmi non erano stati i due "finalisti" - un fascistissmo e un fasciodemocristiano -, ma quegli altri che (come da sinistra tradizione) si erano dispersi in mille rivoli.
Ecco: alle prossime elezioni politiche nazionali ci sarà verosimilmente da scegliere fra tre fascisti anche perché la vostra altrettanto fascista vocazione maggioritaria esclude tutti gli altri a priori. E allora toglietevelo dalla testa: non ci vado a votare. Sì, va bene, io sono una, ma avete idea di quanti "uni" la pensano come me? Continuate a derubarli della speranza, del futuro, delle idee, continuate a raccontare che destra e sinistra sono categorie vecchie, a dire minchiate farneticanti tipo "la sinistra che non cambia diventa destra", continuate a sacrificare le nostre vite sull'altare del dio denaro, a toglierci il lavoro e le pensioni, e vedrete che saranno sempre di più gli "uni" che la domenica mattina resteranno a poltrire piuttosto che dare il voto a voi.
Questa mattina, durante lo sciopero generale, parlavo con altri "uni". Si parlava delle prossime - quelle sì, prossime - elezioni europee e gli altri "uni" mi manifestavano lo stesso malessere, la stessa lacerante divaricazione, la stessa rabbia mista a rammarico per una sinistra sempre più divisa che non lascia altra scelta, per il rifiuto di dover fare i conti con un partito sedicente di sinistra che fra un mese sarà ancora più di destra: come quell'altro, proprietà privata e sotto ricatto di imprenditori e senza scrupoli con le vite "da sogno", grazie ai quali le nostre vite diventano incubi. Una compagna mi ha detto: "Ma io NON POSSO non andare a votare. Come faccio a non andare a votare proprio io che dico sempre a tutti di andare a votare?" Perché, certo, non andare a votare significa darla vinta in partenza a quegli altri, ai tre fascisti, senza nemmeno provarci. Eppure ho paura che finirà così.
Sì, lo so perfettamente che non v'importa e che anzi è proprio questo quello che volete: una bella oligarchia inciucista che vi permetta di partecipare tutti insieme al gran banchetto. C'è solo un piccolo particolare: che in questo banchetto internazionale voi non siete i commensali, ma i camerieri. E quando non gli servirete più, vi rimpiazzeranno con altri camerieri.

giovedì 10 ottobre 2013

Su tutti i stissi


Che tristezza vedere alcuni compagni, quelli che si considerano più comunisti degli altri e pensano di essere gli unici titolati a dare patenti di comunismo, usare categorie "politiche" proprie dei bancarellari evasori e mafiosi pur di ottenere un effimero consenso di pancia.
Li hanno visti stamattina, al mercato di Catania, distribuire un volantino il cui incipit era la traduzione italiana del siciliano "tutti manciatari": "Si mangiarono i soldi" e giù - inframmezzati da qualche giusta rivendicazione - luoghi comuni intrisi di populismo, frasi all'insegna del "sono tutti uguali", attribuzione agli uni - in una sorta di par condicio demagogica - delle responsabilità degli altri. Sembra che i bancarellari - quelli che votano a destra perché così fanno il cazzo che vogliono, esonerati dal rispetto della benché minima regola, e se non pagano le tasse nessuno gli dice niente; e quelli che hanno votato Grillo - si siano accodati al coro: "sti cunnuti", "su tutti i stissi" e via così qualinquistizzando. Salvo riprendere subito dopo a fare il loro dio, fatto di illegalità diffusa, evasione fiscale, disprezzo per l'ambiente...
Curiosa coincidenza temporale: oggi Grillo - che già nei mesi scorsi aveva manifestato il proprio razzismo opponendosi allo ius soli - ha gettato definitivamente la maschera e ha detto che, se nel programma elettorale avessero messo la cancellazione del reato di clandestinità, avrebbero rischiato percentuali da prefisso telefonico: invece hanno preferito assecondare gli istinti più bassi della popolazione, dall'antipolitica alla xenofobia. Con l'aggravante che erano travestiti da sinistra e molti - la cui ingenuità di ieri rischia di diventare, oggi, complicità - li hanno votati credendo che portassero avanti istanze di sinistra.
A dare indicazioni di voto per Grillo e a votare in prima persona per il miliardario e per il suo socio in affari Casaleggio, alle ultime elezioni politiche, c'erano anche alcuni di quei "compagni" che non considerano gli altri abbastanza compagni e che hanno impiegato (sprecato) tutte le loro energie a dividere i comunisti e la sinistra. In pratica, se la sono tagliata per fare dispetto alla moglie.
Ma la cosa più triste è che sono anche gli stessi che si sono attribuiti il copyright delle (giustissime) battaglie contro una legge assassina come la Bossi-Fini: e adesso cosa diranno ai migranti?

sabato 28 settembre 2013

Apologia della tazzina sbilenca

Alcuni anni fa commissionai alla mia amica Laura che ha il laboratorio di ceramiche sotto casa mia (si chiama "Maninterra": se vi trovate a Catania, fateci un salto) quattro tazzine da caffè. Quattro, sì, perché il concetto di "servizio" mi ricorda un po' troppo - per restare sull'attualità - quella famosa famiglia Barilla tutta stereotipi sessisti, diabete e ipocrisia: fosse per me, dopo avere sigillato ben bene porte e finestre, ci scaricherei sopra una bombola gigante di insetticida. Prima che lo facciano da sé. Fateci caso: sono gli stessi che a un certo punto massacrano le mamme e i fratellini, poi intervistano il parroco e... "venivano tutte le domeniche a messa". Appunto. Ma torniamo alle tazzine: quattro, che già rispetto a sei o a dodici è portarsi avanti con il lavoro. Come quando da una famiglia cominciano ad andarsene tutti: qui si parte già in pochi, così non ti fai illusioni. Quattro e, quel che più conta, l'una diversa dall'altra. In un servizio tradizionale per distinguerle devi aspettare che una si sbrecchi un po', acquisisca una propria personalità, e magari poi proprio per questo la metti da parte. Le mie tazzine hanno personalità forti, sono assolutamente fungibili (non ce n'è una che si fa il culo a pulire casa mentre l'altra si gratta i coglioni) e la mattina è un'impresa scegliere, ma è anche divertente: a volte mi faccio guidare dall'umore, ma se sono proprio indecisa chiudo gli occhi, vado a tentoni e ne prendo una al buio. Non resto mai delusa: sono tutte bellissime. Ce n'è una, però, che mi piace più delle altre: è quella gialla, che è un po' sbilenca. Ed è bella proprio per questo. Come quei frutti che non sono perfettamente rotondi, ma sono buoni in maniera emozionante. Mentre quelli perfetti sono sciapi e insignificanti. E anche piuttosto odiosi con quella loro pretesa di perfezione. Non so perché mi piace tanto la mia tazzina gialla: forse perché nella mia famiglia io sono sempre stata quella un po' sbilenca (comunista, atea, sbattezzata, allergica a qualsiasi forma di leccamento di culo anche se questo significa fare la fame, "diversamente alta"... scegliete voi: sono "tutta storta", come dice mia madre). O forse perché una famiglia non è famiglia se si è necessariamente prefabbricati, lobotomizzati e possibilmente benedetti da chi non avrebbe alcuna autorità per dare lezioni di morale. Una famiglia è famiglia se si è tutti diversi. E tutti uguali.

domenica 23 ottobre 2011

Calunnie a domicilio

Non più "caro", ma anzi, inutilmente dispendioso Il Fatto,
non sono un' "epistolocompulsiva", ma mi trovo costretta a scrivere per la terza volta in pochi mesi, e stavolta in via definitiva.
La prima, in quanto comunista, mi ero sentita offesa (come molti di noi) da un pezzo di Marco Travaglio che poi però alle proteste di molti di noi rispose scusandosi e ammettendo che in effetti avrebbe almeno dovuto distinguere fra certi dirigenti e i militanti; la seconda - dopo aver subìto per mesi un "non cale" scientifico durante la campagna elettorale, finalizzato a far credere che i comunisti non esistano, cosa che, per esempio, continua a fare l'impomatato pagato da La7 con il solo compito di cancellarci dai sondaggi e favorire qualcuno più funzionale al sistema - per protestare appunto contro questa cancellazione sistematica dei comunisti, che sembrava non fossero nelle piazze a manifestare, che non avessero candidati alle elezioni, che si fossero liofilizzati o che fossero stati ibernati. In quella seconda lettera annunciavo che non avrei più comprato "Il Fatto" e che il mio era un sentimento e una decisione comune a molti. Qualche giorno dopo il direttore Padellaro - bontà sua - mi fece mandare una risposta a sua firma in cui si preannunciava una sorta di inchiesta "risarcitoria" su quello che veniva definito "il ritorno della sinistra sinistra" (ho conservato la mail e posso produrla in qualunque momento). Siccome sono una fiduciosa, non avevo comunque smesso di acquistare "Il Fatto" perché pensavo che semmai qualcuno mi avesse risposto non lo avrebbe fatto in modo privato ma pubblicamente, sul giornale, e meritava di essere ascoltato; e siccome sono una fiduciosa non ho smesso di comprarlo volendo credere in quelle parole, per quanto private e che dunque non rappresentavano un impegno pubblico (e peraltro, sia detto fra molte parentesi, ho continuato a comprarlo malgrado ne colga l'essenza qualunquista e nonostante molti giornalisti del Fatto sconoscano totalmente l'uso della punteggiatura, cosa che mi fa venire l'orticaria, perché comunque apprezzavo lo sforzo di fare un giornale indipendente. Ah, a proposito: non so se sia una leggenda metropolitana, ma mi raccontano che un certo Palmiro Togliatti, comunista, quand'era direttore di Rinascita, controllava gli articoli per essere certo che non ci fossero errori di grammatica e di ortografia. E' quello che faccio anch'io, ogni volta che dirigo nel mio infinitamente piccolo un giornaletto di sezione, leggendomi gli articoli uno per uno, perché sono convinta che l'abitudine al rispetto delle regole - e dei propri interlocutori - discenda direttamente anche dall'abitudine a rispettare le norme della propria lingua)
Sto ancora aspettando l'inchiesta sul ritorno della "sinistra sinistra" (che, comunque, non se n'era mai andata, perché per quanto bastonati e pieni di lividi e per quanto la stampa abbia fatto di tutto per ignorarci, noi comunisti le nostre battaglie, nelle nostre città e nei luoghi di lavoro, abbiamo continuato a farle), ma soprattutto quello che continua a farmi male è che quelle rare volte che "Il Fatto" parla dei comunisti lo fa per denigrarli. L'ultima volta (ma proprio l'ultima, perché stavolta ho smesso davvero di comprare "Il Fatto") è stato ieri, sabato 22 ottobre, quando Maurizio Viroli ha preso a pretesto un pezzo in cui attaccava Berlusconi per attaccare i comunisti e dirne tutto il male possibile.
Io dal Fatto non mi aspettavo certo che fosse il mio "organo di partito" - ci mancherebbe! -, ma un minimo di onestà intellettuale e correttezza quelle sì. Perché, vedete, io che odio quelli del Pd, perché millantando un appellativo "di sinistra" con il loro operato gettano fango su quella che Padellaro definirebbe "sinistra sinistra" e perché in Sicilia puntellano il governo della mafia e delle clientele, quando ne parlo mi guardo bene dal generalizzare e dico "una parte" perché oggettivamente so che non tutti i dirigenti del Pd sono pessimi e soprattutto penso di capire quanta sofferenza possa esserci in una base fatta di persone per bene legata per affetto e tradizione al suo partito pur non condividendone quasi nessuna scelta.
Invece Il Fatto, nel suo odio anticomunista (la cui natura forse potrebbe essere materia di studio per uno psicanalista), dimentica di distinguere fra il comunismo italiano e le degenerazioni di altri comunismi e soprattutto dimentica - mi si perdoni il passaggio retorico - il tributo di vite umane dato dai comunisti in Italia alla guerra di Liberazione dal nazifascismo. Ora questo Paese è governato da un piduista, eversore ("assaltiamo il Palazzo di Giustizia di Milano"), frequentatore di mafiosi, evasore fiscale, corruttore, maniaco sessuale, stupratore di minorenni, eccetera, in gran parte proprio a causa della mancata opposizione di quelli che hanno rinnegato il comunismo perché hanno sentito l'odore (puzza di merda, per quanto mi riguarda) dei soldi e del potere. E voi ve la prendete con i comunisti?
Mi dispiace, ma io non ci sto. Non farò nessuna denuncia né richiesta di danno per le continue calunnie, perché io - comunista - difendo la libertà di stampa e di opinione fino alla morte, ma certo non sarò più così masochista da comprare un giornale che mi insulta. Voi del Fatto lo sapete cosa ci si compra in Sicilia (dove, per fortuna, almeno nei mercati la vita è meno cara) con un euro e venti centesimi? Due lattughe e qualche pomodoro, o una confezione di carote e un paio di uova. Vuol dire pranzo e cena per due giorni. No, francamente, pagare per farmi insultare a domicilio è un lusso che io - licenziata perché comunista - non posso permettermi.

lunedì 3 ottobre 2011

Comunisti in festa a Catania


Quando i manifesti erano quasi pronti, Pierpaolo ha detto: "Li portano qui, da noi". E Marco gli ha risposto: "Cos'hai detto? Ripeti!". Glielo ha fatto ripetere tre volte quel "da noi", non ci poteva credere.
Quanta fatica abbiamo fatto: anni di diffidenze, di rancori, di malintesi. Come quando in una famiglia c'è un non detto, magari una cosa piccola, un sassolino che si trasforma in una montagna a furia di non parlarne. Poi un giorno ci si incontra e si scopre che ci si vuole bene.
E adesso i manifesti li portano "da noi". "Da noi" è la (ormai ex) sede di Catania dei Comunisti italiani, al 17 di via Paternò (un indirizzo a cui voglio particolarmente bene perché lì, circa quarant'anni fa, c'era la sede del Movimento studentesco), che adesso è la casa di tutti i comunisti. Insomma, siamo andati a vivere insieme! E i manifesti sono quelli della festa, la I Festa regionale della Federazione della Sinistra, dei comunisti che fanno le cose insieme perché ci sono cose importanti che li uniscono - la difesa del lavoro, la lotta alla mafia, la legalità, i diritti -, cose troppo importanti che dovrebbero essere il fondamento di un Paese democratico e civile e che in questo Paese siamo rimasti in pochi a difendere.
Non lo facciamo solo per noi: lo facciamo perché questo Paese non merita un governo di faccendieri, corruttori, mafiosi, puttanieri, servi; lo facciamo perché la Sicilia non merita un governo guidato da un presidente che frequenta i boss, che nega il diritto alla salute chiudendo gli ospedali e quello al lavoro trasformando i cittadini in questuanti da vessare e sottomere e inserire nel libro delle clientele, e non merita il tradimento di un presunto partito di opposizione che ha svenduto i siciliani per guadagnare anch'esso qualche briciola di potere e un po' di clientele da gestire; lo facciamo perché la nostra città - Catania - merita di più di un sindaco incapace di risanare il bilancio e che sperpera il denaro pubblico in consulenze, che sa solo tartassare i cittadini con multe e tasse alle quali non corrispondono servizi, che ha ridotto il centro storico in un letamaio e annuncia piani per il traffico nei quali non c'è posto per i bambini, per gli anziani, per i ciclisti, per i pedoni, insomma per la vita.
Da domani comincia la festa e i comunisti ci saranno senza aggettivi e senza distinguo: soltanto con la voglia di fare le cose insieme, per noi e per tutti gli altri. Spero di farvi un resoconto giornaliero non solo dei dibattiti, ma soprattutto delle sensazioni e delle emozioni. Ammesso che io riesca a non farmi travolgere totalmente dall'entusiasmo di un progetto in cui credo fermamente e in quel caso è probabile che io mi dimentichi persino di scrivere (che per me, come sanno quelli che mi conoscono, è come respirare). Sì, lo so, sono un'inguaribile romantica anche un po' démodée, ma ci credo.
E siccome sono romantica, démodée, passionale e incazzosa, vi avverto: non mi deludete, compagni, non mettetevi a fare i gruppettari ché non è più tempo, fatemi vedere che ci credete anche voi e che siete consapevoli della grande responsabilità che abbiamo verso il nostro Paese e la nostra gente, soprattutto quei tanti comunisti senza tessera che se ne sono andati perché delusi dalle nostri divisioni passate. Perché appena vedo due che accennano a litigare, giuro che li prendo a pugni!

venerdì 20 maggio 2011

Il Fatto e i comunisti

Caro Ilfattoquotidiano, ti do due notizie, una di carattere generale e l’altra più personale (anche se, credo, condivisa da molti). La prima è che in Italia esiste una formazione politica che si chiama Federazione della Sinistra, frutto di un faticoso e anche sofferto processo unitario fra due partiti comunisti, il Pdci e Rifondazione: una forza politica che oscilla fra il 3,5 e il 4% dei consensi ma che tu – in buona compagnia di Repubblica e altri giornali e tv – ignori sistematicamente e scientificamente, così come hanno fatto in maniera dolosa durante tutta la campagna elettorale i sondaggisti. E malgrado ciò, non sono riusciti a farci fuori. Per quanto, forse, sarebbe da prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di fargli causa e farsi restituire i voti perduti a causa loro che ci davano perdenti o estinti.
La seconda notizia è che smetterò di comprarti, a malincuore, ma lo farò: perché mi sento offesa, umiliata e ferita, da elettrice comunista, per questa scientifica, sistematica e – lo ripeto – dolosa sottovalutazione dei voti comunisti. Il 4% dei voti, se qualcuno non lo avesse ancora capito, non è soltanto un numero: sono persone in carne ed ossa, con le loro idee, i loro desideri, i loro valori, le loro passioni, centinaia di migliaia di persone che hanno il diritto sacrosanto di non essere considerate invisibili.
D’altra parte (non credo di dover essere io a ricordarvelo), in questo Paese in anni passati ci sono stati partiti politici che, pur oscillando intorno al 3% dei consensi (prima che l’ambizione dei due maggiori partiti spacciasse per necessità di governabilità la voglia di fare man bassa di potere, fagocitando i voti degli altri con il trucco dei vari sbarramenti fra il 3 e il 5%), hanno pesato in maniera autorevole nella vita politica nazionale, qualcuno persino esprimendo il presidente del consiglio. Ricordate Spadolini? Il suo partito, il Pri, da quando io ho memoria politica e nel corso della prima Repubblica andava dal 2 al 4% dei voti; i Liberali (che non c’entravano niente con i libertini debosciati di governo) erano sugli stessi numeri; come pure il Psdi che addirittura diede all’Italia un presidente della Repubblica. E, ironia della sorte, questi tre che oggi verrebbero definiti “partitini” e ignorati in nome del bipolarismo a quel tempo furono chiamati a far parte di un governo pentapartito con lo stesso obiettivo perseguito oggi dal vostro giornale, da Repubblica, dalle tv di stato (?), dai sondaggisti, eccetera: fare fuori i comunisti.
Ora, io non pretendo per i comunisti un presidente del consiglio o della Repubblica (anche se mi permetto, sommessamente e lasciandomi andare a un po’ di campanilismo politico, di ricordare un ottimo ministro della Giustizia, di nome Oliviero Diliberto, mangiatore di bambini), ma fra la presidenza della Repubblica e il non essere cagati di striscio ne passa.
Ma forse oggi a dettare legge, anche per voi del Fatto, è l’audience: non tirano più i comunisti, con quelle loro vecchie “fisse” del diritto al lavoro, della difesa dei diritti dei lavoratori, della scuola pubblica, della legalità, dell’uguaglianza e pari dignità dei cittadini davanti alla legge e nella società. E’ uno dei principi fondanti della Costituzione italiana, la stessa alla quale – unica – voi affermate di rispondere ogni giorno confezionando il vostro giornale. Non è che dovreste dare una ripassatina all’articolo 3?