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mercoledì 6 maggio 2015

Per talea


Stamattina ho fatto un gioco. Ho provato a stilare un elenco delle cose che porterei con me se fra qualche tempo dovessi andare via da questa città maleducata e inutile, decidendo di lasciare la casa così com'è: mobili e impronte - umane e feline - compresi.
E allora: i vocabolari, dal Rocci al Robert, passando per il dizionario dei sinonimi che per me è un gioco bellissimo; il Lagarde et Michard, i gialli di Fred Vargas e tutta la narrativa francese; le commedie di Eduardo, Brecht e Goldoni; i libri degli affetti; Gramsci; il Capitale di Marx, anche se non sono mai riuscita ad andare oltre la prima parte del primo volume. Magari è la volta buona che riesco a leggerlo.
E poi: un posacenere comprato ad Ustica, le tazzine da caffè realizzate dalla mia amica ceramista, le casette di Positano, i cd del teatro di Toni Servillo, il kindle, il mio macbook dove c'è tutta la mia vita - le cose che scrivo e la musica che ascolto -, l'ipod, la mia bici. Con un paio di scatoloni me la cavo. Credo di non aver dimenticato niente di essenziale.
Ah, il cuore dite? Magari ne stacco un pezzetto sperando che si riproduca là per talea. Il resto lo lascio qui.

domenica 19 aprile 2015

Prof, ho capito bene?

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Io qualche professore reazionario l'ho avuto quand'ero a scuola e pure qualcuno molto ignorante. Anzi, spesso le due cose coincidevano. Con qualcuno ho litigato a sangue perché proprio non sopportavo quel suo spiegarci la letteratura italiana limitandosi a leggere dal libro di testo omettendo gli incisi. In pratica facendo quello che fa chiunque studi sottolineando. Come dire? Grazie al cazzo, questo lo so fare da me. Da te mi aspetterei qualcosa di più.
Però sia gli insegnanti bravi che quello reazionario e ignorante - non foss'altro che per farci vedere che pure lui aveva studiato il greco - non facevano altro che sottolineare l'importanza della politica, di quel fare politica che significava occuparsi della polis e quindi di tutto ciò che riguarda ogni cittadino. Non solo: manifestavano (pure il prof ciuccio) apprezzamento e ammirazione per quegli studenti che leggevano, andavano al cinema e a teatro, facevano politica. Eppure a quei tempi non era una cosa insolita.
Oggi, che uno studente così è una perla rara e te la sogni una che va benissimo a scuola, ha mille interessi e fa pure politica, un'insegnante ottusa invece di fare i salti di gioia per avere trovato qualcuno con cui finalmente parlare le fa i cazziatoni. Sicché una mia giovanissima compagna che risponde proprio a questi "requisiti" è stata ripetutamente e pesantemente redarguita dall'insegnante di italiano secondo la quale i giovani non devono occuparsi di politica.
Prof, ho capito bene? I giovani non devono occuparsi della solidità delle scuole dove passano gran parte della giornata? Non devono occuparsi delle buche nelle strade che percorrono in motorino rischiando la vita? Non devono occuparsi delle cose che studiano a scuola e dalle quali dipenderà il loro futuro? Non devono occuparsi della mancanza di lavoro che li colpirà appena usciti da scuola?
Prof, parla seriamente o voleva soltanto scherzare? No, perché se parla seriamente c'è seriamente da preoccuparsi. Perché vuol dire che lei odia il suo lavoro e non ha nessuna voglia di formare "cittadini" e di stimolare in loro lo spirito critico, ma preferisce degli automi con lo sguardo e il cervello spento. Probabilmente perché così, se lei dice una cazzata, non rischia che ci sia qualcuno che glielo fa notare come accadeva al mio insegnante di italiano del liceo.
E poi un'altra cosa: la mia giovanissima amica comunista mi riferisce che secondo lei i suoi ideali sono "sbagliati". Scusi, prof, glielo dico con affetto e con tutto il rispetto: chi cazzo è lei (e chiunque) per decidere se gli ideali di un altro sono giusti o sbagliati e per rendergli la vita un inferno proprio a causa dei suoi ideali? Sa, c'è stato un periodo in Italia dove succedeva persino che ti incarcerassero (mai sentito parlare di un certo Antonio Gramsci?) e ti ammazzassero perché ritenevano "sbagliati" i tuoi ideali. Non vorrei che per lei quel periodo storico fosse ispirazione di vita. Perché gli ideali della mia amica potranno pure essere "sbagliati", ma i suoi (non so se questo lo ha studiato quando era a scuola e poi all'università o le è sfuggito) oggi in Italia - grazie a tutti quelli che hanno combattuto per la libertà - sono fuorilegge.

mercoledì 9 aprile 2014

Disordine nuovo


Avete presente quelli che sposano una donna ricca e potente, ma non troncano mai il rapporto con l'ex fidanzata? Un'amante fa sempre comodo in un matrimonio d'interesse: quando la riccona comincia a schiavizzarti, hai sempre quell'altra fra le cui braccia rifugiarti. E non devi nemmeno fare la fatica di ricominciare ogni volta con una nuova, corteggiare, imparare gusti, assecondare capricci inediti.
E' esattamente quello che mi è venuto in mente guardando i simboli depositati per le prossime elezioni europee. Già, perché, distratti tutti (contagiati, come spesso avviene, da una certa comunicazione letteralmente del cazzo) dal simbolo del partito del bunga bunga, probabilmente in pochi si sono accorti che fra gli altri c'era pure quello con la quercia e la rosa che aveva già sostituito la piccola falce e martello nelle radici. I segni del tradimento c'erano già.
Sono a distanza di sicurezza, appena tre posti fra l'uno e l'altro: prima c'è quello nato da madre incerta e padre democristiano (affettuosamente chiamato Pd) e poi quello dei Ds.
No, tranquilli, alla fine non la presenteranno la lista. E' messa lì come deterrente, per evitare che qualche altra amante pretenziosa prenda il posto della prima. Ma non torneranno dalla fidanzata e non lasceranno la moglie: quella è una tradizionale famiglia cattolica basata sull'ipocrisia, con amante compresa nel prezzo. Al massimo, qualche volta lui porterà in giro la sua ex per farsi bello con gli amici. Oppure si ritroveranno a Torino, per una due giorni scopa e fuggi, nella casa di Gramsci trasformata in albergo di lusso: l'apoteosi del tradimento. Per sua fortuna Gramsci è morto e non dovrà patire l'ulteriore pena del disordine nuovo.

venerdì 30 dicembre 2011

Antonio Gramsci - "Odio il capodanno"

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosíla data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.



(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916 su l'Avanti!, edizione torinese, rubrica "Sotto la Mole")