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giovedì 8 febbraio 2018

Incoscienza di classe

Qualche giorno fa sono entrata in un negozio di abbigliamento della mia città e ho fatto il giro al contrario, cominciando dalla cassa: perché era lì che avevo avvistato la prima commessa e perché ero entrata esclusivamente per manifestare la mia solidarietà alle impiegate, dopo la decisione dell’azienda di chiudere i punti vendita in tutta Italia, con conseguente sterminio di massa dei dipendenti.
E lì ho avuto una vertigine, quando la ragazza mi ha guardata come per dire «ma questa pazza che cazzo dice?» liquidando la questione con un «e vabbè, signora, non è un problema!».
Non è un problema? No, evidentemente non è un problema e il problema sono io, perché poi ho continuato a girare per il negozio per annusare gli umori ed è arrivata la seconda vertigine: commesse sorridenti (va bene che rientra nei vostri compiti, ma incazzatevi almeno stavolta!) e clienti – quelle che lo sapevano già e le altre che lo apprendevano in quel momento -, tutte, la cui unica preoccupazione era «e adesso dove vado a comprare i vestiti?». Con commessa solerte e sempre più sorridente pronta a consolarle: «mi apro un negozio con i vestiti che vi piacciono, tanto li conosco i vostri gusti». Fosse facile. Fosse facile fare un investimento iniziale, pagare l’affitto, ordinare uno stock di abiti, versare le tasse, farsi estorcere il pizzo che in questa città è una tassa che si paga pure per respirare e che nei negozi pagano pure i clienti (per via dei prezzi maggiorati) e non solo i gestori.
Ho capito che dovevo andarmene, la vertigine aumentava. Sono ripassata dalla cassa per scambiare altre due parole con quella ragazza, che ancora una volta – con il suo ottimismo della volontà (o dell’incoscienza?) - ha inferto un duro colpo al mio pessimismo della ragione. In pratica il suo ragionamento era questo: ho 23 anni, vuole che non trovi subito un altro lavoro? Pro forma, quasi per farmi contenta, ha aggiunto di mala voglia: «Certo, mi dispiace per le altre che sono più grandi, ma…». Già, ma: «ma bisogna essere positivi altrimenti le cose positive non succedono», come fosse colpa o merito del Fato. Nessuna presa di coscienza (e quanto fa male a cinquant’anni da quella presa di coscienza giovanile collettiva, di studenti operai operaie impiegati impiegate, che fu il Sessantotto), individualismo allo stato puro, nessun vago pensiero sindacale, nessuna solidarietà di classe: io so’ io perché ho 23 anni e voi che ne avete 30 e siete già “vecchie” non siete un cazzo. E cazzi vostri. Senza rendersi conto che, appena avranno finito di dire alle sue compagne di lavoro che sono troppo vecchie per essere assunte, lo diranno a lei che nel frattempo – fra un curriculum e l’altro, fra un colloquio e l’altro, fra una proposta indecente e l’altra – di anni ne avrà compiuti 24, 25, 26, 27… e sarà troppo vecchia per il mercato della carne fresca.
Mentre a me resterà la rabbia e il sospetto che al momento della formazione, oltre a insegnare loro come essere gentili con le clienti, a sorridere, a convincere la signora taglia 54 di essere portatrice sana di una 42, che «le sta benissimo!», le abbiano anche lobotomizzate ed educate a dire «sì, grazie» e a sorridere anche al signor padrone e a diventarne “complici” fingendo serenità per non metterne a rischio i profitti, mentre lui sta facendo a pezzi le loro vite.

Avrei voluto urlarle: «Alice, sveglia, questo non è il paese delle meraviglie dove ci sono solo un coniglio nevrotico e adorabili animaletti colorati: questo è il paese degli orchi». Invece ho salutato e me ne sono andata, a capo chino come se dovessi vergognarmi di qualcosa. O come se avessi appena preso atto di una sconfitta: perché so che quella ragazza non ha colpa, ma abbiamo colpa tutti noi della sua incoscienza di classe.

lunedì 8 gennaio 2018

Incentivi alla sterilità

Mettiamo che dopo il parto abbiano ripreso un’ottima forma, mettiamo che siano tutte magre, mettiamo che siano in fila indiana come se stessero aspettando di pagare un bollettino alla posta per iscriversi a un concorso per un posto di lavoro, mettiamo che dritte in piedi e senza respirare occupino in profondità uno spazio di 40 centimetri, vuol dire un chilometro e duecento metri di fila d’estate e con i vestiti leggeri. O, se la vogliamo fare più facile, prendiamo il comune di Enna, un po’ più di ventisettemila e trecento abitanti, un tasso di disoccupazione insostenibile già così, e disoccupiamoli tutti i suoi abitanti, donne e uomini, vecchi e giovani. Ecco, riuscite a immaginare? Un’intera città, capoluogo di provincia, abitata da morti viventi.
Ora tornate a pensare alle donne dopo il parto e finché il bimbo o la bimba non è ancora in età da asilo, perché è di loro che si sta parlando: 24.618, un po’ meno degli abitanti di Enna, 24.168 donne che hanno dovuto lasciare il lavoro malgrado o forse proprio a causa delle mancette da 80 euro al mese (poi peraltro dimezzate) con le quali i vari governi e quelli renziani ancor di più hanno tentato di gettare fumo negli occhi parlando addirittura di incentivi alla natalità. Incentivi alla natalità? Le donne che hanno dovuto lasciare il lavoro lo hanno fatto perché non ci sono asili nido a sufficienza o perché non si possono permettere – e certo non possono farlo con 80 o 40 euro al mese - di pagare una persona che si occupi dei loro bimbi quando loro sono al lavoro o perché non hanno nonni a portata di passeggino, o per tutte queste cose insieme.
E poi forse anche per un’altra ragione che andrebbe indagata prima di dire che fra le cose buone (?!) del governo Renzi c’è pure l’abolizione della lettera di dimissioni in bianco: perché siamo sicuri che i padroni il modo per aggirare la legge non lo abbiano trovato come sempre? E siamo sicuri che una parte di queste donne non sia stata costretta a dare dimissioni “volontarie” a causa del mobbing che solitamente viene riservato alle donne che fanno figli? Del resto, in Italia succede anche a quei pochi uomini che decidono di occuparsi dei figli: è di oggi la notizia di un pubblicitario che, tornato al lavoro dopo un congedo di paternità, ha trovato la sua scrivania occupata da un altro, è stato demansionato, poi inserito in un elenco da dipendenti da mettere in cassa integrazione e infine costretto ad andarsene.
Allora forse – in mancanza di quelle misure serie che consentirebbero alle donne e agli uomini di vivere serenamente la maternità e la paternità – dovrebbero smetterla di prenderci per il culo sulle gioie della maternità e cominciare a classificare i ridicoli 80 o 40 euro come incentivi alla sterilità. Magari vincolandoli all’acquisto di preservativi in confezioni formato famiglia.



mercoledì 27 settembre 2017

Morti nere

Ieri ne sono morti altri due. Per trovare notizie che li riguardassero ho dovuto scorrere fino in fondo la pagina del sito di un grande quotidiano nazionale. Prima c’erano le elezioni in Germania, lo scandalo dei baroni universitari, gli arresti per ‘ndrangheta in Lombardia; poi i vaccini, lo ius soli; in mezzo una serie di menate: principi che camminano mano nella mano, Noemi Letizia che si separa dal marito dopo tre mesi di matrimonio, i baci Perugina con i bigliettini in dialetto, una miss che cade in piscina. Alla fine, molto alla fine, li ho trovati: cronaca locale, poche righe. Chi se ne frega.
Tiziano aveva 41 anni: è precipitato a Foggia dentro un silos di grano dopo essere stato colpito dalle esalazioni ed è morto soffocato. Di lui le cronache non ci dicono nient’altro.
Mario di anni ne aveva 38 e aveva pure una moglie e due figli piccoli. È morto poco distante, a Stornara, schiacciato da una fresatrice mentre lavorava nei campi.
Curioso: il frumento e la terra, cioè i simboli della vita, che ti danno la morte. Ma il frumento e la terra non c’entrano niente con queste che chiamano «morti bianche» e invece sono nere come l’omicidio: omicidio sul lavoro in un Paese dove il lavoro non c’è e quando arriva te lo prendi comunque sia, senza andare troppo per il sottile, senza rivendicare tutele e misure di sicurezza. E quando muori, avanti il prossimo. Così possono dirci che c’è un occupato in più.
Tiziano e Mario sono solo gli ultimi di una lunga serie. Soltanto a settembre da nord a sud ne ho contati almeno una dozzina. Molti forse non ce li raccontano. E non ci raccontano nemmeno gli infortuni sul lavoro perché spesso non vengono nemmeno denunciati per non rischiare il licenziamento. Se vai a cercare i dati, scopri che nei primi sette mesi 2017 le morti sul lavoro sono aumentate dell’1,3% e gli incidenti del 5,2%. Settembre ancora non c’era in questi numeri. Fra qualche tempo scopriremo che il mese della ripresa del lavoro ha fatto riprendere anche morti e infortuni.
Ci saranno gli articoloni nel momento dei dati ufficiali e delle dichiarazioni ministeriali, ma gli altri giorni soltanto qualche “breve”, poche righe, un operaio qua, un bracciante là, un nero forse non avrà nemmeno quello; vengono a rubarci il lavoro, non vorranno rubarci anche la morte?
Ma poi bisogna fare spazio alle notizie che ci fanno fare tanti clic e fanno guadagnare gli editori: le stesse che un secolo fa venivano affidate agli strilloni, le stesse che secondo alcuni “maestri” di giornalismo meritano un posto in prima fila. Già, quelli che si credevano padroni, organici al sistema, e invece erano le colf dei padroni, ci spiegavano che nella gerarchia delle notizie bisognava tenere presente la regola delle tre S: sesso, sangue e soldi. E qui oggettivamente di sesso, dopo una giornata che ti ammazzi di lavoro, non vuoi sentirne parlare, nemmeno di quello “canonico”, che non fa notizia; soldi non se ne vedono, solo paghe che somigliano a elemosine, la grande finanza nemmeno se ne accorge, i ministri economici se ne sbattono; e, quanto al sangue, sì, c’è: ma non è quello che interessa agli sciacalli, ai cultori della curiosità malata, a quelli che cercano tutti i particolari in cronaca e più sono raccapriccianti e più godono.
Un morto sul lavoro non ha appeal, non serve ai governi per raccontarci palle sull’occupazione, non attira gli inserzionisti pubblicitari. Un morto sul lavoro non esiste. Ma forse, al contrario, sarebbe ora che qualche direttore di giornale e qualche giornalista decidessero un atto di insubordinazione, stravolgendo le gerarchie classiche, capovolgendo l’ordine delle notizie. Perché il prodotto cambia se invece che il mostro in prima pagina ci sbatti il morto (sul lavoro).

Così forse si capisce quali sono le priorità, senza dover arrivare in fondo. Senza toccare il fondo.