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lunedì 9 gennaio 2017

La malattia dei selfie

Io glielo dico sempre a Roberta che no, non ne voglio sentire, ma lei non mi vuole ascoltare. A sua discolpa, devo dire che ha quasi la metà dei miei anni e perciò la sua è la generazione dei selfie. Il problema (si fa per dire) è che noi due abbiamo scritto insieme un libro e, ad ogni presentazione che facciamo, lei arriva e subito mi fa: ora ci facciamo un selfie.
Ormai è diventato un gioco, un gioco dispettoso: più io mi rifiuto, più puffa brontolona ripeto “io ooodio i selfie”, e più lei insiste. E alla fine mi costringe. Con il risultato che vengo peggio di quanto già non venga nelle fotografie normali.
Ma adesso finalmente ho una motivazione scientifica (oltre a quella “paturniale”). Pare infatti che i selfie facciano male, per quanto per motivi diversi, sia a chi li fa che a chi li “riceve”, cioè è costretto a guardarli. Tanto che qualcuno ha anche inventato un termine nuovo, selficidio, che fra l’altro tecnicamente non è nemmeno corretto visto che la “vittima” non è il selfie ma chi lo subisce. Ma tant’è.
Insomma in India sei ragazzi sono finiti in ospedale: la loro malattia si chiama disordine dismorfico del corpo. In pratica sentono un bisogno irrefrenabile di fotografarsi, lo fanno, si guardano, si vedono brutti, notano tutti i difetti fisici del mondo, il naso storto, gli occhi a palla da biliardo, i brufoli tipo polenta in ebollizione, e gli vengono le crisi isteriche.
Le stesse, a quanto pare, che vengono ai “fruitori” dei selfie altrui: quelli cioè che vedono sui social i loro amici belli e felici e sono dilaniati dall’invidia, gli si prosciuga l’autostima e cadono in depressione.

Che poi se ti viene la rabbia a vedere la felicità dei tuoi amici, a prescindere dai selfie vuol dire che qualche problema ce l’avevi già: anzi, direi che sei proprio stronzo. O sei un amico fasullo. E questa è davvero una malattia grave.

sabato 25 luglio 2015

Ti è piaciuto?


Avete presente quei maschi che, un istante dopo il momento culminante del finale travolgente, ti chiedono se ti è piaciuto? Che poi sarebbe come andare in salumeria a comprare le uova e chiedere se sono fresche. E cosa volete che vi risponda il salumaio, che sono quelle avanzate dal comizio di Salvini di tre mesi fa?
Ora, a parte che non è una performance artistica (ma è inutile ripetervelo, tanto non lo capirete mai), se fate quella domanda i casi sono due: o la considerazione che avete di voi stessi e del vostro pisello è ad altezza marciapiedi o la vostra presunzione - e conseguente certezza di meritare un Nobel in scopologia - è al livello della cima dell'Everest. E in ognuno dei due casi dovreste farvi vedere da uno bravo.
Che so, per esempio dagli scienziati dell'American Psychiatric Association che - mutatis mutandis, ma non troppo se ci riflettete bene, perché sempre di prestazioni si tratta e forse di un surrogato di prestazione sessuale - hanno certificato l'esistenza di una malattia, chiamata "Selfitis", e del relativo malato. Psichiatrico. Come dire? Lo sospettavo. Insomma, dicono gli studiosi americani, che di psicopatici se ne intendono - non foss'altro che per la gran quantità di disturbati mentali che dalle parti loro se vanno in giro ad ammazzare la gente -, che se ti fai i selfie non hai tutte le rotelle a posto e manchi di autostima. Oppure, aggiungerei, nei hai troppa. E, come dicevano gli antichi, il troppo stroppia.
Io sarà che sono strana e non mi piace farmi fotografare figuratevi fotografarmi, l'unica cosa simile a un autoscatto che abbia fatto sono le foto alla macchinetta, quelle che servono a rifare i documenti con la faccia di una appena scappata da un manicomio criminale. Quindi questa cosa del selfie non la capisco. Che poi se hai meno di quindici anni e ti fotografi compulsivamente da solo o in compagnia posso anche capire che hai bisogno di conferme o che stai soltanto facendo un gioco con gli amici. Ma se - malgrado i brufoli da quattordicenne macdonaldiano - lo fai a quarant'anni, e per di più guidi un Paese, il sospetto che tu abbia qualche disturbo della personalità mi viene: tipo che sei un serial premier. E che, invece di fottere, preferisci comandare. Non rinunciando, però, a chiedere ogni volta: "Come sono andato? Ti è piaciuto?"

martedì 4 novembre 2014

Tutti insieme appassionatamente


Al liceo mi capitava di fare una versione dal latino o dal greco quasi all'impronta, ho studiato due lingue fin da bambina (quando era già tanto se ne studiavi una sola), ho frequentato la facoltà di Lingue, ho un titolo di traduttore conseguito al Centro culturale francese della mia città. Tutto questo non "per spacchiarmela", come si dice nella lingua della mia regione, ma per dire che non ho niente in contrario all'uso delle lingue straniere e che, anzi, non considero straniere ma sorelle tutte le lingue, morte, vive o malaticce che siano.
Però poi mi arriva un comunicato stampa che nelle prime otto righe contiene le parole brand, shooting, mood, social, selfie wall, location, e mi girano i coglioni. Perché mi viene in mente Matteo Renzi e il suo job act e tutti i suoi prisencolinensinainciusol che lui usa senza saper parlare l'inglese ma per parlare la lingua dell'imbroglio.
E da Renzi a Renzo il passo è breve: "Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L'accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que' due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d'incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell'accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere".
Pure a Renzo - che era un poveraccio ma non era stupido - giravano i coglioni intuendo l'inganno nelle parole di Don Abbondio: "Si piglia gioco di me? - interruppe il giovine. - Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?"
Ecco, Renzi, che vuol che noi facciamo del suo inglesorum e dell'inglesorum sotto vuoto spinto di politici improvvisati e giornalisti servi che usano brandelli di una lingua straniera per imbrogliarci? Un brand è un marchio. Esiste la parola in italiano. Come esistono "servizio fotografico", "stato d'animo", "autoscatto", "muro" e piano per il lavoro. Ma per voi piano per il lavoro significa piano per i licenziamenti e per voi esiste - ultimo grido della moda - un'unica categoria chiamata "operatori del lavoro", cioè un tutti insieme appassionatamente padroni e sfruttati.
Mi dispiace per lei, signor finto innovatore, ma io non le permetto - né a lei né a quel concentrato di vacuità rappresentato dai suoi adepti politici e giornalistici - di prendersi gioco di me: per me un padrone è un padrone e un lavoratore è un lavoratore e non possono stare dalla stessa parte. E a farvi fottere, per quanto mi riguarda, vi ci mando in italiano.