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lunedì 10 luglio 2017

Colori

Quando morì mia nonna mancavano due giorni al mio decimo compleanno. Per il funerale, mia madre mi fece indossare il cappotto celeste, quello “buono”. In quel periodo o poco dopo avevo anche un impermeabile arancio shining che per guardarlo ci volevano gli occhiali da sole, una mantella rossa da indossare su un abito di velluto antracite, d’estate un vestito rosso di “tela spazzina” e uno a riquadri blu e verde cupo che mi piacevano tanto, e un altro rosso con grandi pois bianchi o viceversa. Alle medie mi innamorai degli esistenzialisti e cominciai ad andare in giro in total black, pantaloni e dolcevita, mentre qualcuno mi guardava con compassione credendomi a lutto e io ricambiavo lo sguardo con snobistico disprezzo. Al liceo arrivarono i gonnelloni a fiori, i blue jeans sfrangiati, d’inverno i pullover jacquard da far impallidire il signor Pantone (al secolo, quello scorso, Lawrence Herbert) e l’eskimo “couleur noisette” come il cappello della filastrocca, in realtà l’unica cosa scialba della mia vita ma comunque preferibile al verde militare che mi fa paura come la guerra, d’estate i pantaloni a zampa d’elefante giallo pappagallo.
Niente, per quanto cerchi di ricordare, escluso il fiocco sul grembiulino bianco delle elementari, il rosa non c’era. E francamente, per quanto mi sforzi, non lo trovo nemmeno nel guardaroba delle mie compagne di scuola, amiche disimpegnate o compagne di lotta. Eravamo per questo meno “femmine”? Forse per qualche maschio che ci avrebbe voluto chiuse a casa a preparare il corredo, anziché in strada a manifestare per i nostri diritti, persino quello di vestirci come cazzo ci pare, non eravamo abbastanza femmine, o eravamo troie, ma in linea di massima neppure alle più “accondiscendenti” era imposto il rosa come il colore obbligatorio per la femminilità, quasi una lettera scarlatta all’incontrario.
Poi è successo qualcosa che coincide con una strana idea di successo – le Tv, i lustrini, lo sfavillio dei soldi, qualcuno più qualcuno di altri che dava voce ai tanti che vorrebbero le donne come pezzi di carne da sbranare a piacimento, seguendo “l’istinto” - e siamo stati risucchiati (tutti e tutte) in questo vortice spaventoso che ci impone la vie en rose a qualunque età. Rosa dalla punta dei capelli fino all’alluce, come ciclopiche coppe di panna montata alla fragola da far venire il diabete persino ad Hänsel e Gretel. Pure la pubblicità di un’agenzia immobiliare - come non bastassero abitini, scarpine, cappellini, guantini, uovini di pasquina, patatine frittine, cucinine e via così stucchevolando – pretende il color porcellino per l’abitazione della bimba, che la sua casa la vuole «tutta bianca e rosa!». Praticamente una gigantesca Big Bubble.
Dopo di che, dopo i libri rosa, le vacanze in rosa, i giornali rosa, la cronaca rosa che ci racconta i cazzi degli altri, le quote rosa che rischiano di diventare gabbie rosa, i governi in rosa soltanto perché, per gentile concessione e giusto per non avere rotti i coglioni, il capo dell’esecutivo – che è sempre maschio – ci ha messo qualche ministra, appena il minimo indispensabile però per non farci uscire dalla categoria “panda”, dopo tutta questa melassa in cui ci fanno annegare “du berceau au tombeau”, oggi il Corriere della Sera e il Giornale ci hanno dato il meglio del loro maschilismo (e che ve lo dico a fare che i corsi di formazione dell’Ordine dei giornalisti sul linguaggio di genere servono solo ad accumulare crediti?) incartando in una nuvola di tulle trasudante dolcificanti e coloranti  l’articolo sulla nomina di Francesca Re David alla segreteria nazionale della Fiom al posto di Maurizio Landini. Titolo del Corriere: “Una tuta rosa alla testa delle tute blu”. Analogo quello del Giornale: “Il trono di Re David, tuta rosa che fa sognare la sinistra”. Non ci resta che aspettare, appena si sarà insediata e comincerà a dare battaglia, che ci dicano quanto è “cazzuta”.

Gli articoli non li ho letti, mi sono fermata ai titoli, non avevo abbastanza Maalox a casa, ma già così avrei voglia di farvi neri.

venerdì 29 maggio 2015

Il vigile urbano

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Sono andata al supermercato dei vocaboli, perché mi avevano detto che c'era un 3x2 e, come sempre accade in questi casi, girando per gli scaffali mi sono fatta prendere la mano.
Così ho infilato nel carrello di tutto: documento, nota, avviso, comunicazione, diffusione, rendere noto/a, diffondere, distribuire, condividere, rinnovare la diffusione, ripetere la distribuzione e tutta una serie di altri vocaboli e locuzioni che potrebbero benissimo sostituire i termini circolare e circolazione. Ho comprato anche un libro di grammatica: un manuale di quelli semplici, da scuola elementare, dove ti spiegano per esempio come si accordano sostantivi, aggettivi e pronomi e ti raccomandano di rileggere e correggere il compito prima di consegnarlo.
Adesso faccio un bel pacchetto, ci metto su un fiocco e lo mando in regalo - in via dei Ciucci numero zero tagliato - al preside che ha confezionato questa circolare, resa nota oggi sul Corriere della Sera da Ernesto Galli Della Loggia:

"Circolare n. 44. Oggetto: circolazione circolari. Sono state presentate alcune rimostranze da parte di genitori dell'alberghiero e dei loro rappresentanza riguarda la mancata circolazione di alcune circolari. Si raccomanda di far circolare per le classi agli studenti tutte le circolari e di farle ricircolare per le classi uscite prima. Si raccomando di mantenere un flusso continuo di circolazione e ricircolazione delle circolari anche con l'ausilio attivo e fattivo all'istituto alberghiero degli studenti di accoglienza turistica".

Ciuccio è ciuccio, nessun dubbio. E proprio questo ciuccio, di cui Galli Della Loggia si è riservato di fornire nome e cognome a chi di competenza, in base alla riforma sulla buona clientela di Renzi, deciderà chi dovrà insegnare nella sua scuola e chi no. Pare che dietro la sua porta ci sia già la fila dei questuanti. Ma lui, con il suo animo da vigile urbano, non avrà problemi a dirigere il traffico: Circolaaare!


giovedì 23 aprile 2015

Ballon d'essai


La fregola di scoop fa i gattini ciechi. Insomma, tutti pronti a rivalutare Fornero, Padoa Schioppa e tutti i papà di figli sulla vicenda dei giovani che avrebbero rifiutato il lavoro all'Expo. Articolone indignato sul Corriere: ma come, rinunciano a uno stipendio da 1300 euro?
E giù il coro di vergogna, fannulloni, choosy, bamboccioni, scioperati e tutti quei commenti pronunciati con la bocca a culo di gallina da signori benestanti e anziani prima ancora di sapere di cosa si trattasse, forse soltanto per odio (invidia?) generazionale.
Ora io non so esattamente come siano andate effettivamente le cose e quindi non mi pronuncio. Però vorrei fare due o tre appunti.
1) Expo è una vetrina, ai giovani di questi tempi piace stare in vetrina (grandi fratelli e isole varie) e pagherebbero per farlo, perché a questo li ha allevati la società dell'immagine. Dunque, se hanno rinunciato, facciamoci venire il dubbio che ci sia un motivo.
2) Il sasso è stato già lanciato nello stagno e attraverso la condivisione sui social ha già prodotto migliaia di cerchi concentrici di indignazione nei confronti di questi giovani presunti fainéants: gli articoli continueranno a girare in rete, riappariranno ancora fra mesi, anche a Expo concluso, e tutti continueranno a indignarsi verso chi avrebbe dato un calcio alla fortuna senza che nessuno - e men che meno il primo giornale che ha lanciato la notizia (o era un ballon d'essai?) - si sia preoccupato di seguire una delle regole base del giornalismo e del buon senso, cioè intervistare l'altra parte, quella accusata. E, no, non fate i furbi: riprendere qualche commento da Facebook non è uguale a intervistare la controparte o più di una controparte e mettere a confronto le testimonianze.
3) Per tagliare la testa al toro ed evitare di gettare fango su un'intera generazione per l'eternità, magari si sarebbe potuto aspettare qualche giorno, guardare le carte e verificare se effettivamente - come sostengono molti di quelli che hanno rinunciato - i 1.300 euro al mese erano una bufala che si riduceva a 500 e, tolte le spese, a 100 e se poi il contratto ai ragazzi che hanno accettato è stato fatto realmente. Magari si sarebbe venduta qualche copia in meno, ma probabilmente si sarebbe evitato di innescare la solita guerra fra poveri che fa bene solo ai ricchi.
Ah, già, dimenticavo: il Corriere è "i ricchi".

venerdì 13 marzo 2015

Tutorial per il perfetto stalker


Non meriterebbe nemmeno parlarne, tale è il concentrato di squallore, ma scriverne può funzionare forse come antiemetico.
La vicenda è quella della lettera a pagamento (pubblicata oggi dal Corriere della Sera che evidentemente non si è preoccupato del messaggio che passava fra la gente quanto dei soldi che passavano nelle sue casse) di un presunto marito tradito alla moglie: una trovata pubblicitaria - si è scoperto dopo - per promuovere uno show di Sky che andrà in onda prossimamente con il titolo significativo di "Alta infedeltà". Storiacce di corna, insomma.
Ma di più in realtà: forse una sorta di tutorial, un corso universitario a distanza per il perfetto stalker. Perché questo presunto marito presunto tradito infarcisce la sua lettera di una serie di insulti, minacce e recriminazioni, ovviamente facendo la parte della vittima, tanto da suscitare i commenti solidali non soltanto degli uomini ma anche da parte di alcune donne.
Comincia chiamandola "amore mio", appellativo da cui trasuda odio à go-go, poi la accusa di essersi "fatta" una quantità infinita di uomini, parla delle "ombre" della moglie, del "buio" in cui lei lo ha fatto precipitare, dice di voler far conoscere a tutta Italia il suo "spregevole tradimento" (ma com'è che quando è una donna a farlo è "spregevole tradimento" e quando è un uomo "l'uomo è cacciatore"?) e poi confessa i suoi movimenti degli ultimi tempi - dando così una serie di indicazioni ai propri possibili seguaci -: di avere spiato la moglie, averla seguita, avere controllato il suo profilo Facebook, essersi intrufolato nella sua chat.
Solo un assaggio - immagino - delle indicazioni che verranno date in trasmissione. Mancavano solo gli sms per dirle che gli ha rovinato la vita, le telefonate ad amici e parenti per denigrarla, le minacce di suicidio per alimentare i suoi sensi di colpa. Ma sono fiduciosa: Enzo (così si chiama giocando sull'assonanza l'ormai ex marito di Lucia), il promesso separato, avrà largo spazio nel programma per spiegare agli uomini come si odiano le donne.