Visualizzazione post con etichetta Giovanni Falcone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Falcone. Mostra tutti i post

lunedì 2 febbraio 2015

Vilipendio di cadavere


L'economa del comune di Capaci, Antonia Di Martino, è stata rinviata a giudizio con l'accusa di avere sottratto le somme destinate nel 2012 alle commemorazioni per il ventennale della strage in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Bisognerà aspettare la fine del processo - come è ovvio - per sapere se è colpevole, ma se lo fosse quali sarebbero le parole per definirla? Perché qui oltre al peculato ci sarebbe lo sfregio, l'offesa alla memoria, il vilipendio di cadavere, lo sputo in faccia a chi ha dato la vita per salvare la Sicilia dalla mafia. E, in definitiva, la collusione con la mafia stessa.
Tutto questo racchiuso in una cifra ridicola - 1160 euro appena - per una persona che vive di uno stipendio di tutto rispetto e che dunque, grazie a quello stipendio, si immagina che avrebbe potuto chiedere un piccolo prestito alla sua banca. Nessuno stato di necessità, quindi, e nemmeno smodata avidità ma - peggio, molto peggio - disprezzo arrogante verso quei (pochi) servitori dello Stato che nello Stato ci credono al punto da sacrificargli la vita; e spregio verso le iniziative che servono a tenere viva la memoria, che è uno dei modi per fare lotta alla mafia. E se così fosse, se così sarà accertato, le uniche parole per definirla sarebbero tre: "montagna di merda".
A meno che la signora - forte del suo ruolo - non abbia sottratto 1160 euro qua, 1160 euro là fino a raggiungere una somma considerevole. In quel caso sarebbe "semplicemente" (si fa per dire) una ladra. Ma una ladra doppia: perché oltre ai soldi avrebbe rubato il lavoro a qualcun altro che magari lo avrebbe svolto onestamente.

giovedì 22 maggio 2014

Un macigno sulle nostre teste


Ogni volta che c'è un anniversario, cerco una foto da mettere su Facebook. Le parole mi sembrano banali, trite, retoriche. Cerco, minuziosamente, non una foto qualunque, giusto per far sapere che me ne sono ricordata, ma una che dia il senso dell'avvenimento da ricordare o che, in quel momento in cui le sto analizzando, esaminando, sfogliando, mi suggerisca una chiave di lettura o un'emozione nuova.
Ho fatto lo stesso stamattina, per contribuire nel mio piccolo a marchiare a fuoco nella nostra memoria quel 23 maggio 1992. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antino Montinaro, Rocco Dicillo. Le ho guardate e riguardate quelle foto. Ce n'era una che riprendeva dall'alto lo svincolo per Capaci, come se ci fossero lavori di sbancamento per un'autostrada ancora da costruire. C'era la lapide con i nomi. C'era quell'altra con i cartelli autostradali ben in vista, per dire che era successo proprio lì e sottolineare l'enormità dello sventramento.
Pugni nello stomaco, che si ripetono da 22 anni.
Poi mi è capitata sotto gli occhi quella dell'auto di Falcone. Chissà quante altre volte l'avrò vista. Eppure stavolta mi ha detto qualcosa in più. Non è stata l'auto sbrindellata, squarciata, accartocciata, i vetri in frantumi, gli sportelli divelti a colpire la mia attenzione questa volta, ma il cumulo di pietre sul tetto della vettura, come un unico grande macigno.
Ecco: volevano metterci un macigno sopra. E oggi ho la sensazione che stiano continuando ad ammassare macigni: su quell'auto e sulle nostre teste.

venerdì 28 giugno 2013

Piagnoni

Sergio De Gregorio ha raccontato di avere deciso di vuotare il sacco spinto dal padre, che gli sarebbe apparso in sogno. Forse ha avuto l'incubo del sole a scacchi e da sveglio si dev'essere accorto che l'inchiesta della procura di Napoli andava avanti e che non avrebbe avuto scampo. Dunque: meglio una spruzzatina di pentimento, che in un questo Paese così ipocritamente cattolico fa sempre sgorgare una lacrimuccia, con scuse a Prodi e sconto (di pena) annesso che vuol dire niente carcere. L'uomo che avrebbe potuto fornire a Cesare Lombroso materiale per scrivere un'intera enciclopedia ha raccontato del pacco di soldi presi in nero da Berlusconi per far cadere il governo di centrosinistra, aggiungendo però di non essere stato il solo senatore ad essere corrotto con la stessa finalità. E però - mica scemo -, dal momento che è il denaro che move il sole e l'altre stelle, dice che il nome dell'altro suo collega di corruzione lo farà soltanto in un libro che sta scrivendo e uscirà a fine estate. Potrei scommettere che ci faranno anche un film. Chi vive di soldi il modo per fare altri soldi lo trova sempre. Superpentito anche Lele Mora che - fallita la sceneggiata del finto suicidio un anno e mezzo fa - oggi si scopre Mora-lista e Mora-lizzatore: "Castigat plorendo mores". Si vergogna dello schifo annesso alla vicenda Ruby, chiede scusa ai giornalisti "comunisti", parla di "cibo avariato", abuso di potere e degrado; poetico, aggiunge di voler vedere "le stelle e il cielo azzurro". Commovente, davvero commovente. Se non fosse che il tipo che ha Faccetta nera come suoneria del telefonino sembra sia ormai con le pezze al culo e per di più anche per lui si avvicina il momento del redde rationem giudiziario. Una paccata di soldi per risanare il suo bilancio o una bella confessione fiume con lacrima annessa potrebbero cambiargli la vita. Non so a voi, ma a me suona un po' sospetto. Come le lacrime dell'altro piagnone colpito dall'epidemia redentoria degli ultimi giorni: il "padre di famiglia" Miccoli, che chiama "fango" Giovanni Falcone parlando al telefono con il figlio di un boss e poi convoca una conferenza stampa per far conoscere al mondo le sue grandi doti di attore melodrammatico capace di far sgorgare a comando fiumi di lacrime dai suoi occhi. Tante lacrime quanti soldi rischia di perdere se lo licenzieranno: "Da tre notti non dormo", ci ha informati il cittadino onorario del comune di Corleone, la Francesca Bertini de noantri, senza dimenticare un elenco di persone con cui scusarsi lungo quanto la formazione di una squadra di calcio. Come se non bastasse, ha aggiunto: "Quando finirà questa storia voglio fare il testimonial della legalità". Scusi sa, Miccoli, e anche voi altri due piagnoni, Mora e De Gregorio, ma quando finirà questa storia vorrei che vi trasformaste nelle stesse palle che raccontate e in quelle che vi fanno vivere da ricconi e che per una volta siano gli italiani a prendere a calci voi, facendovi versare lacrime vere e amarissime.

martedì 9 aprile 2013

Servizio (segreto) alla mafia

E così, dopo Berlusconi che se la prendeva con Gomorra e La Piovra che rendevano la mafia "più famosa che potente" e dopo Gianfranco Miccichè che non voleva si intitolasse l'aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino preferendo intestarlo a "figure positive" (e, se tanto mi dà tanto, vuol dire che per lui i due magistrati non lo erano), adesso eccone un altro. Dunque: oggi a Trapani c'è stata un'importante operazione della polizia che ha portato al sequestro di sei società degli imprenditori Morici e alla scoperta che una serie di appalti pubblici (fra i quali quello per la costruzione del porto, che avrebbe dovuto servire per l'America's cup del 2005 ma non è stato ancora completato) era stata affidata a loro grazie all'intercessione della mafia. Ebbene, cos'ha fatto il sindaco di Trapani? L'ex generale dei servizi segreti Vito Damiano (sponsorizzato nella sua campagna elettorale dal senatore del Pdl Antonino D'Alì, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa) ha telefonato al Questore e ha dato un colpo al cerchio e due - mortali - alla botte. Insomma Damiano prima si è complimentato con una serie di frasi di circostanza, ma poi "si è rammaricato tuttavia del negativo effetto mediatico che la notizia ha creato a livello nazionale", spiegando che quella che lui non chiama mafia ma "sacca di illegalità", è "un male che dobbiamo e possiamo contrastare con gli strumenti della legalità ma anche attraverso la proposizione di un'immagine positiva del nostro territorio e della nostra gente, prevalentemente onesta e laboriosa". Non nuovo, del resto, a simili uscite: già nel giugno scorso lo 007 de noantri aveva reso un altro servizio (segreto) ai boss sostenendo che "Non bisogna parlare di mafia. Perché le si dà importanza. E poi i giovani si spaventano". E allora, come si fa per gli agenti segreti, troviamole un nome in codice. Che so, magari zero zero. Nel senso dei cessi.