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martedì 21 aprile 2015

Straricco al 100%

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Gentile signor Armani, sono assolutamente d'accordo con lei: "La chirurgia estetica è un'idiozia".
E' su tutto il resto che non la seguo. Lei sostiene che un gay "è un uomo al 100%" e dunque non deve "vestirsi da omosessuale". Facile per lei: a parte che con il mestiere che fa se anche lei fosse un gran scopatore seriale di femmine la bollerebbero come gay "a prescindere", poi con tutti i soldi che ha lei può permettersi il lusso di essere quello che vuole senza che nessuno osi contestarla. Perché da noi funziona così: se hai i soldi puoi fare quello che vuoi (anche ammazzare, rubare, corrompere), altrimenti non hai nemmeno il diritto di vivere.
E qui di diritti si parla, che in alcuni casi - visto che gli altri si rifiutano di accettare la realtà - vanno rivendicati anche vestendosi in modo "strano". Che poi, francamente, intanto io di tutti i gay che conosco non ne ho mai visto uno vestito "da omosessuale" (intende, per caso, con piume di struzzo e lustrini in stile Cage aux folles? Ma dove li ha visti, se non al cinema?), e in secondo luogo se a un maschio machissimo piace indossare una camicia a grandi fiori colorati stile hawaiano, avrà il diritto di vestirsi come cazzo gli pare? Se poi parliamo di buon gusto, è ovvio che un indumento di quel genere non è il massimo della "sciccheria" né per un etero né per un gay e nemmeno per una donna. Come non lo è abbinare i colori come se si fosse stati risucchiati nel bel mezzo di una tempesta magnetica. Ma questo è un altro discorso.
Ho il timore che quello che la scandalizza sia appunto la rivendicazione dei diritti per tutti i gay - e non solo per gli straricchi al 100% come lei -, così come qualche decennio fa scandalizzavano i nostri gonnelloni a fiori e gli zoccoli ai piedi.
Quello che scandalizza me, invece, è che lei possa portare le sue società all'estero per evadere il fisco e poi uscirsene con una transazione.

lunedì 16 febbraio 2015

CCCPf

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Giornata fra donne, operatrici e tirocinanti di un centro antiviolenza della mia città. Donne giovani e femministe - quasi un ossimoro in quest'Italia tornata indietro di quarant'anni -, consapevoli e impegnate, qualcuna grazie alla prof del liceo che faceva leggere Simone de Beauvoir, qualche altra grazie alle insegnanti universitarie. Studi e tesi di laurea che in alcuni casi le hanno quasi "costrette", ma di buon grado, a cambiare i loro percorsi di vita e professionali.
Abbiamo parlato dei condizionamenti sociali, del lessico maschilista che volutamente ignora la professionalità delle donne, della violenza di genere che non c'entra niente con l'aggressività che può anche essere femminile, delle "scuse" che la società trova per giustificare gli uomini violenti, delle balle sul "raptus" e sull'eccesso di "amore", della trasversalità assoluta del fenomeno, del coinvolgimento emotivo che può provocare la telefonata di una donna vittima di violenza anche se poi sai affrontare la situazione e non lasciarti travolgere.
Mosche bianche, minoranza, rispetto al fiorire di culi, tette, lustrini, paillettes, carriere facili, ministeri senza competenze, sete di potere declinata al maschile, ma segno che non tutto è stato cancellato delle battaglie delle donne e che da questi piccoli nuclei si può ripartire, seminare e raccogliere.
Mi ha fatto pensare a un giornale che faceva mio figlio al liceo. Si chiamava CCCPf, che poi - senza la f - era l'Unione sovietica e anche il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti (anche se poi il capo ha fatto la fine che ha fatto: incattolicendosi e indestrandosi); ma se lo leggevi in dialetto e con la f era la sintesi dell'ottimismo della volontà: Curaggiu, cumpagni, c'a putemu fari, Coraggio, compagni, ce la possiamo fare. In questo caso: coraggio, compagne, ce la possiamo fare.