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lunedì 23 novembre 2015

Inc. Cool. 8 al quadrato


Ah, va bene. Quand'è così, mi vesto decentemente e mi trucco: un velo di fondotinta e il mascara per rendermi presentabile. Hai visto mai.
Dice l'Ansa che ora mi assumono. Cioè non è che dica proprio così, ma è come se: foto con mimosa d'ordinanza in primo piano, mani femminili che scorrono sulla tastiera di un computer e poi il titolone, grazie al quale la "prima agenzia di informazione multimediale in Italia", come la definisce Wikipedia, supera se stessa e raggiunge i livelli della Stefani. Insomma roba che manco l'Unità sfondata da Matteo Renzi. E meno male che l'argomento li ha costretti a non mettere l'immagine di una donna con il "mocio" in una mano e il secchio nell'altra.
Eccolo il titolo: "Istat: occupazione donne torna al top". Minchia! E com'è che finora non me ne sono accorta? Magari sono solo io che non me ne sono accorta, visto che ormai più che cercare lavoro dovrei cercare pensione. Magari per le trentenni e le quarantenni le cose cominciano a girare per il verso giusto.
Il mio difetto però è che vado oltre il titolo: io ho questo brutto vizio, che gli articoli li leggo. E poi vi vorrei denunciare per abuso della credulità popolare, perché voi lo sapete bene che i più leggono soltanto il titolo.
L'attacco dice che "L'occupazione femminile riaggancia i suoi massimi: torna al 50,9%, valore più alto dall'inizio delle serie (avviate nel '93), toccato solo due volte e mai superato. E' quanto emerge da dati Istat sul secondo trimestre 2015 per la fascia fra i 20 e i 64 anni".
E dov'è la fregatura? Eccola, arriva subito dopo, tanto la plebaglia si è già distratta con altri titoli: "Ma il rialzo è pressoché esclusivamente dovuto alle over-54, su cui ha influito la riforma delle pensioni". Quindi, come direbbe Maurizio Crozza, è un' "Inc. Cool. 8". Al quadrato però: perché non solo non è vero che aumenta il numero delle occupate ma per di più quelle che hanno lavorato una vita e vorrebbero finalmente ritirarsi (magari lasciando il posto a chi ha ancora voglia ed energia) non possono farlo grazie alla legge della madonna piangente Elsa Fornero. Ed è solo grazie a queste, costrette al lavoro come se fosse un ergastolo, se il tasso non si schianta.
Infatti, continuando a leggere, si scopre che in tutto si tratta di poco più del 50% di donne occupate, che è all'incirca la stessa cifra di vent'anni fa, che la percentuale è ben lontana dai "target europei" fissati per il 2020 e da quella attuale degli uomini italiani occupati (oltre il 70%), che le giovani donne - quelle "nella fascia d'età tra i 25 e i 34 anni" - invece che trovarlo il lavoro lo perdono. Però secondo la Stefani, pardon, secondo l'Ansa, "si può dire che si è messa una toppa alla crisi che aveva fermato la crescita dell'occupazione femminile". Come quella che avete messo voi scrivendo cose più o meno corrette sotto un titolo truffaldino.
Matteo Renzi ringrazia. Io intanto mi vado a struccare: la recita è finita.

giovedì 23 aprile 2015

Ballon d'essai


La fregola di scoop fa i gattini ciechi. Insomma, tutti pronti a rivalutare Fornero, Padoa Schioppa e tutti i papà di figli sulla vicenda dei giovani che avrebbero rifiutato il lavoro all'Expo. Articolone indignato sul Corriere: ma come, rinunciano a uno stipendio da 1300 euro?
E giù il coro di vergogna, fannulloni, choosy, bamboccioni, scioperati e tutti quei commenti pronunciati con la bocca a culo di gallina da signori benestanti e anziani prima ancora di sapere di cosa si trattasse, forse soltanto per odio (invidia?) generazionale.
Ora io non so esattamente come siano andate effettivamente le cose e quindi non mi pronuncio. Però vorrei fare due o tre appunti.
1) Expo è una vetrina, ai giovani di questi tempi piace stare in vetrina (grandi fratelli e isole varie) e pagherebbero per farlo, perché a questo li ha allevati la società dell'immagine. Dunque, se hanno rinunciato, facciamoci venire il dubbio che ci sia un motivo.
2) Il sasso è stato già lanciato nello stagno e attraverso la condivisione sui social ha già prodotto migliaia di cerchi concentrici di indignazione nei confronti di questi giovani presunti fainéants: gli articoli continueranno a girare in rete, riappariranno ancora fra mesi, anche a Expo concluso, e tutti continueranno a indignarsi verso chi avrebbe dato un calcio alla fortuna senza che nessuno - e men che meno il primo giornale che ha lanciato la notizia (o era un ballon d'essai?) - si sia preoccupato di seguire una delle regole base del giornalismo e del buon senso, cioè intervistare l'altra parte, quella accusata. E, no, non fate i furbi: riprendere qualche commento da Facebook non è uguale a intervistare la controparte o più di una controparte e mettere a confronto le testimonianze.
3) Per tagliare la testa al toro ed evitare di gettare fango su un'intera generazione per l'eternità, magari si sarebbe potuto aspettare qualche giorno, guardare le carte e verificare se effettivamente - come sostengono molti di quelli che hanno rinunciato - i 1.300 euro al mese erano una bufala che si riduceva a 500 e, tolte le spese, a 100 e se poi il contratto ai ragazzi che hanno accettato è stato fatto realmente. Magari si sarebbe venduta qualche copia in meno, ma probabilmente si sarebbe evitato di innescare la solita guerra fra poveri che fa bene solo ai ricchi.
Ah, già, dimenticavo: il Corriere è "i ricchi".

martedì 28 gennaio 2014

Stay foolish, stay angry


"Time to make a choice". E ti pareva che anche adesso non spuntasse un altro riccone provinciale pronto a dire la sua - in inglese, of course - e a manifestare la sua irriducibile voglia di zerbinaggio nei confronti delle multinazionali e la sua irrefrenabile pulsione a metterla "in the bottom" ai lavoratori. Da choosy a choise il passo è breve, è "tutta una calata": la discesa agli inferi della cancellazione totale dei diritti dei lavoratori cominciata con la legge Biagi di Berlusconi e proseguita con gli altri governi di destra, da Monti a Letta.
Sicché il giovane Davide Serra, renziano della prima ora, montiano dopo la sconfitta di Renzi alle prime primarie, rirenziano dopo il sacco definitivo del Pd da parte della destra e anzi finanziatore elettorale (con i soldi delle Cayman?) dello spregiudicato che fa accordi con il pregiudicato, insomma quello lì, l'amministratore delegato di Algebris, fra un binomio e una radice quadrata, ha decretato che Electrolux Italia deve ridurre gli stipendi ai lavoratori: niente "ideologie da Urss" - ringhia fingendo di cinguettare - e soprattutto "Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi". Augh. Anzi, no: "Time to make a choice". Che sarebbe, appunto, la benedizione al ricatto dell'azienda ai lavoratori: o vi accontentate di mezzo stipendio o me ne vado in Polonia.
Ma il punto (il dramma) è che se il padrone è naturally bastardo, i colonizzatori svedesi possono permettersi di considerare gli italiani come lavoratori da terzo mondo perché i governi degli ultimi anni (e non oso pensare cosa accadrà con lo sbruffone fiorentino) hanno fatto della distruzione del mondo del lavoro e dei diritti dei lavoratori la ragione stessa della loro esistenza. Con presunte "riforme" del lavoro vendicative - e con la quasi totale complicità dei sindacati - nei confronti dei lavoratori.
Beh, io se dovessi dire qualcosa in inglese a questi lavoratori ricattati pronuncerei ben altre parole: stay foolish, stay angry. Ma molto angry. E fategli il culo.

sabato 31 agosto 2013

Chiacchiere da bar

Voi lo sapevate che in Italia c'è un garante per l'infanzia e l'adolescenza? Io no. Lo ammetto: devo essermi distratta e questa notizia mi è sfuggita. O finora la sua esistenza non ha avuto modo di palesarsi. Insomma io l'ho scoperto da un paio di giorni, grazie a (i soldi che sta tirando fuori per) uno spot radiofonico che ti rimanda a un sito. Anzi, ti invita proprio ad andarci, se hai più di tredici anni. Che già, detta così, fa pensare a un film vietato ai minori. E comunque io ne ho molti di più e ci sono andata. Il film effettivamente c'è. E l'oscenità sta nel fatto che per realizzarlo - il solito, banalissimo mosaico di facce giovani e di colori diversi che ti raccontano come vorrebbero il futuro - avranno certamente pagato fior di quattrini ad un pubblicitario di professione quando avrebbe potuto farlo una classe di studenti liceali ai primi approcci con una telecamera. E questo è tutto. Anzi, quasi tutto in un sito che più "under construction" e minimalista non si può. Ma non poteva mancare la frase che tutti i potenti usano (e i potenti Usa soprattutto quando stanno per fare un'altra guerra, ma questo è un altro discorso) un attimo prima di renderti oggetto di sodomia: "I have a dream". Con Martin Luther King che si centrifuga nella tomba. L'onirica letterina - una quindicina di righe in tutto - prosegue spiegando che il garante vuole sensibilizzare sul tema dei razzismi del nostro Paese, raccogliere le istanze dei giovani e in qualche modo fare da intermediario con le istituzioni. Full stop. Point final. Punto e basta. Insomma, mi sono andata a documentare: il garante (democristiano abilmente spalmato su tutto l'arco costituzionale e con l'aspetto da studente salesiano) è stato nominato nel novembre del 2011, durante il governo dei banchieri, dai presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, qualche mese dopo che l'Autorità era stata istituita, su sollecitazione dell'Unione europea, in pieno governo pedofilo e mentre i parlamentari della maggioranza si stracciavano le vesti per dimostrare le parentele altolocate della minorenne favorita del principe. Praticamente inattiva per un anno perché non c'era un regolamento organizzativo e soprattutto non c'erano ancora i soldi per farla funzionare. E' partita - si fa per dire - soltanto nell'ottobre 2012 quando fu stanziato un milione e mezzo di euro l'anno per il funzionamento, poi ridimensionato a un milione. Ma sempre un botto di soldi è. Da cui prendere lo stipendio del Garante, che - ci dicono - non può superare i duecentomila euro l'anno. A quasi un anno di distanza (in coincidenza - precisa il Garante - del cinquantennale dello storico di MLK), l'Autorità lancia la sua martellante campagna invitando i ragazzi a mandare file video o audio per parlare dei loro sogni. Dunque, da quello che si intuisce, nell'anno intercorso da quando sono stati trovati i soldi ad oggi, l'Autorità ha affidato l'incarico di creare un sito internet; ha affidato l'incarico di aprire una casella di posta elettronica; ha affidato l'incarico di confezionare il video contro il razzismo; ha affidato l'incarico di realizzare lo spot radiofonico; ha affidato l'incarico di mandarlo a tappeto sulle radio. E il garante cosa ha fatto durante questo stesso anno in cui ha preso lo stipendio? Ha esternato. Ha detto che i tagli lineari hanno penalizzato l'attività dell'istituzione, ha lamentato la chiusura di ospedali pediatrici, si è compenetrato nei problemi dei bambini costretti a vivere in carcere con le loro madri, ha accusato (e su questo possiamo sottoscrivere ad occhi chiusi) la ministra Fornero di essersene fottuta. Sembra che abbia anche tenuto dei discorsi in Parlamento in difesa dei bambini. E poi dichiarazioni tipo: l'Italia non è un Paese per bambini oppure l'Italia non tutela i migranti. Inutili chiacchiere da bar, insomma, che servono solo ad alimentare altre inutili chiacchiere da bar come quelle che faccio io su questo blog.

mercoledì 9 gennaio 2013

Massimo Catalano ministro del Lavoro

"È meglio lavorare poco e fare tante vacanze, piuttosto che lavorare molto e fare poche vacanze". I più giovani non se lo ricordano sicuro, qualcuno - la gran parte di quelli che si trovano a fare i conti con una disoccupazione da brivido - non era ancora nato ai tempi di "Quelli della notte" e di Massimo Catalano personaggio surreale campione di ovvietà. E non sanno che si sono persi. Per fortuna che c'è LA Fornero che lo sostituisce egregiamente. Intervistata ieri a Radio Capital a proposito della pubblicità McDonald che - non potendo più contare sui suoi panini lardosi capaci di attrarre soltanto qualche cerebroleso con sfumatura alta - cerca di richiamare clienti parlando di sé come di un'azienda che assume (ma lontana dai fasti del primo Berlusconi che prometteva un milione di posti di lavoro: questi sono solo tremila), dove si fa carriera in un lampo e i dipendenti sono realizzati, sorridenti e soddisfatti, all'obiezione della Cgil che fa notare come si tratti spesso soltanto di contratti a tempo determinato, IL ministro ha detto una cosa alla Catalano: "Anche un lavoro a tempo determinato è meglio dell'assenza di lavoro". Ma che cazzo dici? Va bene che fra poco tornerai per nostra fortuna ad essere la signora snob da tè delle cinque che dà del tu alla donna di servizio con la scusa che la considera una persona di famiglia (pronta a licenziarla, ci scommetto, se la cameriera si permette di ricambiare la confidenza), ma al momento sei ancora IL ministro (maschio, perché sei peggio di un maschio): posso dirlo io dopo anni di disoccupazione, possono dirlo le migliaia di miei coetanei ultracinquantenni disoccupati da anni che neppure rinunciando alla loro professionalità, alle loro lauree e alle loro specializzazioni trovano più uno straccio di lavoro, possiamo dirlo noi che anche un tempo determinato o un part-time o un lavoro squalificante è meglio che niente. Tu no: tu sei il ministro e devi trovare soluzioni. Fortunatamente con te (ti do del tu perché ti considero una di famiglia, visto che ti aggiri quotidianamente per le nostre case e che presto prenderai un calcio in culo come la cameriera che mette la polvere sotto il tappeto) e con il governo del tuo degno amico Mario Monti fra meno di due mesi non avremo più niente a che fare. Perché una volta alle urne gli italiani risponderanno quello che ha risposto qualche giorno fa una signora anziana (e fino a quel momento assolutamente mite) a una giornalista che le chiedeva cosa volesse dire al governo che ci ha ridotti così: "Lipozzinammazzalli". Dopo di che chiunque andrà a fare il ministro del Lavoro, persino Massimo Catalano, difficilmente farà peggio di Elsa Fornero.

sabato 10 novembre 2012

Lettera per la ministra alle zucchine

Leziosa ministra alle zucchine, vorrei cogliere l'occasione fornitami dal suo côté bucolico, che certamente è sintomo di grande sensibilità (delle zucchine, che infatti appena la vedono arrivare scappano come le incrostazioni del cesso alla vista dell'acido muriatico), per intrattenerla sugli ultracinquantenni choosy. Mi perdoni l'attacco in linguaggio antico (parentesi fra parentesi), ma ieri sera mi sono imbattuta in una pessima imitazione di retorica dannunziana e ho pensato che fosse il registro linguistico adatto a una fascista come lei. Torno nei miei panni: mi ci trovo meglio. La sua attività agricola, è chiaro, deve impegnarla molto - produrre cetrioli per milioni di sudditi non è uno scherzo che si fa in un paio d'ore andando a respirare oltre il giardino - e magari il tempo di leggere i giornali non ce l'ha, perciò ho pensato di darle una mano facendole il quadro della situazione. Dei giovani abbiamo già detto: sono monotoni, schizzinosi, capricciosi, fannulloni, svogliati e tutti quei termini che solo una professoressa da seconda media come lei (e i suoi colleghi) è capace di produrre. Ci manca solo che dica che "potrebbe fare di più, ma non s'impegna", con la variante "è intelligente, ma potrebbe fare di più", ed è perfetto. Ora dunque le parlo dei Cinquanta&più: quelli che hanno perduto il lavoro e che prima o poi finiscono sul giornale con la tanica di benzina e l'accendino in mano. Perché prima le hanno provate tutte. Ne conosco una quantità impressionante. Alcuni hanno dei curricula lunghi come autostrade che potrebbero andar bene per essere assunti dalla multinazionale Grillo&Casaleggio. Quasi tutti mentre erano all'università hanno fatto lavoretti - dal cameriere alla baby-sitter -, chi per non pesare sul bilancio familiare, quelli più fortunati per rivendicare la propria indipendenza, ma comunque consapevoli di dovercela fare da soli. Hanno fatto anni di gavetta e pelatura di patate, ma sono arrivati, hanno fatto carriera, "stimati professionisti", gente che si fa un culo così e non gli pesa perché ama il suo lavoro. Poi un giorno ti licenziano e non hai nemmeno la possibilità di andare in pensione, a causa del combinato disposto della stronzaggine del padrone - che ti ha assunto dopo averti sfruttato per anni senza contratto licenziandoti prima di maturare un minimo pensionabile - e del governo delle zucchine e dei cetrioli che innalza l'età pensionabile al giorno della morte, così la spending review avviene per cause naturali. E siccome, proprio come i giovani, è schizzinoso, lavativo e naturalmente "ciùùùùùùùsi", come dite voi nei salotti con le vostre bocche a culo di gallina mentre prendete il te delle cinque, dopo avere cercato un lavoro analogo al precedente - giusto per non gettare nel cesso anni di studio, letture, aggiornamenti e arricchimenti professionali - il Cinquanta&più comincia a scendere via via nella "scala sociale" dei lavori, perché l'aveva fatto da ragazzo e non se lo pone il problema di sporcarsi le mani con altro. Ma non trova niente comunque e gli va in pappa il cervello anche se era uno che prima aiutava gli altri a fare funzionare il loro di cervello. Faccia una cosa, signora minestrina alle zucchine, mentre va in fondo all'orto che le procura gioia e soddisfazione anche se non riesce a far crescere niente, come lei stessa ha ammesso, faccia finta che ci sono in giro dei giornalisti, attivi il cervello e ci pensi a questi professionisti che non sono meno competenti di lei ma non possono avere né la gioia né la soddisfazione di trovare un lavoro nemmeno per zappare la terra. Magari le sgorgano altre due lacrimucce con le quali innaffiare gli ortaggi e lavarsi la coscienza.

mercoledì 12 settembre 2012

Un piccolo conguaglio e la Fornero in cambio dell'Alcoa

Capita che uno, dopo tanti anni che paga l'affitto di casa a fondo perduto, abbia voglia di non buttare più i soldi dalla finestra e di comprarselo quell'appartamento dove magari ha fatto pure delle migliorie: perché ci si è affezionato e ci sta bene. A volte è previsto nel contratto di locazione che dopo un certo numero di anni la casa si può riscattare, altre uno ci prova: fa un'offerta al proprietario e quello, perché ha un investimento da fare altrove o semplicemente perché ha voglia di fare il viaggio che ha sempre sognato, accetta. Ora lo Stato italiano negli anni ha riempito di miliardate di lire e milionate di euro la Alcoa (come la Fiat), che però sono come quei padroni di casa stronzi e anche un po' lestofanti che non solo si rifiutano di riparare il tetto e ti lasciano piovere dentro casa ma magari si fanno pure dare i contributi per una ristrutturazione che non fanno e i soldi se li mettono in tasca. Siccome da soli non ci arrivano, essendo tecnicamente inetti, forse è il caso di suggerirglielo: fategli un'offerta, rilevatele voi queste aziende di parassiti che si sono arricchiti con i nostri soldi - e ora, come da copione, scappano - e rilanciatele. Visto che l'avete (e l'abbiamo) pagata per anni questa casa senza abitarla, forse ora è il caso di riprendercela: l'Alcoa, come la Fiat, come tutte le altre per le quali abbiamo fatto ponti (d'oro) e autostrade e che adesso pisciano dove mangiano. Io non sono un tecnico e di economia non ci capisco un tubo (ma nemmeno voi, però: altrimenti non avreste fatto tutto il danno che avete fatto in meno di un anno che siete al governo), ma - dal momento che lo fate voi - rivendico il mio diritto a dire la mia cazzata quotidiana (anche perché almeno io le produco in proprio e non perché me lo chiede l'Europa) e vi dico che a naso sono convinta che così lo Stato i soldi che ci ha messo li riprenderebbe in poco tempo e i posti di lavoro dei lavoratori diventati dipendenti statali non andrebbero perduti. Purché però a gestire l'azienda non vadano i supermanager, ma i lavoratori. A meno che la Fornero non decida che i lavoratori, in quanto tali, vanno sterminati tutti senza pietà perché pretendono - ohibò! - di lavorare e persino di essere pagati. Anzi, per non correre rischi, fate così: nel piatto, oltre al conguaglio (minimo, perché gliene abbiamo dati fin troppi di soldi), metteteci pure lei: che se la portino in America. Magari si fidanza con Marchionne e abbiamo qualche speranza che nessuno dei due torni più in Italia.

sabato 12 maggio 2012

Potresti fare molto di più

Mi sembra di sentirla, con la sua voce da vecchia gallina pipitante, la prof che dalla cattedra striglia l'allievo: "Potresti fare molto di più". Oggi la profmadonnapiangente è andata a Milano a un convegno su donne e welfare (fra l'altro, non è chiaro perché la invitano, visto che non capisce una mazza né di donne né di welfare) e parlando della "conciliazione" - cioè quella cosa che costringe le donne a essere Fregoli al cubo perché si devono occupare del loro lavoro, della casa, dei mariti, dei bambini, della merda dei bambini, dei gatti, della merda dei gatti, dei nonni, delle piante, del cane, della merda del cane, di preparare il pranzo e la cena, accompagnare i piccoli ormai cresciuti a danza in palestra alle feste, curare i rapporti sociali del marito in carriera, andare dal parrucchiere per non farlo sfigurare alla cena di lavoro, essere sempre pronte a soddisfare i desideri di re Carlo che torna dalla guerra, et coetera, et coetera, et coetera - e, rivolgendosi agli uomini che forse neppure c'erano, ha pronunciato la fatidica frase da professoressa con voce da gallina pipitante: "La conciliazione non è solo un tema femminile ma anche maschile: gli uomini dovranno fare di più in famiglia". E secondo te, siccome glielo stai dicendo tu, d'ora in poi gli uomini/allievi svogliati - reduci da almeno duemila anni di sottomissione delle donne - si batteranno il petto e inizieranno a stud...pardon, a occuparsi della casa e della famiglia? Non ti viene il dubbio che, mentre abbassano gli occhi ammettendo "ha ragione, prof", ti stiano mandando a cagare? Perché il problema è sempre quello: il prof che non ti dà niente e pretende tutto: devi fare molto di più. Magari potrebbe cominciare lei a fare molto di più, mettendo padri e madri in condizioni di collaborare e magari di avere anche un po' di tempo per coltivare il loro rapporto di coppia che - così com'è ora - può solo andare a puttane. E invece loro che fanno? Tanto per dirne una: nella cosiddetta riforma del lavoro approvata due mesi fa dal consiglio dei ministri - se nel frattempo qualcuno non gliel'ha fatta mangiare come il cappello di Rockerduck -, viene introdotto il congedo parentale obbligatorio entro i primi cinque mesi di vita del bambino: obbligatorio solo per tre giorni. Minchia, che sforzo! E degli altri 17 o 18 anni che ne facciamo?

lunedì 2 aprile 2012

Ci vediamo al cassonetto

Riceviamo e malvolentieri pubblichiamo

Caro (e, più che caro, direi dispendioso) Monti, cara (c. s.) Fornero e cari (idem) stronzi che sbavate dietro al luccichio del liberismo, che avete rinnegato i lavoratori e che continuate con il mantra dell'articolo 18 che non dev'essere "un tabù", vorrei raccontarvi la mia storia.
Fui licenziato cinquantenne da un padrone pezzo di merda (pleonastico) che finse di chiudere un rametto d'azienda e siccome di imprese (e di dipendenti) ne aveva a centinaia tutte intestate a prestanomi, parenti e segretarie ricattabili, ma tutte con meno di 15 dipendenti, e siccome aveva i più grossi avvocati e i più grossi commercialisti che non facevano risultare il suo un gruppo imprenditoriale e siccome aveva anche magistrati e sindacati di proprietà, fu esclusa la possibilità di opporsi in alcun modo al licenziamento. Mi proposero due anni di stipendio per levarmi dai coglioni, più o meno quello che oggi voi chiamate indennizzo.
E ci ho campato - ammesso che si chiami campare - per molto più di due anni: elimini la pizza, le uscite con gli amici, i viaggi, il cinema, i libri, dici ai tuoi figli che si possono scordare l'università, e, gradualmente, eccetera, eccetera, eccetera. Ma non è che pensassi di camparci di rendita per tutta la vita con quei soldi, no. Nel frattempo ci ho provato a trovare un lavoro e ci hanno provato anche i miei figli: a me dicevano che ero troppo vecchio (e nel frattempo sono invecchiato davvero) e a loro che erano troppo giovani (e nel frattempo sono invecchiati pure loro, anche se non hanno ancora una casa e dei figli, e gli dicono che sono troppo vecchi).
E ora voi ci venite a raccontare che l'articolo 18 non dev'essere un tabù; che il giudice (ammesso che non condivida i lions con il padrone, oltre che con voi) può ravvisare il licenziamento discriminatorio, ma non decidere il reintegro e al massimo una specie di risarcimento danno; che dobbiamo essere contenti perché c'è un governo tecnico che ce la sta mettendo (ma tecnicamente, cioè prima prende le misure e fa la radice quadrata) nel culo e perché adesso i mercati sono contenti di noi. Ma noi, non nel senso di noi Italia, ma di noi lavoratori ed ex lavoratori, al mercato - al singolare, quello dove si comprano la frutta e la verdura - nemmeno ci andiamo più. E prima o poi i vostri mercati, supermercati e ipermercati e le vostre fabbriche di auto dove sfruttate la gente, i vostri giornali ipocriti spalmati su governi criminali e i vostri megastore informatici dovrete chiuderli perché noi non potremo comprare più nemmeno una zucchina. E alla fine nemmeno voi. Ci vediamo al cassonetto.

mercoledì 28 marzo 2012

Monti il "coatto"

Avevamo detto che erano di destra e soltanto meno cafoni di quello che li aveva preceduti? Ebbene, avevamo sbagliato, ammettiamolo. Sono di destra - anzi, decisamente fascisti - e in più maleducati, arroganti e volgari nella loro presunzione. Il fatto che non dicano parolacce - ipocriti come tutti quelli che sono andati a scuola dalle suore o dai preti - non li rende più educati o più gentili: la Fornero con la sua "paccata" di soldi e le sue caramelle, sguaiata come una "coatta" di un film di Verdone; il robot in loden Mario Monti, con la sua aria saccente e sprezzante, che a un certo punto dà di matto come il robot-colf di "Io e Caterina" e comincia a spaccare tutto per costringere il suo datore di lavoro ad amarla.
Minaccia, il professor Monti, minaccia di tornare da mammà se gli italiani non sono pronti, talmente è convinto che non possiamo fare a meno di lui; se va a Seul a fare il venditore di rolex taroccati e, come un primo della classe spaccone e "sborone" che somiglia tanto al G (quello stronzo e figlio di papà) di Giorgio Gaber, comunica che il suo governo "gode di un forte consenso nei sondaggi di opinione" e aggiunge: "ma i partiti no". Cicca cicca cicca. E sembra persino di vedergli fare il gesto dell'ombrello.
Ora, a parte che il consenso di cui godrebbe il suo governo è - appunto - quello dei sondaggi di opinione, cioè è taroccato come le patacche che sta cercando di vendere in estremo Oriente, inviterei il prof. on. dott. cav. e granduff. Mario Monti a verificare il gradimento degli italiani, cioè (mi rendo conto che per un robot fatto di ferraglia, lucine e microchip sia difficile da comprendere) le persone in carne, ossa, cervello, cuore, figli da mantenere, anziani genitori da accudire. Beh, gli comunico che se ancora c'era qualcuno che si beveva le favole della tv, appena ha visto la busta paga si è svegliato. E che non solo gli italiani non credono al potere taumaturgico del suo governo abusivo, ma sanno anche chi è il principale responsabile della sua permanenza a Palazzo Chigi che ora cerca l'applauso annunciando che allo scadere del settennato, nel maggio 2013, quando cioè sarà prossimo a compiere 88 anni, non si ricandiderà per un altro mandato (Ma dico, ma ci piglia per il culo? Ottantotto più sette fa novantacinque: non gli bastano i danni che ha già fatto, prima parando il culo alle peggiori leggi di Berlusconi e poi mettendo al suo posto un automa incaricato di fare fuori la classe lavoratrice?).
Sì, veda, prof. on. dott. cav. e granduff., è vero che i partiti non godono di un forte consenso, ma è perché (oltre ai danni che hanno fatto prima) sono gli stessi partiti che stanno consentendo questo schifo di inciucio elevato al quadrato. E sono gli stessi partiti verso i quali lei, prof. on. dott. cav. e granduff., si comporta come quello che lecca il culo alla maestra e per questo viene promosso a scrivere i buoni e i cattivi sulla lavagna. Ma sono anche quelli che hanno un tale potere ricattatorio nei suoi confronti da costringerla ad abbandonare un importante vertice internazionale (e proprio nel momento in cui stava parlando uno dei suoi più potenti datori di lavoro) per rispondere al telefono. Berlusconi lasciava come una scema la Merkel ad aspettarlo perché era impegnato al telefono verosimilmente con una delle sue troie; Monti lascia Obama come una cucuzza a fare elogi a una sedia vuota perché impegnato al telefono con uno dei suoi cicchitti. No, nemmeno in questo siete molto diversi. Maleducati, arroganti e cafoni.

lunedì 27 febbraio 2012

Vorrei lavorare nella mia terra: mi devo vergognare?

Questo racconto è dedicato al viceministro Martone che fa rima con se stesso, alla ministra Bobby Sola (e che sòla!), al presidente del Consiglio Mario Ccheddupalleilpostofisso, oltre che a Emmaghepensimì (sorella di Antonio e figlia di Steno, il primo condannato per mazzette, il secondo indagato per smaltimento illegale di rifiuti pericolosi), a Veltrusconi, a tutti quelli che "è tutta colpa dei sindacati" e che esercitano la lotta e l'odio di classe verso lavoratori di qualsiasi età e pensionati.

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Qualche giorno fa ho conosciuto una "sfigata"; direi, anzi, una "ipermegasupersfigata", perché Chiara di anni ne ha trentadue e dunque è fuori di quattro da quel limite di ventotto che il figlio del pitreista considera scandaloso se non si è ancora laureati. Ma Chiara è anche l'esempio lampante di quanto gli esponenti di questo governo di destra - impiegati di banche a tempo indeterminato -, che conoscono le lingue e il mondo, ignorino totalmente quello che accade realmente in Italia e contro quali muri vadano a sbattere i giovani italiani in cerca di lavoro. Così come è l'esempio di quanto danno abbiano fatto al mondo del lavoro tutte quelli leggi e leggine fatte dal precedente governo di destra contro i lavoratori.
Chiara aveva poco più di vent'anni quando, grazie alla sua conoscenza delle Lingue e al suo desiderio di non fare la muffa a Catania, fu assunta a Disneyland Paris. Uno stipendio che qui e a quell'età te lo sogni (1.100 euro al mese), 35 ore settimanali, contratto a tempo indeterminato. Una pacchia: fai un lavoro che ti piace e, malgrado il noiosissimo "posto fisso", non ti annoi e impari: perché lì la mobilità c'è ma significa cambiare settore e dunque fare esperienza all'interno della stessa azienda. Tanto che a un certo punto puoi pure decidere di andartene, di cambiare aria: perché con quello che hai imparato, "a spasso" non ci resti. Infatti "è stato molto facile - ricorda - trovare un altro lavoro": prima sempre a Parigi sui bateaux-mouches e in un negozio di abbigliamento, poi in Tunisia come accompagnatrice turistica. E chi glielo doveva dire che - costretta a rientrare a Catania - tutta la sua esperienza la poteva buttare nel cesso? "Lavoretti in nero, contratti occasionali", questo era tutto quello che le offrivano. E però - qualunque cosa ne pensino i professoroni dal caldo del loro posto fisso - Chiara non è una che si perde d'animo, non si lascia vincere dallo sconforto, non è una bambocciona: si rimette a studiare e in più, con quello che ha guadagnato in Francia in termini economici e di esperienza, si fa imprenditrice di se stessa e apre un'agenzia di viaggi on-line: "Pensavo potesse essere il mio futuro, poi c'erano troppe spese e non ce l'ho fatta più. Ancora oggi continuo a pagare cose dell'agenzia, perdo tempo con questioni burocratiche e intanto gli anni passano".
Ma arrivò la svolta, almeno così pensava: qualcuno le segnalò che nella home page del sito della Windjet sul banner scorreva l'annuncio di una selezione per la formazione di assistenti di volo. Corso a pagamento che non assicurava l'assunzione, ma costituiva "titolo preferenziale", e la cifra non era esattamente alla portata di tutti: 4.500 euro che Chiara avrebbe racimolato anche grazie a un contributo da parte dei suoi genitori (e spero che non si scandalizzeranno i ministri senz'anima: di solito i genitori, quando possono, li aiutano i figli). Era il gennaio 2010 quando mandò il suo curriculum e l'indomani ricevette la telefonata della compagnia di bandiera siciliana. Ammessa insieme ad altri sedici: alla fine di tre mesi di corso, passano tutti l'esame e comincia la fase di "familiarizzazione" - cioè l'affiancamento con assistenti di volo di più lunga esperienza -, non superata soltanto da due di loro, e dal primo maggio per gli altri quindici contratto a tempo indeterminato con periodo di prova di durata non superiore a sei mesi. Mesi difficili, con cambi di turno improvvisi, le ore di lavoro giornaliere che si dilatavano fino a diventare quattordici, il disagio di non poter rientrare perché l'aereo si era rotto, ma stringevano i denti e andavano avanti. Anche perché, di contro, c'erano le verifiche intermedie che andavano sempre bene ed erano accompagnate dai complimenti dei capi. Fino al 25 ottobre, cinque giorni prima della scadenza del periodo di prova, quando arrivò quella che Chiara chiama "una lama fredda dentro il petto": un telegramma che, senza alcuna motivazione, annunciava la rescissione del contratto "con decorrenza immediata". Telegramma arrivato a sedici su diciassette: la diciassettesima - sottolinea Chiara - è rimasta al suo posto, forse perché si trovava su un volo, nel settembre 2010, incorso in un fuoripista fortunatamente senza gravi conseguenze ma oggetto delle indagini della magistratura. Era brava la sua collega e meritava di restare, "ma anche noi ce lo meritavamo". Però non dovranno testimoniare in alcun processo.
Insomma, li licenziano senza che nessuno abbia mai avuto da obiettare sulla loro preparazione. E, anzi, con una beffa in più: la telefonata che la manager avrebbe fatto a ciascuno dei sedici licenziati per dirsi dispiaciuta, per ribadire che il loro era uno dei corsi migliori mai avuti e per spiegare che il licenziamento era per esubero di personale, perché l'azienda era in crisi dopo il danno d'immagine dovuto proprio all'incidente di Palermo. Ma intanto, dall'indomani del loro licenziamento, sul banner del sito di Windjet si continuava a reclutare allievi per nuovi corsi di formazione per assistenti di volo, senza contare il fatto che si assumevamo stagionali per i momenti in cui il traffico aereo si intensificava. Adesso quell'annuncio in home page non c'è più: l'hanno spostato nella sezione "Lavora con noi". E si tratta sempre di corsi di tre mesi, del costo di 4.500 euro a carico degli allievi, per i quali sono in molti ad affermare - sia pure nell'anonimato - che la Windjet percepisca anche dei contributi da parte della Regione Sicilia. Come dire che con questo giochetto (pare che altri allievi di corsi precedenti e successivi siano stati assunti e licenziati prima che scadesse il periodo di prova) gli assistenti di volo pagano per lavorare, mentre per l'azienda il costo è pari quasi a zero.
Ma in questa battaglia Chiara è sola. Lei è Chiara Falsaperla, una giovane donna coraggiosa che qualche tempo fa - unica fra i suoi colleghi - ha denunciato con una lettera ai giornali locali quanto le era accaduto, aggiungendo che per di più all'Inps risulta licenziata per non aver superato il periodo di prova, presentazione negativa che scoraggerebbe altre aziende dall'assumerla. Gli altri non parlano: forse sperano ancora di essere riassunti o forse hanno paura di ritorsioni. Perché, a quanto pare, la Windjet non sarebbe nuova ad atteggiamenti contro i lavoratori: qualche anno fa, un articolo sul Corriere della Sera parlò di "atteggiamenti vessatori" e addirittura di minacce di morte che Antonino Pulvirenti, proprietario della compagnia aerea e del Catania calcio, avrebbe rivolto ad alcuni piloti che volevano costituire un sindacato. Tanto che in quell'occasione fu presentato un esposto in Procura. Che non ha dissuaso Pulvirenti dai comportamenti antisindacali: ancora oggi i dipendenti di quella che sul sito si presenta come "una realtà in forte crescita" sarebbero in arretrato di alcuni mesi e in attesa del rinnovo del contratto, scaduto nel dicembre 2010, ma non riescono ad avere chiarimenti e sembra che abbiano appreso soltanto dai giornali di un'ipotetica cessione ad Alitalia che confermerebbe lo stato di crisi. Eppure nessun lavoratore parla perché - come afferma qualche ben informato - là dentro si vivrebbe in "uno stato di terrore".
Intanto Chiara ha ripreso a studiare, fra un anno conta di laurearsi e dice che, sì, potrebbe pure mandare il suo curriculum all'Air France ed è quasi certa che la prenderebbero: "Ma io non me ne voglio andare, qui ho il mio compagno, viviamo insieme e stiamo bene insieme: perché è così strano che io voglia pensare a farmi qui una famiglia? Mi devo vergognare per questo?"

martedì 7 febbraio 2012

Familismo amorale e predicatori immorali

Di lei basterebbe dire che è stata vicesindaco e assessore del comune di Catania allo Sviluppo economico, esternalizzazioni, aziende e partecipazioni comunali. Anni dal 2007 al 2008, cioè gli ultimi del saccheggio di Umberto Scapagnini. Tanto per dirne una, l'Amt - malgrado i proclami di Raffaele Stancanelli, degno successore del napoletano puttaniere - annega nei debiti. Questo giusto perché (anche se certamente il "merito" dello sfascio di Catania è frutto di un lavoro di équipe) è una docente universitaria ed è stata addirittura preside della facoltà di Economia e commercio dell'Università di Catania. Finito il mandato con Scapagnini ed avendo, evidentemente, assaporato il gusto del potere, nell'aprile del 2008 si candidò alle elezioni regionali in una delle tante liste più o meno civette, "Autonomia sud", a sostegno del candidato alla presidenza della regione poi eletto, Raffaele Lombardo.
Non fu eletta e questo forse - in questo momento di orgasmo collettivo dei professori universitari, "tecnici" di destra - spiega il suo essere venuta in soccorso del ministro Cancellieri (che, bisogna ricordarlo, quand'era a Catania fu nominata alla presidenza del Teatro Massimo proprio dal leader dell'Mpa), autrice di una delle tante frasi lanciate come bombe-carta fra le gambe dei giovani disoccupati italiani dagli esponenti del governo Monti.
Secondo la Cancellieri (che, come da copione, nel frattempo ha smentito se stessa parlando di frase "infelice") il problema sarebbe che questi ragazzi vogliono trovare il lavoro vicino a mamma e papà. Travolta da una valanga di proteste, la ministra ha ridimensionato la portata delle sue dichiarazioni, ma deve avere dimenticato di informare la Schillaci che si è premurata di darle manforte. Anche lei, aprendo la bocca e dando fiato.
E dunque, dall'alto della sua cattedra, ci ha spiegato che il ministro altro non ha fatto se non affondare il dito nella piaga, perché "rigidità sociale e familismo amorale sono le due cause dell'attaccamento dei giovani alle gonne di mamma". Dove per "rigidità sociale" presumiamo si intenda quello che il creatore del governo Monti chiama "conservatorismo", e cioè la tutela dei sacrosanti diritti dei lavoratori, mentre a darci la chiave per interpretare il resto della frase è la stessa scienziata economica con una frasetta che sembra presa pari pari da Wikipedia: "Il paradigma del familismo amorale invece descrive la tendenza secondo cui gli individui di una comunità tendono a massimizzare unicamente i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare".
Che si riferisse alla figlia della Fornero? O al figlio di Martone? O ad uno dei tanti figli di docenti delle università siciliane addosso ai quali vengono cuciti concorsi e cattedre? Se è questo, sono d'accordo con lei.
Oppure voleva bollare con una categoria sociologica i genitori che si levano il pane di bocca per evitare che i loro figli - affamati dai governi della destra e in Sicilia da quello di ultradestra del suo referente politico - si mettano ad assaltare le banche o a spacciare droga?
Qua se c'è qualcosa di amorale o, meglio, di immorale sono tutti questi predicatori con il culo sul morbido che non scendono mai da una cattedra, non sanno che cosa succede nel mondo reale e però non resistono all'istinto di dare lezioni di vita.

domenica 4 dicembre 2011

Evviva la femMinistra

Tutti a fare clap, clap, clap. Ma bravi: tutti ad apprezzare, a sottolineare, ad enfatizzare che il Ministro Elsa Fornero ieri, nell'ultimo giro di incontri fra governo e parti sociali, quando è stato il turno dei giovani, si è alzata e se n'è andata indignata perché nella delegazione non c'era neanche una ragazza.
Giustissimo, sono d'accordo, ha fatto bene, però perché il Ministro Elsa Fornero non si è alzata e non se n'è andata indignata quando il presidente del Consiglio, Mario Monti, assieme al Lavoro le ha assegnato la delega alle Pari opportunità che per i maschi, si sa, è solo il contentino per farci stare buone? E soprattutto perché non si è alzata indignata e non se n'è andata via un istante prima che Monti desse vita al governo, accorgendosi che le donne sarebbero state appena tre su diciotto ministri? Io non sono una particolarmente affezionata alla regola delle quote, ma in certi casi la considero come una sorta di riduzione del danno da imporre per legge, dal momento che i maschi preferirebbero tagliarsi una palla piuttosto che cedere una briciola di potere. Fossi stata in lei, io avrei rinunciato al ministero, pubblicamente e motivando la decisione. Perché è facile fare le "femministe" ma non privarsi dei posti di potere, troppo comodo.
E poi pretendiamo di dare lezioni ai giovani? Ma che esempi stiamo dando ai giovani noi vecchi a riproporre schemi che erano già vecchi quando eravamo giovani? Perché le ministre non hanno fatto saltare il tavolo (anzi, la tavola imbandita per banchieri e padroni che poi magari si monderanno la coscienza partecipando con le loro "signore" a una sfavillante cena di beneficenza organizzata da quelle succursali della massoneria che sono i club-service, di cui fanno parte in massa) prima che il misfatto venisse compiuto?
E poi - ma prima, in realtà, molto prima -, proprio lei che è ministro delle Pari opportunità e a un tempo del Lavoro, ministro del Welfare (ma di che welfare parliamo, di che Stato sociale, se ciascuno pensa per sé?) perché permette una riforma previdenziale che si accanisce particolarmente sulle donne e sui lavoratori meno tutelati?
Ma si rende conto di cosa significhi per una donna andare in pensione a 63 anni (dal 2012, ma addirittura a 66 dal 2018)? Certo, per lei o chi come lei ha la fortuna di fare un lavoro intellettuale e gratificante e che ha avuto la possibilità di lasciare i bambini alla baby-sitter per andare a una conferenza o anche dal parrucchiere, se il cervello l'assiste sono pure pochi 63 anni. Provi a mettersi nei panni di una donna che ha cominciato a lavorare in fabbrica a vent'anni, che per una vita si è ritirata con la schiena a pezzi e si è messa a pulire la casa, a cucinare, ad occuparsi dei bambini e poi degli anziani genitori; provi a mettersi nei panni di chi, oltre alla stanchezza fisica, ha sulle sue spalle tutto il peso di quella psicologica perché il padrone ha provato a toccarle il culo e lei ha avuto il torto di non lasciarlo fare ed è stata mobbizzata per anni e poi declassata quando è rimasta incinta o ha vissuto nell'incubo del licenziamento per essersi assentata perché il bambino aveva la febbre alta e non aveva nessuno a cui lasciarlo. Pensi, per esempio, alla violenza psicologica di cominciare a lavorare in un'azienda privata e scoprire che, a fronte di una sfilza di cessi per i maschi, per le donne ce n'erano soltanto due. Come a dire: non vi ci vogliamo qui, a stento vi tolleriamo, perché poi voi fate figli e vi prendete lo stipendio gratis per un anno.
E poi ne vogliamo parlare di queste pensioni contributive? Pensi a una giovane donna (ma anche a un giovane uomo), una di quelle che formano l'esercito degli operatori di call-center: nessuna tutela, nessuno stipendio fisso, tre mesi di lavoro e poi il licenziamento, tre mesi a casa e la riassunzione e poi ancora il licenziamento, in un'agonia senza fine fino a quando avrà ottant'anni. Come fa ad accumulare contributi per garantirsi la vecchiaia una giovane così? No, ministro, non basta essere donna e non basta fare l'indignata se in una delegazione di giovani non c'è nemmeno una ragazza. Sì, certo, voi donne ministre di questo governo non avete niente a che vedere con quelle del governo precedente che avevano cancellato la parola dignità dalla vita delle donne, ma voi - come quelle che vi hanno preceduto - fate parte di un governo classista e la vostra manovra non tocca i ricchi e gli evasori fiscali ma mira a fare pagare ancora una volta i più deboli, i lavoratori, e a renderli schiavi senza diritti: quindi, nei fatti, a togliere loro la dignità, che siano uomini o donne.