Visualizzazione post con etichetta Facebook. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Facebook. Mostra tutti i post

sabato 7 aprile 2018

Vita virtuale, morte reale

Che cosa assurda morire a trent’anni o poco più. Ma Lara non aveva trent’anni e non si chiamava nemmeno Lara.
Lara Mattei, così la conoscevamo tutti, un personaggio dei fumetti, l’alter ego proletario di Jessica Rabbit, una pagina piena di bandiere rosse, una nostalgia struggente per un capo politico evaporato. Intelligente, arguta, ironica. Lara Mattei, così la conoscevamo tutti, ma nessuno di noi la conosceva. Nessuno dei suoi “amici” (e per di più compagni) di Facebook sapeva che faccia avesse, alcuni convinti che quello fosse il suo vero nome, molti consapevoli che quello fosse un nick, quasi tutti impegnati a cercare di scoprire chi si celasse sotto quel nome e quell’improbabile foto da avatar. Non era un troll Lara: era una che esprimeva pensieri, interloquiva in maniera decisa e consapevole ma mai insultante o provocatoria, interagiva: la sentivi davvero amica, e per di più compagna.
Una volta Facebook mi segnalò che era il suo compleanno. Le mandai un messaggio d’auguri, aggiungendo «chiunque tu sia»: un po’ per precisare che, malgrado io odi l’anonimato, mi faceva piacere interloquire con lei/lui/loro/boh? E un po’ per ricordare a me stessa che io sono quella che crede solo a quello che vede e che forse non avrei dovuto essere lì a perdere tempo con una specie di fantasma.
A un certo punto Lara è sparita, ho pensato a una delle pause che di tanto in tanto ciascuno di noi si prende da Fb. Ieri abbiamo scoperto che Lara non si chiamava Lara (anche se questo già era chiaro a tutti), che non aveva poco più di trent’anni ma forse il doppio (sempre troppo pochi per andarsene) e che è morta da ben tre mesi. Come trovarsi in un salone delle feste pieno di gente che si diverte e all’improvviso scoprire il corpo senza vita di uno dei presenti, senza che nessuno se ne sia accorto, senza che nessuno abbia capito cosa stava succedendo.
In questo caso qualcuno che aveva notato qualcosa di strano c’era: dalla sua bacheca ho scoperto che in tanti la cercavano, che c’era chi aveva scritto ai suoi amici con lo stesso “cognome” nella speranza che fossero parenti a cui chiedere notizie, oppure cercando un marito che forse non esisteva, e chi si era rivolto persino a Chi l’ha visto?, che però non aveva potuto fare niente perché cercare qualcuno senza nome e senza volto è impossibile.
Lara è passata dalla vita virtuale alla morte reale senza un lamento, senza riempire Facebook di post lacrimosi o richieste di aiuto (io non so se ne sarei capace), forse non sapremo mai cosa le è successo, ma quella sua bacheca ancora attiva – come quelle di tanti altri che se ne sono andati nel tempo e di cui il social ci ricorda ogni anno il compleanno, rinnovando il dolore – ci deve far riflettere su quanto sia reale la vita virtuale e virtuale la morte reale. E sullo smarrimento che ci dà questo mondo né virtuale né reale, dove le battaglie, gli amori, gli scazzi, i corteggiamenti li facciamo in rete ma al momento di fare i conti con il mondo la gran parte di noi è solo un personaggio di un videogioco.

A Lara, o chiunque lei fosse, piacevano i miei post e i pezzi che scrivevo su questo blog, e spesso li condivideva, ma questo non potrà leggerlo né condividerlo. Perché la morte è una cosa maledettamente reale.

martedì 22 agosto 2017

Sciame sismico

È arrivato. Puntuale come una replica, come un aftershock: la scossa che arriva dopo e può fare più danni della prima. Lo sciacallo da tastiera, l’avvoltoio del web non ha aspettato neanche che finisse la conta dei morti e dei feriti del terremoto di Ischia e subito ci ha messo su il suo carico di veleno, invocando un intervento definitivo del Vesuvio.
Razzismo, dicono. Cretinismo, comincio a sospettare. Malattia contagiosissima contro la quale non esistono vaccini (e se anche esistessero poi di certo salterebbe fuori qualcuno che a suon di insulti vuole convincerci che il vampirismo internautico sempre più diffuso è un’invenzione di aziende produttrici di vaccini contro il vampirismo internautico).
Nelle stesse ore qualcuno se l’è presa con Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni che va in giro per l’Italia, tagliandola in lungo e in largo e pure in obliquo, pur di non far dimenticare l’umanità di suo figlio: su Facebook le hanno dato della stronza e l’hanno accusata di voler stare al centro dell’attenzione.
Da Boldrini in giù, passando per migranti, neri e disabili, non c’è stato uno che in questa estate non ancora finita non sia stato preso di mira da qualche vipera, sempre seguendo lo stesso schema: succede un fatto, l’hater primordiale dà sfogo alle proprie frustrazioni e un esercito di pecore gli va dietro, come uno sciame sismico, scatenando il panico, lasciandoti nell’angoscia perenne della prossima scossa, mentre lui si gode lo spettacolo e gode dei suoi quindici minuti di celebrità.
Ora, il punto secondo me è proprio questo: l’hater in questione, di solito ignorante - ma di quella ignoranza che Erri De Luca definisce «volontaria» perché «la conoscenza è considerata un peso sulla coscienza» -, di solito incazzato con il mondo (e magari di ragioni ne avrebbe, dal non avere un lavoro al non poter andare in vacanza come gli altri, ma se la prende con il mondo sbagliato), ha bisogno di sapere che si parli di lui, bene o male poco importa, purché se ne parli, purché questo certifichi che lui o lei esiste, ma quando gli altri ne parlano, quando cominciano a insultarlo o a dargli ragione, quando cominciano a condividere sui social per insultarlo o dargli ragione, quando i giornali ne traggono spunto per farci un pezzo, quel momento di eccitazione non gli basta più. Sicché rilancia e rilancia e rilancia, come uno che giochi d’azzardo o che sia entrato nella spirale della droga.
Da giornalista non dovrei nemmeno pensarlo: le notizie si danno, non si censurano. Ma siamo sicuri che questo sciame sismico di notizie da effetto non sia diventato causa di questo stato di terrore, di diffidenza e di odio reciproco in cui anneghiamo?  Forse è il caso di cominciare a tacere, di smetterla di assecondare l’hater del momento nella speranza di avere un clic o un like in più; forse, se fingeremo di non vederli e non sentirli, troveranno qualcosa di più edificante da fare.


lunedì 12 giugno 2017

Odio di genere

Stamattina ho deciso di non “dare l’amicizia” su Facebook a un tizio che me l’aveva chiesta perché avevo condiviso una sua vignetta divertente sui risultati delle elezioni. Ho controllato le amicizie, ho esaminato il suo diario e stavo per accettare la richiesta quando è apparsa un’altra vignetta. Era divisa in due parti: nella prima si proponeva come regalo a una moglie o compagna uno pneumatico, nella seconda la donna era a terra, morta, il corpo attraversato dalle tracce dello stesso pneumatico. Non mi sono divertita più.
Poche ore dopo, sempre su Facebook, qualcuno ha pubblicato un articolo su un souvenir venduto in un’edicola di Firenze: una borsa, anche in questo caso con una vignetta in due tempi, marito e moglie che litigano, lei urla contro di lui, sotto la vignetta la scritta “problem”, e poi lui che la spinge e se ne sbarazza con la scritta “solved”, problema risolto. E, ancora più giù, un orgoglioso “made in Italy”: Italy, il Paese civilizzato dove l’anno scorso centosedici donne sono morte di femminicidio. Non mi sono divertita affatto. Troppe ne ho lette, sentite e scritte per accettare che su un argomento simile si faccia ironia. Perché non è ironia: è stampa e propaganda di una corrente di pensiero patriarcale secondo cui le donne sono un problema che va eliminato alla radice, come i peli superflui. Che però ricrescono. Per fortuna anche qualcun altro non si è divertito davanti a quella borsa, ha sporto denuncia e l’edicolante è stato multato e obbligato a togliere quell’oscuro oggetto del desiderio di tanti uomini.
Non basta, ma è già qualcosa.
Non basta, perché fra i due episodi della giornata ce n’è stato un altro e non c’è niente da ridere: una ragazza di 28 anni di Biella uccisa a coltellate in Sardegna mentre era in vacanza con il fidanzato. Troppo presto per incolpare lui, ma pensarlo è inevitabile (e infatti gli inquirenti non lo escludono) dato il numero impressionante di donne uccise ogni anno per mano di mariti, compagni, fidanzati con i quali – dicono ogni volta i conoscenti distratti o codardi – andavano d’amore e d’accordo. Se non è stata lei ad essere uccisa dal fidanzato, lo è stata quella del giorno prima, e quella di due giorni fa, e quella del giorno prima ancora.

E spesso sono le vignette, le battute, i cosiddetti motti di spirito a legittimare certi comportamenti. No, mi dispiace: nessuno avrà la mia amicizia, nemmeno virtuale, finché sulla sua bacheca (e nella sua testa) ci sarà quel genere di pensiero, quell’odio di genere. E non mi si venga a dire che non so stare agli scherzi.

giovedì 9 febbraio 2017

A titolo di sciacallo

Matteo Renzi ha telefonato a Samuele Schiavon per ringraziarlo.
Schiavon è l’imprenditore veneto che ha assunto Martina Camuffo, al nono mese di gravidanza, nella sua società di web designer. L’ha assunta “malgrado” fosse incinta e una cosa del genere – come l’uomo che morde il cane – in questo Paese fa notizia. E fa notizia nonostante sia ormai chiaro a tutti che quello lì è un tipo di lavoro che puoi fare da casa: che tu sia incinta, che sia costretto su una sedia a rotelle, che abbia trent’anni o ottanta e, pensate un po’, persino se sei una cozza nel mondo dell’immagine dove prima che le competenze conta l’aspetto. Martina è brava, Samuele l’ha capito e l’ha assunta, facendo un favore a se stesso e alla sua azienda, tutto qui.
In fondo ha fatto solo quello che dovrebbero fare gli imprenditori – se fossero veri imprenditori e non padroni, cioè delle bestie – quando devono assumere: valutare la competenza dei candidati e scegliere quello o quella che può far aumentare il profitto.
Però Renzi ha telefonato a Samuele Schiavon e lo ha ringraziato. Affrettandosi, naturalmente, a comunicarcelo dal suo profilo Facebook. Ma a che titolo Renzi ha telefonato a Schiavon? In quanto segretario del partito degli imprenditori? Lui precisa di averlo chiamato “come cittadino italiano”, ma l’impressione è che lo faccia da presidente del consiglio che si è allontanato momentaneamente e sia in attesa di ritornare. E infatti ci racconta una favoletta elettorale - «ho pensato che una delle più belle e meno conosciute novità del Jobs Act non sono solo i 602.000 posti di lavoro in più in tre anni. Ma anche aver introdotto di nuovo il divieto delle dimissioni in bianco, la squallida pratica contro le donne e contro la maternità» -, dimenticando il 40% di giovani disoccupati, quelli che il lavoro non lo cercano più, quelli che sono costretti ad emigrare in un altro Paese e quelli che scelgono di emigrare dalla vita. Come Michele, il precario trentenne di Udine che si è suicidato perché gli è «passata la voglia», come ha scritto nella lettera in cui fra l’altro chiama esplicitamente in causa  Giuliano Poletti, che di Renzi è stato (e continua ad essere) ministro del Lavoro. Non risulta che Renzi abbia telefonato ai genitori di Michele, per scusarsi del fallimento delle politiche occupazionali del suo governo.

E allora il sospetto è che c’è solo un titolo in base al quale può avere telefonato a Samuele Schiavon: a titolo di sciacallo.