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domenica 9 dicembre 2018

Buongiorno in cortile

Passeggiata di gruppo in uno dei quartieri più centrali e a un tempo più periferici della città. Sovraffollato eppure solo. Derelitto, tenuto a distanza come un appestato. Un frullato di storia, case abusive, superfetazioni, superfetazioni delle superfetazioni, amianto, antenne paraboliche, gente per bene e gente per male, l’immancabile babbo natale che si è impiccato a un balcone, un mandarino che dà i frutti malgrado tutto da una latta arrugginita. In un’altra latta un ulivo: rigoglioso, in ottima salute. Sopravvivenza. E poi i cortili. 
Da un primo piano si affaccia una coppia per chiacchierare con noi. Un po’ ciceroni, un po’ filosofi: ci spiegano cosa c’era in quell’angolo e cosa in quell’altro, ma soprattutto come si affronta la vita. Loro stanno lì dagli anni settanta, spiega lui. Poi si corregge: lei da più tempo, da prima di sposarsi, qualche strada più in là. Orgoglioso per quella dote di memoria supplementare ricevuta in dono.
Chiariscono che cortile non è «u cuttigghiu», il chiacchiericcio da comari, come lo intendiamo noi, ma un modo di vivere in comunità. Se uno ha «bisogno», ma non necessariamente bisogno di denaro, e fa il gesto delle tre dita che sfogliano banconote immaginarie, tutti gli altri ci sono. Se non stai bene e hai bisogno di essere accompagnato in ospedale, o se hai bisogno che qualcuno ti faccia la spesa, se hai bisogno di qualcuno che ti tenga i bambini per un po’, se hai bisogno di un limone o se hai bisogno di parlare, se hai bisogno di un abbraccio o se hai bisogno di un buongiorno. Che non è solo un buongiorno, un augurio, una formula di saluto rituale.
«Dipende il buongiorno come si dice», precisa la signora. E io non so perché, ma tutto intorno immagino una danza di corse in auto verso un ospedale, mani accarezzate in silenzio per dare conforto, spese in conto terzi, sguardi che in silenzio ti chiedono come stai, babysitteraggio improvvisato, limoni prestati, cuori che battono all’unisono, stessa disgrazia e povertà, stessa dignità, il profumo di un dolce che viaggia da una casa all’altra, occhi lucidi di affetto, pensieri che dicono «io per te ci sono». Sì: «Dipende il buongiorno come si dice».
Solo qualche via più in là, lì dove dici «centro» e lo pensi con la C maiuscola, la gran parte dei miei vicini non risponde al saluto. Mi è persino capitato di essere guardata in cagnesco per aver salutato, perché il buongiorno, anche se non è il buongiorno carico di vita di un quartiere negletto, ti inchioda alle tue responsabilità, ti dice che devi accorgerti degli altri e prenderti cura di loro, magari intuire dal tono della voce se hanno bisogno di qualcosa. Magari intuire che i veri bisognosi siamo noi, che abbiamo bisogno di umanità e di un cortile in cui coltivarla. Anche se in una latta arrugginita.

giovedì 21 giugno 2018

Via Raffaella Carrà, a Catania

«Scusi, signora», «Scusi, signora». Ci sta un po’ a girarsi, a capire che sto parlando con lei. Forse nessuno l’ha mai chiamata signora. Puttana, troia, zoccola, al massimo «ehi, tu», o «au!» visto che ci troviamo a Catania. Chi vuoi che chiami signora una schiava del racket, nera per di più, costretta a vendere il proprio corpo per fare arricchire gli assassini di umanità che l’hanno portata fin qui con il miraggio di un lavoro? Lavoro di merda. Per pagarsi il viaggio su un barcone a rischio naufragio e mandare qualcosa ai parenti rimasti nel paese d’origine. Notte e giorno, estate e inverno, con quaranta gradi e il sole che ti brucia il cervello o sotto la neve, seminuda a quell’angolo di strada, seduta su una seggiolina sbilenca, all’ingresso di un quartiere popolato da prostitute, immigrati, trans, ultimi degli ultimi, disperati e, da qualche tempo, da giovani donne e uomini che provano a far qualcosa per loro e con loro. Il quartiere San Berillo, un ghetto in pieno centro.
Finalmente si gira verso di me. «Scusi, signora. Via Carro?». «Via?». «Carro». «Via Carro? Forse Via Carrà». E lo ripete due volte. Mi scappa un sorriso: Raffaella Carrà è talmente un’icona del movimento Lgbt che deve aver pensato che le abbiano dedicato una strada proprio in quel rione dove, d’altronde, c’è un murales con la faccia di Fabrizio De Andrè, che gli hanno messo un’aureola dietro la testa e lo hanno pure fatto santo: San Fabrizio dei vicoli.
Comunque no, non lo sa. Grazie, prego. «Provi a chiedere a quella incinta». No, nemmeno lei chiama signora un’altra donna come lei, per quanto incinta.
Via Carro – lo scopro qualche secondo dopo - è ad appena una ventina di metri da quell’angolo sulla strada grande in cui lei sta seduta, ma lei non lo sa. Mi viene da pensare che abbia l’ordine di non muoversi da quell’angolo neanche per fare per pipì, che a San Berillo non ci abiti, che sia solo il suo luogo di lavoro. Ma, chissà com’è, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a immaginarla come un’impiegata che arriva a una certa ora, striscia il cartellino, si fa le sue ore di lavoro, alla fine timbra e se ne torna a casa (e chissà se ce l’ha una casa): penso che i suoi aguzzini la caricano, la portano lì e se la riportano via quando ha finito, per non perderne il controllo nemmeno per un  istante. E l’unica immagine che riesco a vedere è quella di un vitello squartato, caricato in spalla da un uomo con le mani insanguinate, depositato sul bancone, fatto a pezzi e, quando non resta più niente, un po’ di  ossa lanciate ai cani. Mentre uno sciacallo diventato statista si avventa sulla carcassa.

sabato 17 dicembre 2016

Qualità della vita, ma senza la vita

E poi dicono Udine. Bella città Udine. Città da visitare Udine. Ci sono foto che ti fanno venire voglia di prendere il primo aereo. Ci fanno pure i titoli dei giornali: Udine nella top ten della qualità della vita. La classifica del Sole 24Ore la mette al nono posto fra le città italiane e prima della regione Friuli Venezia Giulia.
Indicatori presi in esame? Naturalmente numero di imprese, tasso di disoccupazione, criminalità, e poi ancora ambiente, famiglia, welfare, integrazione, reddito.
Tutto a posto allora, tutto perfetto. E invece no, se proprio a Udine una ragazzina di scuola media è svenuta in classe perché non mangiava da due giorni e perché a casa non c’è l’acqua calda per fare la doccia: in una città dove negli ultimi quindici giorni le temperature sono andate da meno due a cinque.
Senti la notizia e pensi a una di quelle città del Sud dove - oltrepassato il centro, dietro le quinte del teatro, oltre la grande sceneggiata della città piena di turisti - c’è la miseria e la disperazione: come la mia città, dove il sindaco ridicolmente si vanta di quel posto conquistato risalendo da uno degli ultimi posti a uno degli ultimi posti. Senti la notizia e immagini dietro i bei monumenti di Udine, esattamente come dietro i bei monumenti di Catania, un tugurio con gli infissi quasi inesistenti e gli spifferi che ti gelano il cervello, dove magari vivono in dieci in due stanze, dove si alzano nel cuore della notte per fare la fila dietro la porta dell’unico bagno prima di uscire per qualche lavoro in nero che oggi c’è e domani chissà.    
Il preside ha detto che non è un caso isolato, che anche a Udine, città da top ten, ci sono bambini che si lavano con l’acqua fredda e non hanno i soldi per i buoni pasto della mensa scolastica. Anzi, ha aggiunto che negli ultimi anni i casi sono sempre più frequenti e che le famiglie non si affidano ai servizi sociali perché nemmeno sanno di avere questa possibilità. Ti si para davanti la scena di un film ambientato in un nebbioso sobborgo londinese dell’Ottocento, poveri a strati, malattie, cenci sdruciti al posto dei paletot, ma non è fiction: è la realtà di un Paese dove ci raccontano di una ripresa che non c’è e dove sembra che il problema principale di un governo sia la laurea di una ministra e non invece di essere la prosecuzione di un esecutivo di destra che ha fatto solo gli interessi dei padroni; è la realtà di un Paese governato da una forza politica che avrebbe voluto rimuovere la Costituzione pur di non rimuovere gli ostacoli economici e sociali come da articolo 3. Un Paese dove la vita è un lusso.
E dove, a guardar bene, ti accorgi che fra gli indicatori presi in esame dal Sole 24Ore o da chiunque si cimenti in questo genere di classifiche sulla qualità della vita ne manca uno: la vita stessa. Che è altro rispetto ai numeri.


giovedì 30 giugno 2016

Guerrilla gardening a Saint Jean Les Pierres


A Saint Jean Les Pierres c'è un nuovo sindaco. Niente fascia tricolore, niente auto blu, niente consulenti, niente campagna elettorale: soltanto un costume azzurro tonalità Klaus Dibiasi, il suo colorito da lupo di mare, il fisico asciutto e un titolo conquistato sul campo.
Non so nemmeno come si chiami il sindaco di Saint Jean Les Pierres, so che ha trasformato una mezza discarica in un salottino. Non lo ha scritto su Facebook, non ha scatenato schiere di addetti stampa per farci sapere a che ora si allontana per fare pipì. Lo ha fatto e basta. E ci ha pensato per tempo (è così che si fa, prendete nota): per settimane ogni mattina di buon'ora, armato di guanti e sacchetti di plastica, ha ripulito il territorio, scovando cicche di sigarette, cocci di vetro, lattine, fazzolettini mocciolosi e ogni porcheria che possiate immaginare. Ogni mattina di buon'ora. Per giorni, per settimane. Poi ha sistemato le aiuole, ci ha messo le piante, portandosele da casa; ogni giorno di buon'ora le innaffia; ogni giorno di buon'ora ne mette a dimora qualche altra e intanto gira con un retino per catturare qualche cicca o qualche pezzetto di carta. Ha disseminato il territorio di cestini per i rifiuti, ha aggiunto i posacenere, ci ha messo i cartelli per dire di non sporcare, scritti in diverse lingue, ha sostituito i soffioni delle docce...
Ah, già: avevo dimenticato di dirvi che Saint Jean Les Pierres non è una ridente cittadina turistica del sud della civilissima Francia, ma semplicemente San Giovanni Li Cuti, deliziosa quanto bistrattata spiaggetta di sabbia nera dell'incivilissima Catania, ignorata e offesa dalla precedente giunta di centrodestra quanto dall'attuale giunta di centrodestra (*), a cui ha ridato dignità un pensionato - stufo di aggirarsi nello schifo - che nei fatti sta mettendo in atto una forma spontanea di guerrilla gardening. Senza grandi progetti o consulenze di presunti esperti: semplicemente lui sa di cosa ha bisogno San Giovanni Li Cuti, perché ci viene ogni giorno, estate e inverno. Certo, "amministrare" una spiaggetta non è esattamente come stare alla guida di una grande città, ma forse partire dai bisogni dei cittadini può essere un criterio valido sia nelle piccole che nelle grandi dimensioni. E forse qualcuno potrebbe anche ringraziarlo il sindaco di Saint Jean Les Pierres, per avere dimostrato che le cose nell'interesse della città si possono fare. Sempre se non lo arrestano per disturbo del coma pubblico.

(*) No, non è un refuso.






mercoledì 6 maggio 2015

Per talea


Stamattina ho fatto un gioco. Ho provato a stilare un elenco delle cose che porterei con me se fra qualche tempo dovessi andare via da questa città maleducata e inutile, decidendo di lasciare la casa così com'è: mobili e impronte - umane e feline - compresi.
E allora: i vocabolari, dal Rocci al Robert, passando per il dizionario dei sinonimi che per me è un gioco bellissimo; il Lagarde et Michard, i gialli di Fred Vargas e tutta la narrativa francese; le commedie di Eduardo, Brecht e Goldoni; i libri degli affetti; Gramsci; il Capitale di Marx, anche se non sono mai riuscita ad andare oltre la prima parte del primo volume. Magari è la volta buona che riesco a leggerlo.
E poi: un posacenere comprato ad Ustica, le tazzine da caffè realizzate dalla mia amica ceramista, le casette di Positano, i cd del teatro di Toni Servillo, il kindle, il mio macbook dove c'è tutta la mia vita - le cose che scrivo e la musica che ascolto -, l'ipod, la mia bici. Con un paio di scatoloni me la cavo. Credo di non aver dimenticato niente di essenziale.
Ah, il cuore dite? Magari ne stacco un pezzetto sperando che si riproduca là per talea. Il resto lo lascio qui.

mercoledì 28 gennaio 2015

A letto presto


"E che ci faceva fuori a quell'ora?". Cominciavano ad emergere i dettagli della notizia: rapina a mano armata a un distributore di benzina a Catania, quattro uomini in auto, uno morto subito, un altro ferito gravemente, uno beccato, l'altro scappato. La macchina l'hanno trovata nel quartiere di Librino a Catania, il quartiere da dove il sabato pomeriggio "scendono" in centro orde di ragazzini che ci fanno paura perché li vediamo diversi e perché forse nessuno ha la capacità o la voglia di farli "uguali".
Uno dei quattro "uomini" armati della rapina era un ragazzino di 15 anni, forse uno di quelli con la sfumatura dei capelli altissima e lo sguardo truce, indurito, che il sabato pomeriggio vengono a portare scompiglio nelle "nostre" strade popolate da famigliole ipocritamente unite in giro per lo shopping e a sbatterci in faccia la loro realtà, fatta di soprusi ricevuti e ricambiati.
Il dettaglio: la rapina è stata commessa ieri sera, martedì, alle 23. E che ci faceva fuori a quell'ora un ragazzino di quindici anni che l'indomani deve andare a scuola? Forse anche questa è violenza nei loro confronti, il ragionare secondo i nostri parametri: per noi un ragazzo di 15 anni il mercoledì dovrebbe andare a scuola e dunque la sera prima non dovrebbe fare tardi. Al limite il sabato, ma accompagnato e ripreso. Per noi che li abbiamo accompagnati e ripresi, che non gli abbiamo comprato il motorino, che abbiamo cercato di proteggerli dalle "cattive compagnie", un ragazzino di 15 anni è poco più di un bambino, va a scuola, frequenta i coetanei, fra poco avrà una ragazzina o forse ce l'ha già. Mattoni per costruirsi il futuro.
In quell'altro mondo a pochi chilometri da noi il ragazzino di 15 anni forse a scuola non ci va più da un pezzo e nessuno se ne cura, frequenta le cattive compagnie, ha amici molto più grandi di lui e a quanto pare questa non era la prima volta. Forse è già stato arruolato in quell'esercito per disperati disposti a tutto per un giubbotto di pelle o un macchinone. Perché gli hanno fatto credere che è questa la ricchezza.
Poco fa una radio ha detto che è morto pure lui in ospedale, colpito alla testa e operato inutilmente: notizia non confermata, ma fa poca differenza. Lui era già morto comunque: ammazzato da chi non dà un futuro ai ragazzi siciliani, da chi parla di lotta alla mafia ma non fa niente contro la disoccupazione e per costringere con ogni mezzo un ragazzino di 15 ad andare a scuola e i suoi genitori a mandarcelo. E a farlo andare a letto presto: perché domani devi farti interrogare, ma devi anche aspettare la ricreazione per giocare con i tuoi coetanei e magari fare pure gli occhi dolci a quella ragazzina che sta in un'altra classe e che ti piace tanto.

venerdì 9 gennaio 2015

Concime stallatico


Ieri una giovanissima compagna mi ha chiesto se avessi scritto qualcosa sulla strage di Parigi: avrebbe voluto usarla come spunto per parlarne in classe con i suoi compagni (nutre nei miei confronti un'eccessiva considerazione, che non merito). "No, non me la sono sentita francamente - le ho risposto -: avrei dovuto avventurarmi in ipotesi sulla matrice di quest'atto su cui non mi sento di pronunciarmi a rischio di dire cazzate". So bene di non essere ferrata in politica internazionale, anche se due o tre idee su quelli a cui era stato fatto un favore ce le avevo già fin dal momento del massacro: intolleranti e razzisti, superpotenze in cerca di alibi per una nuova guerra di conquista, fascisti di ogni risma, tutti pronti ad innaffiare abbondantemente la pianta di odio che curano amorevolmente.
Poi sono uscita e naturalmente ho incontrato una gran quantità di immigrati dei quali non so se siano musulmani, cattolici o atei: ho visto anche un ragazzino a spasso con la sua mamma attenta e amorevole, con la stessa espressione da cucciolo che ha ad ogni latitudine ogni ragazzino a spasso con una mamma attenta e amorevole. E perché dovrei averne paura? Sarebbe un potenziale terrorista? A crescere nella mia città, è più probabile che diventi un mafioso. E, in quel caso, sì che ci sarebbe da fare una crociata. Mi dispiace, ma io la vostra pianta non la innaffio: io ci piscio sopra alla vostra pianta di odio.
Per convincerci hanno anche ricicciato la Fallaci, che in questi frangenti è sempre un ottimo concime (stallatico). Tessendone le lodi, ovviamente, perché il suo fanatismo fa comodo a fascisti vecchi e nuovi e perché anche questa ipocrisia la nostra (vostra) religione, non meno terrorista delle altre, ci ha lasciato: che dei morti non si parla male; che i morti, dopo morti, erano delle brave persone ed erano soprattutto detentori della verità assoluta. Oriana Fallaci era (era diventata?) una stronza intollerante, un'integralista al pari di quegli altri che hanno ucciso i lavoratori di Charlie Hebdo, e non sarà il fatto che è morta (per fortuna, così ha smesso di dire cazzate) a convincermi che aveva ragione.
La ragione sta dalla parte di chi usa la Ragione e non la religione. Per questo io sono Charlie, che faceva satira su tutti gli integralismi (compreso quello cattolico, ovviamente). Anzi, come hanno scritto i ragazzi in presidio oggi a Catania, su iniziativa di Pierre, studente Erasmus: "Iu sugnu Charlie". E scommetto che la redazione dell'ebdomadario, che pure ha scritto quella frase in tutte le lingue, a questo non ci aveva pensato.

lunedì 6 ottobre 2014

West Side Story 2.0


"Solo sprangate altro che parlare costa gente". Costa, scritto così. Virgole e altra punteggiatura manco a parlarne. E già basterebbe questo, perché non è che se intrattieni una conversazione su Facebook devi fare per forza l'asino. Il problema è che questo asino è davvero e, più che la mancanza di virgole o le parole inventate, a dare la misura della sua ignoranza è il (dis)valore della frase. Tragedia doppia e tripla: perché queste parole denotano il senso di arrogante superiorità tipico dell'ignoranza, il razzismo nei confronti di qualcuno, la violenza come unico argomento. E per di più non è il ragionamento di un leghista contro un "negro" che, secondo la vulgata più comoda, ci viene a rubare il lavoro, ma razzismo privo della benché minima ricerca delle cause nei confronti di qualcun altro che ha manifestato razzismo verso chi ci viene a rubare non il lavoro ma la disperazione. Sulla quale, peraltro, non bisognerebbe litigare dal momento che ce n'è in abbondanza per tutti.
Razzismo al quadrato e pure al cubo, razzismo che genera razzismo dopo una scena alla West Side Story 2.0 osservata a Catania. L'ha raccontata su Fb un amico giustamente sconvolto: forse poco meno di un centinaio di ragazzi e ragazze fra i 14 e i 18 anni (verosimilmente gli stessi - sfumatura alta dei capelli per i maschi, abbigliamento e trucco da Crazy horse per le bambine - che il sabato pomeriggio scendono in centro dal loro quartiere privo di tutto e combattono la noia spintonando e spaventando i passanti), armati di catene e diretti verso il quartiere San Berillo per quella che è apparsa come una spedizione punitiva nei confronti dei numerosi immigrati che vi abitano.
Disperati contro disperati, i primi arrivati da un quartiere privo di tutto, i secondi approdati in un quartiere privo di tutto, capaci solo di parlare il linguaggio della rabbia, qualcuno accanendosi su qualcun altro in condizioni peggiori delle sue. Talmente carichi di rabbia (e forse anche di noia) da esploderne. Sembra che si siano divisi i giorni: il sabato i ragazzini catanesi contro i migranti (e, a quanto pare, pure contro i turisti), gli altri giorni bande di immigrati contro altre bande di immigrati. E per tutta la settimana, evidentemente, odio cieco su Facebook da parte di chi commenta i fatti.
Non so quale di questi razzismi mi spaventa di più, perché pensare che "costa" gente - cioè con i ragazzini dei quartieri popolari talmente emarginati da non essere capaci di vivere in mezzo alla gente - l'unico argomento di discussione possano essere le sprangate è forse la tipologia più spaventosa di razzismo, l'odio verso chi è diverso e non ci interessa sapere perché è diverso, perché è un disadattato.
Eppure, se quelli sono diversi per il colore della pelle, questi lo sono in testa per responsabilità di tutti noi: un ventennio di tv che offre modelli vincenti di troie e magnaccia in erba, genitori (almeno quelli che avrebbero gli strumenti per capire) che i figli li fanno ma non se ne curano, insegnanti demotivati o privi di mezzi, e persino noi che camminiamo per strada sbuffando alla vista di bande di ragazzini molesti e pensiamo "costa gente" solo sprangate, altro che parlare. Costa, costa carissima l'ignoranza e l'indifferenza di tutti noi.

domenica 29 giugno 2014

Il gioco del silenzio


Alla fine di un'ora, durante la quale perfino il respiro è rimasto in silenzio, hai la sensazione di non avere mai parlato e di non sapere nemmeno come si fa. E dire che fino a pochi minuti prima avresti voluto esclamare: "Che meraviglia! E' bellissimo!" o il tuo consueto "Minchia, che spettacolo!"
Adesso invece non riesci ad articolare, a riprendere il flusso naturale delle parole. Silenzio. Siamo stati in silenzio per un'ora. Meglio: siamo stati ad ascoltare il silenzio per un'ora.
Il silenzio e tutti i suoi rumori. Il canto degli uccelli, lo scalpiccio delle scarpe sul "brecciolino", un fischio umano, passi timidi sul terreno, passi pesanti in giù per la scalinata di marmo, respiro affannoso nella scala a chiocciola, un battito di mani nella chiesa enorme e vuota come un deserto dentro cui senti persino lo spostamento delle onde sonore che propagano da quel battito di mani. E poi da fuori - lontani - un allarme, una sirena, un motorino smarmittato che ti ammoniscono: no, non puoi far finta che il mondo sia questo qui dentro e non quello rumoroso e molesto di là fuori. Però non sarebbe male ogni tanto.
Silenzio, e senti lo scrocchio di una foglia secca sotto una scarpa. Qualcuno imbriglia un colpo di tosse, c'è una porta che se ne frega del tuo silenzio e cigola, un braccio che si muove in cerchio ad elogiare l'incanto di un paesaggio in mancanza di parole.
E' Soundwalk fra il Monastero dei Benedettini e la chiesa di San Nicola a Catania. E' il rumore dei pensieri mentre percorri gli interminabili corridoi del convento. E' il contrasto fra le immagini che hanno popolato quei corridoi: la meditazione dei monaci, il vociare degli studenti adesso che è università e prima ancora, quando era un istituto tecnico. Da un vetro spesso vedi le fronde degli alberi smosse dal vento; si intuisce che il vento sta fischiando dentro le foglie, ma non si sente: come se anche lui stesse obbedendo a questo gioco del silenzio
E d'un tratto, intorno alla fontana senz'acqua, silenziosa, le figure - i protagonisti del Soundwalk - mettono in scena una rappresentazione teatrale: la rappresentazione teatrale del silenzio. Come manichini, si muovono in maniera organicamente scomposta, attraversano l'area in direzioni diverse, guardano cose diverse, ma uguale è il modo di muoversi, quello di chi si trova in una dimensione sacra a cui si deve rispetto: un luogo dove si incrociano il silenzio e il rumore dei pensieri. Come quando andavi in campagna dai nonni e però alla lunga ti facevi due palle così, o come quando vai all'alba su una spiaggia di ciottoli e sei tu da sola in compagnia dei tuoi pensieri, del minuetto delle onde sui sassi e della risata dei gabbiani.
Per singolare coincidenza, nelle stesse ore in via Etnea e nelle strade vicine è mancata a lungo la luce: niente musicaccia da discoteca nei negozi per teen-agers e niente aria condizionata. E tutti in strada con espressione inebetita, come se stessero ascoltando un silenzio a cui siamo ormai disabituati.

P.S.: Grazie al Soundscape Reasearch Group per avere organizzato la passeggiata sonora e a Stefano Zorzanello per avermi invitata.

venerdì 18 aprile 2014

Ciechi


Chissà se qualcuno della mia generazione se ne ricorda. Alla scuola elementare a un certo punto ci misero in mano una specie di mattonella di spugna e ci consegnarono un punteruolo: dovevamo imparare a scrivere in Braille.
Non so se si facesse anche nelle altre scuole; non so nemmeno se lo facevano nelle classi maschili. Probabilmente pensavano che fosse una cosa da femmine. Lavoro di precisione, nel quale procedevamo in maniera incerta, come incerto e confuso è oggi il ricordo. Ma è certo che serviva a farci conoscere un'altra realtà, a farci sapere che c'erano dei bambini come noi che invece che con gli occhi vedevano con i polpastrelli e che forse grazie a quelle tavolette bucherellate da noi in maniera imprecisa quegli altri bambini avrebbero letto e scritto. Convivenza con la disabilità, senso di solidarietà.
Dev'essere per questo che stamattina mi ha fatto particolarmente male vedere imbrattati di vernice i nuovi cartelli turistici scritti in Braille in una delle strade del barocco catanese: piccoli segnali di civiltà in una città che a fatica tenta di riemergere da un quindicennio in mano ai barbari, ma che a qualcuno danno fastidio, tanto fastidio da non esitare a fare uno sfregio alle persone disabili.
Forse oppositori, accecati dal loro rancore; forse semplicemente dei cazzoni, resi ciechi dalla loro ignoranza.

sabato 25 gennaio 2014

Elpidio?


- Nonno, ti ricordi Enrico?
- Chi, Erminio?
- No, Enrico.
- Ah, Elpidio.
- No, nonno: Enrico, E N R I C O.
- Ah, Enrico! Certo, e non c'è bisogno che strilli: CI SENTO BENISSIMO!

Bilancio di una mattinata, a Catania, passata a raccogliere firme per chiedere l'intitolazione di una strada ad Enrico Berlinguer. A parte i soliti che vedono la bandiera rossa e scappano a gambe levate e gli altri soliti che ritengono il Pd sinonimo di sinistra (e quindi, doverosamente, ci insultano), il risultato è che i giovani non sanno di chi stiamo parlando - mai sentito, mai "coverto" - e gli "anziani", infinita generazione che va dai cinquantenni ai novantenni, fanno fatica a ricordarsene. Ma come è stato possibile che in un ventennio si sia cancellato quasi un secolo di storia? Come se qualcuno avesse fatto a questo Paese un'operazione chirurgica per asportare un tumore. Però hanno tolto la parte sbagliata, quella sana.
Enrico Berlinguer. Glielo devi ripetere tre volte, un po' perché non sentono e un po' perché fingono di non sentire per prendere tempo. Si estraniano, strizzano gli occhi per mettere a fuoco, frugano nella memoria e alla fine lo tirano fuori: Enrico Berlinguer, sì, certo! E alla fine firmano. "Persona onesta" è la motivazione ricorrente (e consolatoria: vuol dire che c'è ancora chi conosce la parola onestà). Qualcuno, scavando nelle macerie dei suoi ricordi, lo rimpiange insieme a una schiera di politici della stessa generazione, praticamente una squadra di calcio, senza distinguere un brocco da un cavallo: comincia con Togliatti, Pertini, Moro, prosegue con De Gasperi, rotola giù nel precipizio fino a Scelba e Craxi. Almeno ha inquadrato il periodo storico. E comunque fa riflettere sul fatto che i politici di oggi facciano rimpiangere i politici di ieri, persino i peggiori.
Firmano gli intellettuali, firmano i compagni che non fanno più politica perché si sono rotti i coglioni della nostra litigiosità, passa qualche grillino e firma senza esitazioni. La prima a firmare, però, è una ragazza con un cognome pieno di X e di Y: giovane, "straniera", italiana nata a Sassuolo e residente a Catania. Forse a salvare l'Italia saranno quelli che ne conoscono la storia: gli italiani di seconda generazione.

lunedì 18 novembre 2013

Intitolare una strada di Catania a Enrico Berlinguer - Petizione (solo per i catanesi)

http://firmiamo.it/intitolare-una-strada-di-catania-ad-enrico-berlinguer


Al Sindaco di Catania
Al Presidente del Consiglio comunale di Catania
"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero". Enrico Berlinguer
L'11 giugno del 2014 saranno passati trent'anni dalla morte, sul palco a Padova, durante un comizio, di Enrico Berlinguer.
Non era "soltanto" il segretario nazionale del Partito Comunista: Berlinguer era un uomo il cui rigore morale e politico, la cui passione civile, il suo saper stare in mezzo alla gente e conoscerne le necessità erano universalmente riconosciuti. Tutti quelli che c'erano in quegli anni hanno ancora negli occhi il suo viso su quel palco come una maschera di dolore: dolore non soltanto "fisico", dovuto al malore, ma soprattutto lacerante angoscia per il degrado in cui precipitava il Paese e per la degenerazione dei partiti.
Difficilmente le nuove generazioni avranno la fortuna di conoscere un uomo che sintetizzi in sé il senso dello Stato, la cultura, la preparazione politica, lo spessore etico, la passione civile di Enrico Berlinguer. Per questo, perché i giovani traggano esempio dalla storia di quegli anni, e non soltanto come sterile omaggio formale, riteniamo che in ogni città d'Italia dovrebbe esserci una strada o una piazza intitolata a Berlinguer.
Per questo chiediamo a Lei di intitolare una via o una piazza di Catania a Enrico Berlinguer, nel trentesimo anniversario della morte, convinti come siamo che la dignità di una città riparta anche dal recupero e da una tutela strenua della memoria, come bene prezioso e antidoto alla corruzione e alla cancellazione della democrazia.

sabato 14 settembre 2013

Sembra ieri

C'è qualcosa che non torna. O meglio: torna sempre, torna ostinatamente, torna ossessivamente, torna ciclicamente e in maniera molesta. Già, i corsi e i ricorsi della storia. E soprattutto, la storia insegna ma non ha scolari. Qualche anno fa una compagna mi regalò un reperto archeologico, che custodisco con rispetto: non è ancora sotto la tutela della soprintendenza, ma poco ci manca. E' un "volantino" formato tabloid calibrato: Unità delle sinistre Catania (cioè Dp, Pdup, Mls), elezioni amministrative di non so più quando, comunque fine anni Settanta. Candidati e programma. Di tanto in tanto lo tiro fuori e mi diverto (o mi intristisco) a leggere i nomi: a parte qualcuno che se n'è andato senza avere la possibilità di diventare vecchio, ci siamo tutti: operai, disoccupati, studenti nel frattempo diventati psichiatri, dentisti, ingegneri; qualcuno già allora docente universitario e oggi in pensione; gli stessi che oggi si ritrovano alle manifestazioni con la pelle avvizzita e i capelli bianchi, con la differenza che in quella lista ce n'erano di più di quanti ci ritroviamo oggi ai presìdi. Stavolta ho dato un'occhiata al programma. In sintesi: contro la Dc, per lo sviluppo di Catania, contro la politica di unità nazionale, per l'alternativa di sinistra. Mutatis mutandis, esticazzi. Idem per il programma dettagliato: disoccupazione, condizione femminile, no al nucleare, no alla guerra, no al terrorismo, lotta alla mafia, depenalizzazione delle droghe leggere. E poi Catania: piano regolatore, palazzinari a bestia, sfratti. Dopo di che mi cade l'occhio su una frase: "Il voto del 3 e del 10 giugno, in tutto il Paese (e - scusate la digressione - anche questo mi dà la misura della mia vecchiaia, visto che sono rimasta fra i pochissimi che scrivono ancora Paese con la maiuscola, come quarant'anni fa), ma con evidenza maggiore in Sicilia e a Catania, ha dimostrato chiaramente, con l'arretramento della sinistra e la crescita dell'astensionismo, che esiste una critica politica di massa alla strategia dominante della sinistra, una critica della politica come attività estrema e contrapposta ai bisogni delle masse, una crisi delle forme tradizionali di organizzazione politica e di partecipazione popolare". Pare oggi. Con una particolarità, che in un altro passaggio si parla della necessità di "elaborare un progetto di lotte e di obiettivi tale da ricostruire una credibile unità della sinistra e coinvolga in questo processo PCI e PSI" (che, evidentemente, a quel tempo non era ancora quella merda che poi sarebbe diventato e forse era meno peggio - cosa oggettivamente difficile - di questo Pd). Dopo di che qualcuno ha cominciato a pensare di essere unico titolare di quel simbolo (falce e martello su globo stilizzato), qualcuno a proclamarsi più comunista degli altri, qualcun altro a ritenersi più titolato di altri come giudice del tasso di comunismo nel sangue di ciascuno. Più, più, più. Come un giocatore di poker che, di rilancio in rilancio, si spinge nel baratro con le sue stesse mani. E ogni volta che ci si riprova è sempre la stessa storia. Pare ieri, pare oggi. Salvo poi, all'ennesima sconfitta elettorale, farsi la consueta pippa sulla "critica politica di massa alla strategia dominante della sinistra". Scusate, ma quale sarebbe la strategia dominante della sinistra, quella di prendersi a martellate sui coglioni da qui all'eternità?

sabato 17 agosto 2013

A Sharm come nella casa del Grande fratello

C'è - come in ogni tragedia - un aspetto divertente anche in questa guerra egiziana che uccide migliaia di persone e infligge ferite forse non sanabili a biblioteche cariche di storia. E' la prigionia dei forzati della vacanza: gli italiani medi e mediocri, quelli che Sharm El Sheik la chiamano confidenzialmente Sharm per fare capire che ci vanno con la stessa frequenza con la quale io vado da Catania ad Acicastello. Prima la Farsesina ha cominciato a dirgli di non allontanarsi troppo; ora gli hanno spiegato che è meglio se restano chiusi nei resort. Come in una sorta di contrappasso dantesco, ominicchi e donnicciuole da film dei Vanzina, che non vedono al di là del loro villaggio turistico e ai quali della biblioteca di Alessandria non importa una mazza, sono condannati al Grande fratello: segregati nella "casa" per accedere alla quale si sono indebitati per i prossimi undici mesi, al termine dei quali andranno nuovamente a chiedere un prestito ad una finanziaria per recarsi ancora una volta a "Sharm" del quale forse non sanno nemmeno che si trovi in Egitto. Perché lo charme di "Sharm" è "Sharm", capitale della burinitudine, e chi se ne frega se Al Cairo la gente muore a grappoli. C'è una cosa che non mi è chiara, però, essendo una che va solo da Catania ad Acicastello: quando sarà il momento di ripartire, essendo sconsigliato tassativamente di uscire dal resort, l'aereo atterrerà direttamente sul villaggio turistico e se li riporterà in Italia ancora in costume da bagno?

giovedì 8 agosto 2013

Il genio dell'ipod

Caro Francesco, sono giorni che ci penso e te lo devo dire: l'altro giorno hai detto un sacco di cazzate, con tutte quelle menate sulla sinistra in cui non ti ritrovi, i No Tav, i ciclisti e la decisione di non votare più. Roba da pestarti a sangue incontrandoti per strada (e magari ti schermiresti: "Guarda che non sono io"...). Come spesso capita ai vecchi (invecchiati) borghesi di sinistra, hai sciolto le briglie e lasciato che il vecchio reazionario cresciuto silenziosamente in te corresse libero come l'aria. Senza preoccuparti del male che può fare fra la folla un anziano cavallo imbizzarrito. Avevo deciso di chiudere definitivamente con te. Ma stamattina devo avere sfregato il mio ipod un po' troppo energicamente e ne sei uscito tu. Insieme a oltre quarant'anni di vita. Uno dei (pochi, ahimè) ricordi belli del mio ex matrimonio: un viaggio da Catania a Reggio Calabria in treno (e in terza classe si viaggia male, fidati) per ascoltare te e Lucio Dalla in Banana Repubblic. Voi dentro lo stadio a suonare; noi squattrinati fuori, con le orecchie incollate al muro dello stadio ad acchiappare al volo le note e farci un concerto self-made. Poi un altro stadio: quello di Letojanni, con mio figlio piccolissimo (doveva essere l'82) che ballava sul prato. E qualche anno fa alla Favorita di Palermo: eravate in quattro a raccontarmi la mia vita quella volta. In quell'occasione - in uno scenario ormai da sinistra irrimediabilmente rosée - qualcuno mi disse: "Sei stata una dei pochissimi coraggiosi". Coraggiosi, disse proprio così. Cos'avevo fatto di così eroico? Niente di speciale. Io sono come il cane di Pavlov: appena sento "l'Italia che resiste", sollevo il pugno chiuso. Esco allo scoperto irresistibilmente come Roger Rabbit con "ammazza la vecchia". E tu oggi non mi puoi venire a raccontare che "sono tutti uguali" e non mi convincerai a restare chiusa dentro casa quando viene la sera, ma non riuscirai nemmeno a farmi recidere il mio legame con te. In fondo tu per me sei come mia madre. Anche lei è una vecchia reazionaria, con la differenza che la sua non è soltanto una condizione anagrafica, ma congenita: dice di essere di sinistra, ma è da sempre oggettivamente fascista. E io da sempre - almeno da quando ho acquisito la ragione - la mando affanculo tutti i giorni tre volte al giorno. Però poi sfrego qualcosa e lei si materializza come il genio della lampada; così come ti materializzerai tu ogni volta che sfregherò l'ipod.

lunedì 24 giugno 2013

Assi di mazza

Ma io ormai ho una certa età: tutte queste emozioni in un giorno solo non le posso reggere! Dunque, andiamo con ordine: 1) a Catania il mio sindaco ha annunciato che istituirà il registro delle unioni civili; 2) a Messina è diventato sindaco l'eroe dei noponti; 3) a Milano il vecchio porco è stato condannato a togliersi dai coglioni. Sì, lo so: sarebbe stato meglio che il punto 3 avvenisse per via politica ma per il momento non guastatemi la festa. Anche perché sono state troppo divertenti le dichiarazioni del poker di assi di mazza (non è un refuso: volevo proprio scrivere mazza, singolare), autoproclamatosi difensore d'ufficio. La Santanché se n'è andata in tribunale, per "guardare in faccia" durante la lettura della sentenza le tre donne che da lì a poco avrebbero sancito la fine della carriera politica e imprenditoriale (titolo Mediaset subito a picco: roba da avere un orgasmo in diretta!) del gran puttaniere. Ha detto che ci voleva essere perché è una donna (sì, anche Crudelia Demon tecnicamente lo è) "che ha fatto tante battaglie per le donne". Come il diritto al tacco 15 o, come suggerisce un mio amico, più silicone per tutte. La Gelmini - dall'alto della sua competenza giurisprudenziale, certificata da una regione dove l'abilitazione all'esercizio della professione la danno a cani e porci - se l'è presa con il procuratore Bruti Liberati per la sua presenza in aula: "In un processo insolìto, anomàlo e àssurdo, ugualmente insolìta e àssurda è la presenza oggi in aula, in toga, al fianco del pm Sangermano, del capo della procura di Milano, Bruti Liberati", ha dichiarato l'ex ministra dell'Ignoranza sotto l'egìda di un campione di autoprostituzione come il medico omeopata Scilipoti Domenico, ma il suo nome è Mimì. Anche per lui la presenza di Bruti Liberati era "un oscuro presagio" che faceva sospettare "un tentativo di pressione sul Collegio giudicante". Insomma, il procuratore avrebbe potuto telefonare ai giudici e dire loro di condannare il vecchio maniaco perché lontano parente di un suo condomino che gli stava sul cazzo. E poteva mancare fra i dichiaranti quello che, avendogli già dato (sia pure solo metaforicamente, forse) il culo, qualche giorno fa si è detto pronto a dargli sua moglie? Certo che no. E dunque, eccolo lì il Razzi dalla rima fin troppo ovvia che emette la propria di sentenza: "Lui è innocente, sono tutte fantestorie". Sic. Fantastoria, singolare femminile; fantestorie, plurale femminile. Decisamente singolare.