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mercoledì 29 gennaio 2020

Feltri e il Prostamol

Il povero Feltri, che ormai presumibilmente e anche visivamente ha difficoltà a contenersi, l’ha fatta ancora una volta fuori dal vaso.
In mancanza di meglio (e forse proprio per questo) lo eccita particolarmente seminare odio contro le donne e dunque oggi sul suo giornale, Libero (!), se n’è uscito con un titolo a nove colonne in prima pagina per raccontarci la balla che i maschicidi – così li chiama – sarebbero più dei femminicidi. Mettendo nel calderone del presunto maschicidio omicidi di ogni tipo, fingendo di non sapere che di solito sono gli uomini che uccidono altri uomini, che sono rarissimi gli omicidi commessi da una partner, che il termine femminicidio indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo – come spiega l’Accademia della Crusca – in ragione della sua mancata sottomissione, e che per questo il termine femminicidio indica non solo che una donna è stata uccisa (no, non ci provate: non lo usiamo per indicare l’uccisione di una donna nel corso di una rapina in banca) ma il motivo per cui è stata uccisa e cioè appunto perché un uomo voleva tenerla sottomessa, controllarne la vita, averne il pieno possesso come se si trattasse di una cosa. 
Ma evidentemente Vittorio Feltri, che dirige un giornale, non frequenta i corsi di formazione per giornalisti in cui si parla di violenza di genere, non legge i dati, non li analizza, non si informa pretendendo di informare, butta lì una frase senza sapere di cosa sa parlando e per il solo gusto di provocare. Soltanto perché a un certo punto gli scappa e deve trovare una scusa per farla, appunto. E non sarà un caso se nella stessa prima pagina del suo giornale c’è la pubblicità del Prostamol. 

lunedì 30 marzo 2015

La sicurezza sul lavoro (delle donne) secondo Littizzetto

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Ammettiamolo, è colpa nostra: lei parlava del cazzo di Berlusconi (così come oggi fa con quello di Rocco Siffredi) e noi l'abbiamo fatta assurgere al rango di commentatrice politica.
Sicché ora si sente autorizzata a deliziarci con i suoi sermoni politici, costruiti senza un minimo di riflessione e di conoscenza delle cose. Cioè, appunto, a cazzo. Per di più dismettendo i panni comici grazie ai quali in fondo si può dire qualunque minchiata e indossando invece una patetica veste da maestrina che non le si addice.
Ma veniamo al punto. Secondo Luciana Littizzetto la battaglia per un uso non sessista della lingua italiana, peraltro fatta propria dall'Accademia della Crusca, sarebbe una specie di capriccio che si contrapporrebbe alla battaglia vera per lo stipendio delle donne equiparato a quello degli uomini. Insomma sarebbe come dire che se un operaio lavora da precario in un cantiere dove di casco giallo conoscono solo quello delle banane, l'importante è stabilizzarlo e chi se ne frega della sicurezza sui luoghi di lavoro e se l'operaio va a finire stabilizzato sull'asfalto per mancanza di protezioni. Però era stato assunto. Sai che consolazione. Perché la battaglia sul salario dovrebbe escludere quella sulla sicurezza? Con la stessa logica, una magistrata dovrebbe essere ben felice di avere lo stipendio uguale a quello di un suo collega e chi se ne frega se la sua professionalità viene negata e se da questo discende anche una serie di comportamenti da parte di un marito che la odia (forse fino ad ucciderla) proprio perché ha fatto carriera e proprio perché nel suo vocabolario e in quello di molti altri questa possibilità non era contemplata.
Ora Littizzetto la può pensare come vuole, e ci mancherebbe, però prima di parlare - per la grande responsabilità che ha di rivolgersi a milioni di persone - dovrebbe sentire il dovere di documentarsi e magari non seguire acriticamente il flusso della corrente. Certo, ne è passata di acqua sotto i ponti (e di soldi nelle sue tasche) da quando partecipava alle feste comuniste dissacrando il potere e mostrando come il re fosse nudo. Ora il re lo vede vestito e a quanto pare le piace servirsi dallo stesso stilista.
Comunque non le farebbe male per un giorno non dico frequentare gli accademici della Crusca, ma quanto meno una maestra elementare: perché le spieghi che il femminile di maestro esiste da sempre (a riprova del fatto che quando conviene al potere una donna può esercitare un mestiere esigendo il rispetto del genere lessicale) e che presidente è invariabile: il presidente, la presidente. Non "la presidentessa" che sa di presa per il culo.



martedì 18 novembre 2014

Voltagabbano


Oggi su Facebook si disquisiva sul sesso degli angeli. O meglio: del curriculum, strumento attraverso il quale si dovrebbe trovare il lavoro adeguato alle proprie competenze. Il quale lavoro - come gli angeli e dunque come il loro sesso -, però, non esiste.
Nello specifico, si parlava del plurale di curriculum a partire da un pezzo pubblicato dall'Huffington Post e firmato da tal Umberto Croppi, evidentemente ritenuto da qualcuno un esperto in materia, il quale afferma - con fascistissima certezza - che il plurale di curriculum è curriculum mentre curricula sarebbe una specie di esercizio onanistico praticato da quelli che hanno studiato il latino per far vedere che hanno studiato il latino.
Ora, non c'è dubbio che il signore in questione, diplomato sommelier, con un curriculum da esperto in comunicazione e direttore di un'agenzia pubblicitaria, debba essere davvero un'autorità in materia di ricerca del lavoro se nell'arco della sua vita ha ricoperto incarichi nazionali nei partiti, passando allegramente dall'Msi alla Rete ai Verdi e approdando ad Alemanno e poi a Marino. Però viene puntualmente e doviziosamente smentito dall'Accademia della Crusca che spiega come il plurale di curriculum sia proprio curricula, con buona pace di Croppi.
Ovviamente ciascuno resterà sulle proprie posizioni. Nulla quaestio. In alternativa, si potrebbe ovviare al problema adottando il metodo Cochi e Renato: "Io ho mandato un curriculum, anzi due".
Resta il fatto che per trovare lavoro non serve il curriculum, ma una gran botta di curriculum. A meno che uno non decida di fare di mestiere il voltagabbana. A proposito: bisognerebbe chiedere a Croppi, superesperto in materia, se voltagabbana al maschile fa voltagabbano. E comunque: in vino veritas.

lunedì 11 giugno 2012

Madame la Présidente

Appartengo a quella categoria di donne che dicono la ministra, l'avvocata, la sindaca, la magistrata, eccetera, e godo come una pazza quando - riferendosi a un gruppo di dieci persone fra le quali un solo maschio - qualcuno in maniera sgrammaticata (di una grammatica decisamente maschilista) si rivolge al gruppo con desinenze al femminile. Dunque, non posso che accogliere con entusiasmo la notizia che l'Accademia della Crusca abbia certificato nei fatti la necessità del riconoscimento ufficiale dell'esistenza delle donne nella lingua italiana (e non sarebbe male, però, se accadesse anche nella società italiana), collaborando al Progetto del Comune di Firenze "Genere e linguaggio" che ha tracciato le "Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo" dedicando un capitolo alla scelta di un linguaggio “rispettoso dell’identità di genere”. Ora, però, riservando io alla Crusca la stessa devozione che i cattolici rivolgono al papa (del quale dubito fortemente che la meriti), come al papa vorrei chiedere una particolare dispensa agli Accademici: io non dirò mai la ministra del Lavoro di una che cancella tutti i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici né - nel prossimo settennato - Madame la Présidente. Mi dispiace, ma non ce la faccio. Perché, vedete, io di donne stronze ne ho conosciute (non è che noi siamo immuni), ma se uno è così stronzo non può che essere un maschio.