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sabato 14 novembre 2015

Guerra


Se avessi soldi prenderei un aereo per Parigi in questo stesso momento. No, mamma, tranquilla, in questo momento non è pericoloso andare a Parigi: perché è già successo tutto e perché in questo momento è pericoloso in qualunque posto persino starsene chiusi dentro casa.
Stanotte mi ronzava sulla testa un aereo militare, hanno un rumore particolare gli aerei militari, e da queste parti ci abbiamo fatto quasi l'abitudine, noi che siamo colonia dell'impero e da qui facciamo guerra al mondo intero. Io no, io non ci ho fatto l'abitudine: io ho paura persino dei film sulla guerra e ho paura ogni volta che li sento passare quegli uccellacci neri, resto in apnea per tutto il tempo in cui volteggiano qui su, tendo l'orecchio ad accompagnarli mentre si allontanano, resto vigile per essere sicura che non ritornino. Vigile e impotente di fronte a una guerra senza data di inizio e di fine, senza territori delimitati, come un fiume che scorre sotterraneo e all'improvviso esplode travolgendo tutto. Non so quando succederà di nuovo e dove succederà.
So solo che succederà. E ancora una volta ci rimetteremo a pensare al nipote, all'amico di tuo figlio, al cugino, ai tanti ragazzi che da qui se ne sono andati per cercare il futuro o anche soltanto per respirare il fascino di quella città; e penseremo all'ospite di tre giorni di cui non ricordi più nemmeno il nome ma di cui ti chiedi se si è salvato.
Vorrei andare a cercarli tutti, mannaggia ai soldi. Se avessi soldi partirei subito per Parigi e mi metterei a girare per le strade, per abbracciarli tutti uno ad uno quelli che sono rimasti, e ad ognuno chiedere se conoscono il tizio o la tizia che ho conosciuto una volta per due o tre giorni qui nella mia città. Chissà dove sono adesso. Ne sono passati tanti da qui, da questa città dove la gente vive come se non sapesse che di notte nei suoi cieli si fa la guerra. Loro qui ci sono venuti per turismo, soprattutto coppie giovani: francesi sciovinisti che non dicevano una parola di italiano, francesi che credevano di dire qualche parola in italiano e invece la dicevano in spagnolo, spagnoli che vivevano in Francia, una ragazza nera e un ragazzo bianco bellissimi, australiani trapiantati a Parigi. Dove sono adesso?
Vorrei andare a bussare ad ogni porta, infilarmi in ogni vicolo, citofonare a casaccio. E abbracciarli, abbracciarli tutti forte quelli che incontro, talmente forte da non riuscire a respirare: così potrei pensare che a farmi male e a scricchiolare siano soltanto le mie ossa e non il pensiero che in qualunque posto e in qualunque luogo può succedere a una persona a cui vuoi bene e tu non ci sei a tenerle la mano.

sabato 2 novembre 2013

Intervento umanitario


Molti anni fa conoscevo un tizio che lavorava all'ufficio Anagrafe del comune.
Un giorno mi vide in fila, in attesa di richiedere un certificato, e - lungi dall'apprezzare o dal trarne un qualunque minimo insegnamento - si offese a morte perché non mi ero rivolta a lui. Uomo piccolissimo, leso nel suo piccolissimo potere di gestire un piccolissimo potere. Offeso perché - così mi disse - evidentemente non lo consideravo un "amico". Dove amico è sinonimo di "uno che ti fa i favori" scavalcando tutti gli altri - qualcuno vecchio, qualcuno handicappato, qualcuna troppo incinta, qualcuno troppo grasso per stare in piedi a lungo - che avrebbero diritto allo stesso "favore", ma un amico così non ce l'hanno.
Amico come la Annamaria, quella che mangia sempre le caramelle, la ministra dell'ingiustizia: quella che al telefono con la sua amica ripeteva "non è giusto" perché avevano arrestato in blocco tutta la famiglia Ligresti, aggiungendo "qualsiasi cosa io possa fare conta su di me". Così come evidentemente per quel tizio, peraltro non richiesto, non era giusto che io facessi la fila, ma tutti gli altri sì. E infatti, come un Berlusconi qualunque, l'amica Annamaria - piccolissima donna che gestisce un grande potere - ha preso il telefono e (sembra, pare, ma io non ci credo, direbbe Crozza) e ha fatto scarcerare la piccolina che faceva i capricci e non mangiava perché a quanto pare il regime carcerario non era in sintonia con il tenore di vita a cui era abituata. Se ne deduce che se tu normalmente fai una vita di merda, siccome quella che fai in carcere è uguale a quella che facevi fuori, anche se stai morendo puoi restare a marcire lì dentro.
Ha detto che il suo è stato un "intervento umanitario", assicurando di averlo fatto per molti altri. Quindi, immagino (si attendono testimonianze), per migranti "colpevoli" di essere scappati da guerre e fame, tossicodipendenti, qualche disoccupato costretto a rubare il latte e i pannolini per i suoi figli. Intervento umanitario, sì, come quelli che fanno gli Stati Uniti e i paesi loro sudditi: si chiamano guerre. E, in questo caso, guerra dei ricchi contro i poveri.

mercoledì 25 aprile 2012

Il "faro" della democrazia, dove si arrestano i bambini

Un popolo di guerrafondai, un Paese dove vige la pena di morte, una legislazione punitiva.... chissà quale nazione afflitta da regime autoritario, vero? Magari di quelle dove bisogna "esportare la democrazia", no? E invece no: quella che tutti ritengono la civilissima America, il faro della democrazia, gli Stati uniti di cui tutti si riempiono la bocca quando devono parlare di tecnologia. Sapete che c'è? C'è che gli americani sono scemi. Nel migliore dei casi. Come lo vorremmo chiamare altrimenti un Paese dove i bambini si schiaffano in prigione come pericolosi criminali? E' successo di nuovo, a Shelbyville, una cittadina dello stato dell'Indiana: un bimbo di sei anni (sei anni!) arrestato con l'accusa di avere aggredito a morsi e calci il preside della sua scuola. La stessa età ha la bambina ammanettata e portata via dagli agenti meno di dieci giorni fa a Milledgeville, in Georgia, dopo che - in preda a una specie di attacco isterico - aveva colpito il preside e danneggiato alcune suppellettili della scuola. Ammanettata! In un Paese civile ci si porrebbe il problema di capire di chi è la responsabilità se un bambino dà di matto e diventa un energumeno come Hulk. E non è che ci sono tante possibilità di scelta: o è la scuola o sono i genitori. O tutti e due insieme, oltre a un intero sistema che esalta la violenza: una specie di miscela esplosiva. E loro, invece di autoarrestarsi da soli o, almeno, di dichiarare il loro totale fallimento come educatori, li ammanettano. Come se non bastasse imprigionarli in corpi deformi e restringere, rinchiudere ingabbiare (fino a impedire qualunque possibilità di funzionamento) i loro cervelli nel lardo McDonald.