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martedì 21 aprile 2015

Straricco al 100%

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Gentile signor Armani, sono assolutamente d'accordo con lei: "La chirurgia estetica è un'idiozia".
E' su tutto il resto che non la seguo. Lei sostiene che un gay "è un uomo al 100%" e dunque non deve "vestirsi da omosessuale". Facile per lei: a parte che con il mestiere che fa se anche lei fosse un gran scopatore seriale di femmine la bollerebbero come gay "a prescindere", poi con tutti i soldi che ha lei può permettersi il lusso di essere quello che vuole senza che nessuno osi contestarla. Perché da noi funziona così: se hai i soldi puoi fare quello che vuoi (anche ammazzare, rubare, corrompere), altrimenti non hai nemmeno il diritto di vivere.
E qui di diritti si parla, che in alcuni casi - visto che gli altri si rifiutano di accettare la realtà - vanno rivendicati anche vestendosi in modo "strano". Che poi, francamente, intanto io di tutti i gay che conosco non ne ho mai visto uno vestito "da omosessuale" (intende, per caso, con piume di struzzo e lustrini in stile Cage aux folles? Ma dove li ha visti, se non al cinema?), e in secondo luogo se a un maschio machissimo piace indossare una camicia a grandi fiori colorati stile hawaiano, avrà il diritto di vestirsi come cazzo gli pare? Se poi parliamo di buon gusto, è ovvio che un indumento di quel genere non è il massimo della "sciccheria" né per un etero né per un gay e nemmeno per una donna. Come non lo è abbinare i colori come se si fosse stati risucchiati nel bel mezzo di una tempesta magnetica. Ma questo è un altro discorso.
Ho il timore che quello che la scandalizza sia appunto la rivendicazione dei diritti per tutti i gay - e non solo per gli straricchi al 100% come lei -, così come qualche decennio fa scandalizzavano i nostri gonnelloni a fiori e gli zoccoli ai piedi.
Quello che scandalizza me, invece, è che lei possa portare le sue società all'estero per evadere il fisco e poi uscirsene con una transazione.

sabato 28 settembre 2013

Apologia della tazzina sbilenca

Alcuni anni fa commissionai alla mia amica Laura che ha il laboratorio di ceramiche sotto casa mia (si chiama "Maninterra": se vi trovate a Catania, fateci un salto) quattro tazzine da caffè. Quattro, sì, perché il concetto di "servizio" mi ricorda un po' troppo - per restare sull'attualità - quella famosa famiglia Barilla tutta stereotipi sessisti, diabete e ipocrisia: fosse per me, dopo avere sigillato ben bene porte e finestre, ci scaricherei sopra una bombola gigante di insetticida. Prima che lo facciano da sé. Fateci caso: sono gli stessi che a un certo punto massacrano le mamme e i fratellini, poi intervistano il parroco e... "venivano tutte le domeniche a messa". Appunto. Ma torniamo alle tazzine: quattro, che già rispetto a sei o a dodici è portarsi avanti con il lavoro. Come quando da una famiglia cominciano ad andarsene tutti: qui si parte già in pochi, così non ti fai illusioni. Quattro e, quel che più conta, l'una diversa dall'altra. In un servizio tradizionale per distinguerle devi aspettare che una si sbrecchi un po', acquisisca una propria personalità, e magari poi proprio per questo la metti da parte. Le mie tazzine hanno personalità forti, sono assolutamente fungibili (non ce n'è una che si fa il culo a pulire casa mentre l'altra si gratta i coglioni) e la mattina è un'impresa scegliere, ma è anche divertente: a volte mi faccio guidare dall'umore, ma se sono proprio indecisa chiudo gli occhi, vado a tentoni e ne prendo una al buio. Non resto mai delusa: sono tutte bellissime. Ce n'è una, però, che mi piace più delle altre: è quella gialla, che è un po' sbilenca. Ed è bella proprio per questo. Come quei frutti che non sono perfettamente rotondi, ma sono buoni in maniera emozionante. Mentre quelli perfetti sono sciapi e insignificanti. E anche piuttosto odiosi con quella loro pretesa di perfezione. Non so perché mi piace tanto la mia tazzina gialla: forse perché nella mia famiglia io sono sempre stata quella un po' sbilenca (comunista, atea, sbattezzata, allergica a qualsiasi forma di leccamento di culo anche se questo significa fare la fame, "diversamente alta"... scegliete voi: sono "tutta storta", come dice mia madre). O forse perché una famiglia non è famiglia se si è necessariamente prefabbricati, lobotomizzati e possibilmente benedetti da chi non avrebbe alcuna autorità per dare lezioni di morale. Una famiglia è famiglia se si è tutti diversi. E tutti uguali.

venerdì 20 settembre 2013

Ciccio, Pippo e il marketing

Certo che devono essere disperati: i clienti spariscono, ma stavolta non è colpa della crisi economica. Prodotti scadenti che manco quelli dei cinesi. Di migliorare la qualità non se ne parla - gli manca il know-how, come si dice -, meglio puntare sul marketing. Si sono rivolti a due esperti: Ciccio e Pippo. Ciccio fa lo "sciorto", il tipo "iosonounocomevoi": si porta la valigia da sé, sale su un'auto normale, quand'è ora di pranzo - pensa te - augura buon pranzo. Pippo è il piacione che in negozio ti dice sempre quello che tu vuoi sentirti dire. Con quel vestito a fiori sembri una balena? E lui: "Ma come la sfila!". Oppure ti fa tutto un discorso sulla bellezza di indossare un capo in cotone o in lino, salvo poi vendertene uno del genere sintetico radioattivo. Grafico delle vendite in lievissima ascesa, ma non è bastato. Ciccio e Pippo ora si sono inventati due cose nuove: il primo ha fatto togliere le barriere architettoniche dal supermercato, così ci possono entrare anche quelli che finora non avevano accesso. Beh, qualcuno - tipo i gay - entrava pure prima, ma di nascosto, quando serviva a loro. E pure le donne che avevano abortito: se si erano rivolte al devotissimo ginecologo, obiettore in ospedale e avanzatissimo per effetto dell'odore dei soldi in clinica privata intitolata a qualche madonna, non erano scomunicate. Sante donne. Insomma ora lì possono entrare dalla porta principale gli omosessuali, le donne che hanno abortito ma si sono "pentite", e persino quelli che si sono macchiati del grave reato/peccato di fare sciogliere quasi gratis il loro matrimonio da un tribunale civile anziché farsi "solare" un pacco di soldi da giudici benedetti nel nome di dio. Anche Pippo vorrebbe rendere più accessibile il suo supermercato ormai ridotto a una catapecchia cadente. Forse sarebbe stato meglio chiamare una ruspa e dargli il colpo di grazia, ma Pippo - in arte Civati Giuseppe, parlamentare Pd, che predica bene ma razzola sempre nello stesso pollaio dove la crusca è assicurata - oggi, insieme ad altri "compagni" (gulp!) di partito, ha deciso di scrivere alla clientela in fuga. Per chiederle di partecipare al congresso e iscriversi in massa al partito per cambiarlo dall'interno. Con capolavoro finale di retorica: "Ne vale la pena. Non per noi, non per chi sarà il prossimo segretario, ma per il Partito Democratico. Che è un po' come dire per l'Italia". Minchiata per minchiata, forse sul piano del marketing era più convincente quella di Ciccio: non sono mai stato di destra. Del resto, è la balla che il Pd da quando esiste cerca di propinare ai suoi iscritti. Ma, ora che ci penso: non è che Ciccio si sta candidando alla guida del Pd?