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sabato 18 luglio 2015

Diabete

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Che vi devo dire? Ha ragione un mio amico che mi prende in giro perché secondo lui sono una "romanticona", ma a me 'sta storia piace tanto. Cioè: mi piace e non mi piace.
Circola da giorni ed è la storia del ministro francese dell'Economia, Emmanuel Macron, che ha scelto il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, per svelare di avere sposato la sua insegnante di lettere del liceo, Brigitte Trogneux, di 20 anni più grande di lui, ben otto anni fa. Otto anni, vi rendete conto? Questi due hanno dovuto aspettare otto anni - non nell'Italia di Giovanardi, ma nel Paese più illuminista del mondo - e scegliere una data rivoluzionaria per far sapere a tutti che si amano da vent'anni.
Mi piace questa storia, perché è una storia d'amore e io, sì, ha ragione il mio amico, sono una romanticona e mi piacciono tutte le storie d'amore: fra coetanei e fra "sbilanciatetanei", fra donne e uomini, fra donne e donne, fra uomini e uomini, fra bianchi e neri, fra neri e gialli, fra Capuleti e Montecchi, e così all'infinito. Anzi: più sono complicate e più mi piacciono. E questa mi piace tanto perché mi ha fatto ripensare subito a un'altra storia francese, rivoluzionaria, di cui mi innamorai quattordicenne: film "scandaloso", tratto da una storia vera altrettanto "scandalosa", quel "Mourir d'aimer" di André Cayatte che raccontava l'amore fra un'insegnante e il suo allievo. Lì si moriva, qui non muore nessuno per fortuna (se non, speriamo il più tardi possibile, per scadenza dei termini) e però non mi piace per niente che a distanza di oltre quarant'anni da quel film due persone che si amano debbano temere il giudizio degli altri perché lei ha vent'anni di più. Evidentemente zoccola nel sentire comune; evidentemente uno strafigo se a mettersi con una ragazza molto più giovane fosse stato un uomo. Lo dimostrano i titoli di merda di certi giornali - "Il baby-ministro e la prof-mamma", "Il ministro e la prof: la relazione che infiamma la Francia", "Emmanuel Macron: il (giovane) ministro e la sua ex prof" - che non disdegnano di sottolineare tre volte la differenza d'età.
E non mi piace per niente anche il sospetto che avvelena le mie tendenze diabetogene: non è che per caso questo esponente del Partito socialista francese, generazione renziana, destro come il suo coetaneo italico, ha scelto di far vivere in clandestinità la sua compagna per tutto questo tempo per non pregiudicare la propria carriera politica? E non è che poi ha potuto "svelarsi" perché è ricco e famoso come una star del cinema?
In ogni caso, io uno che ha vent'anni meno di me non me lo sposerei: già sono dei cazzoni inaffidabili a sessant'anni, figurarsi a quaranta. Ma questa è un'altra storia.

domenica 26 ottobre 2014

Una famiglia allargata


Sapete che vi dico? In questo momento non parlo come dirigente di partito e scrivo mentre è in corso il Comitato centrale del mio partito a cui non ho potuto partecipare e che non so cosa deciderà; non fraintendetemi, però: non smetto dopo più di quarant'anni di essere comunista, ma - sapete che vi dico? - mi iscrivo al partito nato il 25 ottobre. A San Giovanni c'era un milione di persone e per ognuna che è partita ce n'erano almeno altre cinque che per varie ragioni (soprattutto economiche, perché a questo è servito anche lo smantellamento di tutti i diritti: ridurci alla fame per toglierci pure la possibilità di protestare) non hanno potuto esserci: almeno cinque milioni di persone, più del doppio di quelle che (destri compresi, cioè i più) hanno votato Pd alle ultime elezioni europee.
Cinque milioni di persone sono un partito grosso. Sì, lo so: là in mezzo c'erano tanti che hanno votato Pd e che ora la devono smettere di fare i pesci in barile, perché non basta una manifestazione a cancellare la responsabilità di avere dato il Paese in mano a un avventuriero. Ma adesso abbiamo tutti un dovere: farlo vivere quel partito nato il 25 ottobre senza che nemmeno ce ne accorgessimo. E' come quei bambini nati senza essere stati programmati ma che, dal momento in cui esistono, si amano con tutti se stessi, perché sono belli, intelligenti, allegri, socievoli e hanno una gran voglia di vivere. Diamogli un nome: chiamiamolo partito del lavoro, partito per il lavoro, partito per la Costituzione (non era questo, forse, che rivendicavamo - lavoro e rispetto della Costituzione -, tutti noi, precari, pensionati, lavoratori a tempo indeterminato e a tempo determinato, disoccupati, due giorni fa a Roma?), chiamiamolo come cazzo vogliamo, ma nutriamolo e facciamolo crescere. Tutti insieme, come se avesse milioni di mamme e di papà, come se fosse una famiglia allargata, di quelle dove ci si vuole più bene che in quelle tradizionali e ipocrite che piacciono a Giovanardi.
Io se c'è un partito comunista sono contenta, ma se ce n'è uno di tutta la sinistra lo sono ancora di più: perché non è normale, in nessuna parte del mondo, che ci sia un partito di destra e non ce ne sia uno di sinistra. E non è normale che un partito di destra si definisca di sinistra. Io voglio un partito di sinistra. E chi preferisce che il bambino sia nato morto perché pensa di essere più a sinistra degli altri o pensa di avere il copyright e pretende di annettersi gli altri in nome di una sorta di purezza della razza è solo un criminale politico. Esattamente come Renzi e il suo partito dei padroni, degli evasori fiscali, dei mazzettari e dei cementificatori.
Qualcuno ha detto che Renzi non potrà non tenere conto di quel milione di manifestanti, pur sapendo che lui - da arrogante e sbruffone fascista quale è - non ne terrà conto: adesso il punto è che noi non possiamo non tenerne conto. Altrimenti ci mandiamo affanculo da soli, senza bisogno che lo faccia Grillo.

sabato 21 giugno 2014

Io lo pijerei a schiaff

E dunque, visto che è la settimana mondiale del luogo comune, anche il prefetto di Perugia, tal Antonio Reppucci, uno che parla in dialetto napoletano durante un incontro pubblico, ha deciso di dare il suo contributo, rilanciando rispetto all'ormai consueto "si comincia con le droghe leggere e si arriva all'eroina". Roba da far impallidire persino Giovanardi: per il presunto prefetto - che, in base al dizionario dei sinonimi, significa pure educatore -, se non ho capito male, il declino verso la deboscia non partirebbe da una canna ma addirittura da una bottiglia. Dunque, rivedete i vostri luoghi comuni: si comincia con una birra e si arriva all'eroina.
Insomma il rappresentante del governo nel capoluogo umbro a un certo punto si è lasciato andare a una sceneggiata napoletana attaccando le famiglie, ma soprattutto le madri che - in base alla sua inconfutabile opinione - se un figlio si droga hanno fallito e dovrebbero solo suicidarsi. Aggiungendo che le forze di polizia "non possono fa' da badant e tutore perché la famiglia arretra" e che il "cancro" è proprio nelle famiglie e che "se uno mette al mondo dei figli deve sta pur attent, dopo mezzanott, tutti questi giovani con le bottiglie in mano... io li pijerei a schiaff".
Ma ce l'ha un figlio il prefetto di Perugia? Ce l'ha una famiglia? Ce l'ha un'idea di quante ansie, preoccupazioni, dubbi, timori corrodano senza tregua quotidianamente chi ha un figlio? Lo sa quanto può essere difficile leggere dentro un figlio? E perché ce l'ha tanto con le madri? Cosa gli ha fatto sua madre da bambino? E ancora, gliel'hanno spiegato al prefetto di Perugia che ci sono madri (ma anche padri: non è che si fanno una scopata e poi sono esonerati dall'occuparsi almeno per vent'anni delle "conseguenze" di quella scopata) il cui livello culturale è sufficiente a interpretare i malesseri dei figli e altre che - non per colpa loro - non hanno potuto studiare? Cosa vogliamo fare, gli vogliamo chiudere le trombe?
Nell'attesa della sterilizzazione di massa, mi permetto di dare un consiglio al governo sui provvedimenti da prendere nei confronti del suo rappresentante in territorio umbro: io lo pijerei a schiaff. E pure a calci in culo.

giovedì 10 novembre 2011

Giovanardi a Woodstock

Naaa, non ci posso credere! Io francamente non ce lo vedo. Avete presente Carlo Giovanardi, il fratello brutto di Fernandel (e la tragedia è che ha pure un gemello!), quello con l'aria sempre incazzata che sembra sia appena stato punto da una vespa, il nemico giurato dei gay, il fustigatore dei costumi e dei fabbricanti svedesi di mobili, il sostenitore della famiglia basata sul matrimonio celebrato in chiesa e tutte quelle menate là? Sì, proprio lui: Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, alla droga e al servizio civile. Ebbene, il paraministro, per eliminare la seconda delle sue tre deleghe e convincere i giovani a non drogarsi (che, a dirla tutta, con un sottosegretario così uno rischia che a cinquant'anni passati gli venga voglia di cominciare a farsi di qualcosa) ha lanciato una campagna di pubblicità molto anni Settanta. A partire dall'uso della lingua inglese, of course.
Ma, dico, ve l'immaginate Giovanardi con i capelli lunghi, una fascia in fronte, i jeans sdruciti a zampa d'elefante, la chitarra elettrica a tracolla e il simbolo della pace disegnato sulla guancia flaccida da bulldog?
Ebbene, il sottosegretario alla famiglia cattolica (padre che porta i pantaloni nonché i soldi a casa, madre casalinga, figlio maschio maggiore che seguirà le orme professionali del padre, figlia femmina minore e minorata e corredo di corna) per veicolare il suo messaggio antidroga ha deciso proprio di servirsi di uno degli strumenti tipici dei Seventy: una ventina di spillette - spiegano le agenzie - in stile hippy con le scritte "Peace no drugs", "Music no drugs", "No drugs, be free" e, last but not least (scusate, sono stata presa nel vortice della droga anglofila), "Peace & Love, no drugs". Perché, come spiega lo stesso paraministro, "E' molto meglio l'amore della droga". Emmecojoni!
Dunque Giovanardi chiarisce di voler combattere "il flagello" droga "a livello planetario" (non so perché, ma mi ricorda qualcuno che fra i punti del suo programma di governo aveva inserito anche la sconfitta definitiva del cancro) e che "Tutte le volte che qualcuno compra cannabis ingrassa la mafia, la camorra e soffoca la nostra economia". Se ne deduce che il governo Berlusconi compra quotidianamente quintalate di cannabis.
Quello che invece il sottosegretario non specifica è se, per combattere la droga, va bene qualunque tipo di amore. Mi spiego meglio: col preservativo o senza? Omo o etero? Benedetto da santa romana chiesa o more uxorio?
Vabbè, ci vediamo a Woodstock. Qualcuno può dare un passaggio a Giovanardi?

mercoledì 27 luglio 2011

Costituzionalmente omofobi

A volte i politici italiani mi sembrano quei bambini che, essendosi ingozzati di Nutella ed essendo stati costretti a correre in bagno, quando la mamma scopre il barattolo vuoto dicono che dev'essere stato il gatto e loro non ne sanno niente. Poi si scopre che un gatto in famiglia non c'è e allora il piccolo ingordo dà la colpa al cane, anche lui mai entrato in quella casa, e via via al canarino, al pesce rosso, alla tartaruga fino agli scarafaggi e alle formiche.
Arrampicarsi sugli specchi: è quello che hanno fatto e fanno sistematicamente per giustificare una porcata. E dunque il partito dell'immaginazione perversa al potere - e in particolare due suoi esponenti, particolarmente portati a questo tipo di esercizio fisico che vorrebbe giustificare l'ingiustificabile - si è profuso in una serie di motivazioni tragiche ma non serie. L'ultima puttanata messa a segno ieri alla Camera da un ampio schieramento di fascisti, democristiani, nazisti e baciapile - ai quali è stata affidata la gestione della succursale del Vaticano - è stato l'affossamento della legge contro l'omofobia (che prevedeva un'aggravante per i reati penali, se commessi nei confronti degli omosessuali), che questi fascisti, democristiani, nazisti e baciapile, sempre pronti a fare della Costituzione italiana lo stesso uso che Bossi fa della bandiera - da quando negano il lavoro a quando portano la guerra nel mondo -, hanno motivato innanzitutto invocando la Carta fondamentale, con la quale hanno impacchettato e infiocchettato l'ennesima discriminazione nei confronti dai gay. "Ci ha guidato il principio di uguaglianza di tutti davanti alla legge", ha spiegato soddisfatto il presidente dell'Udc, Rocco Buttiglione. Chissà com'è che, quando si tratta di consentire l'autorizzazione a procedere per un parlamentare, i muri li scalano anche a testa in giù pur di farlo diventare più uguale di altri davanti alla legge. Non contento, l'integralista cattolico padre di quattro figlie (non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a dio), ha spiegato che "Questa legge nasce sulla base culturale della cosiddetta 'discriminazione positiva': si attribuiscono cioè ad alcuni cittadini più diritti che ad altri, perché si ritiene sia un risarcimento per torti del passato, o perché si vuole favorire uno stile di vita giudicato positivo o da diffondere". Dopo di che, il talebano del crocifisso ci ha messo il carico, ammonendo che bisogna "stare attenti a non fare la propaganda a uno stile di vita omosessuale". Propaganda? Ma cos'è, una questione di marketing? Del resto, già aveva fatto (se possibile) peggio, qualche mese fa, su una vicenda analoga, il bulldog del Pdl, Carlo Giovanardi, anche lui tirando per i capelli la Carta Costituzionale, per il manifesto Ikea con la famiglia gay: "Offende la Costituzione", aveva tuonato, ribadendo che "la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio". Oltre che sulle corna. Ma chissà se gli è mai venuto in mente di sollevare un'eccezione di incostituzionalità nei confronti di Cosa nostra che di quel termine - famiglia - fa un tale abuso da giustificare in suo nome persino le stragi.
Ma, tornando all'omocidio della legge sull'omofobia, campionessa di arrampicamento sui muri senza rete è stata la vestale del cilicio, la pecorella smarritasi nel Pd e la figliola prodiga ultimamente ritornata a casa nell'Udc, Paola Binetti, che ha motivato l'affossamento della norma perché conteneva "l'idea di creare una categoria a parte, quella dei gay" mentre invece - pensate quant'è politicamente corretta! - sarebbe necessario "creare un clima di rispetto e accoglienza nei confronti degli omosessuali". Peccato (!) che, per la Binetti, gay sia sinonimo di pedofilo: non era stata proprio lei, due anni fa, quando il Vaticano ipotizzò test psicologici per gli aspiranti preti allo scopo di individuarne tendenze omosessuali e quindi escluderli dal sacerdozio, a giustificare questa decisione con il fatto che "proprio recentemente si è verificata la situazione drammatica dei preti pedofili"?