Quando fui licenziata avevo quarantotto anni. Da allora, solo qualche lavoretto: collaborazioni giornalistiche a pochi euro ad articolo quando mi andava di lusso, qualche editore che mi chiamava per propormi l’assunzione salvo poi sparire dai radar senza lasciare in fondo al mare neppure una scatola nera; oppure mestieri che non c’entravano niente con la mia professione, sottopagati o in nero, o sottopagati e in nero. Inframmezzati da lunghi periodi in cui non uscivo più da casa, ferma a fissare il soffitto o a scavare disperatamente nella rete alla ricerca di improbabili e assurdi annunci di lavoro. Troppo vecchia, quattordici anni fa, troppo vecchia. Cominciai a raccoglierli quegli annunci sessisti, sgrammaticati, offensivi, volgari – cercando almeno di cogliere l’aspetto ironico della questione – e alcuni diventarono un pamphlet e poi uno spettacolo teatrale. Ma se ne accorsero in pochi. Cominciai a scrivere libri. Ma se ne accorsero in pochi. Provai a reinventarmi un mestiere con i libri, bello, bellissimo. Ma se ne accorsero in pochi. E di quelli che se ne accorsero solo pochi pensavano realmente che il lavoro per essere lavoro, per avere dignità, deve essere retribuito: c’era chi scroccava un posto a teatro e chi pensava che il libro dovessi regalarglielo in virtù di qualche presunta autorità o autorevolezza. Nessuno che si sia accorto che non mi si vede più in giro e, di quelli che se ne sono accorti, nessuno che abbia collegato la mancanza di un lavoro retribuito (a meno che non si pretenda di definire retribuzione poche decine o un paio di centinaia di euro al mese) con l’impossibilità di fare le cose normali di chi ha un lavoro e uno stipendio normali. Nessuno che si sia mai chiesto come facevo a campare: i giornalisti e gli scrittori nell’immaginario collettivo sono ricchi, per grazia ricevuta. E nessuno che sembri rendersi conto del fatto che ormai la gran parte dei giornalisti e degli scrittori e in generale la gran parte dei professionisti è costretta ad accettare lavoretti del cazzo retribuiti con elemosine. Parto da me, ma parlo di molti. Io sono fortunata: mi aiuta mia madre. La dignità me la sono giocata da un pezzo, ma se non fosse per lei chissà da quanto sarei finita a dormire sotto i ponti. Non sono sola: il paradosso di cinquantenni e sessantenni ancora (o di nuovo) a carico di mammà è più diffuso di quanto non si pensi. Dunque, invece di quelle feste cretine per regalare cioccolatini, profumi e gioielli in nome di cristi e madonne, inventate per sancire lo strapotere di chiesa e capitalismo, proporrei – in un paese in cui il lavoro non c’è più per nessuno (e non puoi nemmeno prendertela con quelli che comandano ora e con i loro stupidi redditi di cittadinanza perché sono il frutto di quelli che comandavano prima e le loro odiose leggi contro il lavoro e contro i lavoratori) –, di eliminare l’ipocrita festa del lavoro. E magari, anticipando di qualche giorno rispetto al calendario delle madonne, di sostituirla con la festa della mamma, o del papà per chi ne ha avuto uno decente, o dei genitori, degli zii, dei fratelli, degli amici, insomma di quelli che la dignità del lavoro non possono dartela ma fanno in modo da garantirti almeno di sopravvivere. Che comunque non è vivere.
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martedì 30 aprile 2019
venerdì 1 agosto 2014
Performante
Certo ha un che di inconsueto parlare di peli fra un
uomo e una donna.
Mi spiego: avete presente quei discorsi del cazzo
che fanno fra di loro le "femmine"? Tipo: "Ma tu usi ancora la
ceretta? Noooo, troppo male. Io ho risolto de-fi-ni-ti-va-meeeen-te".
Ecco, in questo genere di discorsi del cazzo - che
si fanno mentre ci si lamenta di una litigata con il compagno che non ci
capisce più (e dove sarebbe la novità, scusate?) e intanto si parla di
politica, libri, fumetti, film, cibo - sono precipitata all'improvviso
trovandomi al bar con un amico. Un senz'apostrofo, amico con la o finale:
maschile.
Il quale amico (che è uomo di spirito e non se la
prenderà se lo prendo un po' per il culo) a un certo punto, invece di dirmi che
adesso sarebbe andato - che so - in ufficio, in banca, all'agenzia delle
entrate, mi ha spiegato che stava andando a depilarsi, scendendo nel dettaglio
dei sistemi usati e delle "località" interessate dall'operazione.
Sarà che a me le cose facili non piacciono e i
fichidindia senza semi e senza spine e magari pure senza buccia mi sembrano
un'americanata, insomma la mia faccia deve essere stata eloquente. Sicché, per
convincermi, mi ha spiegato che "è più performante" (dando dunque per
scontato che la sua e quella di tutti gli uomini depilati total body sia
un'attività artistica e/o sportiva). E siccome io obiettavo che, da qualunque
parte la giri, o hai la sensazione di farlo con un neonato oppure - appena
comincia la ricrescita - ti ritrovi a letto un gigantesco porcospino, lui ha
ripetuto: "E' più performante".
Ma cosa vuol dire che è più performante? Ti si
drizza più facilmente senza il peso del pelo? O forse mi vuoi far capire che
alle donne di oggi (delle quali sono felice di non far parte) piace scopare con
un'anguilla e così rimorchi alla grande? Insomma, senza pilu, cchiu pilu ppi
tutti?
Performante? Agghiacciandeeeee!!!
mercoledì 4 giugno 2014
Le 20 cose che ho smesso di fare
Le 20 cose che ho smesso di fare (ovvero, la non
vita di un disoccupato ultracinquantenne):
Comprare libri
Comprare i quotidiani
Andare al cinema almeno una volta a settimana
durante l'inverno
Andare all'arena quasi tutte le sere durante
l'estate
Andare a teatro
Andare a un concerto
Comprare un cd
Viaggiare
Trascorrere almeno un paio di week-end estivi a
Portopalo
Andare a Roma a coltivare gli affetti
Pagare le tasse
Andare da un medico
Andare a prendere una pizza con gli amici
Fare regali
Entrare in un bar e comprarmi un gelato
Telefonare ad amici e parenti
Comprare un vestito o un paio di scarpe inutili
Dormire (che sarebbe gratis, ma non se mille
pensieri ti trafiggono durante la notte)
Spendere soldi in raccomandate per inviare curricula
a destra e a manca
Cercare un lavoro (tanto, è inutile).
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lunedì 21 aprile 2014
Concentrato di mondo
A volte mi capita, leggendo un
romanzo che mi è stato regalato, non tanto o non solo di immedesimarmi nella
storia (procedimento, credo, abbastanza comune), quanto di cercare in quel libro
la persona che me l'ha dato. Nel tentativo - spesso vano e disperato - di
capire cosa le passa per la testa, cosa avrebbe voluto dirmi e non mi ha detto,
cosa ha detto a un'altra persona, cosa ha detto a me e a un altro miliardo di
persone mentre io mi illudevo di essere l'unico interlocutore: nella speranza,
insomma, di mettere insieme i pezzi del puzzle di una vita. E forse di essere
uno di quei tasselli.
Inavvertitamente,
il protagonista del romanzo prende le sembianze del donatore di libri e io
comincio a scrivere un romanzo nel romanzo, innestando nelle pagine i miei
dialoghi con lui. Senza distrarsi dall'obiettivo principale, il cervello si
sdoppia e si incammina su un'altra strada, torna indietro, riprende il filo del
precedente discorso, fa combaciare volti e pensieri, modifica eventi e
continenti e - delirio di onnipotenza - perfino la struttura stessa del
romanzo. Vedo un'altra me: la prima stravaccata in poltrona o su un gradino in
una piazza assolata, il libro in mano, lo sguardo fisso sulla pagina come
nell'osservazione di un seme che si fa germoglio; l'altra poco distante, in
posizione leggermente superiore, che cuce e scuce, fa e disfa, cambia
"location", trasforma una cima innevata in un'isola cotta dal sole, aggiunge
nuovi personaggi, assegna ai legittimi inquilini della storia sembianze
familiari.
Romanzo
epico alla fine e affollatissimo da personaggi che via via si aggiungono a
quelli delineati dall'autore: protagonisti di altri romanzi ricevuti in dono
dalla stessa persona e della quale di volta in volta assumono sembianze,
parole, pensieri, sguardi; e, con loro, i protagonisti di altri libri
dimenticati che inaspettatamente prendono forma dagli scaffali delle librerie. Un
mondo intero, un concentrato di mondo, dove i personaggi - le persone -
pullulano e brulicano intrecciando le loro storie a quelle di altri, assimilano
secoli, equiparano località geografiche, in una sorta di unità di tempo, di
luogo e di azione di una commedia umana dove alla fine, al pari di un kolossal
pieno di comparse, l'attenzione si concentra - come in una scena quasi
totalmente buia - soltanto su un protagonista e un deuteragonista.
Dev'essere
questo il bello dei libri: che ogni libro te ne fa scrivere un altro; che ti
fanno vivere una vita e mille vite insieme; che dentro ci puoi mettere le
persone che vuoi.
sabato 9 novembre 2013
Welfare familiare
"Ben il 37
per cento degli italiani non solo non è riuscito a risparmiare ma è stato
costretto a chiedere aiuto economico ai genitori per arrivare
alla fine del mese... c'è anche
un 14 per cento che ha chiesto sostegno ai parenti mentre l'8 per cento agli
amici. Di fronte alle difficoltà economiche solo il 14 per cento si è rivolto a
finanziarie o banche per gli ostacoli opposti all'accesso al credito, per i
costi elevati o per la richiesta di garanzie.
Spesso considerata superata, la
struttura della famiglia italiana si sta dimostrando, nei fatti, fondamentale
per non far sprofondare nelle difficoltà della crisi moltissimi cittadini.
Secondo l'indagine il 10 per cento delle famiglie italiane infatti non arriva a
fine mese, mentre il 45 per cento riesce a pagare appena le spese senza
permettersi ulteriori lussi...
Più di due italiani su tre (68 per cento) hanno
ridotto la spesa o rimandato l'acquisto di capi d'abbigliamento riciclando
dall'armadio per l'autunno gli abiti smessi nel cambio stagione, ma oltre la
metà (53 per cento) ha detto addio a viaggi e vacanze e ai beni tecnologici (52
per cento). A seguire nella classifica delle rinunce si colloca anche la
frequentazione di bar, discoteche o ristoranti nel tempo libero, dei quali ha
fatto a meno ben il 49 per cento. Il 42 per cento degli italiani ha rinunciato
alla ristrutturazione della casa, il 40 per cento all'auto o la moto nuova e il
37 per cento agli arredamenti. Pesa l'addio alle attività culturali del 35 per
cento degli italiani..."
Ecco,
perfetto: mancano soltanto l'altezza, il colore dei capelli e quello degli
occhi, l'indirizzo e il numero di telefono e potrebbe essere il mio
autoritratto. O quello di Maurizio. O di schiere ormai di amici e conoscenti, disoccupati o lavoratori in nero.
Maurizio ha rinunciato a comprare i dischi che amava tanto e ha persino pensato
di mettere in vendita quelli accumulati nel passato, la colonna sonora della
sua vita; io ho smesso di andare al cinema e di comprare libri. Ciascuno di
tutti gli altri ha rinunciato a qualcosa o già a tutto. C'è solo un piccolo
particolare: che il ritratto tracciato dalla Coldiretti riguarda i giovani e
invece io, Maurizio e tutti gli altri abbiamo abbondantemente superato i
cinquant'anni e dovremmo essere noi il welfare, noi la famiglia a cui si
rivolgono i nostri giovani. E di questo - giovani e vecchi - dobbiamo
ringraziare i governi servi delle banche che si sono ripresi con gli interessi
il nostro futuro e persino il nostro passato.
lunedì 12 settembre 2011
Coriandoli
Oggi mi gira così, di lanciare in aria - come fossero coriandoli - pensieri in libertà. E allora cominciamo:
1 - Stamattina a Palermo gli agenti della squadra mobile hanno arrestato Antonino Lauricella, boss delle estorsioni, latitante da tempo. Ho visto in tv le riprese della sua cattura: faceva lo splendido (così come farà un governo di favoreggiatori dei boss, prendendosi un merito che è solo di magistratura e forze dell'ordine che non smettono di fare il loro lavoro malgrado siano terremotate dai tagli continui), si è complimentato con gli agenti, sorrideva spavaldo alle telecamere, alla fine ha fatto ciao con la manina. Qualcuno mi dirà che sono politicamente scorretta, ma in quel momento ho desiderato con tutta me stessa che uno dei due poliziotti al suo fianco gli dicesse: "Che cazzo ridi, cretino?!". Accompagnando la frase con uno schiaffone.
2 - Sì, lo so, sono vecchia. E lo dimostra questo argomento ma soprattutto il fatto che proprio su questo argomento sono ripetitiva, direi addirittura ossessiva. E sarà che io con le parole ci lavoro, me ne nutro, le respiro, mi ci diverto, me ne inebrio, ma vorrei che anche quelli (almeno loro) che delle parole hanno fatto il loro mestiere - quindi giornalisti, insegnanti, scrittori, librai - ne facessero un uso corretto. Come fossero chirurghi della lingua. Perché se il chirurgo sbaglia, uccide il paziente. Ma, se siamo fortunati, c'è la speranza che venga radiato dall'ordine dei medici e iscritto in quello dei carcerati.
Ecco, io quando una libreria mi invita ad un incontro infarcendo fino alla nausea la sua lettera di monosillabi inutilmente accentati o quando un insegnante o un giornalista si comporta come un T9 qualsiasi - di quelli che elidono l'apostrofo e scrivono po' con l'accento -, beh, io li prenderei e li sbatterei in galera: mettendogli in cella una lavagna e una fornitura industriale di gessetti per scrivere all'infinito le parole correttamente e soprattutto privandoli del telefonino e del suo maledettissimo T9.
Perché in effetti nutro il fortissimo sospetto che lui abbia buona parte della responsabilità per questo modo di esprimerci emettendo versi strani e suoni gutturali come il Bingo Bongo di Adriano Celentano: il cellulare scrive e noi non usiamo più il cervello (e nemmeno il cuore: ma come cazzo fai a mandare un sms d'amore se ci pensa il T9?!), finché un giorno si atrofizzerà del tutto e lo troveremo liofilizzato su un marciapiede, insieme alla nostra capacità di pensare, di analizzare, di soffrire, di commuoverci, di emozionarci.
3 - Ottanta metri. Due mesi fa ci mancava poco che il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, chiamasse la banda del paese per annunciare il completamento dei primi ottanta metri di pista ciclabile. Ottanta metri su un chilometro e duecento metri previsti. Praticamente uno sputo. O una presa per il culo, fate voi. Oggi dal suo blog, nell'annunciare il suo mirabolante piano per la mobilità che ha fatto andare definitivamente fuori di testa un traffico cittadino già cronicamente impazzito, ci comunica di avere previsto rastrelliere per i ciclisti (e che fanno, se le portano a spalla per tutta la città, solo per il piacere di posteggiarle nelle rastrelliere?), che però "potranno circolare nelle corsie preferenziali da utilizzare come piste ciclabili". Grande concessione. Come dire: arrangiatevi.
4 - A Catania, come sanno tutte le donne che ci vivono o che ci si trovano a passare anche soltanto qualche ora, per una donna è difficile camminare per le strade senza avere la sensazione di essere spogliata e scopata sur place. Ma c'è un giorno della settimana in cui potrebbero andare in giro completamente nude e gli uomini delle caverne non se ne accorgerebbero, perché sono impegnati ad occuparsi di qualcosa ancor più da trogloditi. Anzi, potremmo persino fare un esperimento: promuovere, per quel giorno, una sorta di female pride, una parata volutamente esagerata, fatta proprio per attirare l'attenzione, tutte nude e magari con quattro tette e quattro chiappe a testa, e loro non se ne accorgerebbero comunque. Troppo occupati, il lunedì, a tenere vocianti lezioni magistrali e dotte conferenze sulla partita del Catania. Grazie alla quale non si rendono nemmeno conto che un governo maschilista e misogino se li sta inculando a sangue.
5 - Oggi comincia la settimana del libro e su Facebook c'è un gioco carino: devi prendere il volume più vicino a te, aprirlo a pagina 56 e copiare la quinta frase sul tuo stato. Mi sono alzata e mi sono diretta verso la credenza della nonna, promossa ormai da tempo a vicelibreria dal momento che tutte le altre sono ormai sature, quasi un tessuto patchwork nel quale le trame e gli orditi si rincorrono, si sovrappongono, si incontrano in orizzontale e in verticale. Insomma, mi sono avvicinata alla vicelibreria, ho tirato fuori un libro letto un paio di anni fa e ho obbedito alle regole del gioco. E ho capito che in questo gioco non si vince niente - niente di materiale, non denaro né un volgarissimo suv che per mantenerlo devi accendere un mutuo -, ma si vince la curiosità di scoprire a quale opera appartengano le frasi degli altri "concorrenti", il desiderio di suscitare in loro la stessa curiosità - e dunque, in fin dei conti, di confrontarti con loro, di avere un rapporto umano - e per finire si vince la voglia di riprenderlo in mano quel libro letto qualche anno fa e di rileggerlo.
1 - Stamattina a Palermo gli agenti della squadra mobile hanno arrestato Antonino Lauricella, boss delle estorsioni, latitante da tempo. Ho visto in tv le riprese della sua cattura: faceva lo splendido (così come farà un governo di favoreggiatori dei boss, prendendosi un merito che è solo di magistratura e forze dell'ordine che non smettono di fare il loro lavoro malgrado siano terremotate dai tagli continui), si è complimentato con gli agenti, sorrideva spavaldo alle telecamere, alla fine ha fatto ciao con la manina. Qualcuno mi dirà che sono politicamente scorretta, ma in quel momento ho desiderato con tutta me stessa che uno dei due poliziotti al suo fianco gli dicesse: "Che cazzo ridi, cretino?!". Accompagnando la frase con uno schiaffone.
2 - Sì, lo so, sono vecchia. E lo dimostra questo argomento ma soprattutto il fatto che proprio su questo argomento sono ripetitiva, direi addirittura ossessiva. E sarà che io con le parole ci lavoro, me ne nutro, le respiro, mi ci diverto, me ne inebrio, ma vorrei che anche quelli (almeno loro) che delle parole hanno fatto il loro mestiere - quindi giornalisti, insegnanti, scrittori, librai - ne facessero un uso corretto. Come fossero chirurghi della lingua. Perché se il chirurgo sbaglia, uccide il paziente. Ma, se siamo fortunati, c'è la speranza che venga radiato dall'ordine dei medici e iscritto in quello dei carcerati.
Ecco, io quando una libreria mi invita ad un incontro infarcendo fino alla nausea la sua lettera di monosillabi inutilmente accentati o quando un insegnante o un giornalista si comporta come un T9 qualsiasi - di quelli che elidono l'apostrofo e scrivono po' con l'accento -, beh, io li prenderei e li sbatterei in galera: mettendogli in cella una lavagna e una fornitura industriale di gessetti per scrivere all'infinito le parole correttamente e soprattutto privandoli del telefonino e del suo maledettissimo T9.
Perché in effetti nutro il fortissimo sospetto che lui abbia buona parte della responsabilità per questo modo di esprimerci emettendo versi strani e suoni gutturali come il Bingo Bongo di Adriano Celentano: il cellulare scrive e noi non usiamo più il cervello (e nemmeno il cuore: ma come cazzo fai a mandare un sms d'amore se ci pensa il T9?!), finché un giorno si atrofizzerà del tutto e lo troveremo liofilizzato su un marciapiede, insieme alla nostra capacità di pensare, di analizzare, di soffrire, di commuoverci, di emozionarci.
3 - Ottanta metri. Due mesi fa ci mancava poco che il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, chiamasse la banda del paese per annunciare il completamento dei primi ottanta metri di pista ciclabile. Ottanta metri su un chilometro e duecento metri previsti. Praticamente uno sputo. O una presa per il culo, fate voi. Oggi dal suo blog, nell'annunciare il suo mirabolante piano per la mobilità che ha fatto andare definitivamente fuori di testa un traffico cittadino già cronicamente impazzito, ci comunica di avere previsto rastrelliere per i ciclisti (e che fanno, se le portano a spalla per tutta la città, solo per il piacere di posteggiarle nelle rastrelliere?), che però "potranno circolare nelle corsie preferenziali da utilizzare come piste ciclabili". Grande concessione. Come dire: arrangiatevi.
4 - A Catania, come sanno tutte le donne che ci vivono o che ci si trovano a passare anche soltanto qualche ora, per una donna è difficile camminare per le strade senza avere la sensazione di essere spogliata e scopata sur place. Ma c'è un giorno della settimana in cui potrebbero andare in giro completamente nude e gli uomini delle caverne non se ne accorgerebbero, perché sono impegnati ad occuparsi di qualcosa ancor più da trogloditi. Anzi, potremmo persino fare un esperimento: promuovere, per quel giorno, una sorta di female pride, una parata volutamente esagerata, fatta proprio per attirare l'attenzione, tutte nude e magari con quattro tette e quattro chiappe a testa, e loro non se ne accorgerebbero comunque. Troppo occupati, il lunedì, a tenere vocianti lezioni magistrali e dotte conferenze sulla partita del Catania. Grazie alla quale non si rendono nemmeno conto che un governo maschilista e misogino se li sta inculando a sangue.
5 - Oggi comincia la settimana del libro e su Facebook c'è un gioco carino: devi prendere il volume più vicino a te, aprirlo a pagina 56 e copiare la quinta frase sul tuo stato. Mi sono alzata e mi sono diretta verso la credenza della nonna, promossa ormai da tempo a vicelibreria dal momento che tutte le altre sono ormai sature, quasi un tessuto patchwork nel quale le trame e gli orditi si rincorrono, si sovrappongono, si incontrano in orizzontale e in verticale. Insomma, mi sono avvicinata alla vicelibreria, ho tirato fuori un libro letto un paio di anni fa e ho obbedito alle regole del gioco. E ho capito che in questo gioco non si vince niente - niente di materiale, non denaro né un volgarissimo suv che per mantenerlo devi accendere un mutuo -, ma si vince la curiosità di scoprire a quale opera appartengano le frasi degli altri "concorrenti", il desiderio di suscitare in loro la stessa curiosità - e dunque, in fin dei conti, di confrontarti con loro, di avere un rapporto umano - e per finire si vince la voglia di riprenderlo in mano quel libro letto qualche anno fa e di rileggerlo.
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