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mercoledì 15 marzo 2017

Caporalato erga omnes: la storia di A, nell'Italia dello schiavismo

Statisticamente, è impossibile che sia solo sfiga. Dieci lavori su dieci, venti su venti, se non ti mettono in regola, se ti fanno lavorare a qualunque ora del giorno e della notte, se alla fine non ti pagano, non è sfiga: è sfruttamento.
Se il suo nome cominciasse per A, sarebbe solo l’inizio di un alfabeto infinito di nuovi schiavi che arriva alla Zeta e torna indietro.
“A” è una giovane donna di 32 anni, una laurea in Grafica all’Accademia di Belle arti, che da più di dieci anni – prima da diplomata e poi da laureata - riceve sempre lo stesso trattamento, con piccole variazioni sul tema.
Il primo, subito dopo il diploma, è stato un fotografo: le faceva fare di tutto, dai fotoritocchi alle fotocopie, per dieci euro a settimana e poi non glieli ha dati nemmeno tutti. «Volevo lavorare, fare esperienza», racconta. E lui naturalmente se ne approfittava.
Poi c’è stata un’agenzia che circa sette anni fa cercava tirocinanti con un annuncio su Internet: un mese di prova, rimborsi spese e poi l’assunzione. Il mese è finito ma non si sono visti né i soldi né il contratto. In compenso quell’annuncio continua a girare in rete: c’è da giurare che da sette anni quell’agenzia continui a fare profitti sulla pelle di tirocinanti sfruttati per un mese e mandati via senza nemmeno un grazie.
Dopo è stata la volta di una tipografia: tirocinio di un mese e poi via, senza nemmeno il rimborso spese.
Non è mancato il vecchio bavoso che parlava di porcherie e pretendeva che lei si sedesse sulle sue gambe: «Ovviamente non lo facevo – ricorda -, mi faceva schifo, ma ero piccola e non sapevo che avrei potuto denunciarlo. Ho una rabbia se ci ripenso. Non so se sia ancora vivo, ma se lo fosse ci sarebbe da sputtanarlo».
Alla fine è arrivato il giovane imprenditore, aspirante consulente aziendale: «Gli faccio vedere i miei lavori. Belli, molto belli, mi dice, complimenti». Dunque? Dunque lavoro nero. Cinque ne assume con questo sistema: due grafiche, due addette al marketing e uno sviluppatore di siti web. Un lavoro colossale per un albergo con ristorante e Spa. Dovevano fare tutto in un mese: bigliettini da visita, numeri delle stanze, cartelli con la scritta “non disturbare”, volantini, menu, brochure, fino ai 6x3. Seicentocinquanta euro al mese e la prospettiva di altri lavori, almeno sulla carta. Ma la carta non c’era, perché non c’è mai stato nessun contratto. E non c’è stata nemmeno la cartamoneta. Le telefonate anche in piena notte perché dovevano essere a disposizione a qualunque ora, gli insulti, gli urli, gli atti di prepotenza e di maleducazione invece c’erano tutti: «Una volta – ricorda – c’è stato un problema con lo stampatore e si doveva rifare una cosa. Io non ero a casa e lui mi ha fatto duecento fra telefonate e sms. Sono andata nel panico totale». Superfluo dire che, il giorno in cui lei ha fatto le proprie rimostranze, lui non ci ha pensato un attimo a mandarla via e, dopo aver trovato da ridire persino sul suo modo di vestirsi, a distanza di quasi un anno non le ha ancora pagato il lavoro.
Funziona così nell’Italia dello schiavismo. Ed è inutile che il bullo e la sua gang ci raccontino la favoletta dell’abolizione della lettera di dimissioni in bianco o del caporalato in agricoltura, quando il jobs act ha cancellato tutti i diritti dei lavoratori ed eliminato ogni ostacolo all’esercizio dell’odio di classe da parte dei cosiddetti datori di lavoro. Il caporalato ormai è in tutti i settori, che tu sia un’astrofisica o un bracciante: è un caporalato erga omnes. Con la differenza che ad esercitarlo non è più soltanto un “mediatore”, ma direttamente il padrone mandante e beneficiario delle leggi renziane.

No,  non è solo sfiga: è delinquenza politica e datoriale.

* Questa storia è arrivata a me grazie al lavoro dello Sportello di autodifesa precaria del Centro sociale Officina Rebelde di Catania.

sabato 9 novembre 2013

Welfare familiare


"Ben il 37 per cento degli italiani non solo non è riuscito a risparmiare ma è stato costretto a chiedere aiuto economico ai genitori per arrivare alla fine del mese... c'è anche un 14 per cento che ha chiesto sostegno ai parenti mentre l'8 per cento agli amici. Di fronte alle difficoltà economiche solo il 14 per cento si è rivolto a finanziarie o banche per gli ostacoli opposti all'accesso al credito, per i costi elevati o per la richiesta di garanzie.

Spesso considerata superata, la struttura della famiglia italiana si sta dimostrando, nei fatti, fondamentale per non far sprofondare nelle difficoltà della crisi moltissimi cittadini. Secondo l'indagine il 10 per cento delle famiglie italiane infatti non arriva a fine mese, mentre il 45 per cento riesce a pagare appena le spese senza permettersi ulteriori lussi...
 Più di due italiani su tre (68 per cento) hanno ridotto la spesa o rimandato l'acquisto di capi d'abbigliamento riciclando dall'armadio per l'autunno gli abiti smessi nel cambio stagione, ma oltre la metà (53 per cento) ha detto addio a viaggi e vacanze e ai beni tecnologici (52 per cento). A seguire nella classifica delle rinunce si colloca anche la frequentazione di bar, discoteche o ristoranti nel tempo libero, dei quali ha fatto a meno ben il 49 per cento. Il 42 per cento degli italiani ha rinunciato alla ristrutturazione della casa, il 40 per cento all'auto o la moto nuova e il 37 per cento agli arredamenti. Pesa l'addio alle attività culturali del 35 per cento degli italiani..."
Ecco, perfetto: mancano soltanto l'altezza, il colore dei capelli e quello degli occhi, l'indirizzo e il numero di telefono e potrebbe essere il mio autoritratto. O quello di Maurizio. O di schiere ormai di amici e conoscenti, disoccupati o lavoratori in nero. Maurizio ha rinunciato a comprare i dischi che amava tanto e ha persino pensato di mettere in vendita quelli accumulati nel passato, la colonna sonora della sua vita; io ho smesso di andare al cinema e di comprare libri. Ciascuno di tutti gli altri ha rinunciato a qualcosa o già a tutto. C'è solo un piccolo particolare: che il ritratto tracciato dalla Coldiretti riguarda i giovani e invece io, Maurizio e tutti gli altri abbiamo abbondantemente superato i cinquant'anni e dovremmo essere noi il welfare, noi la famiglia a cui si rivolgono i nostri giovani. E di questo - giovani e vecchi - dobbiamo ringraziare i governi servi delle banche che si sono ripresi con gli interessi il nostro futuro e persino il nostro passato.