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domenica 2 ottobre 2016

Barbarie


Io per fortuna da bambina leggevo i quotidiani, lenzuola di carta con cui mi apparecchiavo un letto per terra nello studio di mia madre e mi ci stendevo sopra a pancia ingiù, perché erano troppo grandi per tenerli in mano. E però c’erano pure le riviste. Abiti firmati, mobili di pregio, gioielli accecanti, i servizi di piatti intarsiati d’oro, favole patinate. Realtà e regalità. Nella realtà le “ammazzatine” e i delitti d’onore, nella regalità la vita da fiaba, il sogno della principessa. O forse no. Nella realtà della regalità c’era anche l’incubo della principessa ripudiata, la “principessa dagli occhi tristi”, anni Sessanta, molto prima di Lady D: Soraya Esfandiari Baktiari cacciata dallo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi (che pure dicono l’amasse), in virtù di una anche allora anacronistica legge salica, perché incapace di dargli un figlio maschio, un erede al trono che poteva e doveva essere soltanto di sesso maschile. Incapace lei, anche se – come tutti sanno – a determinare il sesso del nascituro sono i cromosomi dell’uomo; ma ad essere cacciate come esseri inutili, come “colpevoli”, erano le donne. Soraya dopo essere stata ripudiata fece una vita di merda, lussuosa ma di merda, alcol e antidepressivi che la portarono alla morte. Praticamente un femminicidio differito il suo, una quarantina d’anni dopo la cacciata.
Roba vecchia? Acqua passata? Come il delitto d’onore, no? Storie d’altri tempi. Per quanto, se pensiamo che il delitto d’onore in Italia è stato abrogato soltanto nel 1981 qualche domanda dovremmo porcela.
E infatti oggi due di quelle storie d’altri tempi sono riaffiorate dal passato e ci sono piombate sotto gli occhi dalle pagine dei quotidiani in tutta la loro concretezza e malvagità; e per venire fuori hanno scelto lo stesso giorno, quasi a volerci ricordare che non ne siamo usciti, che siamo ancora alla barbarie, che siamo sempre di più nella barbarie. Sono storie che ci parlano, ancora una volta, di violenze contro le donne e di uomini impotenti – come sono i mafiosi e quelli che vivono nel mito della virilità. A Catania (e quanto mi fa male dover parlare della mia terra) un marito giovane ha preso a calci e pugni sua moglie praticamente per tutto il periodo della gravidanza, perché colpevole di essere incinta di una femmina. “U masculu”, ci voleva “u masculu”: magari per seguire la carriera criminale del padre pregiudicato, l’erede al trono della devianza, “u masculu” da esibire con orgoglio, “u masculu” a cui insegnare che le femmine devono stare sottomesse. U masculu che può e deve tradire, se è vero masculu, ma non può subire l’affronto del tradimento. Affronto per il quale la “colpevole” può essere condannata a morte, onta da lavare col sangue. È successo a Palermo (e quanto mi fa male dover parlare della mia terra), dove dei vecchi mafiosi avevano decretato la pena capitale per la giovane moglie di un sodale ergastolano che secondo loro aveva un amante e li disonorava tutti, tutta la “famiglia”. Parlavano di rispetto, di dignità e di onore nelle intercettazioni che fortunatamente li hanno fermati in tempo. Cianciano di rispetto, dignità, onore e virilità i vecchi mafiosi di là, il giovane pregiudicato di qua; e progettano femmincidi i vecchi mafiosi di là, il giovane pregiudicato di qua: uomini incapaci di accettare che una donna decida della propria vita e capaci persino di attribuirle le “colpe” dei loro cromosomi. Convinti come sono di essere infallibili e superiori. Poveri, piccoli, esseri meschini; povere, piccole, grandi montagne di merda. Nella vita reale e in quella regale, nelle storie vere dei quotidiani e nelle fiabe delle riviste patinate. E non c’è niente da sognare.


lunedì 15 agosto 2016

Bandiera bianca


Dunque, a quanto sembra lo Stato ha finalmente vinto la guerra contro le mafie. Si possono ritirare le truppe, la vita può tornare alla normalità, si possono togliere i sacchi di sabbia dalle finestre, le attività imprenditoriali possono riprendere, l’economia pulita si risolleverà, non ci sarà più da avere paura, i bambini potranno correre liberi per le strade, gli appalti e i concorsi non saranno più truccati, i ragazzi avranno un lavoro con tutte le tutele e non dovranno più fare gli spacciatori di droga al servizio dei boss.
Se così non fosse, non si spiegherebbe perché lo Stato, e segnatamente il Ministero dell’Interno, ha deciso che due imprenditori calabresi, Pino Masciari e Rocco Mangiardi - l’uno costretto ad emigrare per avere denunciato le collusioni fra politica e criminalità organizzata, l’altro vittima del racket delle estorsioni, entrambi testimoni di giustizia cui spetterebbero le tutele previste dalla legge - non hanno più bisogno della scorta. Anzi, peggio, il danno e la beffa: gli hanno mandato a dire che se proprio – che capricciosi! – vogliono l’auto di scorta, se la devono pagare loro. E per di più gli riducono gli uomini di guardia. Sarà più che sufficiente uno, che in pratica si riduce ad essere soltanto un autista perché o fa una cosa o ne fa un’altra. E se non gli sta bene così, che se ne vadano – letteralmente – a morire ammazzati.
Praticamente è come quando mia madre mi chiede di accompagnarla da qualche parte e la macchina ce la mette lei. Con la differenza che lei non rischia di essere circondata da un gruppo armato di kalashnikov (per rubarle qualche tanica d’olio appena acquistata al frantoio?), che io non ho obblighi di tutela – come dovrebbe essere per lo Stato - se non quelli del mutuo soccorso derivante dal rapporto madre/figlia, e soprattutto che io la macchina non ce l’ho. Né blu, né rossa, né gialla a pallini viola. Mentre loro le hanno blu, le hanno blindate, le hanno di grossa cilindrata, e hanno gli F35 che servono ad andare in guerra contro popolazioni inermi e hanno gli aerei di Stato per fare gli sboroni. Magari comprati in quantitativi esagerati e a prezzo maggiorato per favorire qualche imprenditore che mai si è fatto scrupolo di avere rapporti con la criminalità organizzata, e in più tagliando sulle spese per la sicurezza di due dei pochi imprenditori onesti che rischiano la vita per la legalità.
No, mi sa che mi sbagliavo: non è lo Stato che ha vinto la guerra contro la mafia, ma la mafia che ha vinto contro uno Stato che ha alzato bandiera bianca prima ancora di cominciare a combattere. E peggio per chi si ostina a voler fare l’eroe, cioè la persona per bene.

venerdì 17 giugno 2016

Terra bruciata


È impressionante l'elenco dei luoghi - boschi, alberghi, case, complessi residenziali, fabbriche, autostrade, tratti ferroviari, asili nido - devastati dai roghi di ieri in Sicilia. Sembra la lunga lista di nomi dopo una strage. Non sono "solo" alberi e macchia mediterranea (e comunque sarebbe già troppo): sono settori produttivi, sono lavoratori, sono camerieri, portieri, operai, casellanti, sono maestre, sono bambini che almeno per il momento non potranno più crescere confrontandosi con altri bambini, sono mamme e papà che dovranno assentarsi dal lavoro perché magari non hanno nessuno a cui affidare i loro bimbi adesso che si è scoperto che anche un asilo nido può non essere risparmiato dal fuoco. E chissà quanti sono quelli che verranno licenziati o messi in cassa integrazione perché il posto di lavoro è andato letteralmente in fumo.
È così che fanno i terroristi, è così che fanno i mafiosi o i killer di professione: loro devono uccidere, seminare il terrore, mandare messaggi inequivocabili, fare terra bruciata, sparare nel mucchio senza stare troppo a preoccuparsi di controllare prima l'elenco delle potenziali vittime, se hanno tre anni o tre foglie, se avevano appena conquistato il primo lavoro part-time e malpagato il giorno prima che l'hotel fosse costretto a chiudere per fiamme o se avevano caparbiamente deciso di non emigrare, se era la prima volta dopo anni che quel ristorantino là sul mare cominciava ad avere clienti e finalmente poteva finire di pagare le rate del prestito o se in quel momento insieme alle fiamme lungo la ferrovia correva un treno pieno di turisti.
Dovevano ammazzare la Sicilia e lo hanno fatto da terroristi di professione, facendole prendere fuoco in più punti contemporaneamente, secondo quello che sembra un piano ben studiato, lasciando una ferita nella carne di ciascuno di noi e negli occhi una foto tanto simbolica quanto spaventosa: quella delle fiamme che sembrano arrivare dal mare e lo avvolgono, creandogli tutto intorno un innaturale e invalicabile orizzonte di fuoco.

martedì 3 maggio 2016

Questione di desinenze e di potere


Avete presente Qui, Quo e Qua? Ecco: io ho un amico non immaginario, una specie di alter ego, con cui siamo talmente in sintonia che pensiamo una cosa, ce la trasmettiamo telepaticamente e forse persino geneticamente, muoviamo le labbra e la diciamo all'unisono con le stesse parole e persino con la stessa punteggiatura, ciascuno di noi ventriloquo dell'altro.
Però c'è una cosa su cui proprio non riusciamo a metterci d'accordo ed è la mia ostinazione a voler declinare al femminile le professioni esercitate dalle donne. Ogni volta è una battaglia e lui, che pure non mette in discussione il termine femminicidio e la sua valenza di genere (come invece fa questo stronzo del mio computer che me lo segna in rosso) e che è molto politicamente corretto, perde la bussola. Stamattina, per esempio, io ho pronunciato la parola "architetta" e me lo sono subito detto da me che non si può sentire con tutti gli sbavamenti fantozziani che il termine può suscitare in una mente maschile, ma lui non si è lasciato sfuggire l'occasione per ribadire la sua idea: "Lo vedi quanto può essere idiota questa presa di posizione... Inutile tra l'altro". Gli ho detto che può essere inutile per lui e - sottinteso - i pochissimi altri cresciuti a pane e femminismo, ma è indispensabile per farlo entrare in zucca a tutti quelli che pur di negare dignità e parità alle donne si taglierebbero le palle a cui tengono tanto, palle che nel loro retropensiero occorrerebbero ad una donna per assurgere al rango di ministro, con la "o"; oppure che sfidano il ridicolo e persino le leggi della natura affermando che "il ministro è incinta". Quindi, se tanto mi dà tanto, "incinto", come Marcello Mastroianni con annesse nausee e doglie in una commediola francese degli anni Settanta.
Il mio amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa ed è per questo che cincischio da un po' su questo foglio cercando di fare un discorso articolato per non ripetere le cose che dico sempre e cioè che per certi mestieri considerati minori - maestra, infermiera, segretaria - a nessuno ormai verrebbe in mente di negare la desinenza al femminile, mentre sulle professioni "superiori" si esercita una sorta di censura: un modo come un altro per negarne l'esistenza. In fondo, a pensarci bene, è l'altra faccia della medaglia del discorso sulla mafia: chi ne nega l'esistenza, lo fa per farci affari ed esercitare il potere proprio grazie alla sua esistenza; chi invece nega l'esistenza di una professione declinata al femminile, lo fa per non perdere potere. Sempre questione di potere è. E quindi dovresti essere d'accordo con me. Per quanto poi certe ministre che ci sono capitate in sorte negli ultimi tempi, appunto per il modo prevaricatorio e classista con cui esercitano il potere, meriterebbero di essere chiamate ministri.
E comunque mia nipote è architetta, fatevene una ragione e smettetela di sbavare. E Qua si chiama Qua anche se è un maschio.

domenica 1 maggio 2016

Io mi chiamo G


La signora G., anzianeggiante segretaria in uno studio medico - laddove l'anzianeggiare è condizione mentale più che anagrafica -, scrive al computer alla velocità del bradipo. Monodattilo per la precisione. Il medio, per la precisione. E non sono del tutto sicura che la scelta non sia dovuta all'odio per quello strano strumento che si è intrufolato contro la sua volontà nella sua vita catalettica. Con la meticolosità di un antico viaggiatore su una carta nautica, lei scruta attentamente per un tempo indefinito l'orizzonte della tastiera, individua la lettera, la punta dall'alto come farebbe un rapace con la sua preda e alla fine, zac, la colpisce con l'unghia. Tralascio che fra una lettera e l'altra passa un tempo snervante, che neanche alla moviola e neanche in un parlamento anglosassone in pieno filibustering, e passo direttamente al punto. Il punto è che due giorni fa la signora G. si metteva a sbuffare e urlare tutte le volte che squillava il telefono ed era tutto un rincorrersi di "basta!", "non ce la faccio più!", "non ne posso più!", come se a telefonare fosse uno stalker e non i pazienti dello studio medico. E francamente io, che anche quando facevo un lavoro che non era il mio e non mi piaceva cercavo di sorridere e comunque di essere gentile, avrei voluto ricordarle che rispondere al telefono rientrava fra le sue mansioni e che avrebbe dovuto baciare la cornetta del telefono e quel computer che odia e la sedia su cui sta seduta perché lei un lavoro ce l'ha. Ma a un certo punto non sapevo più da che parte stare.
Perché in fondo quel giorno (ma solo quello) la signora G. un po' di ragione l'aveva, dal momento che quasi tutti quelli che telefonavano - interrompendo il faticoso, tormentato e accidentato tragitto del dito verso la tastiera e costringendola a ricominciare tutto dall'inizio - lo facevano per chiedere un certificato medico che giustificasse un arbitrario e anticipato ponte per la festa dei lavoratori. Magari sono gli stessi che il lavoro lo hanno avuto leccando il culo - non per stringente necessità ma per congenita vocazione zerbinesca - a qualche politico o garantendogli i voti della famiglia fino alla settima generazione e che sbuffano ogni mattina perché "devono" andare a lavorare. Ecco, io che - come ormai la maggior parte in Italia - al lavoro ci vorrei andare e ci andrei (e ci andavo, in effetti) anche con la febbre a 40, auguro a tutti un buon primo maggio. Ma non a tutti allo stesso modo: a quelli che al lavoro ci credono, ai precari, a chi lavora qualche ora "grazie" al caporalato dei voucher e poi si prende un calcio in culo, a chi viene licenziato perché non si piega, a tutti questi un abbraccio circolare. Agli altri invece, a quelli che hanno ottenuto il lavoro svendendo il proprio voto e il proprio cervello, a quelli che una volta erano dalla parte dei lavoratori e adesso occupano un posto di potere per avere svenduto il lavoro e averlo privato dei diritti, ai mafiosi e a quelli che passeggiano sottobraccio ai mafiosi che ci tolgono il sole e la terra, vorrei rivolgere un gesto tangibile del mio apprezzamento nei loro confronti: un gesto amorevole come quello che la signora G. rivolge ai tasti del suo computer. Con la stessa lentezza, così lo vedete bene:  F   U   C   K     Y   O   U.

sabato 14 marzo 2015

Ti faccio un esempio

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Mia madre avrebbe voluto che facessi l'avvocato: professione sicura, solida, ben remunerata. Qualcuno glielo spieghi. A mia madre, ma soprattutto a Renzi che continua a menarcela con la storiella della ripresa: sembra che quest'anno, a causa della crisi economica, fra quattro e cinquemila avvocati rinunceranno alla professione.
Magari gli facciamo uno schemino a Renzi, e qualche esempio di quelli da scuola elementare: così lo capisce pure lui.
Metti che io sia uno di quei rompicoglioni che vivono di liti condominiali, se ne riempiono le giornate, ne fanno la loro ragione di vita, scrutando con la lente di ingrandimento, genere Sherlock Holmes, per scoprire una crepa sul soffitto da addebitare al vicino del piano di sopra. Vi faccio causa. Benissimo. In altri tempi gli avvocati si sarebbero fregati le mani di soddisfazione con un cliente così. Ora però può capitare che il cliente in questione sia uno tartassato dalla crisi e che gli altri condomini siano quasi tutti tartassati dalla crisi; dunque se il cliente perde la causa (mi perdoneranno gli avvocati per le inevitabili imprecisioni dovute a scarsa o nulla conoscenza della materia) dovrebbe essere lui a pagare l'avvocato, se la vince dovrebbero essere i suoi amatissimi vicini di casa. Ma siccome né l'uno né gli altri sono in grado di cacciare un soldo - e ha voglia l'amministratore a mandare solleciti -, sia nell'uno che nell'altro caso l'avvocato se la prende in saccoccia. E siccome - anche se il piccolo ducetto fiorentino finge di non accorgersene - ormai i tartassati dalla crisi sono la maggioranza, l'avvocato si troverà a fare i conti non con un solo caso del genere, ma dieci, cento, mille.
E comincerà a fare a meno della segretaria (che non potrà fargli causa perché soldi per pagare un avvocato non ne ha, con danno per la segretaria, per il possibile difensore "lavorista" e per la segretaria del lavorista che prima o poi verrà licenziata pure lei), ridurrà le linee telefoniche, prenderà uno studio più piccolo. Il che vuol dire - giusto per farlo capire al demente toscano - che la segretaria dovrà ridurre (fino a eliminarle) le spese di abbigliamento, supermercato, medico, eccetera; che la compagnia telefonica prenderà il minor introito come scusa per licenziare qualche addetto di call center che a sua volta dovrà ridurre le spese di eccetera eccetera; che il proprietario del primo appartamento non riuscirà più ad affittarlo perché tutti sono in crisi e se magari campava solo di quello dovrà ridurre le spese di eccetera eccetera. Eccetera. Eccetera. Eccetera. Eccetera. Ecciaveterottoilcazzo con la vostra propaganda di regime sui ristoranti pieni e l'Expo grande occasione di rilancio (per cosche e tangentari).
Alla fine gli unici avvocati che si salveranno saranno quelli di Berlusconi o di quelli che si saranno arricchiti con il grande evento dell'esposizione universale: appunto mafiosi e tangentari. Gli altri tutti a zappare.
Compito per Renzi, per vedere se ha capito: ripetere l'esempio mettendo al posto degli avvocati medici, architetti, notai e tutti quelli che secondo mia madre hanno scelto una professione sicura, solida e ben remunerata.

mercoledì 28 gennaio 2015

A letto presto


"E che ci faceva fuori a quell'ora?". Cominciavano ad emergere i dettagli della notizia: rapina a mano armata a un distributore di benzina a Catania, quattro uomini in auto, uno morto subito, un altro ferito gravemente, uno beccato, l'altro scappato. La macchina l'hanno trovata nel quartiere di Librino a Catania, il quartiere da dove il sabato pomeriggio "scendono" in centro orde di ragazzini che ci fanno paura perché li vediamo diversi e perché forse nessuno ha la capacità o la voglia di farli "uguali".
Uno dei quattro "uomini" armati della rapina era un ragazzino di 15 anni, forse uno di quelli con la sfumatura dei capelli altissima e lo sguardo truce, indurito, che il sabato pomeriggio vengono a portare scompiglio nelle "nostre" strade popolate da famigliole ipocritamente unite in giro per lo shopping e a sbatterci in faccia la loro realtà, fatta di soprusi ricevuti e ricambiati.
Il dettaglio: la rapina è stata commessa ieri sera, martedì, alle 23. E che ci faceva fuori a quell'ora un ragazzino di quindici anni che l'indomani deve andare a scuola? Forse anche questa è violenza nei loro confronti, il ragionare secondo i nostri parametri: per noi un ragazzo di 15 anni il mercoledì dovrebbe andare a scuola e dunque la sera prima non dovrebbe fare tardi. Al limite il sabato, ma accompagnato e ripreso. Per noi che li abbiamo accompagnati e ripresi, che non gli abbiamo comprato il motorino, che abbiamo cercato di proteggerli dalle "cattive compagnie", un ragazzino di 15 anni è poco più di un bambino, va a scuola, frequenta i coetanei, fra poco avrà una ragazzina o forse ce l'ha già. Mattoni per costruirsi il futuro.
In quell'altro mondo a pochi chilometri da noi il ragazzino di 15 anni forse a scuola non ci va più da un pezzo e nessuno se ne cura, frequenta le cattive compagnie, ha amici molto più grandi di lui e a quanto pare questa non era la prima volta. Forse è già stato arruolato in quell'esercito per disperati disposti a tutto per un giubbotto di pelle o un macchinone. Perché gli hanno fatto credere che è questa la ricchezza.
Poco fa una radio ha detto che è morto pure lui in ospedale, colpito alla testa e operato inutilmente: notizia non confermata, ma fa poca differenza. Lui era già morto comunque: ammazzato da chi non dà un futuro ai ragazzi siciliani, da chi parla di lotta alla mafia ma non fa niente contro la disoccupazione e per costringere con ogni mezzo un ragazzino di 15 ad andare a scuola e i suoi genitori a mandarcelo. E a farlo andare a letto presto: perché domani devi farti interrogare, ma devi anche aspettare la ricreazione per giocare con i tuoi coetanei e magari fare pure gli occhi dolci a quella ragazzina che sta in un'altra classe e che ti piace tanto.

venerdì 9 gennaio 2015

Concime stallatico


Ieri una giovanissima compagna mi ha chiesto se avessi scritto qualcosa sulla strage di Parigi: avrebbe voluto usarla come spunto per parlarne in classe con i suoi compagni (nutre nei miei confronti un'eccessiva considerazione, che non merito). "No, non me la sono sentita francamente - le ho risposto -: avrei dovuto avventurarmi in ipotesi sulla matrice di quest'atto su cui non mi sento di pronunciarmi a rischio di dire cazzate". So bene di non essere ferrata in politica internazionale, anche se due o tre idee su quelli a cui era stato fatto un favore ce le avevo già fin dal momento del massacro: intolleranti e razzisti, superpotenze in cerca di alibi per una nuova guerra di conquista, fascisti di ogni risma, tutti pronti ad innaffiare abbondantemente la pianta di odio che curano amorevolmente.
Poi sono uscita e naturalmente ho incontrato una gran quantità di immigrati dei quali non so se siano musulmani, cattolici o atei: ho visto anche un ragazzino a spasso con la sua mamma attenta e amorevole, con la stessa espressione da cucciolo che ha ad ogni latitudine ogni ragazzino a spasso con una mamma attenta e amorevole. E perché dovrei averne paura? Sarebbe un potenziale terrorista? A crescere nella mia città, è più probabile che diventi un mafioso. E, in quel caso, sì che ci sarebbe da fare una crociata. Mi dispiace, ma io la vostra pianta non la innaffio: io ci piscio sopra alla vostra pianta di odio.
Per convincerci hanno anche ricicciato la Fallaci, che in questi frangenti è sempre un ottimo concime (stallatico). Tessendone le lodi, ovviamente, perché il suo fanatismo fa comodo a fascisti vecchi e nuovi e perché anche questa ipocrisia la nostra (vostra) religione, non meno terrorista delle altre, ci ha lasciato: che dei morti non si parla male; che i morti, dopo morti, erano delle brave persone ed erano soprattutto detentori della verità assoluta. Oriana Fallaci era (era diventata?) una stronza intollerante, un'integralista al pari di quegli altri che hanno ucciso i lavoratori di Charlie Hebdo, e non sarà il fatto che è morta (per fortuna, così ha smesso di dire cazzate) a convincermi che aveva ragione.
La ragione sta dalla parte di chi usa la Ragione e non la religione. Per questo io sono Charlie, che faceva satira su tutti gli integralismi (compreso quello cattolico, ovviamente). Anzi, come hanno scritto i ragazzi in presidio oggi a Catania, su iniziativa di Pierre, studente Erasmus: "Iu sugnu Charlie". E scommetto che la redazione dell'ebdomadario, che pure ha scritto quella frase in tutte le lingue, a questo non ci aveva pensato.

martedì 20 maggio 2014

Nemmeno per scherzo


Renzi è il classico tipo che mi dà sui nervi prima ancora che apra bocca, a prescindere, è una specie di Frankenstein a metà fra Grillo e Berlusconi, lo vedrei bene con il berrettino rosso e giallo in testa a distribuire beveroni per cerebrolesi, però no, la lupara bianca no. Nemmeno per scherzo.
Non è la prima volta che Beppe Grillo in campagna elettorale "alza i toni" per fare audience - che, in questo caso, significa anche percentuali di voto - usando termini che attengono alla mafia.
Non m'importa che siano - come ha tentato di giustificarsi - espressioni inventate dai giornalisti: mi importa, mi fa male, mi fa incazzare come una jena che la mafia e le azioni della mafia vengano usate per fare colpo sull'elettorato e soprattutto mi fa imbestialire che vengano usate come boutade da cabaret.
L'ultima volta in Sicilia il grillo parlante è venuto a spiegarci che la mafia non strangola le sue vittime e lo Stato invece sì; adesso ci viene a dire che Renzi perderà le elezioni e svanirà nel nulla proprio come alcuni morti ammazzati per mano mafiosa.
No, Grillo, non te lo permetto. E se anche non avessi altre mille ragioni per non votarti (perché sei un fascista, perché sei un qualunquista, perché - a quanto pare - saresti anche un evasore fiscale e per me gli evasori fiscali sono da considerarsi al pari dei mafiosi, cioè merde), questo tuo scherzare sulle questioni di mafia, questo usarla con leggerezza per le tue battute da guitto e dunque minimizzarne la gravità sarebbe già sufficiente per mandarti dove tu mandi tutti gli altri.
Perché, sai, io in questa terra di mafia ci vivo: io sono quell'impasto informe di pianto e di rabbia che si ripresenta ogni volta che un giudice salta in aria o che un bambino viene sciolto nell'acido; io sono questa terra violentata costretta ad allontanare i suoi figli per tutelarli da forme moderne di tratta degli schiavi; io sono il respiro affannoso e il sangue alla testa ogni volta che qualcuno si rivolge a un "amico" per ottenere un favore, perché so che ogni favore ottenuto è la strage di mille diritti; io sono l'apnea quotidiana delle sabbie mobili di chi vive in una regione dove non hai scampo perché la mafia è al bar, in panetteria, nello stabilimento balneare, sul marciapiedi, nello stessa frazione di secondo in cui ci sono io.
E io nemmeno per scherzo e nemmeno a un mafioso augurerei di finire per lupara bianca.

giovedì 2 gennaio 2014

Pagine avvelenate

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Ma di che hanno paura, che tragga ispirazione? Che lo trasformi in arma impropria? Che ne annodi le 532 pagine e le usi per calarsi dalla finestra della cella? Che le avveleni una per una e le faccia avere come gentile omaggio a un boss rivale raccomandandogli un'attenta lettura?
"Aspettiamo di conoscere le motivazioni", come si dice quando vorresti tanto prendere a schiaffoni gli autori di una sentenza ingiusta e invece devi mostrarti politicamente corretto, ma certo se è vera la notizia che al boss gelese Davide Emmanuello, detenuto nel carcere di Ascoli Piceno, hanno vietato di leggere "Il nome della rosa", perché ritenuto "pericoloso", c'è qualcosa che non quadra rispetto alla pretesa funzione educativa o rieducativa della detenzione.
Notizia per di più "corretta" - come il caffè di Gaspare Pisciotta, per restare in tema - da un'altra proibizione: quella di leggere Il Manifesto. Ora, capisco che Gela sia la città delle grandi contraddizioni e incoerenze politiche, ma mi sentirei di escludere il rischio di una folgorazione di Emmanuello sulla via del comunismo e, per conseguenza, della lotta alla mafia. Rischio che per la direzione del carcere sembra essere maggiore della possibilità di farlo restare pervicacemente e ottusamente - cioè con la mente intorpidita dalla malvagità - un capomafia. In questo Paese a testa in giù, evidentemente, si può consentire che Totò Riina ordini dal carcere l'uccisione di Nino Di Matteo, perché in fondo rientra nell'ordine naturale delle cose, ma non che un boss coltivi la "perversione" di leggere libri e giornali.
"...il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione". E forse sta proprio in quell'aggettivo - "difficile" - la chiave di lettura: più facile lasciarlo marcire nella gattabuia della sua ignoranza e della sua cattiveria, lasciarlo prigioniero dei desideri di vendetta e di rivalsa, tenere la sua mente chiusa in cella, incatenare il cervello.

giovedì 29 agosto 2013

La forza del destino

E' ufficiale: nell'estate 2013 vanno di moda le figlie. Dopo quella di Totò Riina, intervistata da una tv svizzera al solo scopo di magnificare le doti di buon cristiano e onorare l'uomo d'onore come da comandamento divino, oggi a esternare è la pargola diciassettenne di Matteo Messina Denaro, latitante da vent'anni. Concepita, come si conviene ad ogni figlio di madre illibata, per virtù dello spirito santo, la ragazzina - secondo l'Espresso - oggi fa "una scelta rivoluzionaria" chiedendo alla madre di vivere lontano dai familiari del padre. Bene, direte. Sì, ma c'è qualcosa che non quadra. Perché a un certo punto l'adolescente figlia di boss (a proposito: "figlio di boss" credo che potrebbe essere un insulto molto migliore del più diffuso e maschilista "figlio di puttana"), parlando del padre ma senza nominarlo, afferma: "Quanto vorrei l'affetto di una persona e, purtroppo, questa persona non è presente al mio fianco e non sarà mai presente per colpa del destino...". Ah, ora si chiama destino? Il fatto che tuo padre sia un bastardo pezzo di merda che ha ucciso tante persone quante in una guerra si chiama destino? Il fatto che non lo arrestino perché forse non lo vogliono arrestare si chiama destino? Ascolta, ragazzina: non so cosa ti abbia raccontato tua madre per giustificare il fatto che tuo padre il modo per materializzarsi - il tempo di farsi una scopata - lo ha trovato circa 18 anni fa e poi non ha fatto niente per starti vicino, ma qui il destino non c'entra niente. Come non c'entrano niente, del resto, né il destino né le presunte divinità nelle scelte degli uomini. A meno che la tua non sia la solita sceneggiata per avvalorare la tesi che tuo padre - perseguitato dallo Stato - chissà dove si nasconde e invece (magari, forse, probabilmente, ma io sono malpensante e non faccio testo) vive comodamente e indisturbato insieme a tutta la famiglia in una lussuosa villa costruita con il traffico di droga.

mercoledì 21 agosto 2013

Un tossico mancino che si faceva con la mano destra

E' un caso di scuola: nei romanzi gialli, ma anche nelle indagini vere, se una coltellata assassina è stata inferta con la mano destra, il presunto omicida viene scagionato immediatamente appena si scopre che è mancino. Del resto, chi è solito usare una mano sola lo sa bene che l'altra è poco più di un pezzo di carne inutile: ci puoi sollevare un sacchetto della spesa, ma non certo fare un lavoro di precisione, non colpire un uomo a morte e nemmeno infilarti una siringa di eroina. A quanto sembra però questa regola non vale per il mancino Attilio Manca. I suoi genitori e suo fratello da anni cercano di dimostrare che l'urologo fu ucciso dalla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto per eliminare il testimone diretto della presenza di Bernardo Provenzano in una clinica di Marsiglia. Costretto ad operare il boss alla prostata, secondo i familiari, e poi fatto fuori con la messinscena della siringa nel braccio. Nel braccio sinistro. Ma oggi un giudice ha deciso che Attilio Manca era soltanto un tossico e, come se non fosse sufficiente, a suggello della sua teoria ha prosciolto i cinque barcellonesi accusati dell'omicidio condannando invece una donna romana accusata di avergli ceduto la droga. Mi hanno insegnato che le sentenze non si commentano, ma stavolta mi viene difficile. Perché se c'è un'eccezione per un mancino contorsionista che si può fare da sé un'iniezione nel braccio sinistro (e che ha anche il tempo, prima di morire, di cancellare le proprie impronte dalla siringa) forse si può fare un'eccezione all'essere comunque dalla parte della magistratura e pensare che questo giudice, anche concedendogli il beneficio della buona fede, possa avere sbagliato. Sarebbe cecità molesta. Come lo sarebbe pensare che lo Stato o una parte di esso non tratti con la mafia o non la favorisca in qualche modo, anche soltanto per inettitudine. Che però diventa colpa grave quando, appunto, sei lo Stato e non un comune passante. E la rabbia diventa incontenibile perché oggi, nello stesso giorno in cui un giudice ha condannato come tossico Attilio Manca, un altro pezzo dello Stato - quella Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata che dovrebbe essere uno degli avamposti della lotta alla mafia e nelle cui mani è custodita l'applicazione della legge voluta da Pio La Torre - ha fatto un favore ai boss mettendo in vendita la tenuta di Suvignano, oltre 700 ettari nel comune di Monteroni, in Toscana, che la Regione qualche anno fa si era impegnata a recuperare e utilizzare a fini sociali. Ma lo Stato ha deciso diversamente: bisogna fare cassa e vendere al miglior offerente. E chi potrebbe offrire di più se non l'azienda italiana con il maggior fatturato?

lunedì 27 maggio 2013

Cattivi esempi

Stamattina ho sentito un signore alla radio (di quelli con molti distinguo, tipo "io ho molti amici gay, ma...") dire di essere favorevole alle unioni omosessuali, ma contrario alle adozioni. La motivazione, più o meno, era che poi i bambini crescono con quegli esempi. Ora, a parte che non mi risulta che i gay impieghino la gran parte del loro tempo (escluse le percentuali "fisiologiche") ad accoltellarsi fra di loro mentre la pratica è vieppiù diffusa e a senso unico fra le cosiddette coppie "normali" - dove il repertorio delle violenze dei maschi "normali" nei confronti delle loro donne è vastissimo, a partire dal tradimento e a finire al femminicidio -, e a parte che ho la sensazione che il signore in questione abbia degli omosessuali una visione caricaturale tutta piume di struzzo e lustrini (oppure che pensi che lo facciano davanti a tutti e non, come gli altri genitori, in camera da letto e badando di non farsi sentire dai bambini), prendendo per buono il concetto di evitare cattivi esempi ai bambini, forse sarebbe il caso di stabilire alcune priorità. E dunque, per evitare cattivi esempi, proporrei non solo il divieto di adozione ma anzi una campagna di sterilizzazione di massa, nell'ordine - dal primo all'ultimo -, per: mafiosi e femminicidi (ex aequo), maschi che maltrattano le loro donne, trafficanti di armi e droga, politici corrotti e corruttori, guerrafondai, evasori fiscali, schiavisti, razzisti.... Va bene così adesso? No, forse no: quel signore, autodefinitosi cattolico, non si sognerebbe mai di impedire a un mafioso bastardo o a un marito violento di avere figli, naturali o adottivi, perché non crescano con il suo cattivo esempio.

mercoledì 13 febbraio 2013

Casini e la violenza

Casini dice che il matrimonio tra omosessuali è una violenza. E aggiunge che per noi (per loro, cioè) il matrimonio è tra un uomo e una donna. E siccome le cazzate sono come le ciliege, ha aggiunto: "Non è colpa mia se due donne o due uomini non possono avere un figlio, e averlo in adozione penso sia una pretesa". Sa cos'è violenza, onorevole Casini? Violenza è un padre (uomo, maschio, come piace a lei) che cerca di uccidere la propria moglie (madre, donna, preferibilmente casalinga e schiava, come piace a lei) davanti ai figli piccoli. Violenza è ritrovarsi a cinquant'anni senza lavoro né prospettive grazie ai governi che Lei sostiene. Violenza è per uno in sedia a rotelle trovare un suv di un evasore fiscale parcheggiato sulla scivola per i disabili. Violenza è studiare tanti anni ed essere costretti a lasciare il proprio Paese e i propri affetti per lavorare. Violenza è la mafia che soffoca le nostre vite. Violenza sono i politici collusi con la mafia che ci privano del futuro. Violenza sono quelli come lei che mettono le mani sul fuoco a garanzia dell'onestà dei politici collusi con la mafia.

domenica 21 ottobre 2012

Tecnicamente

"Quando me lo chiedono quelli dello Stato che lavoro faccio, dico: faccio il lavoro che loro mi danno e che voi non mi date". Mario, o comunque si chiami, è un contrabbandiere napoletano, ma prima faceva il commesso in un negozio. Licenziato perché gli affari erano calati e con una famiglia da mantenere. Al Tg3 che lo ha intervistato, ha raccontato che "loro" gli forniscono le sigarette e lui in un giorno fa 5/600 euro. Ammesso che lavori cinque giorni a settimana, sono 2.500 euro. Ma a lui "loro" - i camorristi - ne danno 200 a settimana, meno del 10%. Ai suoi figli, che gli chiedono che lavoro faccia, risponde che fa sempre il commesso. Tecnicamente non mente: è pur sempre un venditore. Tecnicamente, il governo che ha cancellato l'articolo 18 e con in esso il lavoro favorisce la camorra, la mafia, la ndrangheta, che per duecento euro a settimana consentono a Mario e a tutti i Mario come lui di mentire ai figli e far credere loro di fare un lavoro onesto.

Il colonizzatore nordico e la mafia che non c'è

Ecco lo ha rifatto. Ad aprile, quand'è venuto a Palermo per le amministrative di maggio, aveva detto che la mafia non strangola le sue vittime; oggi, ancora in Sicilia per le regionali, Beppe Grillo ha detto che in Sicilia la mafia non c'è più. Allora, ascoltami bene, Beppe Grillo: puoi venire a dire tutte le stronzate che vuoi nei tuoi spettacoli da saltimbanco miliardario, ma non ti permettere di venirci a raccontare che la mafia non strangola o che non c'è più. Non si scherza con le cose serie e questa è una cosa serissima. Anzi, è tragica. Vallo a dire in faccia, se hai coraggio, ai parenti di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido a 11 anni; vallo a dire in faccia, se hai coraggio, ai parenti di Graziella Campagna, uccisa a 17 anni per avere scoperto casualmente l'identità di Gerlando Alberti junior; vallo a dire in faccia, se hai coraggio, ai parenti di quei quattro bambini uccisi per avere scippato la madre di Nitto Santapaola; vienilo a dire in faccia, se hai coraggio, a noi tutti, parenti di bambini, ragazzi, giovani uomini e giovani donne potenzialmente uccisi dalla mafia e dai politici collusi con la mafia che negano loro il lavoro, un ambiente pulito, la salute; vallo a dire in faccia, se hai coraggio, a tutti quelli che non fanno in tempo ad aprire un negozio che subito si trovano dietro la porta gli esattori del racket delle estorsioni. E dopo che tutti questi ti avranno fatto rifare a nuoto a calci in culo il percorso inverso, tornatene a casa tua e, invece di venire a farci le tue lezioncine da colonizzatore nordico, comprati un po' di libri e mettiti a studiare prima di parlare di una realtà complessa come quella siciliana. Scoprirai, per esempio, che per decenni, forse per secoli, i mafiosi (e i politici collusi) hanno negato l'esistenza della mafia. Però, grazie a ciò, hanno governato per almeno un cinquantennio. Non sarà che vuoi seguire la loro stessa strada?

martedì 18 settembre 2012

Chiare, fresche e dolci acque

Io l'ho capito finalmente perché mi piace tanto andare al solarium comunale di Catania. Certo, la struttura non è il massimo del comfort (anzi, metafora di come è amministrata la città, compresi regolamenti di conti e discariche a cielo aperto, fa decisamente schifo) e il mare - con tutti gli scarichi fognari e la "munnizza" che arriva dai lidi - non è del genere che farebbe venire voglia a Petrarca di scriverci una poesia: il fatto però è che lì c'è l'umanità, quella vera. Ci sono quelli che hanno lavorato una vita per fare studiare i figli, ci sono i pensionabili che preferiscono restare al lavoro per aiutare figli grandi e disoccupati, ci sono quelli che sono stati messi in cassa integrazione e quelli licenziati per un capriccio del padrone, c'è chi sa bene cosa vuol dire morire di lavoro perché l'ultimo morto in cantiere non l'ha letto sui giornali ma era suo cugino. C'è Mario che chissà come si chiamava quand'era al suo paese, che parla in Italiano molto meglio del 90% dei catanesi e in mezzo ci mette pure un po' di dialetto, che di sé dice - parlando in seconda persona come i bambini piccoli - "non sai natari" (e ti viene un brivido a pensare che 12 anni fa, quando è arrivato qui, lo deve aver fatto come molti altri imbarcandosi su uno di quei gommoni già sgonfi destinati al naufragio), che quest'anno ha deciso che vuole imparare a "natari" e la mattina appena arriva fa il bagno attaccato alla scaletta, poi fa la doccia, si riveste di tutto punto e indossa la sua bancarella portatile: Mario ci viene anche se sa che non farà affari (non ne faceva nemmeno quando il solarium era pieno come un uovo, perché la crisi è più nera di lui e la gente non li compra più i braccialettini o i giochini da un euro che prima acquistava solo per fargli guadagnare qualcosa), ci viene anche adesso che siamo rimasti quattro gatti, per chiacchierare un po' con tutte quelle persone che lo considerano uno di famiglia e gli vogliono bene. C'è un signore anziano minuto e mite che legge L'Unità convinto che sia ancora "quel" giornale e non esita ad affrontare il paramafioso arrogante e aggressivo che vende bibite per rinfacciargli di non pagare le tasse, mentre lui le paga da quarantatre anni. C'è una signora che non dev'essere andata oltre la quinta elementare ma che capisce di economia molto di più di un inutile bocconiano governativo che non conosce la vita e ha un moto di raccapriccio al pensiero di Berlusconi che "ora torna e a 'bbessa iddu" (l'aggiusta lui) l'Italia dopo che l'ha distrutta e che quelli di ora hanno completato l'opera, e concorda con il signore suo coetaneo che dice "na vota c'erano Moro e Berlinguer, finiti 'iddi' è finito tutto" e gli spiega che Moro l'hanno ammazzato perché era una persona per bene e non aveva coperture, mentre "a chissu" (sempre quello che ora torna) non lo ammazzano perché ha le protezioni. La signora (e i suoi amici che ormai si danno appuntamento lì da anni tutti i giorni) ha ben chiaro il lavoro straordinario dei magistrati palermitani contro la mafia, sa bene che una porcata è una porcata anche se proviene da un monarca assoluto, sente perfettamente il puzzo di merda che promana dall'inciucio nazionale e quello di merda al quadrato di un'ammucchiata di ex mafiosi che si fanno antimafiosi ed ex antimafiosi che si fanno mafiosi. E ha un'idea precisa: "Questi partiti non lo meritano il voto pulito degli operai". Usa questa parola antica e démodée, ma preziosa: pulito. Sarà per questo che quelle del solarium a un certo punto appaiono come chiare, fresche e dolci acque. Adesso, però, ci vorrebbe che i pochi partiti i quali invece quel voto pulito lo meriterebbero imparassero come si fa a parlare con queste persone.

mercoledì 18 aprile 2012

Politici d'onore

Il tizio arrestato ieri a Misilmeri e accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (un'operazione in cui si parla di estorsioni, di condizionamento degli appalti pubblici e di gestione del ciclo dei rifiuti), Vincenzo Ganci, era un candidato al consiglio comunale in una delle liste che sostengono la candidatura a sindaco di Marianna Caronia, deputata regionale ed esponente del Pid, cioè il partito di Saverio Romano e Totò Cuffaro (quando si dice: due nomi, due avvisi di garanzia). Ma come si chiama questa lista? Si chiama "Amo Palermo". Minchia, e se la odiava che faceva?!
Comunque non è il solo che scrive una cosa e pensa l'esatto contrario. I nomi delle liste presentate in tutti i comuni siciliani come specchietti per le allodole o per i polli, a sostegno di candidati discutibili, contengono tutte parole che nel linguaggio del centrodestra (un centrodestra lungo quanto dal Pdl all'Mpa, passando per il Pd) hanno un significato completamente diverso da quello che si trova nel vocabolario. Tipo: famiglia, che sta per famigghja o, in alternativa, harem; valori, con cui non si intende ciò che circola intorno all'etica, ma conti correnti e simili; lavoro che potrebbe benissimo sottintendere "in cambio di un pacchetto di voti"; amore - appunto - che in linea con il Berlusconi-pensiero, vuol dire sesso a pagamento; solidarietà, che significa calci in culo ai poveracci, agli anziani, agli immigrati, ai gay e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare degli innumerevoli richiami alla sicilitudine, che tradotto vuol dire poter fare il cazzo che ci pare. Oppure della libertà declinata in tutte le sue forme e poi di cuori, cuoricini, fiori, uccellini, che pare san Valentino. E poi "patti" (di sangue, tramite punciuta?), "cambiamento" (al limite della schizofrenia o della pubblica ammissione di colpevolezza, quando la parola dà il nome a una lista che sostiene un sindaco uscente che vuole fortissimamente restare al suo posto) o futuro e avvenire "a minchia china" (piena), come si dice qui, cioè come se piovesse, in una terra in cui i giovani - cioè quelli che tutti a parole definiscono "il nostro futuro" - sono scappati e quelli che sono rimasti (e si sono candidati, a consigliere comunale ma pure a sindaco) somigliano terribilmente a Cetto Laqualunque con i loro capelli "pisciati", i vestiti gessati e gli occhietti furbi ma non intelligenti.
Strano che fra i nomi delle liste non ci sia la parola "onore". Ma sicuramente mi è sfuggita.

mercoledì 11 aprile 2012

Sparati e sparatori

Preti che sparano e preti che vengono "sparati". A Lamezia Terme, per la terza volta in pochi mesi, la ndrangheta ha lanciato l'ennesimo segnale vigliacco: due colpi di pistola contro la saracinesca del centro Pensieri e parole, gestito dal prete antimafia Giacomo Panizza, che dà ospitalità a disabili e immigrati.
Disabili e immigrati, gli ultimi degli ultimi, l'anello debole della catena della fragilità. E se non fossero così infatti quelli che si credono uomini di panza e sono merde senza sangue nelle vene non lo avrebbero il coraggio. Invece sono deboli fisicamente, socialmente, politicamente: perché in questo Paese sono davvero pochi che vogliono combattere la mafia e pochissimi quelli a cui interessi qualcosa dei portatori di handicap che non sono abbastanza portatori di pacchetti di voti, e perché c'è ancora una legge da trogloditi scritta da un troglodita e da un fascista per privare della libertà e dei diritti i migranti. Accanitevi e moltiplicatevi. E, quanto più sono deboli le prede, tanto più provoca piacere l'accanimento.
Come nel caso del prete sparatore, "monsignore" lo chiamano: Domenico Calcagno, ex vescovo di Savona, che a casa tiene un arsenale degno di Totò Riina, dai fucili a pompa alle rivoltelle, dalla carabine ai revolver. Il fatto è che monsignorunpardeciufoli non è che le sue armi si limiti a tenerle esposte, ma è pure iscritto a un poligono di tiro. E già questo è abbastanza inquietante: pensare che un prete spari a un bersaglio di cartone per sfogare i suoi istinti repressi (e ringraziamo il cielo che non li sfoghi su chierichetti e seminaristi); ma come se non bastasse quello che sicuramente nella sua vita almeno una volta avrà cianciato di "creature del signore" senza credere a una sola parola di quello che diceva non fa mistero di essere un amante della caccia e di sparare agli uccellini. Anzi, sembra che abbia anche detto che prima di puntare si fa il segno della croce e che comunque non prova rimorso perché gli uccelli non hanno anima. Nemmeno i porci.

lunedì 26 marzo 2012

Ha vinto la mafia

I lavoratori nemmeno li hanno invitati; e neppure i loro rappresentanti sindacali. Come se in gioco non ci fosse la loro vita e quella delle loro famiglie. Poi una telefonata secca - come quella che qualche giorno fa, mentre erano al lavoro, gli annunciava che stavano per partire le lettere di licenziamento - per dire che la decisione era presa e non si tornava indietro.
Stamattina a Reggio Calabria, nella sede dell'Agenzia nazionale dei Beni confiscati, c'era la riunione per decidere del destino della Riela group, l'azienda di trasporti di Belpasso della famiglia legata al clan Santapaola e gestita dallo Stato che oggi si trova a dover fare fronte a un debito di sette milioni di euro nei confronti dei vecchi proprietari, mai rassegnati alla perdita del loro "bene" mafioso che negli anni hanno fatto di tutto per riprenderselo, dalle intimidazioni fino alla costituzione di un Consorzio che oggi è, appunto, creditore del Demanio.
Sembra che non abbiano perso nemmeno troppo tempo a discuterne: decisione presa e basta. La Riela chiude, i lavoratori vanno a casa.
Con la complice indifferenza e oggi anche con il silenzio agghiacciante di chi avrebbe dovuto fare di tutto per segnare un punto a favore dello Stato e contro la mafia: solite finte riunioni istituzionali, soliti impegni sulla carta, solite solidarietà pelose. Mentre i lavoratori ci credevano in quello che non era "soltanto" un posto di lavoro e il futuro per se stessi e per i loro figli, ma soprattutto un simbolo in questa terra a cui manca il respiro. Ci credevano talmente tanto che stringevano i denti persino davanti agli stipendi che da mesi non arrivavano. Loro ci andavano lo stesso a lavorare, a loro spese, come se quell'attività gli appartenesse e se il loro fosse un investimento.
Non avevano orari, quei lavoratori, non avevano sabati e domeniche: arrivavi lì la mattina presto e chissà quando ne uscivi, alle nove, alle dieci di sera; non facevi in tempo a sederti a tavola - per una cena già posticipata di due ore - che squillava il telefono: c'era un camion che aveva problemi, c'era della merce da caricare o da scaricare urgentemente. E uscivi di nuovo: nemmeno il tempo di parlare con tua moglie, nemmeno il tempo di chiedere a tua figlia a che punto fosse con la preparazione del nuovo esame universitario. Che chissà se potrà ancora esserci, perché le tasse per l'Università sono insostenibili per chi non ha più uno stipendio nemmeno per mangiare.
Oggi la mafia ha vinto e a farla vincere ha contribuito lo Stato: quello che chissà perché ci ostiniamo ancora a scrivere con la maiuscola, questa Repubblica fondata sulla disoccupazione in cui gli uomini sono merci, esattamente come una cassetta di arance da trasportare dalla Sicilia in Nord Italia che, se arrivano marce, si prendono e si buttano via.