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domenica 22 gennaio 2017

L'ascoltatore con la clava

«Quando mia moglie e mia suocera sono insieme, io prendo un libro e con la scusa che mi devo concentrare mi chiudo in camera. La lettura è una grande cosa».
Domenica mattina, radio, cazzeggio da giorno di riposo, si parla di biblioteche, si estende il discorso ai benefici del libro. Via ai messaggi.
E arriva lui, l’ascoltatore con la clava. Per di più convinto di essere spiritoso. E per di più senza il minimo sussulto da parte del conduttore che, nello specifico – e questa è un’aggravante – è una conduttrice.
Ora magari qualcuno mi accuserà di voler fare il processo alle intenzioni, ma mi sembra evidente che per l’autore del messaggio le donne fra di loro parlino di cose che a un uomo non possono e non devono interessare. Provo ad azzardare qualche argomento. Vestiti. Gioielli. Ricette di cucina. Parrucchiere. Pettegolezzi. Minchiate, insomma: secondo alcuni uomini le donne parlano solo di minchiate. Peraltro forse aggiungendo all’elenco delle minchiate anche i figli e i loro problemi. Meglio chiudersi in camera, darsi per dispersi, invocare l’aggressione delle cavallette. Cosa meglio della lettura? «La lettura è una grande cosa», dice l’ascoltatore con la clava, perché lo “salva” dalle donne.
E forse non è vero che la lettura è una grande cosa se non è vero che allarga la mente, che aumenta la capacità di rapportarsi agli altri, amplia le conoscenze, ti fa frequentare mondi nuovi e diversi, ti eleva rispetto alla massa incolta. O, almeno, su quest’uomo non ha fatto effetto, come una medicina scaduta.

E dunque mettiamola così, facciamo che sia un’autocritica: le due donne parlano di economia e di politica internazionale, di cinema d’autore e letteratura – cosa che, fra l’altro, normalmente accade anche se molti maschi fanno fatica ad accettarlo - e lui, incapace di seguirle, va a vergognarsi in camera tenendo in mano l’unico libro che uno così maschilista possa leggere: la ghostwritergrafia di Antonio Cassano. Ovviamente limitandosi a guardare le figure.

lunedì 21 aprile 2014

Concentrato di mondo


A volte mi capita, leggendo un romanzo che mi è stato regalato, non tanto o non solo di immedesimarmi nella storia (procedimento, credo, abbastanza comune), quanto di cercare in quel libro la persona che me l'ha dato. Nel tentativo - spesso vano e disperato - di capire cosa le passa per la testa, cosa avrebbe voluto dirmi e non mi ha detto, cosa ha detto a un'altra persona, cosa ha detto a me e a un altro miliardo di persone mentre io mi illudevo di essere l'unico interlocutore: nella speranza, insomma, di mettere insieme i pezzi del puzzle di una vita. E forse di essere uno di quei tasselli.
Inavvertitamente, il protagonista del romanzo prende le sembianze del donatore di libri e io comincio a scrivere un romanzo nel romanzo, innestando nelle pagine i miei dialoghi con lui. Senza distrarsi dall'obiettivo principale, il cervello si sdoppia e si incammina su un'altra strada, torna indietro, riprende il filo del precedente discorso, fa combaciare volti e pensieri, modifica eventi e continenti e - delirio di onnipotenza - perfino la struttura stessa del romanzo. Vedo un'altra me: la prima stravaccata in poltrona o su un gradino in una piazza assolata, il libro in mano, lo sguardo fisso sulla pagina come nell'osservazione di un seme che si fa germoglio; l'altra poco distante, in posizione leggermente superiore, che cuce e scuce, fa e disfa, cambia "location", trasforma una cima innevata in un'isola cotta dal sole, aggiunge nuovi personaggi, assegna ai legittimi inquilini della storia sembianze familiari.
Romanzo epico alla fine e affollatissimo da personaggi che via via si aggiungono a quelli delineati dall'autore: protagonisti di altri romanzi ricevuti in dono dalla stessa persona e della quale di volta in volta assumono sembianze, parole, pensieri, sguardi; e, con loro, i protagonisti di altri libri dimenticati che inaspettatamente prendono forma dagli scaffali delle librerie. Un mondo intero, un concentrato di mondo, dove i personaggi - le persone - pullulano e brulicano intrecciando le loro storie a quelle di altri, assimilano secoli, equiparano località geografiche, in una sorta di unità di tempo, di luogo e di azione di una commedia umana dove alla fine, al pari di un kolossal pieno di comparse, l'attenzione si concentra - come in una scena quasi totalmente buia - soltanto su un protagonista e un deuteragonista.
Dev'essere questo il bello dei libri: che ogni libro te ne fa scrivere un altro; che ti fanno vivere una vita e mille vite insieme; che dentro ci puoi mettere le persone che vuoi.