

Vogliamo fare un po’ di conti? Così, giusto perché non guasta un po’ di sano masochismo, dopo il “legittimo godimento” dovuto al risultato dei referendum del 12 e 13 giugno.
E allora facciamoli questi conti, mettendo in fila un paio di addendi e poi anche qualche fattore, per scoprire che Catania è la città dei primati:
Catania – secondo quanto emerge dal dossier Mal’aria 2011 di Legambiente - è una delle città più irrespirabili d’Italia
PIU’
Catania è l’ultima in classifica (centotreesima su centotre) fra le città d’Italia per qualità della vita, in base allo studio Ecosistema urbano 2010 sempre di Legambiente e di Ambiente Italia
PIU’
Catania è la città in cui oltre l’80% dei commercianti paga il pizzo
PIU’
Catania, in base ai dati del rapporto Istat 2010, è la città dove la disoccupazione giovanile è arrivata al 50%
PIU’
Catania è la città dove cresce il numero delle donne disoccupate e di quelle che non cercano più lavoro
PIU’
Catania è la città con il maggior numero in assoluto di centri commerciali e questo, a quanto si legge nel Rapporto RES 2010, che parla di “dimensioni abnormi della crescita” recente, alimenta “notevoli dubbi circa la possibilità che ‘dietro a ciò che appare si nasconda qualcos’altro’ e cioè che la criminalità organizzata abbia fiutato l’affare, riciclandosi rispetto agli ambiti tradizionali di inserimento”
PIU’
Catania è la città in cui – sempre facendo riferimento a studi delle associazioni ambientaliste, oltre che ai nostri polmoni e alle nostre orecchie – la principale causa di inquinamento atmosferico e acustico è il traffico automobilistico (a proposito, sembra che il sindaco Stancanelli, di passaggio dalla città, abbia scoperto che ci sono i parcheggi scambiatori e che erano rimasti inutilizzati: non vorrei dargli un dispiacere, ma lo informo che i parcheggi scambiatori erano stati realizzati quando al governo della città c’era il centrosinistra e sono rimasti inutilizzati da quando c’è il centrodestra che invece punta a farli sotterranei e in centro per assegnare un bel po’ di appalti a cementificatori e palazzinari)
PER
Catania è la città ultima in classifica fra tutte le città italiane per affluenza alle urne (appena il 40% e ci è andata pure bene) nella consultazione referendaria del 12 e 13 giugno.
UGUALE
Catania è una città di merda.
E però siccome certe affermazioni così perentorie vanno anche spiegate, provo a dire quello che penso. Di fronte a tutto questo, i catanesi continuano ad esercitare la loro indolenza e a non esercitare il diritto di voto. O, forse, a non esercitarlo quando non vedono un riscontro immediato, cioè il pacco di pasta, la lavatrice, il posto di lavoro (anche se in nero e a tempo determinatissimo), rifiutandosi di capire che la differenza che passa fra un suddito e un cittadino sta fra l’altro anche nel diritto di voto, nel diritto a decidere del proprio futuro. Loro no, a votare non ci vanno, e magari fosse per presa di posizione politica per quanto non condivisibile: non ci vanno perché pensano che la cosa non li riguardi. Tranne quando si tratta di altro tipo di elezioni e al voto corrisponde qualcosa: un impiego a tre mesi in un’azienda di pulizie o la promessa di un impiego a tre mesi in un’azienda di pulizie. Qui non c’era niente da promettere e infatti se Raffaele Lombardo, il re del clientelismo siciliano, dovesse misurare la propria popolarità fra i siciliani e soprattutto fra i suoi concittadini catanesi a partire dall’affluenza al voto in occasione dei referendum, comincerebbe a porsi qualche problema: lui infatti ha detto che a votare ci sarebbe andato (chissà per lanciare quale messaggio a chi) e che avrebbe votato quattro sì, ma a quanto pare i suoi seguaci non lo hanno seguito, perché non si sono nemmeno chiesti se votare sì o no e non si sono nemmeno sognati di recarsi alle urne. Ma stia sereno Lombardo – e i suoi correi di governo, che stanno imparando presto come si fa a gestire il potere – che appena ci saranno nuove elezioni, meglio se amministrative, il suo potere di “convincimento” ritornerà integro. Tanto i catanesi non si lamentano, non protestano: al più si limitano a delle pasquinate come quelle che spuntano qua e là da qualche giorno per le strade cittadine. Qualcuno, per esempio, si è preso la briga di andare in tipografia a fare stampare degli annunci funebri – di quelli che di solito si vedono principalmente nei paesi o nei quartieri popolari – e poi affiggerli nelle strade del centro di Catania. Su uno c’era scritto qualcosa tipo: “E’ morto il lavoro. Vivremo nel suo ricordo”. Un altro, più ambiguo – perché a Catania non sai mai se dietro parole apparentemente dirette non ci sia invece un messaggio trasversale -, annunciava la morte della vendita dei fiori. Un negoziante di scarpe, invece, alla vetrina del suo negozio ha attaccato un foglio A4 con su scritto: “Sono al comune a protestare: 1° Caro benzina 2° Per eccesso centri commerciali 3° Per lo stipendio dei deputati Torno subito”, mentre altri contestatori anonimi hanno fatto stampare e affisso delle accorate locandine con foto di Raffaele Stancanelli – pure lui, un tempo, uomo di Raffaele Lombardo, anche se adesso, per il gioco delle parti (o per guerra fra bande, come preferite), formalmente si trovano su fronti opposti – e drammatico appello: “Chi l’ha visto?” Perché…”quod non fecerunt Scapagni, fecerunt Stancanellini”.
Ma i catanesi (non tutti, per fortuna) si limitano alle pasquinate o, al più, farfugliano come i primati.
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