giovedì 29 maggio 2014

Da grande


Ieri sono andata a trovare una mia "nipotina" che si sposa. "Lavoro?", le chiedo. "Sto facendo le domande per l'insegnamento, in attesa di fare il mio lavoro vero, che sarebbe quello di archeologa. Ma non mi faccio grandi illusioni".
Ora, a parte che togliere le illusioni a una ragazza meno che trentenne (che per di più ha affrontato studi impegnativi) è da galera, mi ha fatto pensare a un mio amico ultracinquantenne, insegnante, che di sé dice: "Da grande vorrei fare l'ingegnere".
E quanti ne ho conosciuti! Architetti, ingegneri, giornalisti, costretti a "ripiegare" sull'insegnamento in attesa - da grandi - di fare il lavoro che gli piace. Insegnanti bravi, ma rassegnati. Gente che ha studiato prima e che continua a studiare, si impegna, dà il meglio di sé, ci mette il cuore e l'anima, sa di fare un mestiere bellissimo e di grande responsabilità, ma rassegnata.
E' questo che dev'essere la scuola? Un ricettacolo di gente rassegnata che trasmette rassegnazione? E che cittadini consapevoli potranno essere quelli che imparano la rassegnazione? Poi ci stupiamo se il 50% non vota o vota per uno qualunque o per l'uomo qualunque.
Quando il nostro Paese credeva nel futuro, accadeva che un ragazzo decidesse di iscriversi all'università e persino di sfidare la sorte, la vita, il futuro e la condanna classista a seguire certi studi e non altri, scegliendo Filosofia: grazie a una giovane insegnante non rassegnata che a lui - studente di istituto tecnico - quella materia non l'aveva mai insegnata, ma gliel'aveva fatta amare.
Oggi alla mia "nipotina" che si sposa auguro - certo - buona vita, ma soprattutto buon lavoro da archeologa non rassegnata. Ora, non da grande.

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