venerdì 8 ottobre 2010

Racket delle estorsioni

La storia mi ricorda tanto quelle che sentiamo quotidianamente in Sicilia, quando arrestano uno del racket delle estorsioni.
Davanti al negozio trovi una tanica di benzina, un avvertimento inequivocabile, ti rivolgi al boss della zona (di denunciare alle forze dell’ordine non se ne parla), chiedi protezione, ti accordi sul prezzo e da quel momento dormi tranquillo.
Solo che in questo caso protagonisti (e colpevoli in egual misura) sono il capo degli industriali italiani, il direttore di un quotidiano nazionale e un componente più che autorevole del cda dello stesso giornale (oltre che amico intimo del mandante).

mercoledì 6 ottobre 2010

Maggior partito di Esposizione

Alcuni vecchi catanesi – vecchi non soltanto per questioni anagrafiche, ma per una sorta di “sclerosi cerebrale” che colpisce alcuni a quarant’anni, impedendo loro di accettare i cambiamenti – piazza Verga la chiamano ancora piazza Esposizione: “nni viremu all’esposizione” è l’appuntamento che getta nel panico i più giovani, che non sanno di che si stia parlando, e nello smarrimento persino quelli della mia generazione che sono nati e cresciuti chiamandola con il nuovo nome e troppo distanti da quell’evento (l’Esposizione agricola siciliana del 1907) che appunto aveva dato il nome alla piazza.
Ora, quando sento parlare di “maggior partito di opposizione” a proposito di una formazione politica che tutto ha fuorché essere “maggiore” e di “opposizione”, mi viene da pensare proprio a quegli ottantenni con i piedi saldamente incollati alla loro gioventù come un bambino capriccioso.
Allora ve lo spiego io: questo partito di cui parlate voi (sceso ormai a percentuali da suicidio grazie alle sue scelte di destra) non è quel partito di cui si vorrebbe far credere erede (e che, se potesse, vi dovrebbe denunciare per millantato credito e appropriazione indebita). Quello era il maggior partito di opposizione. Questo - per usi, costumi, pratiche consociative, propensione all’inciucio, traccheggiamenti e attrazione fatale nei confronti del potere – somiglia molto di più al partito di maggioranza relativa. Senza averne i numeri.

domenica 3 ottobre 2010

Pirati a Palermo

Avete visto i manifesti che annunciano la festa del Pd a Catania? Esauriti animali, fiori, frutti, alberi, ora si passa alle cose. Nella parte centrale campeggia una lampadina (nemmeno di quelle a basso consumo, che potrebbe suggerire una certa attenzione ai temi dell’ambiente, no: una di quella antiche) accompagnata dallo slogan “Sotto una nuova luce”.
Scusate, ma mi viene da ridere. Perché, da qualunque parte la si guardi, non hanno scampo. Se, putacaso, la lampadina a cui pensavano era Edi, l’aiutante di Archimede Pitagorico, e se dunque pensano di avere fatto una genialata sostenendo il governo Lombardo, c’è solo da compatirli. Convinti di guadagnarci (e sperando di spartirsi l’ampia torta delle clientele, delle consulenze e dei posti di sottogoverno), si ritroveranno con le scarpe sfondate e i guanti di lana bucati a mendicare qualche voto sui marciapiedi e a pietire dall’arraffatutto qualche posto di lavoro precario e in nero per loro stessi o per i loro figli. Se invece – ritenendo Lombardo il salvatore della Patria e dell’umanità – volevano dire di essere di essere stati folgorati sulla via di Palermo, sarebbe stato meglio per la loro dignità e per il bene dei loro elettori se fossero stati folgorati da una scarica elettrica potentissima mentre in gruppo avvitavano la lampadina. D’altra parte, siccome mi rifiuto di credere nell’ingenuità di gente che sta in politica da quarant’anni, l’unica festa che mi viene in mente pensando al Pd è quella dei 18 anni di Noemi Letizia: ci manca solo che arrivi il sultano pedofilo a impalmarli pubblicamente.
E già, d’altra parte, se non proprio nel lettone di Putin ma almeno dietro le quinte qualcosa dev’essere successo e da tempo, se per esempio – parlando di questioni nazionali – fu proprio Massimo D’Alema a buttare a mare la legge sul conflitto di interessi; se Veltroni (che, invece che andare in Africa, dovrebbe passare al Pdl: perché un terzo mondo così in fatto di illegalità non lo trova da nessuna parte) ha candidato il più “padrone” degli imprenditori (quel Massimo Calearo che, in un’intervista a dir poco esilarante, dice che nel Pd – da cui ha già traslocato – ci sono i bolscevichi); se Vannino Chiti, alla notizia della presunta iscrizione di Schifani sul registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa si precipita ad esprimere solidarietà al presidente del Senato piuttosto che agli italiani che se lo ritrovano come seconda carica dello Stato; se la prima carica dello Stato prova il bisogno compulsivo di firmare qualunque porcheria serva al duce; se l’unica volta che hanno candidato un operaio alle elezioni (quel Boccuzzi scampato all’incendio della Thyssen-Krupp) hanno preso uno che secondo i suoi compagni di lavoro votava Forza Italia; se non gli è parso vero che Bossi facesse le sue scuse ai romani (ma non alle istituzioni romane, cioè allo Stato) per ritirare in fretta e furia la mozione di sfiducia nei confronti del ministro ai rutti e alle canottiere; se – scendendo in Sicilia – Anna Finocchiaro non prova nemmeno un briciolo di vergogna a definire persone per bene quelle che stanno dentro il governo di Raffaele Lombardo (indagato per mafia); se un sindacalista ex deputato regionale dei Ds figura fra i questuanti nel presunto libro delle clientele del presidente della Regione; se i dirigenti di quel partito si guardano bene dal privarsi della presenza (e dei pacchetti di voti, immagino) dell’onorevole Wladimiro Crisafulli che – come se non bastasse l’accusa di farsela con i boss – si è fatto beccare recentemente pure per essersi fatto pavimentare a spese della provincia di Enna la strada che porta alla sua villa. E queste sono solo le cose che ricordo a memoria.
Che forse si possono spiegare proprio a partire da una metaforica lampadina, una luce che – secondo un signore che su Internet si fa chiamare Zenadir – trasmetterebbe “l’insegnamento della Via”, per “ricevere una Tradizione che consente il miglioramento del nostro Io, un affinare quelle potenzialità e caratteristiche che ci permetteranno, un giorno, di salire la Scala che collega il pavimento bianco e nero alla volta Celeste, al Delta che illuminiamo proprio perché esso, a sua volta, illumini noi ed i nostri passi”. E via così farneticando.
Citazione per citazione, io ne preferisco una che – alla “luce” delle nuove alleanze politiche siciliane – delinea perfettamente il quadro: “N’arrubbaru lu suli, lu suli/
Arristammu allu scuru,
/chi scuru
/Sicilia chianci!”

lunedì 27 settembre 2010

Iacp Catania, un pentolone nauseabondo

A leggere la relazione degli ispettori inviati circa un anno e mezzo fa dall’Assessorato regionale ai Lavori pubblici (in seguito a una serie di denunce e segnalazioni) per vedere cosa accadeva all’interno dell’Istituto autonomo case popolari di Catania, c’è da mettersi le mani nei capelli. E, più leggi e più ti ripeti che non è vero, che non può essere vero.
E invece sì e parlano le carte.
Uno e multipli di tre, per avere accentrato su di sé tutte le cariche dirigenziali -secondo quanto scrivono nella loro relazione i dirigenti regionali Cosimo Aiello, Aldo Gangi e Castrenze Marfia a conclusione dell’attività ispettiva che comunque per loro andrebbe ulteriormente approfondita ed estesa “almeno a un decennio dell’attività dell’istituto” -, il Direttore generale dello Iacp, Santo Schilirò, metteva le mani in tutti i settori più importanti dell’istituto e lo faceva perché, con la scusa che non c’erano in organigramma figure dirigenziali adeguate, si autonominava reggente. Ad interim, che in realtà significherebbe per un breve periodo e invece nel suo personalissimo vocabolario di latino significava “a vita”. E per di più con pieni poteri e senza oppositori, perché – a quanto sembra di capire – in questa gestione dittatoriale alcuni erano amici e complici, tutti gli altri avevano paura.
Gestione dittatoriale e familiare, sempre a giudicare da quello che scrivono gli ispettori, perché Schilirò l’istituto delle case popolari lo gestiva come fosse la sua casa (non popolare) ma certamente non con la diligenza del buon padre di famiglia. Anzi. Facendo favoritismi, discriminando alcuni impiegati evidentemente non allineati, truccando le carte, spendendo e spandendo: tanto che gli ispettori hanno detto che il risultato dei loro accertamenti andava inviato alla Procura di Catania e alla Corte dei Conti, perché si ravvisavano reati penali e danni all’erario.
E, giusto per dovere di cronaca, bisogna dire che di questa storia si sarebbe saputo poco se non fosse stato per i Comunisti italiani, che hanno tenuto una conferenza stampa in cui Orazio Licandro è arrivato con una carpettina piena di documenti serviti a scoperchiare quello che il responsabile nazionale Organizzazione del Pdci-FdS ha definito “un pentolone nauseabondo”.
Ma andiamo con ordine e vediamo di riassumere il contenuto della relazione degli ispettori, trasmessa al Dipartimento regionale dei Lavori pubblici il 9 marzo 2009. La premessa è che l’ispezione è stata disposta “a seguito di copiosa corrispondenza”: dopo di che i tre si sono messi a studiare centinaia di pagine e hanno ascoltato i dipendenti dell’Istituto traendone l’impressione che la cosa vada approfondita ulteriormente data la “notevole quantità di fatti e attività” venuti alla luce. E guardate un po’, per punti – prima di scendere nei dettagli (con l’avvertenza di assumere prima un gastroprotettore e un antiemetico) –, a cosa si riferiscono i “fatti di assoluta discrezionalità operati” da Schilirò ed elencati nella lettera di accompagnamento della relazione: “gestione di protocollo con inserimenti postumi di allegati; mancanza di registri di catalogazione per le delibere del Consiglio di Amministrazione; assegnazioni arbitrarie di alloggi, di locali in favore di parenti e sigle Sindacali per i quali non sempre è stato percepito alcun canone di locazione; pagamenti anomali per spese di economato; rinvio di pensionamento; assunzione di personale”.
Bene, se avete già preso le medicine, mettetevi comodi che vi spiego punto per punto a cosa si riferivano gli ispettori. Con l’ulteriore premessa che, già commissariato, Schilirò pretendeva di continuare a prendere decisioni, lui e il Cda, che – come sanno anche i bambini – quando arriva il commissario decadono e, inoltre, che il Direttore si era autonominato dirigente dell’Area contabile e amministrativa, del Servizio legale e dell’Area tecnica e in più anche Presidente del nucleo di valutazione e verifica del personale, segretario del Cda (incarico che può essere svolto da un funzionario qualunque, ma che – secondo i bene informati – avrebbe avocato a sé proprio per tenere sotto controllo la situazione)….insomma: lui se la cantava e lui se la suonava. E, proprio per cantarsela e suonarsela quando e come voleva lui, in base a quanto riscontrato dagli ispettori, nel Protocollo faceva lasciare alcuni numeri vuoti, così da metterci quello che voleva anche successivamente, e per di più in pratiche protocollate inseriva gli allegati con molti anni di distanza: allegati – come dire? – a cazzo di cane, perché spesso non c’entravano niente con l’oggetto della pratica. Poi non c’è traccia di molte delibere del Cda o di “determine e provvedimenti del Direttore”, mentre – altro che tracce! – le impronte digitali (metaforiche) di Schilirò sembrano macchiare i documenti di assegnazione di case popolari a gente che risultava proprietaria di appartamenti o che comunque non aveva i requisiti, come pure le carte grazie alle quali il figlio di Schilirò, Ettore, vinceva la lotteria di un locale commerciale in piazza Spedini, teoricamente in affitto, di cui il rampollo di questa famigliola esemplare (ancora non è finita: vedrete dopo) non solo non ha mai pagato il canone ma se l’è fatto ristrutturare a spese dello Iacp e da operai dello Iacp. E mentre ci siamo, vogliamo continuare a parlare della famiglia? Bene. La moglie di Schilirò, dipendente dell’Istituto, avrebbe dovuto andare in pensione nel 2006 ma il marito ha ritardato di anno in anno il pensionamento, fino al 2009, non senza avere un anno prima promosso la stessa signora caposervizio, inutile dire con quali benefici per la sua pensione. La nuora di Schilirò, invece, partecipò a un concorso nella cui commissione c’era il suocero, che si era guardato bene dal dichiarare la propria incompatibilità e, anzi, aveva fatto di più: aveva predisposto lui i quesiti da sottoporre ai candidati. Dal produttore al consumatore. Poi, famiglia estesa, ci sono gli amici: come quella dipendente a cui il Direttore ha fatto rimborsare delle spese legali senza nemmeno vedere la sentenza (che, infatti, non si trova) o quel sindacalista (Carlo D’Alessandro, segretario del Sicet, il sindacato della Cisl che dovrebbe tutelare gli inquilini, e componente del Cda Iacp) che si è fatto rimborsare le spese di numerosi viaggi in nord Italia solo sulla parola: perché, anche in questo caso, di ricevute, fatture, scontrini, pezze d’appoggio qualsiasi, nemmeno l’ombra. Per non parlare del fatto che lo stesso sindacato ha avuto assegnate della case dallo Iacp che non si è mai curato di chiedere il pagamento dell’affitto.
E quanto alle spese dell’Economato, gli ispettori scrivono educatamente che “in alcuni casi non sembrano attinenti all’attività dell’Ente”. Effettivamente, si tratta di giochi per pc, riviste di computer, una cuffia per ascoltare musica e perfino una irrinunciabile enciclopedia della casa.
Gli ispettori non hanno dubbi sul fatto che le carte debbano essere esaminate dalla Procura per gli aspetti penali e dalla Corte dei Conti per il danno alle casse pubbliche, ma – dopo che un giornale ha pubblicato stralci della loro relazione – il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, noto moralizzatore, oltre che riformatore, ha disposto un nuova ispezione. E sapete con quale obiettivo? “Al fine di accertare la fondatezza di quanto riportato da un periodico locale circa presunte irregolarità nell’assegnazione di alloggi popolari”. Ma perché, se va nella sede del Dipartimento Lavori pubblici della Regione di cui lui è presidente non gliele danno le carte?

giovedì 23 settembre 2010

Il silenzioso sacco di Catania

Da qualche tempo a Catania accadono cose strane. Da qualche tempo i catanesi vivono in una bolla – come il protagonista della pubblicità dell’Amplifon – e non solo non sentono, ma non vedono, non parlano, non reagiscono agli stimoli e nella bolla sembrano galleggiare senza mai toccare terra.
Della sporcizia al largo Paisiello – con corredo di piscio e puzza annessa, a cui ora si è aggiunta anche la merda debitamente spalmata sulle scale come Nutella – ho già parlato, come della mancanza di dignità di un’amministrazione comunale che ai turisti offre piazze sporche e maleodoranti come cessi pubblici. Ma almeno in questo caso, sia pure per inconsapevole istinto, i catanesi e i muscoli del loro viso quando passano da lì un minimo di reazione l’accennano, arricciando il naso e serrando le labbra.
Nessuna reazione invece – non solo da parte di “semplici” cittadini, ma soprattutto di magistratura, Soprintendenza, associazioni di tutela del patrimonio storico e architettonico, presunte opposizioni – di fronte a un nuovo, silenzioso, strisciante sacco di Catania.
Faccio qualche esempio: già da qualche anno, nella zona fra largo Rosolino Pilo e piazza Verga, antiche costruzioni (alcune anche di prestigio e già offese negli anni Sessanta e Settanta da un proliferare di funghi multicolori) vengono abbattute en un clin d’oeil per fare spazio a ben più redditizi futuribili edifici che somigliano molto da vicino a delle astronavi. L’ultimo episodio l’ho notato qualche settimana fa: in via Musumeci c’era un palazzetto degli inizi del Novecento in ottimo stato e con un’invidiabilissima terrazza. Sono passata e non c’era più: c’è una voragine adesso, come dopo i bombardamenti, e chissà quale miscuglio di acciaio e materiali altamente tecnologici andrà a deturpare una zona già saccheggiata nei decenni.
Ora, dato che non sembra che a Catania l’emergenza abitativa sia così grave, è realistico che lo scempio serva a fare uffici e studi legali da vendere a un miliardo a mattonella e per la cui costruzione servirà una semplice licenza edilizia dal momento che a Catania il Piano regolatore non esiste.
Ma è possibile che in questa città ciascuno possa svegliarsi una mattina e fare il suo dio senza che nessuno accenni a una minima protesta? E’ possibile che la magistratura non si accorga di quel che accade a due passi dal Palazzo di Giustizia? E’ possibile che da quelle parti non sia passato, per dire, un esponente di Italia nostra o di qualche altra associazione che abbia a cuore la tutela della memoria storica della città?
A volte ho il sospetto che i catanesi siano stati rapiti dagli alieni, lobotomizzati e rimessi in circolazione come automi senza pensieri e senza emozioni. Altrimenti c’è solo un’altra spiegazione: che siano esattamente uguali agli amministratori corrotti, corruttibili e inetti che d’altra parte hanno eletto; che la loro indifferenza sia funzionale al poter fare anche loro quello che vogliono passando attraverso la catena di montaggio dei favori e senza sottoporsi alle leggi; che il loro silenzio dipenda dal fatto che sono ricattabili.

mercoledì 22 settembre 2010

Sinistra? Ma de che?

Allora, vediamo di fare un elenco delle cose che piacciono ai dirigenti del Pd:

- Industriali (che già sono cattivi per definizione: loro li preferiscono cattivissimi)
- Banche e banchieri
- Uomini di potere in odor di mafia
- Congreghe segrete e loro filiali palesi (per intenderci, massoneria e club services)
- Appalti e gare truccate
- Potere
- Soldi
- Salotti buoni
- Gioielli e tacchi alti
- Alte cariche ecclesiastiche


No, nell’elenco i lavoratori non ci sono.
Ora, dato che in politica “sinistra” non è solo un’indicazione geografica, ma intende le forze che prima di tutto hanno a cuore la tutela dei diritti dei lavoratori e dei ceti sociali più deboli, perché il Pd si ostina a definirsi sinistra? E perché, soprattutto, gli elettori di sinistra continuano a votare un partito inequivocabilmente di destra? Non è che, in fondo, è comodo e fa chic essere di sinistra, ma solo finché non si toccano i privilegi?

P.S.: l’elenco è ovviamente incompleto perché dopo un po’ che penso alle cose peggiori del mondo mi viene da vomitare e mi devo fermare: si accettano integrazioni.

giovedì 16 settembre 2010

Matita blu

Il dottor Alberto Lomeo l’ha detto chiaro: quella di aneurisma all’aorta è una diagnosi grave.
Intervistato dal Tg regionale della Rai, dopo aver presentato un esposto alla magistratura di Catania, Lomeo – che è primario di Chirurgia vascolare all’ospedale Cannizzaro – ha spiegato che, se il paziente ha una cosa del genere, la sua attività è fortemente limitata e comunque va operato subito se non si vuole rischiare la rottura dell’aorta e la morte quasi certa.
Il fatto è che il paziente in questione si chiama Raffaele Lombardo ed è il “governatore” della Sicilia e che questa diagnosi, con tanto di referto (che Lomeo si sarebbe rifiutato di firmare), è stata fatta da un medico che lavora proprio in quel reparto di Chirurgia vascolare del Cannizzaro e risale proprio ai giorni in cui il presidente della Regione – secondo voci di corridoio – rischiava l’arresto nell’ambito dell’inchiesta su mafia e politica in cui è coinvolto insieme al fratello.
Ora qui i casi sono due: o il medico in questione dal punto di vista professionale è un cesso e (conseguentemente) un assassino, perché se fai una diagnosi di quel genere – a quanto capisco – devi preparare subito l’intervento chirurgico per evitare che il paziente esploda alla prima incazzatura (e per uno che fa politica non è difficile che accada) e che ti mettano sotto inchiesta per malasanità; oppure è un fuorilegge (la procura ha ipotizzato il reato di falso) o un suddito che dichiara una cosa che non è per collusione o per sottomissione.
In ogni caso, è interessante leggere la dichiarazione stizzita dello specialista in questione che – fingendo di incazzarsi per la violazione della privacy di Lombardo – sembra piuttosto voler parargli e pararsi il culo attraverso un uso smodato dei termini tutela e tutelare: il cardiologo infatti sostiene che queste notizie siano state diffuse “per fini certo diversi da quello della tutela della salute” e quindi avverte: “A tutela della mia onorabilità preannuncio fin d’ora che tutelerò la mia correttezza professionale nelle sedi opportune”.
Tre volte in poche righe è da matita blu.