Evviva la mela scamuffa! Evviva la mela sgarrupata! Evviva la mela cozza, non rifatta, non siliconata, non incerata, dalle misure imperfette! Ma l'avete vista? E' bellissima nella sua normalità, con i suoi bitorzoli e le sue macchie sulla pelle.
Insomma, l'ho vista ieri sera per la prima volta in tv e spero proprio che sia il primo segnale di "un nuovo corso" della pubblicità: Melasì è la sorella gemella di Melinda, cresciuta sugli stessi alberi della Val di Non - spiega il nuovo spot -, curata dagli stessi produttori, con la stessa genuinità e le stesse qualità organolettiche delle principale protagonista della réclame, ma è bruttina perché è stata colpita dalla grandine. E ha un vantaggio in più: tiene conto della crisi economica, fa quello che ormai facciamo tutti noi quando andiamo al mercato, scegliendo i frutti meno appariscenti ma non per questo meno buoni per risparmiare. Melasì infatti costa meno pur essendo (così assicurano i produttori) di altissima qualità.
Beh, io non lo so se questa mela è di alta qualità, però mi piace - e mi auguro sia seguita da altre - quest'inversione di tendenza rispetto a quell'esplosione di ricchezze volgari e bellezze fasulle a cui ci hanno abituati gli ultimi vent'anni e che stridevano come fuochi d'artificio in un paese sotto i bombardamenti. E non posso che apprezzare la presa d'atto di una crisi che finora sembrava non sfiorare il mondo parallelo e da favola che la pubblicità solitamente ci propina.
Certo, non m'illudo: il mercato (e, con esso, la pubblicità) quasi mai è spinto da un bisogno etico, ma se almeno tiene conto della realtà è già qualcosa.
Adesso sarebbe bello che dalla pubblicità sparissero i Suv e i macchinoni che ti puoi comprare soltanto se sei un evasore fiscale o un padrone che sfrutta i lavoratori - quindi un delinquente e/o un produttore di Suv - e che portassero con sé il più lontano possibile anche quel carico di carne un tanto al chilo che nell'èra berlusconiana hanno rappresentato i corpi delle donne.
Pensate quant'è brutto un cervello: brutto, ma "di qualità elevatissima" come dice lo spot di Melasì.
martedì 22 novembre 2011
lunedì 21 novembre 2011
Sdoganare l'ignoranza
Mia madre allora mentì sulla mia età. Il film - uscito circa tre anni prima - era vietato ai minori di quattordici anni e io non li avevo ancora compiuti, anche se mancava poco. Strano, perché tuttora farebbe carte false pur di dimostrare che ne ho dodici. Scene di sesso, di amanti clandestini, rapporti anagraficamente sbilanciati, film scandaloso (e forse, più di tutto, per l'embrione di ribellismo che conteneva in sé), insomma. Di quelli che, oggi, se lo fai vedere a un bambino delle elementari, quello ti guarderà deluso e irridente e commenterà: "Tutto qui?" Per poi passare all'attacco e chiederti per quale ragione di questo film non ci sia traccia nel capitolo del libro di storia riguardante il pleistocene.
E pleistocene, roba d'antan che fa sorridere - pindaricamente trasvolando dal cinema alla cultura o, più modestamente, al grado di istruzione degli italiani -, oggi appare "Io speriamo che me la cavo", summa dell'ignoranza di bambini delle elementari geograficamente limitata alla provincia campana, frutto di emarginazioni e ritardi economici, messa su carta vent'anni fa dal maestro Marcello D'Orta, testimone oculare e (povero lui!) uditivo.
Oggi, vent'anni dopo, l'ignoranza in Italia ha allargato i suoi confini a tutto il territorio nazionale e a tutti gli strati sociali ed è cresciuta: ha finito le elementari, ha fatto le medie inferiori e superiori, si è iscritta all'università.
Se n'è parlato qualche sera fa a Catania durante la presentazione del libro "Leggere, pensare, scrivere, cliccare" di Graziella Priulla che ha raccontato alcuni "nanetti" (giusto per adeguarmi al tema) della sua carriera di docente universitaria alle prese con giovani-adulti, ma anche professionisti o informatici superspecializzati, elettori dunque (e non c'è bisogno qui di spiegare quanto male faccia l'ignoranza alla democrazia), incapaci di distinguere una parola dall'altra.
"Uno sfogo, una biografia culturale", partita "dall'esperienza di docente" ma anche "dall'indignazione di cittadina", ha definito il suo libro Graziella Priulla, pur avendolo corredato di dati e ricerche scientifiche. E forse sono proprio gli esempi portati, quegli aneddoti che farebbero ridere se non ci fosse da piangere, a dare la misura - più dei numeri - della gravità della situazione. Priulla ha parlato degli "strafalcioni" nei concorsi per la magistratura", di presidi che scrivono "l'aradio", di laureati che non sanno compilare un modulo all'ufficio di collocamento, di studenti universitari (e i suoi sono iscritti a Scienze politiche!) che non sanno dare un significato ai termini "devolution", "Camera e Senato", "bicameralismo".
Ha raccontato di uno studente che, alla domanda se l'Italia sia una repubblica o una monarchia, ha risposto: "Non me lo ricordo: era nel programma dell'anno scorso".
Che poi, se fosse stato solo strafottente e non felicemente ignorante come una capra e quindi cretino, avrebbe potuto rispondere: "Una monarchia". E poi magari avere la furbizia di recuperare: "Sa, prof, mi sono confuso perché quando ho cominciato le elementari c'era lui, in prima media c'era lui, quando mi sono iscritto al liceo (o l'iceo?) c'era lui, quando mi sono innamorato per la prima volta c'era lui, quando ho dato il mio primo bacio c'era lui, quando ho fatto l'amore per la prima volta c'era lui, quando sono arrivato all'università c'era lui...ho creduto che fosse una monarchia".
Già, perché il problema è che negli ultimi vent'anni in Italia c'è stato Berlusconi, con il suo carico perverso di disvalori e le sue televisioni e i suoi tagli alla cultura, con il suo osceno progetto che, insieme al "depauperamento delle parole" - ha spiegato la docente - porta con sé il "depauperamento del pensiero": perché "a qualcuno fa comodo che gli Italiani non distinguano fra prescrizione e assoluzione".
Sicché capita (non a caso) che dalle scuole italiane si tolga lo studio del diritto e dell'economia, magari sostituendoli in Lombardia (grazie a un accordo fra la pessima Gelmini e l'orrido La Russa) con corsi di addestramento militare, e che in Sicilia si imponga lo studio del dialetto come lingua. Obiettivo "visibile", per Graziella Priulla, lo "sdoganamento dell'ignoranza".
E pleistocene, roba d'antan che fa sorridere - pindaricamente trasvolando dal cinema alla cultura o, più modestamente, al grado di istruzione degli italiani -, oggi appare "Io speriamo che me la cavo", summa dell'ignoranza di bambini delle elementari geograficamente limitata alla provincia campana, frutto di emarginazioni e ritardi economici, messa su carta vent'anni fa dal maestro Marcello D'Orta, testimone oculare e (povero lui!) uditivo.
Oggi, vent'anni dopo, l'ignoranza in Italia ha allargato i suoi confini a tutto il territorio nazionale e a tutti gli strati sociali ed è cresciuta: ha finito le elementari, ha fatto le medie inferiori e superiori, si è iscritta all'università.
Se n'è parlato qualche sera fa a Catania durante la presentazione del libro "Leggere, pensare, scrivere, cliccare" di Graziella Priulla che ha raccontato alcuni "nanetti" (giusto per adeguarmi al tema) della sua carriera di docente universitaria alle prese con giovani-adulti, ma anche professionisti o informatici superspecializzati, elettori dunque (e non c'è bisogno qui di spiegare quanto male faccia l'ignoranza alla democrazia), incapaci di distinguere una parola dall'altra.
"Uno sfogo, una biografia culturale", partita "dall'esperienza di docente" ma anche "dall'indignazione di cittadina", ha definito il suo libro Graziella Priulla, pur avendolo corredato di dati e ricerche scientifiche. E forse sono proprio gli esempi portati, quegli aneddoti che farebbero ridere se non ci fosse da piangere, a dare la misura - più dei numeri - della gravità della situazione. Priulla ha parlato degli "strafalcioni" nei concorsi per la magistratura", di presidi che scrivono "l'aradio", di laureati che non sanno compilare un modulo all'ufficio di collocamento, di studenti universitari (e i suoi sono iscritti a Scienze politiche!) che non sanno dare un significato ai termini "devolution", "Camera e Senato", "bicameralismo".
Ha raccontato di uno studente che, alla domanda se l'Italia sia una repubblica o una monarchia, ha risposto: "Non me lo ricordo: era nel programma dell'anno scorso".
Che poi, se fosse stato solo strafottente e non felicemente ignorante come una capra e quindi cretino, avrebbe potuto rispondere: "Una monarchia". E poi magari avere la furbizia di recuperare: "Sa, prof, mi sono confuso perché quando ho cominciato le elementari c'era lui, in prima media c'era lui, quando mi sono iscritto al liceo (o l'iceo?) c'era lui, quando mi sono innamorato per la prima volta c'era lui, quando ho dato il mio primo bacio c'era lui, quando ho fatto l'amore per la prima volta c'era lui, quando sono arrivato all'università c'era lui...ho creduto che fosse una monarchia".
Già, perché il problema è che negli ultimi vent'anni in Italia c'è stato Berlusconi, con il suo carico perverso di disvalori e le sue televisioni e i suoi tagli alla cultura, con il suo osceno progetto che, insieme al "depauperamento delle parole" - ha spiegato la docente - porta con sé il "depauperamento del pensiero": perché "a qualcuno fa comodo che gli Italiani non distinguano fra prescrizione e assoluzione".
Sicché capita (non a caso) che dalle scuole italiane si tolga lo studio del diritto e dell'economia, magari sostituendoli in Lombardia (grazie a un accordo fra la pessima Gelmini e l'orrido La Russa) con corsi di addestramento militare, e che in Sicilia si imponga lo studio del dialetto come lingua. Obiettivo "visibile", per Graziella Priulla, lo "sdoganamento dell'ignoranza".
giovedì 17 novembre 2011
Il Ministro è moglie di...
Ma perché tutti non fanno che sottolineare la presenza delle donne nel governo Monti e specificano che si tratta di ministeri "pesanti"? Non sarà che vogliono indurci a guardare il dito anziché la luna?
A parte che non vedo la ragione di tanta euforia, dal momento che le donne nel governo sono tre su diciassette ministri (diciotto, compreso il primo ministro), e a parte l'aspetto positivo che le borse non le roteano sui marciapiedi ma ce le hanno sotto gli occhi con tutto il loro corredo di carico di lavoro, figli, nipoti, rughe e certificato di nascita ben in vista, vorrei umilmente far notare un paio di cose.
Intanto, non è vero che è la prima volta che le donne hanno ministeri di rilievo: il primo ministro dell'Interno donna durante il governo D'Alema fu Rosa Russo Iervolino e si comportò da catto-fascista come la gran parte dei ministri dell'Interno italiani; mentre un ministero di grande importanza, quello alla Sanità (non capisco per quale ragione lo si consideri minore, dal momento che si tratta della salute e della vita degli italiani), è stato ricoperto da Rosi Bindi. E il fatto che molti primari ospedalieri slash evasori fiscali ancora vorrebbero scuoiarla viva è garanzia del suo buon operato.
In secondo luogo, se sono donne che hanno accettato di entrare in un governo dei cattolici e dei banchieri (volendo fare una sorta di crasi della sostanza, praticamente lo Ior) io non sono del tutto certa che faranno gli interessi delle donne e, in generale, dei più deboli perché gli unici interessi sui quali sono abituate a ragionare - come i loro colleghi maschi - sono gli interessi bancari.
Terzo: comunque, anche se ci hanno messo il carico del ministero del Lavoro, è sempre una donna la titolare delle Pari opportunità, cosa che non mi piace e non mi è mai piaciuta perché suona tanto come lo zuccherino dato ai cavalli per essersi comportati bene. Anzi, è come dare dignità ministeriale al the delle cinque con plum-cake e pastine da dessert. Per la serie: fatevi le vostre cose cretine e non rompete i coglioni che noi (maschi) abbiamo nelle mani il destino del Paese.
Quarto: poco fa ho sentito alla radio il curriculum del Ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Fra i suoi "titoli" c'era anche l'essere moglie dell'economista ed editorialista de "La Stampa", Mario Deaglio. Ma dico, ma quando mai qualcuno si è preoccupato di farci sapere - come "titolo di merito" - che Mario Monti è marito di Elsa Antonioli, presidente della Croce rossa di Milano o che Giorgio Napolitano è marito dell'avvocato Clio Bittoni?
Infine: tutta questa enfatizzazione della presenza delle donne nel governo, fa il paio con lo stupore ormai decennale dei cronisti che segnalano grappoli di donne sulle barche dei migranti (come se le donne non soffrissero anche più degli uomini e non fossero capaci di decisioni estreme come quella di fare una traversata a rischio della vita) o che sottolineano il ruolo di boss assunto da alcune donne di mafia (come se le donne non sapessero essere stronze e bastarde anche più degli uomini).
Forse la vera svolta, la vera rivoluzione, sarà compiuta quando avremo smesso di avvistare donne nei ruoli centrali del "potere" come fossero oasi nel deserto. Perché il più delle volte si tratta di un miraggio.
A parte che non vedo la ragione di tanta euforia, dal momento che le donne nel governo sono tre su diciassette ministri (diciotto, compreso il primo ministro), e a parte l'aspetto positivo che le borse non le roteano sui marciapiedi ma ce le hanno sotto gli occhi con tutto il loro corredo di carico di lavoro, figli, nipoti, rughe e certificato di nascita ben in vista, vorrei umilmente far notare un paio di cose.
Intanto, non è vero che è la prima volta che le donne hanno ministeri di rilievo: il primo ministro dell'Interno donna durante il governo D'Alema fu Rosa Russo Iervolino e si comportò da catto-fascista come la gran parte dei ministri dell'Interno italiani; mentre un ministero di grande importanza, quello alla Sanità (non capisco per quale ragione lo si consideri minore, dal momento che si tratta della salute e della vita degli italiani), è stato ricoperto da Rosi Bindi. E il fatto che molti primari ospedalieri slash evasori fiscali ancora vorrebbero scuoiarla viva è garanzia del suo buon operato.
In secondo luogo, se sono donne che hanno accettato di entrare in un governo dei cattolici e dei banchieri (volendo fare una sorta di crasi della sostanza, praticamente lo Ior) io non sono del tutto certa che faranno gli interessi delle donne e, in generale, dei più deboli perché gli unici interessi sui quali sono abituate a ragionare - come i loro colleghi maschi - sono gli interessi bancari.
Terzo: comunque, anche se ci hanno messo il carico del ministero del Lavoro, è sempre una donna la titolare delle Pari opportunità, cosa che non mi piace e non mi è mai piaciuta perché suona tanto come lo zuccherino dato ai cavalli per essersi comportati bene. Anzi, è come dare dignità ministeriale al the delle cinque con plum-cake e pastine da dessert. Per la serie: fatevi le vostre cose cretine e non rompete i coglioni che noi (maschi) abbiamo nelle mani il destino del Paese.
Quarto: poco fa ho sentito alla radio il curriculum del Ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Fra i suoi "titoli" c'era anche l'essere moglie dell'economista ed editorialista de "La Stampa", Mario Deaglio. Ma dico, ma quando mai qualcuno si è preoccupato di farci sapere - come "titolo di merito" - che Mario Monti è marito di Elsa Antonioli, presidente della Croce rossa di Milano o che Giorgio Napolitano è marito dell'avvocato Clio Bittoni?
Infine: tutta questa enfatizzazione della presenza delle donne nel governo, fa il paio con lo stupore ormai decennale dei cronisti che segnalano grappoli di donne sulle barche dei migranti (come se le donne non soffrissero anche più degli uomini e non fossero capaci di decisioni estreme come quella di fare una traversata a rischio della vita) o che sottolineano il ruolo di boss assunto da alcune donne di mafia (come se le donne non sapessero essere stronze e bastarde anche più degli uomini).
Forse la vera svolta, la vera rivoluzione, sarà compiuta quando avremo smesso di avvistare donne nei ruoli centrali del "potere" come fossero oasi nel deserto. Perché il più delle volte si tratta di un miraggio.
mercoledì 16 novembre 2011
Piccolo grande uomo, Partigiano della Costituzione
Non mi piace, non mi pace per niente questa storia. E' un crescendo e sembra che l'unico pericolo per il nostro Paese non sia la crisi, la disoccupazione, la povertà, la mafia, ma chi la mafia la combatte.
Ancora una volta Antonio Ingroia è sotto il tiro di un fuoco incrociato da parte di politici e mafiosi ma perfino dai suoi stessi colleghi e fa impressione che due notizie riguardanti uno dei magistrati più seri e maggiormente impegnati nella lotta alla mafia, l'allievo preferito di Paolo Borsellino, escano a poche ore l'una dall'altra: la prima riguarda l'apertura di un fascicolo nei suoi confronti da parte del Csm per la sua partecipazione al congresso nazionale dei Comunisti italiani e per il suo intervento nel quale si dichiarava - come dovrebbe essere fisiologico per ogni magistrato - "Partigiano della Costituzione"; l'altra si riferisce al ritrovamento di fili elettrici e di una centralina nel Palazzo di Giustizia di Palermo nella stanza del magistrato Lia Sava - anche lei in prima linea nello scoprire i rapporti fra mafia, politica e affari -, dove fino a non troppo tempo fa aveva il suo ufficio anche Ingroia. Tentativo di piazzare una microspia o intimidazione (queste le due ipotesi subito avanzate), ciò che è chiaro è che un magistrato come Ingroia (o come la Sava o i loro colleghi che non smettono di fare il loro lavoro con impegno, passione e dedizione) fa paura a chi fa affari con la mafia, a chi grazie alla mafia trae benefici politici, alla mafia che grazie a politici e imprenditori corrotti espande il suo potere sul territorio.
A questi Ingroia non piace, certo, e basta spigolare fra le notizie dei mesi passati per trovare una sfilza di attacchi nei suoi confronti da parte di esponenti del centrodestra (e non è colpa mia, né di Ingroia, se quelli indagati per rapporti con la mafia stanno quasi tutti da quella parte), a partire dal semisconosciuto Giuseppe Ruvolo - esponente dell'Udc e poi del Pid di Ribera, che si scagliò lancia in resta contro Ingroia prima per sentenziare l'innocenza di Totò Cuffaro, condannato a sette anni in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia, e poi per difendere l'ormai finalmente ex ministro Saverio Romano dall'accusa di avere rapporti con i boss - fino al capogruppo del Pdl alla Camera, il piduista Fabrizio Cicchitto, che ne ha chiesto le dimissioni definendolo "un tribuno della plebe che arringa la folla" proprio per il suo intervento al congresso del Pdci.
In mezzo, stuoli di parlamentari e giornalisti servi che vorrebbero fargli la pelle. E adesso - quello che fa orrore - pure i suoi colleghi, quelli che dovrebbero fargli scudo con i loro corpi, lo fanno passare dalla parte dell'imputato, ben sapendo quanto possa essere rischioso lasciare da solo un magistrato come Ingroia. Non tutti i suoi colleghi, per fortuna ("Sono convinto che in certi momenti in cui l'effettivo rispetto di alcuni principi costituzionali è messo in pericolo anche da progetti di riforma in materia di giustizia - ha detto il presidente della giunta dell'Anm di Palermo, Nino di Matteo -, sia non solo un diritto, ma un preciso dovere di ogni magistrato denunciare pubblicamente quei rischi"), e non certo le persone per bene e i siciliani, che conoscono il valore di questo piccolo grande uomo e non permetteranno che qualcuno lo faccia diventare un bersaglio mobile.
Ancora una volta Antonio Ingroia è sotto il tiro di un fuoco incrociato da parte di politici e mafiosi ma perfino dai suoi stessi colleghi e fa impressione che due notizie riguardanti uno dei magistrati più seri e maggiormente impegnati nella lotta alla mafia, l'allievo preferito di Paolo Borsellino, escano a poche ore l'una dall'altra: la prima riguarda l'apertura di un fascicolo nei suoi confronti da parte del Csm per la sua partecipazione al congresso nazionale dei Comunisti italiani e per il suo intervento nel quale si dichiarava - come dovrebbe essere fisiologico per ogni magistrato - "Partigiano della Costituzione"; l'altra si riferisce al ritrovamento di fili elettrici e di una centralina nel Palazzo di Giustizia di Palermo nella stanza del magistrato Lia Sava - anche lei in prima linea nello scoprire i rapporti fra mafia, politica e affari -, dove fino a non troppo tempo fa aveva il suo ufficio anche Ingroia. Tentativo di piazzare una microspia o intimidazione (queste le due ipotesi subito avanzate), ciò che è chiaro è che un magistrato come Ingroia (o come la Sava o i loro colleghi che non smettono di fare il loro lavoro con impegno, passione e dedizione) fa paura a chi fa affari con la mafia, a chi grazie alla mafia trae benefici politici, alla mafia che grazie a politici e imprenditori corrotti espande il suo potere sul territorio.
A questi Ingroia non piace, certo, e basta spigolare fra le notizie dei mesi passati per trovare una sfilza di attacchi nei suoi confronti da parte di esponenti del centrodestra (e non è colpa mia, né di Ingroia, se quelli indagati per rapporti con la mafia stanno quasi tutti da quella parte), a partire dal semisconosciuto Giuseppe Ruvolo - esponente dell'Udc e poi del Pid di Ribera, che si scagliò lancia in resta contro Ingroia prima per sentenziare l'innocenza di Totò Cuffaro, condannato a sette anni in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia, e poi per difendere l'ormai finalmente ex ministro Saverio Romano dall'accusa di avere rapporti con i boss - fino al capogruppo del Pdl alla Camera, il piduista Fabrizio Cicchitto, che ne ha chiesto le dimissioni definendolo "un tribuno della plebe che arringa la folla" proprio per il suo intervento al congresso del Pdci.
In mezzo, stuoli di parlamentari e giornalisti servi che vorrebbero fargli la pelle. E adesso - quello che fa orrore - pure i suoi colleghi, quelli che dovrebbero fargli scudo con i loro corpi, lo fanno passare dalla parte dell'imputato, ben sapendo quanto possa essere rischioso lasciare da solo un magistrato come Ingroia. Non tutti i suoi colleghi, per fortuna ("Sono convinto che in certi momenti in cui l'effettivo rispetto di alcuni principi costituzionali è messo in pericolo anche da progetti di riforma in materia di giustizia - ha detto il presidente della giunta dell'Anm di Palermo, Nino di Matteo -, sia non solo un diritto, ma un preciso dovere di ogni magistrato denunciare pubblicamente quei rischi"), e non certo le persone per bene e i siciliani, che conoscono il valore di questo piccolo grande uomo e non permetteranno che qualcuno lo faccia diventare un bersaglio mobile.
domenica 13 novembre 2011
Si è rotto il preservativo
Marco ieri diceva che è una specie di coitus interruptus.
Parlavamo del fatto che ci hanno tolto la possibilità di godere a pieno delle dimissioni di Berlusconi, di lasciarci andare all'euforia. Una gioia dimezzata, interrotta appunto, perché Berlusconi non l'abbiamo mandato via noi e soprattutto perché al suo posto ci hanno messo uno che non frequenta mafiosi, non va a puttane, e non si farà strettamente esclusivamente gli affari suoi, ma che comunque farà quelli delle banche e del grande capitale e le persone - quelle vere, che campano di stipendio o che non campano nemmeno di stipendio -, per restare alla metafora "erotica", la prendono lì.
Poi ci ho riflettuto. E' peggio, è molto peggio del coitus interruptus. Perché quello almeno te lo aspetti, lo sai che a un certo punto accadrà, ed è sempre meglio che mettersi ad armeggiare con quel rompicapo di plastica puzzolente che quando hai capito come funziona ti è già passata la fantasia.
Questo è incommensurabilmente peggio: è come quando il preservativo si rompe sul più bello e un momento magico diventa un incubo e passi un mese nell'angoscia perché non sai quello che ti aspetta. E non te lo puoi permettere perché sei troppo giovane o troppo vecchia, o troppo povera....
E a questo punto c'è solo una possibilità, per evitare soluzioni drastiche: che ci vengano presto le elezioni.
Parlavamo del fatto che ci hanno tolto la possibilità di godere a pieno delle dimissioni di Berlusconi, di lasciarci andare all'euforia. Una gioia dimezzata, interrotta appunto, perché Berlusconi non l'abbiamo mandato via noi e soprattutto perché al suo posto ci hanno messo uno che non frequenta mafiosi, non va a puttane, e non si farà strettamente esclusivamente gli affari suoi, ma che comunque farà quelli delle banche e del grande capitale e le persone - quelle vere, che campano di stipendio o che non campano nemmeno di stipendio -, per restare alla metafora "erotica", la prendono lì.
Poi ci ho riflettuto. E' peggio, è molto peggio del coitus interruptus. Perché quello almeno te lo aspetti, lo sai che a un certo punto accadrà, ed è sempre meglio che mettersi ad armeggiare con quel rompicapo di plastica puzzolente che quando hai capito come funziona ti è già passata la fantasia.
Questo è incommensurabilmente peggio: è come quando il preservativo si rompe sul più bello e un momento magico diventa un incubo e passi un mese nell'angoscia perché non sai quello che ti aspetta. E non te lo puoi permettere perché sei troppo giovane o troppo vecchia, o troppo povera....
E a questo punto c'è solo una possibilità, per evitare soluzioni drastiche: che ci vengano presto le elezioni.
sabato 12 novembre 2011
Le divise swarovski dei vigili urbani di Catania
E insomma Stancanelli - sempre quello: quello che pur avendo rinunciato al doppio incarico è rimasto sempre, al massimo, mezzo sindaco di Catania - continua a spendere soldi in minchiate, è impegnato in una vorticosa campagna elettorale che lo fa diventare uno e trino (basta vedere il calendario degli appuntamenti mondanpolitici catanesi per accorgersi che presenzia praticamente a tutto: dalla mostra mercato dei prodotti artigianali del quartiere San Cristoforo alla consegna di uno sportello informativo del Comune all'interno dell'aeroporto), ci racconta la megaballa del primo cittadino che ha ripristinato la legalità e risanato il bilancio comunale, ma siccome con i tedeschi non si scherza (come sa bene anche il capo del suo partito) ora la pagherà cara la sua sbruffoneria.
Carissima, in realtà, e in realtà la pagheranno tutti i cittadini catanesi perché il loro caro sindaco, comportandosi - diciamo così, con un eufemismo - con leggerezza, ha contratto un debito, non lo ha pagato, si è fatto fare un decreto ingiuntivo esecutivo, se n'è fottuto alla grande facendo lievitare enormemente la somma dovuta e alla fine, però, siccome i tedeschi sono tedeschi e non se ne fanno passare una (magari lui pensava di cavarsela con una pacca sulle spalle e un accordo aumm aumm), i suoi creditori hanno continuato a - come si dice in gergo giuridico - adire le vie legali fino a rivolgersi a un Tar altrettanto tedesco, quello di Bolzano, che non se l'è fatto ripetere due volte ed è andato dritto come un treno ad alta velocità.
Ma vediamo di ricostruire la cosa: il 18 febbraio 2009, dando seguito a un'asta pubblica bandita dall'Economato del Comune per acquistare le nuove divise dei vigili urbani, la Commissione aggiudicatrice dell'appalto ammette al pubblico incanto una delle due sole ditte che si erano presentate, appunto la Würth dell'omonimo gruppo tedesco con sede italiana ad Egna, nome in tedesco Neumarkt, in provincia di Bolzano. Oltre 2000 paia di pantaloni, un migliaio di camicie, berretti e cravatte per un importo a base d'asta di 137.500 euro più iva. Francamente non saprei dire cos'è successo strada facendo, ma fatto sta che il debito del Comune nei confronti della Würth è diventato di 734.876,42 euro, aggravato ulteriormente da interessi di mora e spese legali che lo fanno avvicinare pericolosamente al milione. Roba che gliele avrebbero potute tempestare di cristalli swarovski 'ste divise! Debito non pagato, comunque, malgrado un decreto ingiuntivo esecutivo del 12 novembre 2010, tanto che la società - dopo diversi e inutili tentativi di farsi pagare - ha deciso di rivolgersi al Tar di Bolzano che il 18 ottobre scorso le ha dato ragione concedendo al Comune 30 giorni per pagare e nominando commissario ad acta il prefetto di Messina che, allo scadere del termine (cioè fra sei giorni), potrà avviare una serie di azioni perché la società abbia quanto le spetta. Potrà quindi operare variazioni di bilancio, accendere mutui o chiedere prestiti per conto del Comune o vendere beni di proprietà comunale, c'est à dire dei catanesi. Che dovranno aggiungere anche questa somma a quella vertiginosa del buco di bilancio creato dal predecessore di Stancanelli, Umberto Scapagnini, ed evidentemente mai sanato tanto che non è possibile pagare i debiti.
Riporto le parole pronunciate dal sindaco durante un consiglio comunale convocato appositamente e inutilmente e costato - a quanto sembra - cinquemila euro di diretta televisiva per comunicare che sarebbe rimasto a fare il primo cittadino: "Abbiamo pagato i creditori in ordine cronologico. Non c'è un creditore del Comune di Catania che possa dire che è stato superato; non li abbiamo chiamati: gli abbiamo mandato i soldi a casa!"
Ah, ecco allora qual era il problema: le solite Poste italiane che non funzionano.
Carissima, in realtà, e in realtà la pagheranno tutti i cittadini catanesi perché il loro caro sindaco, comportandosi - diciamo così, con un eufemismo - con leggerezza, ha contratto un debito, non lo ha pagato, si è fatto fare un decreto ingiuntivo esecutivo, se n'è fottuto alla grande facendo lievitare enormemente la somma dovuta e alla fine, però, siccome i tedeschi sono tedeschi e non se ne fanno passare una (magari lui pensava di cavarsela con una pacca sulle spalle e un accordo aumm aumm), i suoi creditori hanno continuato a - come si dice in gergo giuridico - adire le vie legali fino a rivolgersi a un Tar altrettanto tedesco, quello di Bolzano, che non se l'è fatto ripetere due volte ed è andato dritto come un treno ad alta velocità.
Ma vediamo di ricostruire la cosa: il 18 febbraio 2009, dando seguito a un'asta pubblica bandita dall'Economato del Comune per acquistare le nuove divise dei vigili urbani, la Commissione aggiudicatrice dell'appalto ammette al pubblico incanto una delle due sole ditte che si erano presentate, appunto la Würth dell'omonimo gruppo tedesco con sede italiana ad Egna, nome in tedesco Neumarkt, in provincia di Bolzano. Oltre 2000 paia di pantaloni, un migliaio di camicie, berretti e cravatte per un importo a base d'asta di 137.500 euro più iva. Francamente non saprei dire cos'è successo strada facendo, ma fatto sta che il debito del Comune nei confronti della Würth è diventato di 734.876,42 euro, aggravato ulteriormente da interessi di mora e spese legali che lo fanno avvicinare pericolosamente al milione. Roba che gliele avrebbero potute tempestare di cristalli swarovski 'ste divise! Debito non pagato, comunque, malgrado un decreto ingiuntivo esecutivo del 12 novembre 2010, tanto che la società - dopo diversi e inutili tentativi di farsi pagare - ha deciso di rivolgersi al Tar di Bolzano che il 18 ottobre scorso le ha dato ragione concedendo al Comune 30 giorni per pagare e nominando commissario ad acta il prefetto di Messina che, allo scadere del termine (cioè fra sei giorni), potrà avviare una serie di azioni perché la società abbia quanto le spetta. Potrà quindi operare variazioni di bilancio, accendere mutui o chiedere prestiti per conto del Comune o vendere beni di proprietà comunale, c'est à dire dei catanesi. Che dovranno aggiungere anche questa somma a quella vertiginosa del buco di bilancio creato dal predecessore di Stancanelli, Umberto Scapagnini, ed evidentemente mai sanato tanto che non è possibile pagare i debiti.
Riporto le parole pronunciate dal sindaco durante un consiglio comunale convocato appositamente e inutilmente e costato - a quanto sembra - cinquemila euro di diretta televisiva per comunicare che sarebbe rimasto a fare il primo cittadino: "Abbiamo pagato i creditori in ordine cronologico. Non c'è un creditore del Comune di Catania che possa dire che è stato superato; non li abbiamo chiamati: gli abbiamo mandato i soldi a casa!"
Ah, ecco allora qual era il problema: le solite Poste italiane che non funzionano.
giovedì 10 novembre 2011
Tutta Palermo disoccupata
E' come se fosse disoccupata quasi tutta la città di Palermo: in Sicilia i giovani che non hanno lavoro sarebbero poco meno di seicentomila.
Lo dice lo Svimez, secondo cui i giovani ufficialmente disoccupati sono duecentoquarantottomila, ma a questi bisogna aggiungerne altri trecentoventiseimila "nascosti", per un totale di cinquecentottantaduemila. Appunto: poco meno degli abitanti del capoluogo di regione.
L'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno spiega infatti che lo stato dell'occupazione in Sicilia è peggiore di quanto non si possa pensare guardando soltanto ai dati ufficiali: "nel 2010, se consideriamo anche coloro che 'pur non facendo azioni dirette di ricerca di occupazione sono disponibili a lavorare', il tasso di disoccupazione corretto dell'Isola sarebbe più che raddoppiato, passando dal 14,7% ufficiale al 28,9%".
L'allarme, lanciato oggi a Palazzo Steri nell'ambito delle Giornate dell'Economia del Mezzogiorno, diventa ancora più preoccupante se si pensa che nell'ultimo anno il tasso di occupazione giovanile in Sicilia è sceso al 38,8% rispetto a una media nazionale - pur sempre inquietante - del 52% e che ancora una volta ad essere penalizzate sono le ragazze: nell'Isola soltanto una giovane donna su cinque - appena il 20,6%, 18 punti in meno della già vergognosa media nazionale - ha un lavoro.
Se a questo si aggiunge che, sempre in base ai dati dello Svimez, nell'Isola un laureato su tre non lavora, alimentando l'esercito dei Neet o dei migranti intellettuali, allora il quadro è completo.
D'altra parte, per essere assunto nei patronati fabbriche di voti o per andare a fare l'esattore del racket o lo spacciatore, non serve la laurea: anzi, più sei ignorante e meglio è.
Lo dice lo Svimez, secondo cui i giovani ufficialmente disoccupati sono duecentoquarantottomila, ma a questi bisogna aggiungerne altri trecentoventiseimila "nascosti", per un totale di cinquecentottantaduemila. Appunto: poco meno degli abitanti del capoluogo di regione.
L'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno spiega infatti che lo stato dell'occupazione in Sicilia è peggiore di quanto non si possa pensare guardando soltanto ai dati ufficiali: "nel 2010, se consideriamo anche coloro che 'pur non facendo azioni dirette di ricerca di occupazione sono disponibili a lavorare', il tasso di disoccupazione corretto dell'Isola sarebbe più che raddoppiato, passando dal 14,7% ufficiale al 28,9%".
L'allarme, lanciato oggi a Palazzo Steri nell'ambito delle Giornate dell'Economia del Mezzogiorno, diventa ancora più preoccupante se si pensa che nell'ultimo anno il tasso di occupazione giovanile in Sicilia è sceso al 38,8% rispetto a una media nazionale - pur sempre inquietante - del 52% e che ancora una volta ad essere penalizzate sono le ragazze: nell'Isola soltanto una giovane donna su cinque - appena il 20,6%, 18 punti in meno della già vergognosa media nazionale - ha un lavoro.
Se a questo si aggiunge che, sempre in base ai dati dello Svimez, nell'Isola un laureato su tre non lavora, alimentando l'esercito dei Neet o dei migranti intellettuali, allora il quadro è completo.
D'altra parte, per essere assunto nei patronati fabbriche di voti o per andare a fare l'esattore del racket o lo spacciatore, non serve la laurea: anzi, più sei ignorante e meglio è.
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