martedì 7 giugno 2016

Una medaglia al valore virile


Fosse successo in Italia, Bruno Vespa lo avrebbe subito invitato in studio a recitare la parte della vittima con tanto di padre comprensivo e di plastico a supporto: campus universitario, cassonetto dei rifiuti, magari un paio di pupazzetti uno sull'altro per rendere più realistica la scena.
Invece è successo in America ed è esattamente la stessa cosa (tranne, forse, il plastico): se ti stuprano, è colpa tua; se hai i soldi e sei famoso, la fai franca. Brock Allen Turner, nuotatore affermato, che nel gennaio dell'anno scorso violentò una ragazza dietro un contenitore dell'immondizia nel campus della Standford University, è stato condannato a soli sei mesi di reclusione che potrebbero diventare appena tre, perché secondo la Corte una condanna più dura avrebbe potuto avere "un impatto severo" sulla sua vita sportiva.
Dell'impatto severo sulla vita quotidiana della ragazza - colpevole di avere perso conoscenza dopo un'ubriacatura e quindi scopata da quel porco come se stesse sfogandosi su una bambola di gomma a cui non è necessario chiedere se è d'accordo - non importa a nessuno. Anzi, peggio per lei che si è ubriacata. Anzi, di più: secondo il padre del porco sei mesi di carcere per "venti minuti di azione" sono eccessivi. E meno male che ci ha impiegato venti minuti, perché se avesse fatto una sveltina di pochi secondi probabilmente secondo il suddetto padre del suddetto porco non avrebbero dovuto fargli neanche una multa o, al contrario, probabilmente avrebbero dovuto dargli una medaglia, come dopo una gara in piscina, per avere battuto un record.
Dopo questa vicenda, si è scoperto che nelle università americane ogni anno ci sono centinaia di violenze sessuali all'aria aperta, praticamente sotto gli occhi di tutti. Dopo questa sentenza probabilmente gli stupratori potenziali si daranno alla pazza gioia: tanto sanno che poi un giudice e un padre porco gli diranno che hanno fatto bene. Sei mesi (forse tre) e passa la paura. E magari ci sarà un Bruno Vespa locale che darà loro fama e visibilità; e probabilmente qualche politico li candiderà come vittime della giustizia ingiusta che li condanna a sei mesi invece di dare loro un riconoscimento: tipo una medaglia al valore virile.

mercoledì 11 maggio 2016

Sono tornati i cucchiai d'oro


La prima cosa che ti colpisce guardando una foto è la collezione di crocifissi che campeggia sul petto - come da copione villoso - e il suo patetico aspetto da play-boy di provincia. Il piissimo Giovanni Cocivera, dirigente del reparto di Ginecologia dell'Ospedale Piemonte-Papardo di Messina, nonché ex consigliere comunale del Pdl allegramente transitato al Pd che lo ha candidato alle ultime elezioni amministrative perché i voti della Sanità in Sicilia sono tanti e non puzzano (e, anzi, se non puzzano non se li prendono), è uno dei due medici arrestati oggi con l'accusa di avere praticato aborti clandestini. L'altro è Giuseppe Luppino, primario di Anestesia nella stessa struttura ospedaliera. Secondo la procura, con l'abusato stratagemma dei tempi lunghi delle strutture pubbliche, i due convincevano le donne che avevano bisogno di abortire a farlo in uno studio privato, quindi a pagamento, che - come se non bastasse - faceva schifo ("in ambienti privi dei requisiti igienici", scrivono i giornali) e per di più usando farmaci che venivano dall'ospedale.
Cucchiai d'oro li chiamavamo ai nostri tempi questi medici da strapazzo facevano i soldi sulla pelle delle donne (che spesso la pelle ce la lasciavano in seguito ad un aborto praticato da qualche macellaio in qualche letamaio) e noi rivendicavamo una legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, arrivata poco meno di quarant'anni fa.
Ecco, la prima cosa che ti viene in mente è che abbiamo fatto un triplo salto mortale all'indietro di quarant'anni e per un attimo pensi che le nostre battaglie sono state inutili. Perché poi hanno trovato il trucchetto dell'obiezione di coscienza: medici tutti casa e chiesa in pubblico; tutti soldi a palate (sporchi di sangue) in privato e chi se ne fotte della coscienza. A Messina, a quanto sembra, su venti medici diciotto sono obiettori; in quasi tutte le regioni italiane gli obiettori superano l'80%, con rarissime eccezioni. I cucchiai d'oro sono tornati, o forse non se n'erano mai andati.
L'ho pensato anch'io, l'ho pensato ed è perfino legittimo con questi numeri pensare per un attimo che le nostre battaglie siano state inutili. Ma solo per un attimo, perché una sana incazzatura è molto meglio della rassegnazione. È solo che, in questo caso come in quelli dei politici che ci rubano la vita (e spesso, come si vede, coincidono), preferiresti che non fossero i giudici a cacciarli via ma un popolo consapevole.

martedì 3 maggio 2016

Questione di desinenze e di potere


Avete presente Qui, Quo e Qua? Ecco: io ho un amico non immaginario, una specie di alter ego, con cui siamo talmente in sintonia che pensiamo una cosa, ce la trasmettiamo telepaticamente e forse persino geneticamente, muoviamo le labbra e la diciamo all'unisono con le stesse parole e persino con la stessa punteggiatura, ciascuno di noi ventriloquo dell'altro.
Però c'è una cosa su cui proprio non riusciamo a metterci d'accordo ed è la mia ostinazione a voler declinare al femminile le professioni esercitate dalle donne. Ogni volta è una battaglia e lui, che pure non mette in discussione il termine femminicidio e la sua valenza di genere (come invece fa questo stronzo del mio computer che me lo segna in rosso) e che è molto politicamente corretto, perde la bussola. Stamattina, per esempio, io ho pronunciato la parola "architetta" e me lo sono subito detto da me che non si può sentire con tutti gli sbavamenti fantozziani che il termine può suscitare in una mente maschile, ma lui non si è lasciato sfuggire l'occasione per ribadire la sua idea: "Lo vedi quanto può essere idiota questa presa di posizione... Inutile tra l'altro". Gli ho detto che può essere inutile per lui e - sottinteso - i pochissimi altri cresciuti a pane e femminismo, ma è indispensabile per farlo entrare in zucca a tutti quelli che pur di negare dignità e parità alle donne si taglierebbero le palle a cui tengono tanto, palle che nel loro retropensiero occorrerebbero ad una donna per assurgere al rango di ministro, con la "o"; oppure che sfidano il ridicolo e persino le leggi della natura affermando che "il ministro è incinta". Quindi, se tanto mi dà tanto, "incinto", come Marcello Mastroianni con annesse nausee e doglie in una commediola francese degli anni Settanta.
Il mio amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa ed è per questo che cincischio da un po' su questo foglio cercando di fare un discorso articolato per non ripetere le cose che dico sempre e cioè che per certi mestieri considerati minori - maestra, infermiera, segretaria - a nessuno ormai verrebbe in mente di negare la desinenza al femminile, mentre sulle professioni "superiori" si esercita una sorta di censura: un modo come un altro per negarne l'esistenza. In fondo, a pensarci bene, è l'altra faccia della medaglia del discorso sulla mafia: chi ne nega l'esistenza, lo fa per farci affari ed esercitare il potere proprio grazie alla sua esistenza; chi invece nega l'esistenza di una professione declinata al femminile, lo fa per non perdere potere. Sempre questione di potere è. E quindi dovresti essere d'accordo con me. Per quanto poi certe ministre che ci sono capitate in sorte negli ultimi tempi, appunto per il modo prevaricatorio e classista con cui esercitano il potere, meriterebbero di essere chiamate ministri.
E comunque mia nipote è architetta, fatevene una ragione e smettetela di sbavare. E Qua si chiama Qua anche se è un maschio.

domenica 1 maggio 2016

Io mi chiamo G


La signora G., anzianeggiante segretaria in uno studio medico - laddove l'anzianeggiare è condizione mentale più che anagrafica -, scrive al computer alla velocità del bradipo. Monodattilo per la precisione. Il medio, per la precisione. E non sono del tutto sicura che la scelta non sia dovuta all'odio per quello strano strumento che si è intrufolato contro la sua volontà nella sua vita catalettica. Con la meticolosità di un antico viaggiatore su una carta nautica, lei scruta attentamente per un tempo indefinito l'orizzonte della tastiera, individua la lettera, la punta dall'alto come farebbe un rapace con la sua preda e alla fine, zac, la colpisce con l'unghia. Tralascio che fra una lettera e l'altra passa un tempo snervante, che neanche alla moviola e neanche in un parlamento anglosassone in pieno filibustering, e passo direttamente al punto. Il punto è che due giorni fa la signora G. si metteva a sbuffare e urlare tutte le volte che squillava il telefono ed era tutto un rincorrersi di "basta!", "non ce la faccio più!", "non ne posso più!", come se a telefonare fosse uno stalker e non i pazienti dello studio medico. E francamente io, che anche quando facevo un lavoro che non era il mio e non mi piaceva cercavo di sorridere e comunque di essere gentile, avrei voluto ricordarle che rispondere al telefono rientrava fra le sue mansioni e che avrebbe dovuto baciare la cornetta del telefono e quel computer che odia e la sedia su cui sta seduta perché lei un lavoro ce l'ha. Ma a un certo punto non sapevo più da che parte stare.
Perché in fondo quel giorno (ma solo quello) la signora G. un po' di ragione l'aveva, dal momento che quasi tutti quelli che telefonavano - interrompendo il faticoso, tormentato e accidentato tragitto del dito verso la tastiera e costringendola a ricominciare tutto dall'inizio - lo facevano per chiedere un certificato medico che giustificasse un arbitrario e anticipato ponte per la festa dei lavoratori. Magari sono gli stessi che il lavoro lo hanno avuto leccando il culo - non per stringente necessità ma per congenita vocazione zerbinesca - a qualche politico o garantendogli i voti della famiglia fino alla settima generazione e che sbuffano ogni mattina perché "devono" andare a lavorare. Ecco, io che - come ormai la maggior parte in Italia - al lavoro ci vorrei andare e ci andrei (e ci andavo, in effetti) anche con la febbre a 40, auguro a tutti un buon primo maggio. Ma non a tutti allo stesso modo: a quelli che al lavoro ci credono, ai precari, a chi lavora qualche ora "grazie" al caporalato dei voucher e poi si prende un calcio in culo, a chi viene licenziato perché non si piega, a tutti questi un abbraccio circolare. Agli altri invece, a quelli che hanno ottenuto il lavoro svendendo il proprio voto e il proprio cervello, a quelli che una volta erano dalla parte dei lavoratori e adesso occupano un posto di potere per avere svenduto il lavoro e averlo privato dei diritti, ai mafiosi e a quelli che passeggiano sottobraccio ai mafiosi che ci tolgono il sole e la terra, vorrei rivolgere un gesto tangibile del mio apprezzamento nei loro confronti: un gesto amorevole come quello che la signora G. rivolge ai tasti del suo computer. Con la stessa lentezza, così lo vedete bene:  F   U   C   K     Y   O   U.

mercoledì 27 aprile 2016

Crepe


Il soffitto della mia camera da letto è pieno di crepe. Nelle altre stanze non lo so. Nelle altre stanze, quando le dita galoppano sulla tastiera del computer e i pensieri rincorrono le parole, quando leggi un libro appallottolata dentro una poltrona che ti contiene tutta, quando mangi, prepari l'insalata o guardi la tv, non ti capita mai di sollevare lo sguardo. La camera da letto è l'unica dove stai con il naso all'insù. Stai leggendo, un pensiero aggancia una parola, un filo di fumo lo guida verso l'alto e ti ritrovi a scrutare dentro una di quelle carte geografiche dove sono segnati solo i fiumi, corti, lunghi, sottili, larghi, tortuosi, sempre più lunghi, sempre più larghi: ogni volta scopri che ce n'è una in più e che quelle che già c'erano te le ricordavi più piccole, che si stanno espandendo in maniera inquietante. Prima o poi - pensi - crollerà tutto all'improvviso. Spegni la luce per non vedere; domani te ne sarai già dimenticata; intanto però il cervello continua a seguire il filo, non più di fumo ma di ragionamento. Ed è quello che ti frega: il ragionamento. Il ragionamento che va a briglia sciolta e non vuol sentire ragioni e te lo dice chiaro, sparato come uno schiaffo, che le crepe sul soffitto sono le ferite del cuore: ogni lutto, ogni amore perduto, ogni distacco, ogni delusione politica. Adesso dormi, domani non ci penserai più; domani continuerai a picchiare sulla tastiera del computer come se fosse quella della Lettera32, per sentire forte il rumore dei tasti, a leggere per stordirti di parole, a guardare la tv per coprire i pensieri con il frastuono del vuoto di idee e dell'opportunismo. Sarà per un'altra sera, quando un filo di fumo ti indicherà nuove crepe aperte; quando penserai che forse è arrivato il momento di chiamare qualcuno. Il problema è che non sai se devi chiamare un medico dei cuori o un medico delle case.

martedì 19 aprile 2016

Tradimento di bambinitudine


Io non ci capisco molto, lo ammetto - variazione congiunturale del pil, inflazione, deflazione -, però su alcune cose, anche se ce le dicono in burocratese, ci arrivo.
Per esempio, se ci dicono, come ci ha detto oggi l'Inps, che "Il flusso di trasformazioni a tempo indeterminato è in forte contrazione (-50%)" e che i flussi di rapporti di lavoro nei primi due mesi del 2016 "risentono dell'effetto anticipo legato al fatto che dicembre 2015 era l'ultimo mese per usufruire dell'esonero contributivo triennale", mi è assolutamente chiaro per quanto ci vorrebbe un google translate dall'aramaico: significa che Renzi sulla storia dei nuovi posti di lavoro ci ha presi per il culo e che, come previsto, i padroni hanno trasformato i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato soltanto finché potevano scaricare dalle tasse i "nuovi" lavoratori (che poi scaricheranno senza alcuna giustificazione grazie all'abolizione dell'articolo 18).
E già questo diciamo molto eufemisticamente che mi disturba. Se poi ci dicono che oltre un milione e trecentomila minori sono in condizioni di "grave deprivazione", senza eufemismi: mi girano. Per farvi un'idea: prendete Milano, svuotatela di tutti i suoi abitanti - poveri, semipoveri, benestanti, ricchi e ricchissimi - e riempitela di un milione e trecentomila bambini poverissimi. Sono andata a leggermi in un sito di statistiche gli indicatori dello stato di "grave deprivazione" di una famiglia e devono essere almeno quattro di questi nove:
1. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
2. non poter sostenere una spesa imprevista (il cui importo, in un dato anno, è pari a 1/12 del valore della soglia di povertà rilevata nei due anni precedenti);
3. non potersi permettere un pasto proteico (carne, pesce o equivalente vegetariano) almeno una volta ogni due giorni;
4. non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa;
5. non potersi permettere un televisore a colori;
6. non potersi permettere una lavatrice;
7. non potersi permettere un’automobile;
8. non potersi permettere un telefono;
9. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito.
Ora, anche a voler considerare beni superflui l'automobile e il telefono e addirittura nocivo il televisore a colori, e dunque ad escluderli dalla lista, resta pur sempre una Milano di bambini denutriti, morti di freddo, verosimilmente al buio e sfrattati, realisticamente malati, i cui genitori non possono nemmeno accompagnarli in ospedale perché non hanno l'auto o chiamare un'ambulanza perché non hanno il telefono. In quel freddo elenco le altre cose - quelle che rendono la vita degna di essere vissuta - non ci sono, ma questo vuol dire comunque che in Italia, nella sedicente civilissima Italia, nello sborone paese occidentale "ad economia avanzata", ci sono bambini che non hanno libri e non hanno giocattoli, che non vanno al cinema a vedere i cartoni e nemmeno al mare a prendere un po' d'aria buona. E già questo dovrebbe bastare a un presidente del consiglio (a uno che abbia un minimo di dignità) per lanciarsi da solo dalla rupe Tarpea con l'accusa di tradimento della bambinitudine. Il peggiore nella scala dei tradimenti.

giovedì 7 aprile 2016

Vespaio


Zerbino o non zerbino? Non l'ho visto, non vedo mai Porta a porta. Quindi non ho visto l'intervista al figlio di Totò Riina. Il tono di voce pretesco di Bruno Vespa, strisciante e scivoloso da serpe velenosa, mi dà la nausea fin dalla prima sillaba (pensate: mi danno sui nervi persino gli imitatori che ne rifanno il verso) ma sento dire che gli ha fatto alcune domande, dunque che per una volta avrebbe fatto il giornalista. Anche se ne dubito.
Appurato questo (e per niente sciolto il dubbio), si pone la seconda questione: scoop o non scoop? Domanda obbligata, dal momento che alcuni di quelli (giornalisti compresi) che lo difendono dicendo che ha fatto il suo mestiere perché i giornalisti devono intervistare anche i mostri e fanno gli esempi delle interviste di Biagi o Santoro, aggiungono - come nota di merito - che Vespa ha fatto lo scoop.
Scusate, ma dov'è lo scoop? Scoop sarebbe stato se il figlio del porco mafioso avesse detto che rinnegava suo padre e Vespa fosse stato il primo e l'unico a scoprirlo; se avesse rivelato i dettagli di un delitto finora sconosciuto al quale lui stesso aveva partecipato e Vespa fosse stato il primo e l'unico a scoprirlo; se avesse svelato di non essere figlio di Totò Riina e quindi che suo padre era cornuto - grande vergogna per un "masculu" siculo e pure mafioso - e Vespa fosse stato il primo e l'unico a scoprirlo; se avesse fatto coming out raccontando di convivere da anni con il suo compagno (onta da lavare con il sangue per quelle famiglie merdose che parlano di onore e rispetto: guarda caso gli stessi termini che usa la chiesa cattolica, da sempre - salvo rarissimi casi - alleata e complice della mafia) e Vespa fosse stato il primo e l'unico a scoprirlo. Eccetera.
Ci hanno spiegato che scoop è la pubblicazione di una notizia importante che nessun altro ha. Qui la notizia è che oggi esce il libro di Salvo Riina e che ieri Bruno Vespa glielo ha presentato. Per sollevare un vespaio che facesse schizzare le vendite fin dal primo giorno. Dunque, più che di scoop parlerei di marchettone, di pubblicità. Che, nella sua stessa essenza, implica l'essere pagato. Da chi? A chi? Alla Rai? A Vespa direttamente? Probabilmente resterà fra i misteri d'Italia, come la strage di piazza Fontana e quella di piazza della Loggia.
Così come sembra un mistero il motivo per cui una casa editrice della provincia di Treviso, che non a caso si chiama ANordEst, fra i tanti autori del profondo sudovest ha scelto proprio il signor Giuseppe Salvatore Riina, condannato a otto anni e dieci mesi di reclusione (pena già scontata) per associazione mafiosa, figlio adorante della montagna di merda vivente che porta il nome di Totò Riina ed egli stesso montagna di merda. Ecco, probabilmente se si fosse chiamato Peppino Impastato, se avesse rinnegato il proprio padre mafioso, se avesse detto (e fatto) che la mafia è una montagna di merda nessuno avrebbe pubblicato un suo libro. Ecco, la notizia è questa: che la ragione per cui un editore pubblica il libro di un mafioso è che guadagnerà un sacco di soldi. Ma è una non notizia, come il cane che morde l'uomo. Come è una non notizia che Vespa faccia qualcosa senza avere un lucroso secondo fine.