domenica 13 marzo 2011

In difesa della Costituzione, ma senza lentiggini

Io mi sono messa una sciarpa rossa che mi era appena stata regalata e mi sentivo come Linus quando la sua coperta se la avvolge intorno al collo pur di portarsela dietro. Un’altra compagna aveva un foulard. Rosso. Un compagno intorno al collo aveva uno straccetto, poco più di un nastro. Rosso. Un altro si era organizzata una cosa più sofisticata: un triangolo di stoffa da bandiera – rossissima – chiuso da una coccarda tricolore che lo faceva sembrare un vecchio partigiano (un vecchio partigiano non è mai un partigiano vecchio, perché i partigiani hanno sempre negli occhi la luce giovane dell’utopia).
Noi ci siamo dovuti andare così alla manifestazione in difesa della Costituzione a Catania, perché qualcuno ha infangato le bandiere di partito e qualcun altro non ne vuole più vedere in giro, perché pensa che siamo tutti uguali. Abbiamo rispettato le indicazioni, ma ci sentivamo spaesati. Perché, per colpa di qualcuno, tutte le bandiere di partito devono essere bandite? Perché si deve fare passare l’idea che ormai si possa manifestare indossando un pullover viola, una sciarpa gialla, un ombrello a pois, tutto ma non una bandiera rossa? Io non mi vergogno della mia bandiera rossa che mi avvolge e mi protegge come la coperta di Linus fin da quando ero ragazzina e che continua ad emozionarmi come un grande amore, né la mia identità nazionale italiana (per quanto io senta più come mia patria il mondo e ritenga che qualunque cosa accada nel posto più remoto del mondo mi riguardi) viene inficiata dalla mia identità comunista. E’ come se mi dicessero che per manifestare devo rinunciare alle mie lentiggini. Io sono io con le mie lentiggini, un altro è lui con i suoi occhi azzurri, ma questo non ci impedisce di manifestare per valori comuni e nessuno ci chiede di avere occhi e capelli dello stesso colore o, peggio, senza colore, per scendere in piazza.
Quanta ipocrisia in questo manifestare senza bandiere di partito. Alla manifestazione ieri c’erano pure quelli che non hanno il senso della vergogna, quelli che sostengono un governo guidato da un frequentatore di mafiosi, quelli la cui tessera sbiadita ha la stessa anima di una carta di credito (cioè nessuna): quando sentono aria di campagna elettorale escono come le lumache dopo la pioggia, strisciano e sbavano. Sono quelli che la loro bandiera è meglio se non la espongono.
E c’erano anche quelli che alimentano l’incazzatura indiscriminata e irrazionale e bandiscono le bandiere con l’obiettivo di convogliare il malessere sotto la bandiera con la faccia dell’uomo qualunque.
Per fortuna, però, come accade sempre più spesso e persino a Catania che sembrava in coma irreversibile, c’era una sacco di gente a manifestare in difesa della Costituzione e c’erano facce mai viste alle manifestazioni.
A un certo punto, con i compagni ci siamo messi a leggere fra di noi gli articoli della Costituzione.
Articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro....CASSATO.
Articolo 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali....CASSATO.
Articolo 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica...CASSATO
Articolo 11: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali....CASSATO.
Articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure....CASSATO

Eccetera. Li hanno già cancellati tutti e hanno cominciato proprio dai principi fondamentali, quelli che sembravano intoccabili. Loro – B&B, Bossi e Berlusconi - l’hanno fatto. E dev’essere per questo se ormai nelle piazze a manifestare in difesa della Costituzione c’è gente che non si era mai vista. Perché forse, all’improvviso e inconsapevolmente, gli è riaffiorata alla memoria la frase di un comunista, Umberto Terracini (che - il 27 dicembre 1947, insieme al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio – mise la sua firma in calce alla Costituzione della Repubblica italiana appena riemersa dalla dittatura fascista): “L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore”.
Ecco, ieri quella gente che non ha mai partecipato a una manifestazione è scesa in piazza a farsi “custode severo” di quel patto, alla cui stesura i comunisti – quelli delle bandiere rosse – hanno partecipato da protagonisti.

sabato 12 marzo 2011

Catania nascosta ai catanesi

Documenti segreti. No, non il frutto di indagini dei servizi di intelligence coperte dal marchio “top secret”, ma relazioni pubbliche riguardanti l’attività del comune di Catania che vengono sistematicamente insabbiate e nascoste ai cittadini.
Ne hanno parlato oggi, nel corso di una conferenza stampa, i Comunisti italiani – Orazio Licandro, dell’esecutivo nazionale della Federazione della Sinistra, e Salvatore La Rosa, segretario provinciale del Pdci – sottolineando come a firmare quei rapporti che inchiodano l’amministrazione comunale siano state istituzioni al di sopra di ogni sospetto comunista o giacobino.
A partire dalla Corte dei Conti, che ancora una volta è stata costretta a muovere rilievi pesanti su un improbabile riequilibrio del bilancio comunale. Più che improbabile, dal momento che – come ha riferito La Rosa citando gli stessi giudici contabili – si è coperto il disavanzo (solo sulla carta) inserendo voci “di dubbia esigibilità”: come le multe agli automobilisti, delle quali si sa che viene pagato soltanto il 5%, o come la Tarsu già caduta in prescrizione. Somme iscritte in bilancio come già incassate – ha spiegato Licandro – ma così non è. E intanto, da quando la Corte dei Conti ha emesso la sua sentenza (novembre 2010), sono passati i 90 giorni concessi al comune per adottare misure urgenti anche in relazione all’indebitamento delle partecipate, Multiservizi e soprattutto Amt i cui debiti gravano pesantemente sul bilancio comunale mentre si parla di privatizzazione senza però essere in grado di stilare un piano per la mobilità.
Ma c’è anche un’altra istituzione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, non certo tenera nei confronti dell’amministrazione guidata da quello che Orazio Licandro chiama “il sindaco-galleggiante”, e cioè Raffaele Stancanelli, il cui operato è in totale continuità con quello delle giunte Scapagnini-Lombardo. La vicenda è quella dei parcheggi, bloccati dall’azione della magistratura: nella sua relazione il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, sottolinea come avere fatto delle varianti al progetto in corso d’opera abbia impedito ad altre aziende di partecipare alla gara e dunque limitato “artificiosamente il confronto concorrenziale”. Adesso il comune chiede il dissequestro di quei parcheggi e Licandro esprime perplessità sull’andamento di un processo basato su un’unica perizia per di più affidata a un uomo di parte: l’ingegner Guido Mutier, candidato negli anni passati alle elezioni europee e alla presidenza della provincia di Lucca per Forza Italia. Forse, dice Licandro, ragioni di opportunità politiche avrebbero dovuto sconsigliare il tribunale dal fare una scelta simile.
Fosse solo questo. Licandro e La Rosa hanno ricordato come ancora siano sospese diverse questioni che riguardano l’assetto della città e la vita stessa dei cittadini. Il Prg, innanzitutto. “Che fine ha fatto?”, si chiedono. E poi la storia di corso dei Martiri della Libertà e ancora quella del lungomare, dove l’amministrazione sembra voler fare gli interessi di pochi privati e non quelli dei catanesi. “Ennesimo scandalo”, per Licandro, quello della cementificazione del lungomare, con “gli squali che continuano i loro giri di morte intorno alla preda”, e cioè la città stessa, mentre l’amministrazione sta ferma e aspetta. Mentre, appunto, i privati sollecitano la nomina di un commissario ad acta che come conseguenza avrà il pagamento di penali salatissime o l’ennesima devastazione ambientale con annessa cementificazione.
Costi che vanno ad aggravare il deficit (di cui già pagano le conseguenze i dipendenti comunali e quelli delle cooperative sociali, questi ultimi senza stipendio da sei mesi) del comune e che – fa notare La Rosa – “pagheremo in quota tutti noi” dal momento che prima il duo Scapagnini-Lombardo e ora Stancanelli “amministrano i soldi nostri e non rispondono mai dei danni”. Se la gente sapesse, se fosse informata, forse le sue scelte politiche sarebbero diverse.

mercoledì 9 marzo 2011

Il conte Ugolino e il pedaggio autostradale

La Spagna ci ha messo tre minuti: appena si è capito che uno dei primi effetti della cosiddetta “crisi libica” sarebbe stato l’aumento del prezzo del petrolio, ha messo in piedi un paio di misure semplici semplici per non fare ricadere tutto sulle spalle dei cittadini. Per esempio: ridurre il prezzo del biglietto del treno, così si incentiva l’utilizzo di quel mezzo. Oppure: abbassare il limite di velocità nelle autostrade, con un risparmio stimato del 15% di benzina e dell’11% di gasolio per ogni veicolo. E un’altra serie di cose simili: pochi punti concreti, alcuni a carattere temporaneo. Perché quando c’è un problema, non si cincischia: lo si affronta.
Cose normali che un governo normale – non necessariamente “comunista”, come sicuramente Berlusconi giudica quello (appena appena socialdemocratico) di Zapatero -, comportandosi con la diligenza del buon padre di famiglia, come si diceva una volta, mette in campo per tutelare i suoi concittadini.
Invece in Italia non soltanto il presidente del consiglio bacia le mani, tituba, tuba, non disturba, balbetta, si mette ad angolo retto, eccetera, ma ieri alla radio ho sentito il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, dire che quei provvedimenti non lo convincono e che i nostri tecnici “ci stanno studiando” . Ci stanno studiando? E quanto tempo pensano di impiegare? Cosa aspettano, la fine della nuova “missione di pace” che certamente vedrà questo governo di servi mettere a disposizione basi militari, uomini, armi, carburante a prezzi maggiorati per caccia e carriarmati?
Come se non bastasse, il Ministro ha aggiunto che i pedaggi autostradali li devono pagare tutti e, quando gli è stato chiesto a chi si riferisse, non ha avuto nemmeno il coraggio di parlare chiaro affermando che diceva così, in generale. A occhio, possiamo immaginare che la questione riguardi le autostrade siciliane o la Salerno-Reggio Calabria. Perché se dici “tutti” vuol dire tutti. Ora, a parte che poco più di un mese fa lo stesso Matteoli aveva escluso che si sarebbero pagati i pedaggi su quella che è ancora e da molti anni soltanto un’idea di autostrada calabrese, comunque suggerirei di fare il calcolo degli anni di costruzione e del numero di autoveicoli che hanno subìto ogni sorta di disagio a causa dei lavori mai finiti e fare pagare tutto alla ‘ndrangheta che ci ha messo le mani e ai politici corrotti che gliel’hanno permesso.
Quanto alla Sicilia, vorrei ricordare al ministro delle Infrastrutture che rispetto al piano autostradale dell’Iri risalente all’inizio degli anni Sessanta, non sono venute meno le ragioni per non far pagare il pedaggio: la Sicilia è sempre area depressa. Ed è sempre terra di rapina, da dove i giovani hanno ripreso ad emigrare esattamente come cinquant’anni fa, derubata da un governo nazionale che qui fa il pieno di voti e poi toglie i soldi per la ricostruzione agli alluvionati del messinese, derubata da un governo regionale che non crea posti di lavoro perché è più comodo pagare stipendi milionari a consulenti portatori di voti e ingrossare gli eserciti di schiavi ai quali promettere un lavoricchio per garantirsi la rielezione, derubata dalle industrie che se ne sono andate lasciando qui soltanto disoccupazione e inquinamento ormai irreversibile, derubata dalla mafia politica e imprenditrice che apre ricicla e richiude.
E dovremmo pure (e dovrebbero pure, i “fortunati” che per lavorare devono spostarsi da un capo all’altro dell’Isola e spendere metà dello stipendio in benzina) pagare il pedaggio per camminare su autostrade che sono una roulette russa? O dobbiamo pagare il pedaggio solo perché siamo nati in questa terra?
Qui al Sud - a seguito della cosiddetta “crisi libica” e degli speculatori del petrolio - la benzina è già arrivata a più di 1,6 euro al litro, siamo seduti su una polveriera (da un lato il gasdotto di Gheddafi, dall’altro la base militare americana di Sigonella), probabilmente partirà da qui gran parte dei militari che dovranno andare a morire in “missione di pace” – e cioè nell’ennesima guerra per i giacimenti petroliferi – e non per vicinanza ma perché i meridionali sono quelli che si arruolano di più (e, come se non bastasse, Bossi li vuole cacciare dagli Alpini) proprio perché sono quelli che hanno meno lavoro, e in più vorreste farci pagare il pedaggio?
Altro che buon padre di famiglia. Al confronto il conte Ugolino impallidisce.

martedì 8 marzo 2011

8 marzo: il negazionismo di Sacconi

In Europa i salari delle donne sono il 17% in meno rispetto a quelli degli uomini, in Italia la disoccupazione femminile è a livelli raccapriccianti (in fondo alla classifica, appena prima di Malta), dopo il primo figlio sono tantissime quelle che perdono il lavoro e dopo il secondo tante di più quelle che tornano a casa definitivamente.
Però il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, in occasione della giornata internazionale della donna (di cui si sono impossessati il mercato e i maschi fascisti, chiamandola “festa”), sostiene che le donne sono penalizzate dalla crisi meno degli uomini. Il ministro non è sfiorato dal dubbio che forse questo dipende dal fatto che i padroni bastardi al momento di assumere – se proprio devono farlo - preferiscono assumere una donna perché costa meno e al momento di licenziare – entusiasti di farlo - preferiscono licenziare un uomo perché costa di più. E soprattutto non è sfiorato dal dubbio che sono meno penalizzate – come dice lui – perché non hanno proprio niente da perdere, dal momento che già il lavoro lo hanno perduto (assunte a tre mesi, sottopagate, non assunte affatto e sfruttate in nero se sono in età fertile, assunte facendo firmare loro contestualmente la lettera di dimissioni da tirare fuori appena restano incinte…) oppure che non lo hanno mai avuto.
Intanto da qualche giorno c’è un bastardo, fascista e negazionista, che su Facebook va sostenendo la falsità della storia dell’incendio dell’8 marzo 1908 in una fabbrica americana in cui morì oltre un centinaio di operaie tessili: il pazzo sostiene che il rogo è una bufala inventata dai comunisti. E dunque, dopo avere negato lo sterminio degli ebrei - così come dopo averci ripetuto per decenni che se una donna viene stuprata è perché indossava una minigonna -, adesso si arriva a negare pure l’assassinio di quelle operaie per mano del loro padrone.
Ormai il gioco è chiaro ed è quello di Berlusconi e dei comunisti, responsabili di tutto: di mangiare i bambini, di farli bolliti, di travestirsi da giudici e volerlo processare, di inventarsi una crisi che non esiste ed è soltanto psicologica….basta lanciarla lì la “notizia”, un petardo fra i piedi dei passanti/polli che ci cascheranno con tutte le scarpe.
E da oggi (e oggi, 8 marzo) ci toccherà sentire pure: tanti auguri (ma de che?), beata te che non senti gli effetti della crisi!

domenica 27 febbraio 2011

I valori della famigghia

Niente matrimoni gay, no all’adozione per i single e libertà per i genitori di non iscrivere i loro figli alla scuola pubblica, dove “gli insegnanti inculcano ai ragazzi valori diversi da quelli delle loro famiglie”. Ora, come sempre, sfidando il ridicolo e le registrazioni audio e video, il Presidente del consiglio dice che le sue parole sono state travisate, solite strumentalizzazioni dei comunisti che lui vede dappertutto.
Ma tutti noi, tutti noi che abbiamo fatto la scuola pubblica e tutti gli insegnanti – precari, sottopagati, licenziati, bistrattati, vittime del razzismo leghista – che ogni giorno continuano con passione e dedizione a fare il loro lavoro e con la consapevolezza del loro altissimo ruolo sociale, tutti noi lo abbiamo visto il cane rabbioso, come il suo amico e socio Gheddafi che vomitava parole di odio contro gli oppositori invitando i suoi fedelissimi ad ucciderli; tutti noi abbiamo visto Berlusconi al congresso dei Cristiano riformisti sbavare disprezzo contro gli insegnanti, oltre che contro i single desiderosi di adottare un bambino e contro le coppie gay: un tris d’assi per riconquistare il consenso delle gerarchie ecclesiastiche (costrette dai fedeli a prendere, almeno formalmente, posizione contro il basso impero) e ottenere la “contestualizzazione” del bunga bunga facendo intravedere i fiumi di denaro che le sue parole potrebbero far scorrere all’interno della chiesa cattolica.
Che schifo. Non mi vengono altre parole: lei, presidente, indegno presidente, mi fa solo vomitare.
D’altra parte, è sufficiente un ragionamento concatenato, un sillogismo, a partire dalle scuole che hanno frequentato Berlusconi e altri che hanno assassinato il nostro Paese.

E allora vediamo:

Berlusconi Silvio – corruttore, amico di mafiosi, pedofilo, pluridivorziato: maturità classica al liceo salesiano Sant'Ambrogio di Milano;

Cuffaro Salvatore – mafioso: scuole medie e superiori al collegio salesiano "Don Bosco" di Palermo;

Gelmini Maria Stella – quella che non conosce il plurale di carcere: diplomata al liceo privato confessionale "Arici" di Brescia;

Lombardo Raffaele – frequentatore di capimafia, ma solo “per ragioni politiche”: liceo classico ai Salesiani di Catania;

Bossi Umberto – indagato per attentato alla Costituzione e associazione di carattere militare: diploma di perito tecnico elettronico presso la scuola per corrispondenza “Radio Elettra”;

Minetti Nicole – indagata per sfruttamento della prostituzione: laureata all’università privata “Vita-Salute San Raffele” di Milano;
La Russa Ignazio – picchiatore fascista, guerrafondaio: diplomato in un college (dunque, privato) della Svizzera tedesca;

Dell’Utri Marcello – mafioso: ha studiato in collegio a Palermo, prima dai Salesiani e poi dai Gesuiti;

Riina Salvatore – mafioso: analfabeta;

Mangano Vittorio – mafioso, “eroico” protettore di Berlusconi: ha fatto solo tre anni di istituto tecnico industriale;

Provenzano Bernardo – mafioso: analfabeta.

Sicuramente tutti questi sono fedeli ai valori della famiglia. Anzi, della famigghia.

mercoledì 23 febbraio 2011

Tomtom e push-up

Volete fare un esperimento di natura sociologico-linguistica?
Bene. Prendete una decina di persone variamente assortite, date loro un appuntamento e preparatevi a dettare l’indirizzo del luogo in cui dovranno raggiungervi. Che deve essere un largo. Se siete a Catania, largo dei Vespri, largo Paisiello, o comunque un qualunque “largo” della vostra città.
Tutte e dieci prenderanno carta e penna per scrivere l’indirizzo, ma otto su dieci (ottosudieci!), come allievi limitati ma diligenti che prendono appunti, cominceranno a compitare: “V-i-a l-a-r-g...”. “No, no! Non via: largo!” E loro ricominceranno: “V-i-a l-a-r-g...”. “No, no! Non via: largo!!” E ancora: “V-i-a l-a-r-g...”. “No, no! Non via: largo!!!” per tre o quattro volte, finché non vi deciderete a spiegare: “Non è una via: è una piazza”.
Spiazzate dalla piazza, sentirete il silenzio della loro apnea. Però non si perderanno d’animo, trovando immediatamente la soluzione: “Ah, va bene, tanto lo metto nel tom tom” (che le manderà a cagare, perché se non scrivi “largo” col cazzo che te lo trova!).
Cioè, questi conoscono il navigatore satellitare (che, ovviamente, chiamano solo con il nome commerciale), ma non sanno che nella toponomastica - oltre alle vie, ai viali, ai vicoli, alle piazze – esistono anche gli slarghi, cioè i larghi, che si chiamano così perché sono più larghi (appunto) di una strada, ma non tanto da assurgere alla dignità di piazza.
Ora, io non ne sono certa, ma ho la sensazione – e forse il fenomeno andrebbe studiato in maniera più approfondita e da chi ne capisce - che queste siano le stesse persone per le quali il videogioco si chiama nintendo anche se è made in China, i figli devono essere chiamati con i nomi dei protagonisti delle soap-operas anche a costo di essere presi per il culo fino alla fine dei loro giorni, l’auto non può che essere un Suv (Sport Utility Vehicle, cioè veicolo utilitario sportivo, la cui unica utilità sta nel farsi notare e all’interno del quale l’unica attività atletica consiste nel suonare il clacson) e il reggiseno dev’essere per forza un push-up, cioè due assorbenti notte che simulano le tette. Che poi, scusate la divagazione, ma io mi chiedo: a che cazzo serve il push-up? Mi spiego e formulo meglio la domanda: ma voi, quando scopate, lo fate completamente vestite? Voglio dire: perché indossare un reggipetto che vi fa sembrare una terza o addirittura una quarta se poi, togliendolo, la verità viene a galla? Non sarebbe meglio se i vostri uomini vi amassero o comunque avessero voglia di stare con voi per il vostro cervello e non per forma e dimensioni delle vostre tette?
Perché poi, se mai finirà quest’orribile èra dell’apparire che prevale sull’essere e dell’ignoranza coltivata ad arte dal potere per farsi seguire acriticamente da un gregge di pecore decerebrate, si scoprirà che le tette vanno verso il precipizio mentre il cervello, se si tiene in allenamento (anche soltanto consultando giornalmente il vocabolario e forse persino lo stradario, così da scoprire l’esistenza degli slarghi), non s’ammoscia nemmeno a ottant’anni.

venerdì 18 febbraio 2011

Il decreto millefurbizie e l'economia domestica

Io di numeri non capisco molto e ancor meno di economia. Al massimo mi fermo a quella domestica, anche se ai miei tempi il salame turco e le presine all’uncinetto si chiamavano già “applicazioni tecniche” pur continuando a vivere pudicamente lontane e separate a compartimenti stagni da cazzute e maschie applicazioni tecniche consistenti nel tagliare un pezzo di legno o sostituire l’interruttore dell’abat-jour.
Dunque, lungi dal pensare di competere con i luminari della scienza economica, ma forte dell’esperienza dei cosiddetti “conti della serva” e pensando a come debbano sentirsi gli abitanti della provincia di Messina oggi che la Sicilia orientale è di nuovo strapazzata da temporali e nubifragi tanto violenti quanto inattesi, vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale ragione – se non per l’odio che la Lega e il governo tenuto per le palle dalla Lega nutrono nei confronti del Sud (e anche del Centro, per la verità, come vedremo dopo) – dei 200 milioni stanziati dal decreto Milleproroghe per le popolazioni alluvionate, soltanto 10 riguardano i comuni del messinese devastati dal maltempo, mentre la gran parte va in Nord Italia. Sempre e soltanto con competenze da economia domestica - di quella che sa che se in tasca ha dieci euro potrà al più comprare un paio di fettine di carne, l’insalata e la frutta, ma non può pensare di aggiungerci la cucina o lo scaldabagno nuovi – a occhio e croce ho la sensazione che quei dieci milioni siano uno schiaffo in faccia a ciascun messinese. Soprattutto se penso che una quasi loro conterranea (dal momento che veniva da Letojanni), la signorina Karima el Marhoug, sembra ne abbia chiesti cinque al vecchio maniaco per tacere sulle loro frequentazioni.
Così come – essendo io digiuna di economia “alta” - mi si dovrebbe spiegare in maniera da convincermi che non si tratta di odio leghista (e dovrebbero spiegarlo soprattutto agli abitanti de L’Aquila che ancora camminano fra le macerie di una città passata sotto i bombardamenti di un terremoto ampiamente previsto e altrettanto ampiamente e colpevolmente minimizzato fino all’ultimo) perché le popolazioni terremotate dell’Abruzzo dovrebbero essere ulteriormente penalizzate – sempre secondo le previsioni del Milleproroghe – facendo pagare loro il danno e la beffa. Perché, se non fosse chiaro, il fatto che si autorizzino le regioni colpite da calamità naturali ad aumentare le tasse per finanziare la ricostruzione, altro non vuol dire se non che saranno gli stessi cittadini – quelli che hanno perduto i figli, la casa, il lavoro – a dover pagare. Cittadini ai quali peraltro è stata promessa una proroga del pagamento delle tasse, ma questa proroga non ha copertura finanziaria e dunque non c’è. Roba da prestigiatore di quartiere, di quelli che alla fine gli tiri i pomodori.
Ovviamente il governo leghista non ha mancato di fare un favore agli allevatori (non per altro, ma perché quelli li avrebbero rincorsi con i forconi) prorogando il pagamento delle multe delle quote latte e di profondersi in una delle sue migliori performance razziste con il congelamento delle graduatorie degli insegnanti che nei fatti chiude le frontiere ai meridionali disposti a trasferirsi al Nord pur di lavorare. Sarebbe carino chiedere a Bersani se non pensa che questo sia razzismo. Magari, accecato dalla sua disperazione minoritaria, ci racconterà che i leghisti sono buoni e lo fanno per non costringere i prof del Sud a lasciare la loro terra e i loro affetti.
Poi, sempre da ignorante in materia, avrei un altro paio di cose su cui chiedere chiarimenti. Tipo: perché il Milleproroghe in Campania sospende l’abolizione delle case abusive? Forse per fare un favore alla camorra? E perché taglia tutti i soldi per lo spettacolo e aumenta di un euro il costo del biglietto del cinema? Forse perché odia tutto ciò che fa cultura e dunque abitua ad usare il cervello? Alla fine quelli che lavorano nei teatri – migliaia di persone – perderanno il lavoro e l’industria cinema (dai produttori ai gestori di sale) chiuderà perché se guadagni meno di mille euro al mese ci pensi su quattro volte prima di andare a vedere un film. E così tutti si rinchiuderanno nelle case a guardare la tv. Indovinate chi ci guadagna.
Infine (ma sono mille le furbizie del decreto millefurbizie e ci vorrebbe un mese ad esaminarle tutte), fra tutte queste sottrazioni indebite emerge una somma che le annulla tutte: il ripristino dei gettoni di presenza nei comuni con più di 250.000 abitanti, che in Italia sono circa centomila.
Ora metti Catania, che di abitanti ne ha oltre 300.000 e i consiglieri di quartiere sono circa un centinaio e – come dice un mio amico – “costano l’ira di dio e non fanno una benemerita minchia”. E magari fosse solo così: qui lo sanno anche i bambini (soprattutto quelli che sembra siano stati usati per distribuire i fac-simile di Raffaele Lombardo) che i consiglieri di quartiere in gran parte servono ad aprire patronati. E tutti sanno che i patronati sono in gran parte segreterie politiche camuffate dove i servizi che dovrebbero essere diritto di tutti diventano favori in esclusiva e dove ti trovano un lavoro a tre mesi pagato in nero (e in ritardo) con promessa/ricatto di rinnovo alla prossima consultazione elettorale: cioè sono strutture in cui è istituzionalizzato il clientelismo e sono centri di raccolta di pacchetti di voti.
Non so, facendo i conti della serva, quanto ci guadagnino gli Italiani per bene dal millefurbizie. Ma so per certo che la campagna elettorale è già cominciata.