mercoledì 5 aprile 2017

Il nome del padre

Vorrei parlarvi di Maria Rita. No, non è del tutto vero: vorrei parlare con Maria Rita. Però non c’è più tempo.
Maria Rita Lo Giudice, figlia di boss e nipote di boss – uno in galera, il secondo capo dei capi della zona, il terzo pentito -, domenica mattina si è alzata presto come se dovesse andare all’Università, pochi mesi dopo una laurea triennale in Economia con il massimo dei voti, ha aperto la finestra della sua stanza e si è lanciata: suicida perché si vergognava di appartenere a una famiglia di ‘ndrangheta. Così sembra abbiano riferito il suo ragazzo e alcuni amici: quel cognome, che in Calabria conoscono tutti e si identifica con una ‘ndrina, era un peso impossibile da sostenere. Come uno di quei massi enormi che di tanto in tanto si staccano da un costone e precipitano sulla strada affossando l’asfalto e bloccando la circolazione per settimane, mesi, anni finché qualcuno non si decide a rimuoverli e forse non succede mai. E intanto la gente è costretta a sfidare la sorte passandoci accanto, oppure a cambiare strada.
Ma qui c’è qualcosa che non quadra, perché Maria Rita la sua strada alternativa se l’era costruita, una strada dritta, senza intoppi, inciampi, avvallamenti: tutti in questi giorni parlano della sua carriera universitaria e tutti riferiscono che non aveva mai cercato scappatoie e vie traverse, che ogni esame lo aveva fatto puntando sulle sue sole forze, che era brava, che aveva già cominciato il corso per la laurea magistrale.
Ecco, se avessi potuto parlarle avrei voluto dirle delle cose semplici: che, per esempio, avrebbe potuto scegliere di andare a fare la specialistica fuori e liberarsi da quel nome infamante; che, per esempio, avrebbe potuto andare all’anagrafe e dare uno schiaffo alla più patriarcale delle famiglie, quella mafiosa, cancellando il nome del padre; che, per esempio, non era lei a doversi vergognare, ma suo padre e i suoi zii e tutta la famiglia che a Reggio Calabria non si è fatta mancare niente del campionario criminale, dalle rapine al traffico di armi passando per gli attentati ai giudici.
La stessa famiglia che adesso chiede “un’autopsia completa”, precisando che la ragazza non aveva mai fatto uso di droghe ma che la sera prima di uccidersi era strana. Quasi a volere insinuare che qualcuno l’abbia uccisa o spinta al suicidio, pur di non ammettere le proprie colpe.
E sembra che preferirebbero sapere che l’hanno ammazzata piuttosto che ammettere che lei non ne voleva sapere più di loro, anche a costo di morire.

Avrei voluto parlare con Maria Rita: per dirle che avrebbe dovuto essere lei a cancellare quel cognome di merda e non avrebbe dovuto permettere a quel cognome di merda di cancellarla.

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