giovedì 14 marzo 2019

Bella ciao per l'ambiente

Un’anziana signora di quelle che spacciano per diritti i loro privilegi non sempre eticamente sostenibili era ferma da mezz’ora in un parcheggio nella sua auto con il condizionatore a palla. Scesa dalla macchina per incontrare qualcuno, non era stata minimamente sfiorata dal dubbio che forse lasciare acceso l’impianto in sua assenza potesse essere un po’ esagerato. Mi avvicinai e le chiesi di spegnere. Mi rispose di no. Replicai: «Inquina». La sua risposta fu spiazzante, una botta in testa, una coltellata in pieno petto, un aerosol caricato a monossido di carbonio: «E che me ne frega: importante che stia bene io». Così, come se non avesse figli, nipoti e addirittura pronipoti. Come se la sua famiglia non avesse già pagato all’inquinamento il più insopportabile dei prezzi.
Ogni volta che ripenso a quella scena mi viene in mente Taranto, l’Ilva, la famiglia Riva. I Riva che hanno ammazzato l’ambiente, gli operai dello stabilimento, gli adulti e i bambini che abitavano in zona, e gli animali che respirano quel fumo nero e pesante: tutto in nome del profitto, dell’arricchimento qui e ora. Come se anche loro non dovessero respirare quella stessa aria, come se non avessero figli, nipoti e pronipoti: condannati a morte appena nati.
Chissà quanti anni, decenni, forse secoli ci vorranno – ammesso che ci sia la volontà – per restituire l’azzurro al cielo di Taranto. E chissà quanto ci vorrà prima che si possa riparare il danno fatto dalle industrie, dalla benzina delle nostre auto, dal gasolio per il riscaldamento, da quegli obbrobri estetici ed ecologici attaccati sui muri di palazzi ai cui balconi non fioriscono più le piante. Chissà quanto tempo passerà prima che le vecchie generazioni si rendano conto del disastro. Ottusi, egoisti, sordi e ciechi, il cervello obnubilato dallo smog, continuiamo a prendere a martellate l’ambiente pur di non rinunciare nemmeno a un briciolo dei nostri effimeri privilegi. Per questo le nuove generazioni ci disprezzano, perché spesso quelli diopatriaefamiglia che definiscono l’aborto un crimine non si fanno scrupolo di abortire i loro figli facendogli respirare la merda pur di accumulare strati di denaro, perché dovranno pagare il prezzo della nostra vita smodata e irresponsabile. Per questo si stanno mobilitando in tutto il mondo e domani faranno sciopero per il Global Strike for Future: saranno marea e saranno rivoluzione, saranno una nuova Resistenza contro i guasti del capitalismo. Non è un caso se questi ragazzini, nostri figli, nostri nipoti, hanno realizzato per l’occasione un video con le loro parole d’ordine cantate sulle note di Bella ciao.
E noi dovremo esserci. Io ci sarò: lo devo a Greta, questa ragazzina buffissima che somiglia a Pippi Calzelunghe e che con la forza delle sue idee ha sollevato un problema molto più pesante di un cavallo à  pois; lo devo a Ludovico e Jacopo, lo devo a tutti i bambini che non hanno chiesto di nascere e almeno potremmo usargli la cortesia di farli crescere in un mondo meno schifoso, dove vivere non significhi rischiare la vita.

mercoledì 13 marzo 2019

Giudici che odiano le donne

Secondo la giudice che a Genova ha ridotto notevolmente la pena a un femminicida, il suo stato emotivo era non «umanamente del tutto incomprensibile» perché la sua compagna gli aveva promesso che avrebbe rotto con l’amante e poi invece non lo aveva fatto. Non aveva mantenuto la promessa e lui era deluso. Insomma, il bambino c'è rimasto male e ha reagito male. Niente di più. 
Se fossi uno di quei politici che non mantengono le promesse, mi preoccuperei. Se fossi una cittadina ingannata da uno di quei politici che non mantengono le promesse, mi avrebbero offerto le attenuanti su un piatto d’argento. O forse no. 
In quanto donna, e pure povera, sono certa che mi raddoppierebbero la pena. E mi darebbero anche dell’incomprensibile isterica. 
«Giudici che odiano le donne» li ha definiti il direttore di Radio Capital, Massimo Giannini. E come dargli torto, dopo che – appena qualche giorno fa – altre tre giudici (altre, sì, con la e: donne) hanno assolto uno stupratore perché secondo loro la vittima non era avvenente e dunque non poteva suscitare il desiderio in un uomo? Come se uno stupratore scegliesse la propria vittima per desiderio e non per volontà di sopraffazione. Come se le donne non fossero vittime di femminicidio o di stupro anche se sono brutte, se sono vecchie, se indossano il burqa invece che la minigonna o se calzano le ballerine invece del tacco 12. Incomprensibile.
Però quello che mi risulta davvero incomprensibile è a cosa servono i corsi di formazione. Quelli per i giornalisti che definiscono «love story» l’abuso su una bambina di tredici anni da parte di un uomo di 23 e quelli per i giudici che considerano una donna la vera imputata per la sua uccisione, colpevole a prescindere. Ma forse quel giorno erano assenti giustificati.

giovedì 28 febbraio 2019

È intelligente, ma non si applica

Francamente non vi capisco. Sto parlando con voi, prof di ogni ordine e grado, perché a volte mi fate rabbia. Alcuni di voi passano la vita a lamentarsi di studenti svogliati, poi arriva una studente che fa un lavoro perfetto e voi, invece di premiarla, la mortificate. E il sospetto è che gli svogliati siate proprio voi.
No, non tutti: non mi piacciono le generalizzazioni e non comincerò certo ora. Però qualcuno è intelligente ma non si applica: dovrebbe impegnarsi di più.
La storia è talmente assurda che mi viene il dubbio e persino la speranza che si tratti di una fake-news: in un istituto tecnico di Cagliari, l’insegnante di diritto ha assegnato un compito scritto e una ragazza è stata cazziata in malo modo, stando alla denuncia della mamma, perché lo ha scritto a penna. Cinque ore ci ha messo, a scrivere, cancellare, andare di labor limae, forse appallottolare e ricominciare di nuovo, fino alla fatidica «bella copia». Niente Ctrl+C o Ctrl+X e poi Ctrl+V, niente errori di ortografia cancellati dal correttore automatico, nessuna riga rossa a segnalare lo strafalcione, niente di niente, solo mani e cervello. Eppure la prof non ha trovato niente di meglio da fare che umiliarla, accusandola di «mancanza di voglia e di rispetto» perché quel compito avrebbe dovuto scriverlo al computer e stamparlo.
Ora io non dico che l’insegnante di diritto avrebbe dovuto fare come la mia maestra delle elementari che pretendeva (si era all’incirca nel giurassico) che scrivessimo esclusivamente con la penna stilografica e per di più diventava una belva rabbiosa se ci veniva la macchia blu nella parte interna della falangetta del dito medio, ma apprezzare lo sforzo sì. 
Non so quanti anni abbia questa insegnante, ma forse – se per caso fosse troppo giovane – potrebbe farsi raccontare da una mamma o una zia l’impegno del cercare le cose su un’enciclopedia (già, che strano animale sarà?), le sottolineature, gli appunti (scritti a mano), la scaletta (idem), la prima stesura, la seconda stesura, le cancellature, il non ce la farò mai e poi il «prodotto finito», bello come tutte le cose su cui hai sudato. E poi, già che c’è, la prof si faccia spiegare quant’era emozionante ricevere una lettera e sapere chi era il o la mittente sin da subito, solo guardando la busta, riconoscendone la grafia. Alla fine si faccia anche insegnare da qualcuno migliore di lei che saper analizzare la grafia potrebbe aiutarla a conoscere la personalità dei suoi studenti, addirittura avere il privilegio di entrare in sintonia con loro, e magari a non insultarli e a non tarpare loro le ali se fanno una cosa fuori dai suoi schemi, rigidi come quelli della mia maestra del giurassico.
Dopo di che, dovrebbe ringraziare qualcuno (magari gli insegnanti delle elementari e delle medie) se nella sua classe c’è un’alunna a cui piace scrivere, e scrivere a mano per di più.
P.S.: Se tutta questa storia è vera, l’insegnante non ci fa una bella figura e non oso pensare a cosa potrebbe fare se i suoi allievi dovessero ribellarsi a qualche ordine che lei ritiene inappellabile.
Ma c’è un altro dettaglio che mi rende odiosa questa vicenda: a casa di quella ragazza non c’è una stampante. Forse la prof di diritto (diritto!) prima di insultarla e mortificarla, avrebbe potuto chiederle perché non ha una stampante e quindi riflettere sul fatto che, per quanto costi relativamente poco, non tutti hanno la possibilità e dunque il diritto di comprare una stampante.


venerdì 22 febbraio 2019

L'olocausto dei bambini

Il mese scorso, quando Malta teneva sequestrati i migranti salvati dalla Sea-Watch3, Luigi Di Maio ha affermato che l’Italia era pronta ad accogliere donne e bambini. Un modo per provare (inutilmente) a dare una lucidata alla propria coscienza e per fare la parte del poliziotto buono. Un esempio lampante di quanto le parole, separate dai fatti, restino nient’altro che aria fritta.
Perché i fatti, negli ultimi tempi, in Italia, sono che i bambini – migranti o percepiti come stranieri anche quando sono nati e cresciuti nel nostro paese –, grazie al governo giallo-verde monopolizzato da Matteo Salvini e popolato da odiatori di professione, subiscono lo stesso odio che travolge i loro genitori. E forse anche di più, perché hanno tutta la vita davanti e un sacco di tempo per dimostrarci di essere migliori di noi. Già, i trogloditi al potere si dicono a favore della vita, ma per loro la vita di questi bambini vale meno di una frittella.
E allora vediamoli questi fatti, a partire proprio dalle frittelle: è di poco più di una settimana fa l’uscita del fascistissimo consigliere comunale di Mantova Luca de Marchi, ex (?) esponente di Casa Pound eletto nelle file di Fratelli d’Italia, che annunciava la sua presenza al luna park della città per distribuire i dolci della tradizione locale ai più piccoli. Ma solo agli italiani. Con la motivazione che «le famiglie extracomunitarie… godono, per quanto riguarda l’infanzia, di numerose agevolazioni, mentre le famiglie mantovane troppo spesso devono rinunciare ai momenti di svago con i figli perché subissate di pensieri riguardanti le difficoltà finanziarie». Un modo come un altro per mettere gli uni contro gli altri, per scatenare l’odio e la guerra fra poveri.
Che infatti è arrivata, puntuale come un orologio extracomunitario, nel senso di svizzero, seminando veleno da una parte all’altra d’Italia. 
A Roma un bambino egiziano di 12 anni è stato picchiato e mandato in ospedale, solo perché egiziano, da un gruppo di ragazzi. A quanto si sa, gli è successo tre volte in due mesi e adesso lui ha detto alla mamma che vuole andare via perché ha paura.  
La storiaccia di Foligno è venuta fuori ieri anche se risale a un paio di settimane fa: un bambino nero costretto dal suo maestro a guardare fuori dalla finestra della classe per non essere guardato in faccia dai suoi compagni perché «brutto»; la sorellina, in un’altra classe della stessa scuola, chiamata «scimmia» dallo stesso presunto educatore. Che si è difeso parlando di esperimento sociale e chiamando in causa la Shoah. Forse si era dimenticato di avvertirli, però, perché adesso, come ha detto il papà dei due bambini, «i miei figli stanno male». Fra l’altro ha aggiunto che è la prima volta che gli succede dopo tanti anni che stanno in Italia. E questo qualcosa vorrà pur dire, a proposito del clima che è cambiato.
Ma c’è un’altra storia altrettanto brutta ed è di oggi, fresca di giornata, rancida e puzzolente come il razzismo. È successo ancora a Roma, città «multiculturale», dove un italiano di 29 anni ha aggredito e ferito alla testa un bambino rom di 11 anni perché sosteneva di essere stato derubato. Ora, a parte che tentare di uccidere un bambino per poche decine di euro non è esattamente legittima difesa e a parte che il bambino rom potrebbe benissimo essere italiano come il suo aggressore, vorrei fare un paio di riflessioni: il bambino è stato perquisito dopo essere stato medicato, come se non gli fosse bastato lo choc dell’accoltellamento, e questo tradisce l’equazione rom=ladri che forse alberga anche in chi in quel momento avrebbe dovuto preoccuparsi di non procurargli altri traumi (e comunque non aveva addosso i soldi che secondo l’uomo gli aveva rubato); l’uomo, che ha passato una notte in cella e già stamattina era a piede libero con obbligo di firma, prima di essere bloccato ha avuto il tempo di urlare il suo manifesto politico: «Voglio ammazzare gli zingari perché mi hanno rotto il cazzo». 
Qualcuno ha detto che quando le vittime sono bambini è segno che si sta abbassando ulteriormente l’asticella, ma forse non è abbastanza: se pensiamo che qualche mese fa a Lodi i bambini «stranieri» – per ordine della sindaca leghista Sara Casanova e con la benedizione di un prete che li ha paragonati alle «zecche dei cani» – sono stati esclusi dalla mensa scolastica e segregati altrove, qui siamo all’Olocausto, all’uccisione dei bambini, «inutili bocche da sfamare», perché alle cosiddette «razze inferiori» venga negato il futuro oggi come allora. Qui siamo al nazismo e, se continuiamo a fingere di non averlo capito, non si salverà più nessuno.


martedì 5 febbraio 2019

I mémoires di un casanova squallido

In Italia c’è un coglione che scrive libri. Beh, sì, in Italia ci sono molti coglioni che scrivono libri (e molte case editrici che li pubblicano, perché il coglione – si sa – è redditizio), ma è uno in particolare il coglione di cui voglio parlavi e di cui non vi dirò il nome per non fargli troppa pubblicità, perché da un paio di giorni circola in rete la foto di una pagina del suo cosiddetto libro. Che, a giudicare da quelle poche righe, si potrebbe intitolare Lo sborone, che comunque fa inevitabilmente e inesorabilmente rima con coglione.
Il tizio in questione infatti non disdegna di farci conoscere le sue avventure erotiche, qualcuna addirittura – come fosse una gazza ladra attratta dal luccichio dell’oro – suscitata dalla vista di un Rolex, e di fare nome e cognome delle donne che «si è fatto». Il capitolo si intitola «Fighe». La parte per il tutto. 
Ma io non mi accanirei tanto su di lui, che già ha la sventura di essere un coglione, anche se ha la fortuna di avere trovato una casa editrice attratta solo dal profitto che ha scelto di pubblicare il suo libro di merda. Perché – ammettiamolo (ammettetelo) – in fondo il poco signorile signore in questione non fa altro che quello che fanno molti uomini ai quali non dispiacerebbe affatto pubblicare un elenco del telefono di tutte quelle che si sono scopate o di farne manifesti 6x3 da affiggere per le strade e che, in mancanza, si accontentano di farlo, fra un rutto e una grattata di palle, durante una serata fra soli maschi. Tredicenni, anche se hanno sessant’anni.
A volte qualcuno più temerario si spinge anche oltre: ha appena finito di scopare e, siccome non fuma, invece di accendersi una sigaretta, prolunga il piacere accendendo la lista di quelle con cui è stato. Cioè, è lì ancora con lo sguardo languido da innamorato, l’occhio annegato in un mare di beatitudine che manco al centro benessere, e intanto però comincia a fare nomi e cognomi. «Fighe». La sua collezione di francobolli. Le teste di cervo appese alla parete. Trofei da mostrare a se stesso per convincersi di essere «un vero uomo».
Un po’ frustrato dal fatto di non poterlo fare pubblicamente, magari per via di un certo ruolo sociale da difendere, e oggi finalmente «vendicato» dal libro (!) di mémoires di un casanova squallido e tatuato a cui vorrebbe tanto somigliare. E a cui guarda con ammirata invidia perché finalmente qualcuno ha messo in pubblico i bassi istinti. Come Salvini, che ha fatto diventare programma di governo l’essenza di molti italiani: cattiveria, maschilismo, misoginia, voglia di vendetta e di rivalsa. Del resto, dev’essere per questo che il marito (in carica: al momento non ha nemmeno l’alibi di essere un ex) di Cécile Kyenge ha deciso di candidarsi con la Lega. E magari un giorno scriverà un libro in cui racconterà quanti «negri» ha menato.

lunedì 28 gennaio 2019

Non lo fo per piacer mio

È ufficiale: le donne servono solo a fare figli. Dopo si possono buttare. No, non è quello che penso io, ma quello che pensa evidentemente un giovane cosiddetto «scienziato» americano dall’aspetto da babbeo, tal Damian Murray, che ha condotto una ricerca sugli effetti dell’amore sul corpo di donne innamorate. Quarantasette, per l’esattezza, monitorate per due anni. Tutte giovani, come se dopo non ci si potesse innamorare. 
Scuola Yann Moix, l’attore francese che le donne di cinquant’anni neanche le vede perché sono troppo vecchie per andarci a letto. Un altro con la faccia da babbeo, che farebbe meglio a guardarsi allo specchio prima di darsi arie da tombeur de femmes.
Ma torniamo a Murray: il cosiddetto scienziato ha preso le sue quarantasette cavie giovani, le ha osservate sia mentre erano innamorate che quando non lo erano e ha dedotto che il sistema immunitario delle donne si rafforza, preservandole da virus e infezioni, quando sono innamorate. E fin qui non discuto e anzi potrei anche confermare, malgrado i miei oltre sessant’anni che evidentemente – per Murray come per Moix – sono disdicevoli e non adatti all’innamoramento. Ma immagino che a Murray e all’équipe che ha lavorato con lui non interessi il parere di un’ultrasessantenne.
Perché in realtà quello che a quanto pare a Murray premeva dimostrare – ed è questa la sua conclusione – è che «il rafforzamento del sistema immunitario delle donne, quando innamorate, non è altro che una sorta di preparazione del corpo nel caso di un eventuale parto» e questa – secondo i siti che hanno riportato la notizia (!) – sarebbe «una risposta istintiva dovuta all’effettivo aumento della possibilità di diventare madri». Capito perché le ha prese solo giovani? 
Fine della discussione. Anzi no, perché c’è anche un non detto facilmente deducibile: se scopi, lo devi fare solo per fare figli (non lo fo per piacer mio, eccetera) e quindi non ti montare la testa, ché dopo la menopausa non hai più diritto di scopare.
Comunque io grazie ai risultati di questo studio almeno ho capito perché quest’anno mi sono beccata un’influenza che non me la scordo finché campo.

domenica 9 dicembre 2018

Buongiorno in cortile

Passeggiata di gruppo in uno dei quartieri più centrali e a un tempo più periferici della città. Sovraffollato eppure solo. Derelitto, tenuto a distanza come un appestato. Un frullato di storia, case abusive, superfetazioni, superfetazioni delle superfetazioni, amianto, antenne paraboliche, gente per bene e gente per male, l’immancabile babbo natale che si è impiccato a un balcone, un mandarino che dà i frutti malgrado tutto da una latta arrugginita. In un’altra latta un ulivo: rigoglioso, in ottima salute. Sopravvivenza. E poi i cortili. 
Da un primo piano si affaccia una coppia per chiacchierare con noi. Un po’ ciceroni, un po’ filosofi: ci spiegano cosa c’era in quell’angolo e cosa in quell’altro, ma soprattutto come si affronta la vita. Loro stanno lì dagli anni settanta, spiega lui. Poi si corregge: lei da più tempo, da prima di sposarsi, qualche strada più in là. Orgoglioso per quella dote di memoria supplementare ricevuta in dono.
Chiariscono che cortile non è «u cuttigghiu», il chiacchiericcio da comari, come lo intendiamo noi, ma un modo di vivere in comunità. Se uno ha «bisogno», ma non necessariamente bisogno di denaro, e fa il gesto delle tre dita che sfogliano banconote immaginarie, tutti gli altri ci sono. Se non stai bene e hai bisogno di essere accompagnato in ospedale, o se hai bisogno che qualcuno ti faccia la spesa, se hai bisogno di qualcuno che ti tenga i bambini per un po’, se hai bisogno di un limone o se hai bisogno di parlare, se hai bisogno di un abbraccio o se hai bisogno di un buongiorno. Che non è solo un buongiorno, un augurio, una formula di saluto rituale.
«Dipende il buongiorno come si dice», precisa la signora. E io non so perché, ma tutto intorno immagino una danza di corse in auto verso un ospedale, mani accarezzate in silenzio per dare conforto, spese in conto terzi, sguardi che in silenzio ti chiedono come stai, babysitteraggio improvvisato, limoni prestati, cuori che battono all’unisono, stessa disgrazia e povertà, stessa dignità, il profumo di un dolce che viaggia da una casa all’altra, occhi lucidi di affetto, pensieri che dicono «io per te ci sono». Sì: «Dipende il buongiorno come si dice».
Solo qualche via più in là, lì dove dici «centro» e lo pensi con la C maiuscola, la gran parte dei miei vicini non risponde al saluto. Mi è persino capitato di essere guardata in cagnesco per aver salutato, perché il buongiorno, anche se non è il buongiorno carico di vita di un quartiere negletto, ti inchioda alle tue responsabilità, ti dice che devi accorgerti degli altri e prenderti cura di loro, magari intuire dal tono della voce se hanno bisogno di qualcosa. Magari intuire che i veri bisognosi siamo noi, che abbiamo bisogno di umanità e di un cortile in cui coltivarla. Anche se in una latta arrugginita.