sabato 4 aprile 2020

Corrispondenza di amorose mail ai tempi del coronavirus

Siccome oggi non avevo un cazzo da fare… Mi correggo: siccome oggi non avevo voglia di fare un cazzo, ho deciso di esaminare le mail arrivate negli ultimi giorni, tutte infarcite di proposte imperdibili per l’acquisto di bisogni (indotti) irresistibili, ovviamente a prezzi superscontati.
Si comincia con le scontatissime polizze di assicurazione per l’auto. E che me ne faccio se non ho una macchina da anni e non ne sento la mancanza?
Niente paura: te la fanno sentire loro la mancanza. Vuoi mettere una vettura superpotente da ricconi strafighi che fa duecento chilometri orari? No, non voglio mettere: come faccio a uscire per andare in concessionaria? E, se anche me la portassero fino a casa, intendo portandola su per le scale, come faccio a farla passare dalla porta? E poi come faccio a farle fare duecento chilometri se la mia casa è poco meno di cento metri quadrati?
E che problema c’è? Prezzi stracciatissimi per ristrutturare casa, abbattere una parete di qua e una di là, allargare il cesso, ritinteggiare… E io dovrei fare entrare a casa una mandria di operai, forse senza mascherina, disattendendo le regole? Chi sono io, Fabrizio Corona che si fa venire a domicilio e ai domiciliari il personal trainer? E se uno di loro avesse contratto il virus?
Ah, già: mi vendono anche le mascherine a pacchi che negli ospedali non ci sono ma in rete sì, ettolitri di disinfettanti e, già che ci sono, quintali di blister di medicinali miracolosi che uccidono il virus, mi tolgono anche il mal di schiena diventato cronico a furia di stare davanti a questo cazzo di computer a scrivere stronzate e, sempre già che ci sono, mi fanno diventare giovane, alta e magra. 
Dopo questa cura, naturalmente sarò esteticamente pronta per acquistare un viaggio aereo per una località esotica, quindici giorni tutto compreso al prezzo di un week-end. Portandomi dietro vestiti estivi e sandali arrivati direttamente da Wuhan.
Ma se proprio dovessi decidere di restare a casa, Amazon mi offre tre mesi (tre mesi? sanno qualcosa che noi non sappiamo?) gratis di musica, posso comprare impastatrici  e un forno nuovo per preparare torte e mi vendono anche un attrezzo per misurarmi l’inevitabile diabete «senza pungerti», mi posso ubriacare con ettolitri di vino e, siccome ci hanno spiegato che siamo in guerra, mi vendono quasi gratis una torcia militare e un drone tascabile grazie al quale potrò stanare comodamente dal balcone quelli che escono senza permesso e provare l’ebbrezza della delazione.
E infine, ancora in tema di ebbrezza e sinonimi, il vincitore è senz’altro il sito che ti prospetta notti (e pure giorni, visto che ormai non sappiamo più che anno è, che giorno è, questo è il tempo di vivere con te, anche se i giardini di marzo ce li siamo già giocati e presto ci giocheremo anche quelli di aprile) di sesso sfrenato. Il nome suona, più o meno, facendo il verso a Faccialibro, come Scopalibro e ti chiede espressamente se «vuoi incontrare qualcuno per scopare». Ora, non sarebbe una brutta idea, però avrei bisogno di un chiarimento: dovendo rispettare la distanza di sicurezza di almeno un metro, siete sicuri di avere a disposizione «materiale» omologato? 

martedì 17 marzo 2020

Elenco delle paure

Magari scambiarsele serve a esorcizzarle un po’ e farle pesare meno.
-      Paura di lasciare da soli i miei gatti. Comincio da loro perché sono i più indifesi e perché non sanno cosa sta accadendo. Non si spiegherebbero la mia assenza, non ci sono abituati. Anche nella migliore delle ipotesi (ospedale per qualche settimana e rientro a casa), chi si occuperebbe di loro nel frattempo se nessuno può uscire?
-      Paura di non vedere più mio figlio e la sua compagna, mia madre, mia sorella, mia nipote e tutta la truppa, mia zia, care amiche e cari amici, perché ho
-      Paura che questa cosa sia circolare e continuerà a tenerci in questa prigione per l’eternità
-      Paura di non poter mai più fare pace con l’ultima persona con cui avrei voluto litigare  (e fra un po' saranno tre mesi che non ci parliamo), perché ho 
-      Paura che questa cosa sia circolare e continuerà a tenerci in questa prigione per l’eternità
-      Paura che l’attività di mio figlio, in cui ha speso tutte le sue energie, vada a carte quarantotto
-      Paura che non riapra la mia casa editrice, che chiamo «mia» non perché ne sia proprietaria, ma perché la considero famiglia e le voglio bene
-      Paura che mia sorella non riesca più a vendere la vigna, perché ho
-      Paura che questa cosa sia circolare e continuerà a tenerci in questa prigione per l’eternità
-      Paura di non rivedere il mare
-      Paura dei gesti senza ritorno di chi lavorava in nero e non potrà rivendicare nessuna forma di risarcimento, ma forse crederà di uscirne mettendo la propria vita nelle mani degli usurai e sarà peggio che avere preso la malattia o che avere scelto di darsi la morte
-      Paura che, se non ci prende questa malattia, ci prenderà quell’altra altrettanto terribile che si chiama depressione perché ho
-      Paura che questa cosa sia circolare e continuerà a tenerci in questa prigione per l’eternità
-      Paura quando l’urlo di un’ambulanza lacera il silenzio
-      Paura che non riapriranno librerie, cinema, teatri, negozi, fabbriche, scuole e milioni di persone perderanno il lavoro e perderanno il senno perché ho
-      Paura che non andrà tutto bene e anzi è andato già tutto male
-      Paura che non riapra il bar di un caro amico che frequento poco ma a cui voglio bene
-      Paura che una nuova calamità ci costringa a scegliere se riversarci nelle strade andando incontro al contagio o restare sotto le macerie
-      Paura di avere paura degli altri esseri umani
-      Paura di odiare la tua casa che ami tanto, la tua tana, perché ho
-      Paura che questa cosa sia circolare e continuerà a tenerci in questa prigione per l’eternità
-      Paura di non sentire più il rumore della vita, con i suoi aspetti positivi e quelli negativi, dai bambini che giocano in un parco agli automobilisti maleducati che suonano il clacson senza motivo
-   Paura di non avere più voglia di scrivere
-      Paura che la musica ad alto volume non basti più a coprire l’alto volume della paura

-      Paura di impazzire

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-      Paura da impazzire

domenica 8 marzo 2020

Volersi bene a distanza

Facciamo che oggi è il 29 marzo. Da qualche anno non è una bella data per la mia famiglia, però stavolta sì: ieri abbiamo festeggiato il compleanno della mamma, che in realtà lo fa il 27, ma abbiamo aspettato che arrivassero tutti. Gabriella è arrivata da Orvieto, Carlo e Ines da Bologna, Elena Emiliano Ludovico e Jacopo da Roma, zia Tata da Modica. Mancava solo Daniele, manca da quell’altro 29 marzo e la sua assenza è sempre presente e devastante.
Sono mesi che organizziamo questa cosa: quelli che arrivavano da fuori hanno preso i biglietti per tempo. E ieri è stata proprio una bella festa. La mamma era davvero contenta di avere intorno figlie, sorella, nipoti e pronipoti, ha fatto un po’ di citazioni in latino che una volta a casa nostra durante il pranzo non mancavano mai, ha battibeccato con suo marito, ha rimproverato più volte lo chef che sbagliava i congiuntivi, ha parlato di quando i ricevimenti li faceva a casa e cucinava tutto lei e non al ristorante ché le cose non saranno mai buone come le vorrebbe e come le fa lei, ha ricostruito letterariamente le epidemie nei secoli, ci ha spiegato cosa avrebbe dovuto fare il governo nell’emergenza corona virus, ha detto che comunque lei sta benissimo e non la scalfisce niente. E io, come sempre, un po’ mi sono incazzata e un po’ ho riso per queste sue incrollabili certezze che non lasciano mai spazio al dubbio.
Oggi è il 29 marzo, sono già ripartiti tutti e siamo tutti un po’ tristi, però siamo anche contenti perché ce l’abbiamo fatta, ci siamo arrivati tutti e siamo riusciti a festeggiare, malgrado nelle ultime settimane non ne fossimo più così sicuri e il volo di ritorno di Carlo e Ines era stato annullato tanto che ne hanno comprato un altro, perché non si poteva mancare al compleanno della nonna, perché – come dice lei stessa – «io novant’anni una volta sola li faccio». E sì, lo sappiamo e lo sa anche lei che pure venti, trenta o quaranta si fanno una volta, ma novanta è un’altra cosa.

Oggi non è il 29 marzo, è appena l’8 e già sappiamo con venti giorni di anticipo che la festa non ci sarà, non quando avevamo fissato almeno: nelle ultime ore la situazione è precipitata in tutta Italia, il governo ha preso delle decisioni senza consultare mia madre, qualcuno le ha rese note prima che avessero l’ufficialità della firma, qualcun altro in Lombardia ha dato l’assalto ai treni, camminiamo per le strade e sentiamo la frustrazione di non poter abbracciare gli amici, se uno per strada starnutisce per una semplice influenza o per l’allergia lo guardiamo con odio. 
Noi abbiamo dovuto fare una scelta di buon senso e di razionalità: non puoi rischiare di partire da una zona quasi rossa portandoti dietro il virus e scaricandolo ai piedi di una persona di novant’anni, anche se lei è convinta di essere invulnerabile. Quindi per quest’anno ci vorremo bene a distanza. 
E però io adesso avrei voglia di abbracciare tutti quelli che stavano preparando da tempo un qualche festeggiamento, che in un punto lontano del cuore avevano il timore inconfessabile di qualcosa (l’età, una malattia grave) che avrebbe potuto impedirlo ma andavano avanti nei preparativi, ci credevano e dimostravano di crederci, o forse fingevano di crederci, e adesso invece sanno con certezza di doverci rinunciare, che la festa non c’è stata e che oggi non è l’indomani della festa. E che chissà quando potremo ricominciare ad abbracciarci.

mercoledì 5 febbraio 2020

Mi toccheranno i campi di lavoro (ho visto Sanremo)

Premessa: non ho mai detto che non l’avrei visto. E non perché non creda nel valore del boicottaggio, ma perché sarebbe stato come pensare di boicottare l’inquinamento non respirando. 
Sanremo è da settant’anni un pezzo di vita degli italiani con cui, vuoi o non vuoi, anche senza guardarlo, devi fare i conti perché tanto l’indomani ne parleranno tutti e perché è comunque uno specchio della società così come la società è uno specchio di Sanremo. 
Dunque lo guardo, anche se qualcuna convinta di possedere la verità rivelata aveva deciso che le femministe non dovessero guardarlo e aveva dettato la linea dalla quale non si poteva derogare e deragliare (temo che adesso ci toccheranno i campi di lavoro). 
Lo guardo per «interesse sociologico» - come dice una mia amica -, ma a pezzetti e oltre una certa ora non vado. Quindi se entro la prima ora/ora e mezza succede qualcosa di buono, mi sarà andata di lusso; altrimenti ciccia e l’indomani vengo a sapere cosa mi sono perso. 
Ho avuto qualche discreta botta di culo negli anni: avevo la tv accesa e mi aggiravo per casa senza prestare troppa attenzione, per esempio, nel febbraio del 1994, quando all’improvviso…minchia! Si parlava di mafia, si parlava delle stragi del 1992 e ’93, si parlava di agenti di scorta, quelli che nei tg vengono chiamati solo «agenti di scorta», come se non avessero nome, che rischiano la vita per due lire. Minchia, signor tenente! E ancora mi vengono i brividi quando ci ripenso, quando ricordo che rimasi paralizzata e senza fiato. Faletti aveva fatto una doppia operazione in un colpo solo: aveva parlato di uno degli argomenti più scabrosi nel paese della mafia che «non c’è» e in più aveva sdoganato davanti a milioni di spettatori e fatto diventare italiana una parola (una parolaccia) che prima era solo siciliana. 
Qualche anno prima, nel 1988, guardavo e non guardavo: arrivò Luca Barbarossa e mi si raggelò il sangue. L’amore rubato si chiamava la sua canzone di cui forse non si ricorda più nessuno ed era forse una delle prime a Sanremo (se non la prima) che affrontasse il tema della violenza sessuale. 
Arrivo al 2017 (per non farla troppo lunga), tre anni fa, quando sul palco dell’Ariston arriva un ragazzo di talentuosità e sensibilità potenti, che ci sbatte in faccia la violenza sulle donne: Vietato morire. Milioni di spettatori, milioni di ragazzini e ragazzine sentono parole semplici e imparano il femminicidio: io stessa quel brano di Ermal Meta l’ho portato nelle scuole tutte le volte che potevo per introdurre un libro sulla violenza di genere e grazie a quel brano entravo immediatamente in sintonia con le studentesse e gli studenti. Vuol dire che funzionava.
E allora perché oggi non dovrei postare sui social lo straordinario monologo di Rula Jebreal? Ieri sera sono andata a letto troppo presto e non l’ho visto, ma è stata la prima cosa che ho fatto stamattina e non rimpiango quei dodici minuti spesi. Mi sembrava un dovere civico e persino professionale. E no, non l’ho fatto per poterne parlare sui social: l’ho fatto perché possano vederlo e possano parlarne quelli che - per una ragione qualunque che non ho intenzione di giudicare - non l’hanno visto ieri sera. Anche le parole di Jebreal funzionavano, senza intellettualismi e accademicità. E dunque l’ho postato sui social, per quei pochi che non l’hanno visto. Perché è giusto e doveroso che quel dolore vero che molte di noi conoscono, che quelle lacrime che scorrono senza chiedere permesso e fanno da sottofondo a parole lucide e razionali diventino le lacrime di tutti e soprattutto le parole di tutti: la presa di coscienza di tutti. Non è forse quello che auspichiamo da tempo? E se Sanremo è lo strumento, va bene così.

mercoledì 29 gennaio 2020

Feltri e il Prostamol

Il povero Feltri, che ormai presumibilmente e anche visivamente ha difficoltà a contenersi, l’ha fatta ancora una volta fuori dal vaso.
In mancanza di meglio (e forse proprio per questo) lo eccita particolarmente seminare odio contro le donne e dunque oggi sul suo giornale, Libero (!), se n’è uscito con un titolo a nove colonne in prima pagina per raccontarci la balla che i maschicidi – così li chiama – sarebbero più dei femminicidi. Mettendo nel calderone del presunto maschicidio omicidi di ogni tipo, fingendo di non sapere che di solito sono gli uomini che uccidono altri uomini, che sono rarissimi gli omicidi commessi da una partner, che il termine femminicidio indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo – come spiega l’Accademia della Crusca – in ragione della sua mancata sottomissione, e che per questo il termine femminicidio indica non solo che una donna è stata uccisa (no, non ci provate: non lo usiamo per indicare l’uccisione di una donna nel corso di una rapina in banca) ma il motivo per cui è stata uccisa e cioè appunto perché un uomo voleva tenerla sottomessa, controllarne la vita, averne il pieno possesso come se si trattasse di una cosa. 
Ma evidentemente Vittorio Feltri, che dirige un giornale, non frequenta i corsi di formazione per giornalisti in cui si parla di violenza di genere, non legge i dati, non li analizza, non si informa pretendendo di informare, butta lì una frase senza sapere di cosa sa parlando e per il solo gusto di provocare. Soltanto perché a un certo punto gli scappa e deve trovare una scusa per farla, appunto. E non sarà un caso se nella stessa prima pagina del suo giornale c’è la pubblicità del Prostamol. 

domenica 12 gennaio 2020

Follia e odio

Prendete uno studente di ingegneria, meridionale, presumibilmente destinato – che sia figlio di proletari o di borghesi, ormai non fa quasi più differenza – a lasciare la propria terra per riuscire ad avere una vita decente. E prendete il lavoratore di un call center, presumibilmente sfruttato e senza tutele, magari costretto ad accettare quel lavoro lì perché è stato licenziato cinquantenne oppure perché, pur essendo giovane, e malgrado laurea e specializzazioni, non lo vuole nessuno.
Dovrebbero stare dalla stessa parte, no? E invece no.
La vicenda è stata raccontata dallo stesso ragazzo: Alberto, napoletano, ha un problema con il pagamento della bolletta Tim e telefona al 187. Gli risponde un uomo con accento settentrionale che, invece di aiutarlo a risolvere il problema (dovrebbe rientrare fra le sue competenze, se non sbaglio) – come invece fanno migliaia e forse milioni di suoi colleghi, gentilissimi nonostante un lavoro di merda –, comincia a insultarlo: tutti da Napoli questi problemi, i napoletani danno solo problemi all’Italia, i napoletani vogliono che gli altri risolvano i loro problemi, i napoletani non fanno un cazzo, i napoletani campano sulle spalle degli altri. Insomma, linea Salvini. Peraltro da poco condannato per razzismo con decreto penale proprio per avere insultato i napoletani. Ricordate il coretto del 2009 «Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani»? Ecco, proprio quello. 
Secondo il racconto dello studente, come se non bastasse, il solerte operatore salvinizzato si è anche profuso in insulti omofobi nei suoi confronti, e ha completato l’opera con minacce in perfetto stile mafioso quando lui ha annunciato l’intenzione di querelarlo: «Io so chi sei. Ho i tuoi dati qui. Ti faccio un culo così».  
Alberto ha parlato di quattro minuti di pura follia e odio. Pura follia e odio. Gli stessi che gli italiani stanno subendo da anni, da quando esiste la Lega che inneggiava alla potenza distruttrice dell’Etna e da quando si è incattivita ulteriormente con l’arrivo di Salvini. Follia e odio. Questo è riuscito a creare Salvini, con la sua «Bestia», con i suoi seguaci sguinzagliati a vomitare insulti attraverso i social: follia e odio, contro i migranti, contro le donne, contro gli omosessuali; follia e odio degli italiani contro gli italiani, dei poveri contro i poveri. Ad Alberto la Tim ha chiesto scusa, dichiarandosi basita e sorpresa. Agli italiani chi chiederà scusa per avere permesso a un razzista di governare il paese? E magari i meridionali dovrebbero pensare alla storia di Alberto prima di votare per uno che alla fine, proprio come quell'operatore del call center, ha solo l'obiettivo di farci un culo così.

venerdì 3 gennaio 2020

Ucciso da un robot

«Io lo so che prima o poi sarò sostituito da un robot». Eravamo andate, mia sorella e io, qualche giorno fa in un grande negozio di elettrodomestici a chiedere informazioni: ovviamente avevamo già visto quello che ci interessava su internet e glielo abbiamo detto, ma avevamo bisogno di confrontarci con un essere umano. Lui, appunto: umanissimo, più o meno trentenne, con uno sguardo dolce e rassegnato, conveniva sul fatto che parlare era meglio che «navigare». E però «io lo so che prima o poi sarò sostituito da un robot». Non c’è bisogno di essere luddisti per sapere che le macchine sostituite indiscriminatamente alle donne e agli uomini, sacrificati sull’altare del profitto, quelle macchine che non chiedono ferie, diritti, congedi di maternità o di paternità, sicurezza sul lavoro, prima o poi quel lavoro lo uccideranno. In qualche caso non metaforicamente.
Eppure quello che è successo ieri, 2 gennaio, ad Atessa, in una fabbrica di manutenzione degli stabilimenti ex Fiat, sembra proprio la metafora di quello che succederà, delle macchine che uccideranno i lavoratori: Cristian Perilli aveva 29 anni, forse era contento di non essere stato costretto a emigrare come tanti suoi coetanei ed è stato schiacciato da un robot. Ucciso da una macchina, lui e il suo lavoro. E in questa foga di stilare classifiche – il primo bambino nato nel 2020, l’ultima centenaria sopravvissuta al 2019, la prima mano amputata per i botti – a lui è toccato il titolo di primo morto sul lavoro di quest’anno. Magari avrebbe fatto volentieri a meno di questo primato.
Magari avrebbe fatto volentieri a meno della solita ipocrita nota di Fca che esprime «profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia per la tragica scomparsa».
Magari avrebbe preferito che l’azienda, invece di battersi il petto dopo, avesse investito prima in misure di sicurezza e che qualcuno ne controllasse il rispetto. E magari che qualcuno prevenisse in maniera seria questo sterminio sistematico di massa: altrimenti può darsi che ci venga il sospetto che tutto ciò serva a farci preferire di essere sostituiti da un robot piuttosto che esserne uccisi.