lunedì 27 febbraio 2012

Vorrei lavorare nella mia terra: mi devo vergognare?

Questo racconto è dedicato al viceministro Martone che fa rima con se stesso, alla ministra Bobby Sola (e che sòla!), al presidente del Consiglio Mario Ccheddupalleilpostofisso, oltre che a Emmaghepensimì (sorella di Antonio e figlia di Steno, il primo condannato per mazzette, il secondo indagato per smaltimento illegale di rifiuti pericolosi), a Veltrusconi, a tutti quelli che "è tutta colpa dei sindacati" e che esercitano la lotta e l'odio di classe verso lavoratori di qualsiasi età e pensionati.

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Qualche giorno fa ho conosciuto una "sfigata"; direi, anzi, una "ipermegasupersfigata", perché Chiara di anni ne ha trentadue e dunque è fuori di quattro da quel limite di ventotto che il figlio del pitreista considera scandaloso se non si è ancora laureati. Ma Chiara è anche l'esempio lampante di quanto gli esponenti di questo governo di destra - impiegati di banche a tempo indeterminato -, che conoscono le lingue e il mondo, ignorino totalmente quello che accade realmente in Italia e contro quali muri vadano a sbattere i giovani italiani in cerca di lavoro. Così come è l'esempio di quanto danno abbiano fatto al mondo del lavoro tutte quelli leggi e leggine fatte dal precedente governo di destra contro i lavoratori.
Chiara aveva poco più di vent'anni quando, grazie alla sua conoscenza delle Lingue e al suo desiderio di non fare la muffa a Catania, fu assunta a Disneyland Paris. Uno stipendio che qui e a quell'età te lo sogni (1.100 euro al mese), 35 ore settimanali, contratto a tempo indeterminato. Una pacchia: fai un lavoro che ti piace e, malgrado il noiosissimo "posto fisso", non ti annoi e impari: perché lì la mobilità c'è ma significa cambiare settore e dunque fare esperienza all'interno della stessa azienda. Tanto che a un certo punto puoi pure decidere di andartene, di cambiare aria: perché con quello che hai imparato, "a spasso" non ci resti. Infatti "è stato molto facile - ricorda - trovare un altro lavoro": prima sempre a Parigi sui bateaux-mouches e in un negozio di abbigliamento, poi in Tunisia come accompagnatrice turistica. E chi glielo doveva dire che - costretta a rientrare a Catania - tutta la sua esperienza la poteva buttare nel cesso? "Lavoretti in nero, contratti occasionali", questo era tutto quello che le offrivano. E però - qualunque cosa ne pensino i professoroni dal caldo del loro posto fisso - Chiara non è una che si perde d'animo, non si lascia vincere dallo sconforto, non è una bambocciona: si rimette a studiare e in più, con quello che ha guadagnato in Francia in termini economici e di esperienza, si fa imprenditrice di se stessa e apre un'agenzia di viaggi on-line: "Pensavo potesse essere il mio futuro, poi c'erano troppe spese e non ce l'ho fatta più. Ancora oggi continuo a pagare cose dell'agenzia, perdo tempo con questioni burocratiche e intanto gli anni passano".
Ma arrivò la svolta, almeno così pensava: qualcuno le segnalò che nella home page del sito della Windjet sul banner scorreva l'annuncio di una selezione per la formazione di assistenti di volo. Corso a pagamento che non assicurava l'assunzione, ma costituiva "titolo preferenziale", e la cifra non era esattamente alla portata di tutti: 4.500 euro che Chiara avrebbe racimolato anche grazie a un contributo da parte dei suoi genitori (e spero che non si scandalizzeranno i ministri senz'anima: di solito i genitori, quando possono, li aiutano i figli). Era il gennaio 2010 quando mandò il suo curriculum e l'indomani ricevette la telefonata della compagnia di bandiera siciliana. Ammessa insieme ad altri sedici: alla fine di tre mesi di corso, passano tutti l'esame e comincia la fase di "familiarizzazione" - cioè l'affiancamento con assistenti di volo di più lunga esperienza -, non superata soltanto da due di loro, e dal primo maggio per gli altri quindici contratto a tempo indeterminato con periodo di prova di durata non superiore a sei mesi. Mesi difficili, con cambi di turno improvvisi, le ore di lavoro giornaliere che si dilatavano fino a diventare quattordici, il disagio di non poter rientrare perché l'aereo si era rotto, ma stringevano i denti e andavano avanti. Anche perché, di contro, c'erano le verifiche intermedie che andavano sempre bene ed erano accompagnate dai complimenti dei capi. Fino al 25 ottobre, cinque giorni prima della scadenza del periodo di prova, quando arrivò quella che Chiara chiama "una lama fredda dentro il petto": un telegramma che, senza alcuna motivazione, annunciava la rescissione del contratto "con decorrenza immediata". Telegramma arrivato a sedici su diciassette: la diciassettesima - sottolinea Chiara - è rimasta al suo posto, forse perché si trovava su un volo, nel settembre 2010, incorso in un fuoripista fortunatamente senza gravi conseguenze ma oggetto delle indagini della magistratura. Era brava la sua collega e meritava di restare, "ma anche noi ce lo meritavamo". Però non dovranno testimoniare in alcun processo.
Insomma, li licenziano senza che nessuno abbia mai avuto da obiettare sulla loro preparazione. E, anzi, con una beffa in più: la telefonata che la manager avrebbe fatto a ciascuno dei sedici licenziati per dirsi dispiaciuta, per ribadire che il loro era uno dei corsi migliori mai avuti e per spiegare che il licenziamento era per esubero di personale, perché l'azienda era in crisi dopo il danno d'immagine dovuto proprio all'incidente di Palermo. Ma intanto, dall'indomani del loro licenziamento, sul banner del sito di Windjet si continuava a reclutare allievi per nuovi corsi di formazione per assistenti di volo, senza contare il fatto che si assumevamo stagionali per i momenti in cui il traffico aereo si intensificava. Adesso quell'annuncio in home page non c'è più: l'hanno spostato nella sezione "Lavora con noi". E si tratta sempre di corsi di tre mesi, del costo di 4.500 euro a carico degli allievi, per i quali sono in molti ad affermare - sia pure nell'anonimato - che la Windjet percepisca anche dei contributi da parte della Regione Sicilia. Come dire che con questo giochetto (pare che altri allievi di corsi precedenti e successivi siano stati assunti e licenziati prima che scadesse il periodo di prova) gli assistenti di volo pagano per lavorare, mentre per l'azienda il costo è pari quasi a zero.
Ma in questa battaglia Chiara è sola. Lei è Chiara Falsaperla, una giovane donna coraggiosa che qualche tempo fa - unica fra i suoi colleghi - ha denunciato con una lettera ai giornali locali quanto le era accaduto, aggiungendo che per di più all'Inps risulta licenziata per non aver superato il periodo di prova, presentazione negativa che scoraggerebbe altre aziende dall'assumerla. Gli altri non parlano: forse sperano ancora di essere riassunti o forse hanno paura di ritorsioni. Perché, a quanto pare, la Windjet non sarebbe nuova ad atteggiamenti contro i lavoratori: qualche anno fa, un articolo sul Corriere della Sera parlò di "atteggiamenti vessatori" e addirittura di minacce di morte che Antonino Pulvirenti, proprietario della compagnia aerea e del Catania calcio, avrebbe rivolto ad alcuni piloti che volevano costituire un sindacato. Tanto che in quell'occasione fu presentato un esposto in Procura. Che non ha dissuaso Pulvirenti dai comportamenti antisindacali: ancora oggi i dipendenti di quella che sul sito si presenta come "una realtà in forte crescita" sarebbero in arretrato di alcuni mesi e in attesa del rinnovo del contratto, scaduto nel dicembre 2010, ma non riescono ad avere chiarimenti e sembra che abbiano appreso soltanto dai giornali di un'ipotetica cessione ad Alitalia che confermerebbe lo stato di crisi. Eppure nessun lavoratore parla perché - come afferma qualche ben informato - là dentro si vivrebbe in "uno stato di terrore".
Intanto Chiara ha ripreso a studiare, fra un anno conta di laurearsi e dice che, sì, potrebbe pure mandare il suo curriculum all'Air France ed è quasi certa che la prenderebbero: "Ma io non me ne voglio andare, qui ho il mio compagno, viviamo insieme e stiamo bene insieme: perché è così strano che io voglia pensare a farmi qui una famiglia? Mi devo vergognare per questo?"

sabato 25 febbraio 2012

Voi compresi

"Caro Ministro, i bambini sono tutti uguali, ma Lei manderebbe qui i suoi figli e nipoti?"
Oggi il Ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, è a Palermo e stamattina ha visitato la scuola "Falcone" dello Zen, il quartiere che più di ogni altro rappresenta la ferita aperta dell'esclusione e del degrado.
Quelle parole sono contenute nella lettera che un alunno dell'istituto ha scritto e letto personalmente a Profumo che - come ormai ci hanno abituato in soli tre mesi gli esponenti del governo Monti - ha risposto con una gaffe. Anzi, direi proprio con un lapsus freudiano che denota la natura classista dell'esecutivo: "Hai ragione, tutti i bambini, voi compresi, hanno diritto a una scuola migliore, più pulita e dove tutti si sentano a proprio agio. Per questo vedremo quello che si può fare".
"Voi compresi"? Ministro, ho sentito bene? Voi compresi? E che cos'hanno i bambini dello Zen di diverso dagli altri bambini? Hanno sei gambe e tre nasi? O non portano, invece, sulle loro spalle metaforicamente ricurve anzitempo, tutto il peso dell'abbandono da parte delle istituzioni?
E poi l'ultima frase: "Per questo vedremo quello che si può fare". Suona come una presa per il culo, come il "ci faremo sentire noi" dato in risposta a tutti i giovani siciliani in cerca di lavoro e senza un magnaccia politico di riferimento che invecchiano aspettando di essere chiamati. Come pensa il ministro Profumo di vedere "quello che si può fare"? Non è proprio lui che, appena insediato, ha tirato una linea precisa e ha affermato che la riforma Gelmini non si tocca? E la riforma Gelmini non è forse quella che ha tagliato tutto quello che ha potuto alla scuola pubblica, privandola persino della carta igienica, oltre che degli insegnanti e di strutture un minimo decenti e dove non si rischi la pelle?
Ministro, lei compreso, anzi, lei per primo dovrebbe avere voglia di sprofondare alle parole di un bambino delle elementari costretto a frequentare una scuola che somiglia tanto a una punizione: niente riscaldamenti, i cessi rotti, la palestra fuori uso e le classi sporche. Ecco, se proprio vuol vedere quello che si può fare, faccia così: la prenda quella riforma della Gelmini, la faccia in mille pezzi e la getti nel cesso di una scuola dello Zen (sperando che lo sciacquone funzioni) e poi pretenda dal suo governo che azzeri la spesa per l'acquisto dei caccia F35 e quei soldi li dirotti sull'istruzione. Perché l'alternativa per i bimbi dello Zen privati della cultura e dunque del futuro altrimenti sarà quella di sempre: morire in una delle vostre sporche guerre imperialiste o morire in una sporca guerra di mafia.

mercoledì 22 febbraio 2012

Mettetevi la maglia di lana

Dunque: a Catania piove. Piove forte, certo, ma d'inverno - si sa - sembra che sia normale. Ma siccome a Catania niente è normale, il sindaco chiude le scuole per due giorni e ci fa sapere con un comunicato che la chiusura è stata decisa per procedere ad "attività di verifica tecnica, controllo e messa in sicurezza...a garanzia della sicurezza e dell'incolumità dei ragazzi che frequentano le scuole". Dopo di che, con un'altra nota, ci comunica che il manto stradale "già deteriorato, risulta ora ulteriormente danneggiato con grave pericolo per la sicurezza di automobilisti e motociclisti". Ergo, raccomanda "massima prudenza", ci spiega che "cessata l'emergenza maltempo, si procederà all'affidamento con carattere di somma urgenza dei lavori di ripristino delle principali arterie cittadine danneggiate" e aggiunge che "in questi giorni era stato programmato il rifacimento del manto stradale in alcune zone della città, interventi che sono stati rinviati proprio a causa delle cattive condizioni atmosferiche".
Se è lecito, vorrei fare alcune domande.:
1) Perché la messa in sicurezza delle scuole non si fa ad agosto, prima che cominci l'anno scolastico?
2) Perché il rifacimento del manto stradale era stato programmato "in questi giorni", cioè quando è quasi sicuro che piove, e non fra giugno e settembre, quando è quasi sicuro che non piove?
3) Chi è il fortunato che stanotte rideva e si sfregava le mani sapendo che si sarebbe accaparrato l'appalto con carattere di somma urgenza, cioè senza gara (l'ultimo era stato quello per il rifacimento di via di Sangiuliano e l'hanno fatto talmente d'urgenza, "arrunzatu", che è finita che per sant'Agata la processione ha dovuto deviare il percorso per via delle buche e rischiavano di ammazzarsi)?
4) Perché, già che c'era, oltre a raccomandarci "massima prudenza", il sindaco non ci ha esortati pure a metterci la maglia di lana?

sabato 18 febbraio 2012

Cartiera assassina

La sua battaglia, quella personale con la vita, l'ha persa qualche giorno fa. Oscar Misin, operaio della Sacelit di San Filippo Del Mela e sindacalista, che di battaglie collettive con e per i suoi compagni di lavoro ne aveva fatte tante fino a diventare punto di riferimento del "Comitato ex esposti amianto", è morto di tumore provocato dall'asbesto il 12 febbraio scorso: un giorno prima che il Tribunale di Torino condannasse - per la morte di migliaia di persone esposte all'amianto (e di chissà quante altre in futuro, dal momento che la malattia può stare in incubazione trent'anni prima di manifestarsi) - i dirigenti della fabbrica Eternit di Casal Monferrato a sedici anni di reclusione con una sentenza da molti definita storica. Perché in un paese anormale ciò che dovrebbe essere normale diventa straordinario.
Dei 220 operai Sacelit ne è già morta circa metà. A Misin è toccato il numero 108. Di Rosario Lamari, operaio della Keyes di Fiumefreddo, invece, non si sa che posto occupi nel numero delle vittime dell'amianto. In quella fabbrica, messa sotto sequestro su disposizione della procura di Catania il 17 febbraio scorso a dodici anni dalla chiusura per fallimento (e tre anni dopo un altro sequestro per via delle centinaia di tonnellate di amianto rimaste sul terreno) perché nessuna bonifica era stata effettuata, Lamari ci aveva lavorato per trent'anni, dal 1972 fino alla chiusura, e nel 2007 si era ammalato: sbandamenti, vertigini, mal di testa, le gambe che non gli reggevano, sdoppiamento della vista. Così per circa otto mesi e poi se n'era andato, a cinquantasei anni. Il figlio racconta che i medici - prima di emettere la diagnosi di glioblastoma, un tumore al cervello devastante e fulminante - gli avevano fatto una domanda ben precisa: se avesse lavorato in un posto dove c'erano colle, vernici e amianto. C'era tutto questo alla cartiera in cui si producevano i cartoni per le uova che si trova a un tiro di schioppo dalla riserva naturale e dalla spiaggia di Marina di Cottone, alla quale da anni Legambiente assegna la bandiera blu, simbolo di mare incontaminato. C'era tutto questo e l'amianto era dappertutto: non solo nelle coperture dei capannoni, ma nella coibentazione del forno in cui i cartoni venivano essiccati, nella copertura dei macchinari, nelle tubature di tutta la fabbrica. Un operaio racconta che, quando la cartiera fu dismessa, quei tubi li tagliavano a mani nude e senza alcuna protezione.
Però ancora non si sa con esattezza quante siano le vittime. Nei comunicati degli inquirenti si parla di "vari decessi", di "diversi operai" morti per tumore ai polmoni, ma un numero non c'è. Gli stessi lavoratori sanno che i loro compagni si sono ammalati. Lo sanno anche per via di una serie di rilievi mossi dal professor Vincenzo Milana, ordinario di Medicina legale nella facoltà di Giurisprudenza di Catania, a una "consulenza tecnica d'ufficio" redatta dal professor Eraldo Marziano su incarico della stessa azienda dopo che, nel 1995, alcuni operai avevano chiesto a fini pensionistici una dichiarazione dalla quale risultasse che durante gli anni in cui ci avevano lavorato erano stati esposti al rischio di inalare fibre di amianto. La richiesta degli operai derivava dai risultati di una verifica effettuata nell'estate di quello stesso anno dal Servizio di Medicina del Lavoro dell'Ausl 3 dalla quale emergeva come la coibentazione fosse "notevolmente sfaldata con evidente dispersione di fibre negli ambienti di lavoro". Solo poco meno di un anno dopo - fa notare Milana - l'azienda aveva provveduto a "incapsulare il materiale contenente amianto mediante un lamierino di alluminio" e malgrado ciò ancora qualche mese dopo nell'ambiente c'erano particelle di amianto, "anche se in quantità tollerabili". Milana sottolinea che il consulente d'ufficio fece la sua perizia ("accertamento di parte - dice, fra l'altro - senza alcuna garanzia per i lavoratori sulla sua obiettività") in cui escludeva il rischio di patologie legate alla presenza di quel materiale soltanto dopo la bonifica e peraltro "nel corso di un solo sopralluogo". E spiega: "Lo stabilimento lavora con un ciclo continuo e quindi risulta quanto meno verosimile che l'immissione di materiale contenente fibre di amianto possa avvenire con sensibili variazioni con elevazione delle quantità disperse nell'arco delle 24 ore tanto da rendere rischioso l'ambiente di lavoro". Il docente universitario infine aggiunge che lo stesso Marziano non escludeva che prima della bonifica il rischio fosse esistito e conclude che, se dopo quell'intervento c'erano ancora particelle di amianto nell'ambiente, "risulta ragionevolmente certo che dette particelle fossero molto più abbondanti prima della bonifica e pericolose per la salute dei lavoratori".
Che, infatti, si sono ammalati. Non si sa quanti: vari, diversi. E il numero esatto forse salterà fuori fra una ventina d'anni, quando sarà chiaro il nesso fra i decessi e quella fabbrica. Intanto, quasi a voler circoscrivere il rischio e scacciare lo spettro che tutti i lavoratori di quella fabbrica possano rimetterci la vita e non soltanto chi è stato a più a stretto contatto con l'amianto, quelli che sono rimasti ripetono quasi ossessivamente: "I caldaisti, i caldaisti sono morti tutti".
E c'è ancora da capire perché e sulla base di quali accertamenti Legambiente abbia dato le bandiere blu a quella zona piena di fiumi sotterranei che nel loro cammino verso il mare trascinano con sé le scorie tossiche e, soprattutto, qualcuno dovrà spiegare perché la bonifica disposta dalla Procura di Catania non sia stata eseguita.

mercoledì 15 febbraio 2012

Editto sanremese

Sanremo non l'ho visto. Il martedì sera guardo Ballarò, che non è una trasmissione che mi fa impazzire, ma la guardo per Crozza che è l'unico che dice cose intelligenti. Ieri sera, poi, avevo una ragione in più per seguirla; una ragione - diciamo così - di campanilismo politico: c'era il segretario nazionale del mio partito. E siccome Diliberto in prima serata su una rete Rai è un evento come la neve a Roma e - per dirla con Crozza - succede una volta ogni morte di papa, era un evento da non perdere (anche se ho il forte sospetto che lo abbiano invitato proprio perché sapevano che i più sarebbero stati sintonizzati sulla prima rete, a farsi rincretinire da superminchiate supermolleggiate).
Non l'ho visto ma ho avuto un sussulto, un brivido di orrore quando, stamattina, ho sentito dai giornali-radio la frase di Celentano su Avvenire e Famiglia cristiana che andrebbero chiusi solo perché lo hanno criticato per il suo compenso stratosferico (e solo dopo le polemiche ha annunciato che lo avrebbe devoluto a Emergency). Sicché adesso io - atea e anticlericale, che coltiva un sacrosanto odio verso le gerarchie cattoliche - mi ritrovo a dover difendere quei giornali. Perché comunque difendo la libertà di espressione, pilastro portante della democrazia.
Dove sarebbe, di grazia, la differenza fra i berlusconiani editti bulgari contro Biagi, Santoro, Luttazzi e Travaglio e l'editto sanremese del guru del qualunquismo che - dopo essersi commosso fra le bombe - ha cominciato a bombardare la democrazia? E dove sarebbe la differenza con le trame di Palazzo e con i fascisti di destra e di centro che hanno inciuciato per far fuori i comunisti dal Parlamento costringendoli così anche a chiudere i loro giornali e a mandare a casa chi ci lavorava?
Sarà perché io ci ho lavorato per uno di quei giornali, ma per me ogni volta che ne chiude uno è come se morisse una persona cara. Che è non tanto o non solo quel giornale, ma è la democrazia stessa. E' come se dal corpo della democrazia venisse amputato un pezzo.
Pensate, io non sarei contenta nemmeno se chiudesse quel giornale di merda che si fa dalle mie parti. Perché dietro a un editore bastardo (che il modo di fare soldi lo troverà comunque) ci sono delle persone in carne ed ossa che rischiano di perdere il lavoro. Ma questo uno che per sparare minchiate per un'ora al giorno per cinque giorni guadagna centinaia di milioni di euro non lo può capire.

sabato 11 febbraio 2012

Farsa epistolare

Stancanelli somiglia a uno di quegli uomini che, nel corso della notte, a intervalli regolari, farfugliano qualcosa nel sonno facendoti pensare che si stiano svegliando e invece si girano dall'altra parte e si rimettono a russare.
Sicché, ciclicamente, il sindaco di Catania si sveglia e fa tre cose: a) comunica che il bilancio comunale è stato risanato; b) informa che comunque lui questo stato di cose lo ha "ereditato" (ma, da avvocato, dovrebbe sapere che un'eredità si può rifiutare o al limite accettare con il beneficio di inventario); c) prende carta e penna e scrive a qualcuno per chiedergli soldi.
Nel settembre del 2008, cioè appena tre mesi dopo essere stato eletto, il primo cittadino catanese, succeduto al suo amico di partito Umberto Scapagnini, intinse la piuma nel calamaio e penna e scrisse al presidente del consiglio e capo del suo partito, Silvio Berlusconi, per illustrare la drammatica situazione di Catania non dimenticando di "dissociarsi" dal suo predecessore - "Non voglio essere corresponsabile della definitiva sconfitta di Catania" - e dimenticando invece di esserlo, perché mentre il saccheggiatore partenopeo si sputtanava i soldi dei catanesi in ballerine brasiliane e giocava con la neve inforcando gli sci e cimentandosi nel centimetro lanciato in via di Sangiuliano, lui era Assessore regionale agli Enti locali, cioè quello che avrebbe dovuto fargli il culo vedendo che le casse comunali erano diventate consunte come una modella anoressica. Però lui continuava e continua: non sono stato io. Dopo di che, con una serie di operazioni "fantasiose" svelate un anno dopo da Milena Gabanelli, il suo padrone (quello nordico, perché ne ha anche uno sudista) gli concesse centoquaranta milioni di euro. Grazie ai quali, stando a quello che ci racconta appunto ciclicamente e facendo un po' di somme, Stancanelli sarebbe riuscito a coprire debiti per almeno centoquaranta milioni di milioni di euro, saldando i fornitori, risanando il bilancio delle partecipate (è dei giorni scorsi la notizia che l'Amt non può pagare gli stipendi di gennaio), pagando tutte le utenze, eccetera. Certamente li ha spesi per continuare ad assegnare consulenze e per pagare sette milioni di euro la diretta televisiva del consiglio comunale convocato per dirci che non si sarebbe dimesso perché aveva risanato le casse comunali.
Poi si è girato dall'altra parte e si è rimesso a russare. Ma ieri ha ripreso dita e tastiera e ha scritto al nuovo presidente del consiglio per un nuovo giro di questua dimostrando che Catania è ancora con il culo per terra e che non c'è stato alcun risanamento. Anche questa volta, scegliendo i toni allarmistici e sottolineando di avere ereditato la situazione debitoria da quello di prima e di essersi invece adoperato per "invertire il trend finanziario delle precedenti gestioni che aveva portato il Comune di Catania sull’orlo del dissesto", a Mario Monti ha chiesto soldi e in particolare 50 milioni di euro di trasferimenti ai comuni senza i quali - ammonisce - non saranno più garantiti alcuni servizi, in particolare quelli sociali e "tutti quelli connessi al ciclo di smaltimento dei rifiuti" (ma dubito che ce ne accorgeremmo), e non sarà possibile pagare gli stipendi ai dipendenti comunali e a quelli delle partecipate. Per essere più convincente, la lettera l'ha fatta firmare pure dal ragioniere generale e l'ha indirizzata anche al Ministro dell'Interno avvertendo che ci potrebbero essere problemi di ordine pubblico. Che voglia inforcare anche lui il forcone?
Comunque sia, a Stancanelli - un po' Plauto e un po' Montesquieu - va certamente riconosciuto il merito di avere inaugurato un nuovo genere letterario: la farsa epistolare.

mercoledì 8 febbraio 2012

Lettere dal carcere

E' come se Gramsci scrivesse a Gobetti, o viceversa. Da perseguitato politico a perseguitato politico.
Sentite qua questa lettera carica di commozione, compassione, condivisione. E, sono certa, non riuscirete a sottrarvi anche voi a un moto di umana partecipazione e non riuscirete a trattenere il singulto.
Si intitola "Lettera aperta a Vittorio Sgarbi (riflessioni di un sindaco siciliano)" e rappresenta un altissimo esempio di prosa deamicisiana. Roba da Nobel per la letteratura.
Eccola, dunque:
"Apprendo con rammarico la notizia delle dimissioni di Vittorio Sgarbi, da Sindaco di Salemi.
Io non so come e perché a Sgarbi sia capitato di candidarsi ed essere eletto sindaco di un comune della provincia di Trapani (io un'idea ce l'avrei: metodo Cetto Laqualunque? ndr), ma posso pensare che il personaggio, quale indubbiamente egli è, sia stato solleticato dall'idea di cimentarsi in un'impresa complessa; forse per misurare la propria forza interiore, per coltivare la passione di realizzare un modello amministrativo nuovo in una terra difficile. E' questa la lettura che io ho dato alle sue tante iniziative, che spesso sono state delle provocazioni per affermare un concetto: 'possiamo e dobbiamo cambiare'.
Probabilmente il limite di quest'impostazione è stato quello di non valutare appieno le difficoltà dell'operare in una terra dove è difficile riuscire a non calpestare le mine sparse sul territorio.
Condivido l'odierna scelta di Sgarbi, perché il coraggio non deve essere confuso con l'incoscienza.
Immagino e conosco le difficoltà che egli ogni giorno avrà incontrato nel suo percorso di Sindaco di un medio comune siciliano: impossibilità di spesa, personale in eccesso di cui non ci si può liberare, professionalità necessarie che non si possono assumere, vincoli urbanistici imposti per imbalsamare il territorio, finanziamenti mai arrivati per la tutela dell'incolumità dei cittadini, finanziamenti che per essere appaltati necessitano di anni di burocrazia, etc. etc. etc.
Quanto basta per disgustare anche i più determinati, che si ritrovano ad affrontare ogni problematica da soli, senza mai riuscire a venirne a capo.
Forse Sgarbi non aveva messo in conto tutto questo, forse si era illuso che la sua volontà di fare, di vincere una scommessa, di realizzare una vittoria personale, di poter essere sprone per altri, di metterci tutta la sua energia, gli avrebbero consentito di realizzare un sogno.
Il suo sogno si è infranto contro una realtà più grande di lui. Si è perduto in un mondo vischioso, melmoso, dove ognuno ritiene di essere unico, indispensabile.
Forse Sgarbi si illudeva di attuare una rivoluzione culturale a 360 gradi, cosa di cui ci sarebbe immenso bisogno. Ma purtroppo non ha fatto i conti con le incrostazioni profonde, 'rugginose', che permeano la società siciliana, di cui tutti possiamo responsabili, direttamente o no, e credere di potersi tirare fuori, per chiunque abbia svolto ruoli pubblici in questa difficilissima quanto bellissima terra, è un tentativo vano.
Mi dispiace che tu abbia fallito, Vittorio, ma mi rendo conto che non potevi vincere, pertanto non considerarti perdente perché hai fatto del tuo meglio. Sappi che se un giorno il tuo sogno svanito dovesse diventare realtà, quel giorno questa terra di Sicilia sarebbe la più bella che esiste al mondo.
I giovani forse realizzeranno il sogno, noi abbiamo il dovere di incoraggiarli".

sigh sigh sigh sob sob sob sob sob sigh sob....

Oh, scusate: non riuscivo a trattenere il pianto e ho dimenticato di dirvi chi è l'autore di cotanta prova letteraria. Trattasi di Firrarello Giuseppe, in arte Pino, esponente di spicco del Pdl in Sicilia e sindaco di Bronte, condannato in primo grado a due anni e sei mesi di reclusione per corruzione e turbativa d'asta con l'aggravante di "agevolazione dell'associazione mafiosa" nell'ambito del processo per lo scandalo relativo alla costruzione dell'ospedale Garibaldi di Catania (mazzette à go-go).
Però la lettera non l'ha scritta dal carcere.