E dunque, dopo essersi fatto notare per avere scaldato gli scranni prima a Palazzo degli Elefanti e poi al Parlamento nazionale, il giovane rampollo di una delle famiglie politiche che comandano a Catania da almeno quarant’anni, allevato a pane e apparati, a consociativismo inzuppato nel latte, recentemente colpito da presenzialismo galoppante che lo ha visto presiedere conferenze sul clientel…pardon…sull’occupazione e inventarsi movimentista presentandosi ovunque ci fossero folle a cui far credere, per esempio, che il Pd ha vinto le recenti elezioni amministrative finalmente ha gettato la maschera. E, in nome di un presunto rinnovamento alla Renzi (quello che va in pellegrinaggio da Berlusconi forse sperando di raccattare qualche briciola di gnocca e una sniffata di potere) che passerebbe soltanto per il certificato di nascita, Giuseppe Berretta, parlamentare del Pd per grazia ricevuta, sembra abbia ufficializzato la propria candidatura a sindaco di Catania. Ovviamente (e ci saremmo preoccupati del contrario) passando per le primarie. Perché loro sì che sono democratici.
E’ il caso di ricordare che Giuseppe Berretta è uno dei più convinti paladini del sostegno al governo regionale di Raffaele Lombardo, un convertito - si direbbe – leggendo quanto scriveva meno di due anni fa ed esattamente il 5 dicembre 2009: “Noi non c’entriamo nulla con l’Mpa, col Pdl né con l’Udc, non c’entriamo con le loro storie, con i loro governi, anche perché li conosciamo bene: a Catania, come a Palermo e a Roma”. E cos’è successo, di grazia, che nel frattempo – mentre si fanno sempre più pesanti e insistenti le accuse al governatore di avere rapporti con la mafia - ha fatto diventare Lombardo un santo? Il giovane Berretta, classe 1970, ha fatto un po’ di conti?
Voglio precisare che io non sopporto quelli che hanno superato i cinquant’anni che, per il solo fatto di essere al mondo da mezzo secolo e anche se (e soprattutto se) non hanno capito un cazzo della vita, solo per aver vissuto più degli altri pensano di avere diritto di salire in cattedra e dare lezioni – considerando deficienti i giovani e, con le loro odiose paternali, facendoli scappare a gambe levate -, ma ancor meno sopporto i presunti giovani, vecchi dentro, giovani che bramano e tramano per il potere fine a se stesso.
E ci sarebbe anche da sottolineare quanto siano giovani, giovani dentro, giovani, emozionati ed entusiasti, quelli che fanno politica per passione e che spesso sono proprio i “penalizzati” dall’anagrafe. A parte che questa esaltazione a tutti i costi della giovane età mi ricorda tanto il mito fascista della giovinezza e della forma fisica, riproposto poi nelle frequentazioni femminili da Silvio Berlusconi. E poi a questa generazione dei quarantenni alla Renzi, quarantenni ammuffiti, vorrei chiedere: come si fa il calcolo? Uno è giovane fino a quarant’anni e a quarantuno non lo è più? E’ vecchio a quaranta e mezzo o a cinquanta e mezzo? E chi può essere – dal momento che quella dell’età è una cazzata col botto, usata da chi non ha altri argomenti e sa di non essere credibile - il giudice supremo della vecchiaia o della giovinezza di qualcuno? Immagino che della commissione esaminatrice che dovrà decidere chi dovrà guidare Catania o l’intero Paese faranno parte il giovane Renzi e il giovane Berretta e magari, come membro esterno, ci mettiamo pure il Trota che rappresenta il futuro politico dell’Italia.
Non mi piace e considero ipocrita, retorica e vomitevole questa contrapposizione fra presunti vecchi e sedicenti giovani, la cui sola età sarebbe la panacea di tutti i mali: giovani/vecchi che come unico obiettivo hanno la gestione del potere.
L’unica contrapposizione che riconosco è quella - netta e senza possibilità di inciuci - fra chi si batte per il lavoro, per i diritti e per la legalità e chi invece sta dalla parte dei padroni, del potere clientelare, del lavoro come favore, della sanità negata, degli appalti senza gara, dei rapporti elettorali con i boss. Si chiamano - con una semplificazione che fa ricorso alle “vecchie” categorie in uggia ai rottamatori - rispettivamente sinistra e destra. Ma forse il giovane Berretta è ancora troppo giovane (o troppo vecchio e scafato) per capire questa differenza
sabato 11 giugno 2011
Poveri di democrazia
Arrivano quasi contemporaneamente, come due treni che non hanno visto il semaforo, senti solo un gran stridore di freni e poi il botto. Il contrasto è raccapricciante come il rumore del gessetto che si spezza sulla lavagna mentre scrivi e ti fa accapponare la pelle.
Sono due notizie che riguardano l’economia siciliana. La prima arriva dalla Banca d’Italia ed è il rapporto annuale sul mercato del lavoro in Sicilia redatto dalla sede palermitana dell’Istituto di credito. Sensazioni e concretezze che ciascuno di noi vive sulla propria pelle, ma qui trasformati in dati, tanto asettici quanto inequivocabili, non passibili di interpretazioni soggettive e dunque crudeli.
Per il quarto anno di seguito – spiega Bankitalia –, l’occupazione diminuisce ancora. Come un’agonia lenta e inesorabile. Nel 2010 è scesa di un altro 1,7% (nel 2009 era a -1,1%), arrivando al 42,7%, cioè soltanto 43 persone scarse su cento hanno un lavoro e non c’è un settore che si salvi a parte l’agricoltura che è in lievissima crescita – ammesso che una lievissima crescita, rispetto a nulla, sia una salvezza - e che meriterebbe l’analisi di uno specialista. Lo studio della Banca ci spiega che gli uomini perdono il lavoro più delle donne, che calano del 3% i posti di lavoro a tempo indeterminato mentre aumentano del 4,2 quelli a tempo determinato e non c’è “scuola alta” che tenga, perché il virus colpisce indistintamente i laureati come le persone con un livello di istruzione basso. E già è possibile fare un paio di considerazioni “da bar”, senza pretese scientifiche: la prima è che forse le donne perdono il lavoro meno degli uomini perché ne hanno meno in partenza, perché smettono prima di cercarlo, perché fanno figli e se non hai un lavoro non ce la fai a mettere in conto fra le uscite anche i duecento euro al mese che servirebbero in media per mandarne uno al nido e anche se dovessi decidere di affrontarla questa spesa – come investimento per il futuro, perché vorresti accettarlo quel part-time sottopagato che ti era stato prospettato – non è detto che tuo figlio al nido lo prendano, perché – come emerge da un’indagine di Cittadinanzattiva sugli asili nido comunali in Sicilia – le liste d’attesa sono tali che un bimbo su tre resta fuori. E così, ancora una volta, le donne sono costrette a piegarsi a una “tradizione” selvaggia e fuori dal tempo. L’altra considerazione attiene all’allergia dei padroni verso regole e diritti dei lavoratori e al ricatto che – in questa terra più che altrove – è costretto a subire chi cerca lavoro: se lo vuoi, te lo danno a tempo determinato, magari a tre mesi. Ti assumono e ti licenziano subito, senza lasciarti il tempo di maturare ferie o anzianità di servizio. Sarà anche per questo, perché ti passa la fantasia, che – sempre in base ai dati di Bankitalia – si fa “decisamente preoccupante” la percentuale di giovani che non studiano e non lavorano: nel 2010 erano 38,1% i ragazzi siciliani fra i 15 e i 34 anni entrati a far parte della Neet generation. Ragazzi che un lavoro non lo cercano più, come se non cercassero più il futuro, non si illudono più che studiare sia la loro arma di riscatto e gravano sulle famiglie ormai a un passo dal baratro. E’ ancora lo studio della Banca d’Italia a dirci che in Sicilia 24 famiglie su 100 sono in condizioni di “povertà relativa”.
Poi arriva la seconda notizia, praticamente uno schiaffo alla sofferenza di chi non ha lavoro, un ceffone tanto più bruciante perché te la spacciano come una cosa positiva. Ebbene, in territorio di Misterbianco, alle porte di Catania – la provincia con la maggiore densità dei centri commerciali rispetto a tutto il territorio nazionale – è sorto un nuovo centro commerciale. Ma per farne che? Ci dicono che “a regime” – formula magica che vuol dire tutto e niente – questo nuovo centro creerà mille nuovi posti di lavoro in più. Intanto, proprio per questo, continuano a chiudere i negozi del centro e la gente viene licenziata, disoccupati che si aggiungono a disoccupati, e finirà che pure per andare a comprare il pane la gente sarà costretta a prendere la macchina e a intasare le strade. E chi la macchina non ce l’ha perché non può più permettersi di fare benzina e pagare l’assicurazione?
Come se non bastasse, andarsi a rinchiudere in quelle megatrappole per topi dove gli uomini e le donne vengono lobotomizzati, significherà restare poveri anche di sole, di mare, di rapporti umani che si instaurano con il negoziante sotto casa, della vista dei monumenti del centro storico, in definitiva di cultura. E forse è proprio questo che vogliono: renderci poveri e, ancora una volta, ricattabili. Poveri di soldi, poveri di cultura, poveri di democrazia. A tutto beneficio della principale azienda nazionale, la Mafia SpA, e dei governi che la sostengono e ne sono sostenuti.
Sono due notizie che riguardano l’economia siciliana. La prima arriva dalla Banca d’Italia ed è il rapporto annuale sul mercato del lavoro in Sicilia redatto dalla sede palermitana dell’Istituto di credito. Sensazioni e concretezze che ciascuno di noi vive sulla propria pelle, ma qui trasformati in dati, tanto asettici quanto inequivocabili, non passibili di interpretazioni soggettive e dunque crudeli.
Per il quarto anno di seguito – spiega Bankitalia –, l’occupazione diminuisce ancora. Come un’agonia lenta e inesorabile. Nel 2010 è scesa di un altro 1,7% (nel 2009 era a -1,1%), arrivando al 42,7%, cioè soltanto 43 persone scarse su cento hanno un lavoro e non c’è un settore che si salvi a parte l’agricoltura che è in lievissima crescita – ammesso che una lievissima crescita, rispetto a nulla, sia una salvezza - e che meriterebbe l’analisi di uno specialista. Lo studio della Banca ci spiega che gli uomini perdono il lavoro più delle donne, che calano del 3% i posti di lavoro a tempo indeterminato mentre aumentano del 4,2 quelli a tempo determinato e non c’è “scuola alta” che tenga, perché il virus colpisce indistintamente i laureati come le persone con un livello di istruzione basso. E già è possibile fare un paio di considerazioni “da bar”, senza pretese scientifiche: la prima è che forse le donne perdono il lavoro meno degli uomini perché ne hanno meno in partenza, perché smettono prima di cercarlo, perché fanno figli e se non hai un lavoro non ce la fai a mettere in conto fra le uscite anche i duecento euro al mese che servirebbero in media per mandarne uno al nido e anche se dovessi decidere di affrontarla questa spesa – come investimento per il futuro, perché vorresti accettarlo quel part-time sottopagato che ti era stato prospettato – non è detto che tuo figlio al nido lo prendano, perché – come emerge da un’indagine di Cittadinanzattiva sugli asili nido comunali in Sicilia – le liste d’attesa sono tali che un bimbo su tre resta fuori. E così, ancora una volta, le donne sono costrette a piegarsi a una “tradizione” selvaggia e fuori dal tempo. L’altra considerazione attiene all’allergia dei padroni verso regole e diritti dei lavoratori e al ricatto che – in questa terra più che altrove – è costretto a subire chi cerca lavoro: se lo vuoi, te lo danno a tempo determinato, magari a tre mesi. Ti assumono e ti licenziano subito, senza lasciarti il tempo di maturare ferie o anzianità di servizio. Sarà anche per questo, perché ti passa la fantasia, che – sempre in base ai dati di Bankitalia – si fa “decisamente preoccupante” la percentuale di giovani che non studiano e non lavorano: nel 2010 erano 38,1% i ragazzi siciliani fra i 15 e i 34 anni entrati a far parte della Neet generation. Ragazzi che un lavoro non lo cercano più, come se non cercassero più il futuro, non si illudono più che studiare sia la loro arma di riscatto e gravano sulle famiglie ormai a un passo dal baratro. E’ ancora lo studio della Banca d’Italia a dirci che in Sicilia 24 famiglie su 100 sono in condizioni di “povertà relativa”.
Poi arriva la seconda notizia, praticamente uno schiaffo alla sofferenza di chi non ha lavoro, un ceffone tanto più bruciante perché te la spacciano come una cosa positiva. Ebbene, in territorio di Misterbianco, alle porte di Catania – la provincia con la maggiore densità dei centri commerciali rispetto a tutto il territorio nazionale – è sorto un nuovo centro commerciale. Ma per farne che? Ci dicono che “a regime” – formula magica che vuol dire tutto e niente – questo nuovo centro creerà mille nuovi posti di lavoro in più. Intanto, proprio per questo, continuano a chiudere i negozi del centro e la gente viene licenziata, disoccupati che si aggiungono a disoccupati, e finirà che pure per andare a comprare il pane la gente sarà costretta a prendere la macchina e a intasare le strade. E chi la macchina non ce l’ha perché non può più permettersi di fare benzina e pagare l’assicurazione?
Come se non bastasse, andarsi a rinchiudere in quelle megatrappole per topi dove gli uomini e le donne vengono lobotomizzati, significherà restare poveri anche di sole, di mare, di rapporti umani che si instaurano con il negoziante sotto casa, della vista dei monumenti del centro storico, in definitiva di cultura. E forse è proprio questo che vogliono: renderci poveri e, ancora una volta, ricattabili. Poveri di soldi, poveri di cultura, poveri di democrazia. A tutto beneficio della principale azienda nazionale, la Mafia SpA, e dei governi che la sostengono e ne sono sostenuti.
giovedì 9 giugno 2011
Orologi in fuga dal tempo
Da qualche giorno gli orologi di casa mi si stanno rivoltando contro. Essendo io una nevrotica con la fissa della puntualità, secondo la quale l’arrivare in ritardo si giustifica soltanto con il fatto che sei morto strada facendo (che poi, in quel caso, non è che arrivi in ritardo: proprio non arrivi), tengo tutti i miei orologi almeno cinque minuti avanti e la radiosveglia sul comodino addirittura di sette-otto minuti avanti preferendo ridurre i tempi di alcune fra le cose più piacevoli della vita piuttosto che viverle con l’ansia del ritardo.
Ebbene, da qualche giorno i miei orologi hanno deciso di farmi pagare questa sorta di senso di onnipotenza che mi spinge a voler governare il tempo e si stanno ribellando. A cominciare per primo è stato quello del soggiorno: cinque minuti indietro. E però, siccome va a pile, ci sta. E ci sta pure il fatto che vada indietro: è quasi normale che un orologio o perché è vecchiotto o perché hai dimenticato di metterlo in carica o, appunto, perché si stanno scaricando le batterie perda qualche minuto per strada. Poi però ci si è messo pure quello della camera da letto, quello dei sette-otto minuti in più: “Tu hai la pretesa di imporre al tempo i tuoi ritmi? Tu mi vuoi fare andare di fretta? E io mi metto a correre! Alla velocità della luce!” E via come un pazzo, a gambe levate. Non faccio in tempo a rimetterlo a posto (cioè, a posto a modo mio: sempre avanti di quei sette-otto minuti), faccio un giro per casa, metto in ordine qualcosa, torno indietro e lui è già in disordine, per la sua strada: quindici minuti, anche venti in più, in vista di chissà quale traguardo. O forse solo per farsi beffe della mia smania di puntualità.
Più crudele è stato quello del computer. Di solito, quando va via la luce, le impostazioni sballano tutte e – non so bene per quale ragione – la data torna a un giorno di febbraio del 2002 mentre l’ora varia di volta in volta, a seconda dell’estro. Stavolta la luce non era andata via, eppure qualcosa era successo: l’ora era quella giusta (con i suoi – ça va sans dire – puntuali cinque minuti in più), ma il giorno era ieri. Con le conseguenze del caso, che non sai se la verità è che la sera precedente hai bevuto un goccio di birra e sei ancora stordita o se non ti sei ancora alzata e stai sognando: già, perché apri il programma di mail e lui ti dà, con la data di oggi, le mail che avevi già letto ieri. O hai solo la sensazione di averle già lette ieri? Mah!
Insomma, per fare una verifica sono andata in camera di mio figlio, a guardare la sua radiosveglia che da qualche giorno avevo ignorato: forse era offesa per essere stata trascurata, fatto sta che era con le valigie in mano pronta per partire. Anzi, era già sulla rampa di lancio di Cape Canaveral con il fuoco sotto il culo a un attimo dal decollo verso lo spazio: trentacinque minuti avanti!
Come se non bastasse, qualcuno – ritardatario cronico (Cronografico? Cronologico? Cronometrico?) – ha dimenticato a casa mia il suo orologio da polso. Sono andata a controllare: spacca il secondo!
Alla fine, i ricercatori del Dipartimento di energia elettrica dell’Università di Catania – dopo avere messo insieme troppe segnalazioni simili perché non ci fosse una spiegazione razionale – hanno chiarito che sì, è vero, gli orologi digitali vanno avanti forse per la presenza di generatori di energia (come gli impianti fotovoltaici) che possono causare delle variazioni di frequenza, mentre qualcun altro pensa che la responsabilità possa essere attribuita al fatto che in questi giorni si stanno effettuando lavori al cavo sottomarino che porta l’energia elettrica in Sicilia e questo provocherebbe sbalzi nell’erogazione della corrente elettrica.
Sarà, ma non sono del tutto sicura che gli orologi (e gli uomini) non stiano cercando di scappare da questo tempo.
Ebbene, da qualche giorno i miei orologi hanno deciso di farmi pagare questa sorta di senso di onnipotenza che mi spinge a voler governare il tempo e si stanno ribellando. A cominciare per primo è stato quello del soggiorno: cinque minuti indietro. E però, siccome va a pile, ci sta. E ci sta pure il fatto che vada indietro: è quasi normale che un orologio o perché è vecchiotto o perché hai dimenticato di metterlo in carica o, appunto, perché si stanno scaricando le batterie perda qualche minuto per strada. Poi però ci si è messo pure quello della camera da letto, quello dei sette-otto minuti in più: “Tu hai la pretesa di imporre al tempo i tuoi ritmi? Tu mi vuoi fare andare di fretta? E io mi metto a correre! Alla velocità della luce!” E via come un pazzo, a gambe levate. Non faccio in tempo a rimetterlo a posto (cioè, a posto a modo mio: sempre avanti di quei sette-otto minuti), faccio un giro per casa, metto in ordine qualcosa, torno indietro e lui è già in disordine, per la sua strada: quindici minuti, anche venti in più, in vista di chissà quale traguardo. O forse solo per farsi beffe della mia smania di puntualità.
Più crudele è stato quello del computer. Di solito, quando va via la luce, le impostazioni sballano tutte e – non so bene per quale ragione – la data torna a un giorno di febbraio del 2002 mentre l’ora varia di volta in volta, a seconda dell’estro. Stavolta la luce non era andata via, eppure qualcosa era successo: l’ora era quella giusta (con i suoi – ça va sans dire – puntuali cinque minuti in più), ma il giorno era ieri. Con le conseguenze del caso, che non sai se la verità è che la sera precedente hai bevuto un goccio di birra e sei ancora stordita o se non ti sei ancora alzata e stai sognando: già, perché apri il programma di mail e lui ti dà, con la data di oggi, le mail che avevi già letto ieri. O hai solo la sensazione di averle già lette ieri? Mah!
Insomma, per fare una verifica sono andata in camera di mio figlio, a guardare la sua radiosveglia che da qualche giorno avevo ignorato: forse era offesa per essere stata trascurata, fatto sta che era con le valigie in mano pronta per partire. Anzi, era già sulla rampa di lancio di Cape Canaveral con il fuoco sotto il culo a un attimo dal decollo verso lo spazio: trentacinque minuti avanti!
Come se non bastasse, qualcuno – ritardatario cronico (Cronografico? Cronologico? Cronometrico?) – ha dimenticato a casa mia il suo orologio da polso. Sono andata a controllare: spacca il secondo!
Alla fine, i ricercatori del Dipartimento di energia elettrica dell’Università di Catania – dopo avere messo insieme troppe segnalazioni simili perché non ci fosse una spiegazione razionale – hanno chiarito che sì, è vero, gli orologi digitali vanno avanti forse per la presenza di generatori di energia (come gli impianti fotovoltaici) che possono causare delle variazioni di frequenza, mentre qualcun altro pensa che la responsabilità possa essere attribuita al fatto che in questi giorni si stanno effettuando lavori al cavo sottomarino che porta l’energia elettrica in Sicilia e questo provocherebbe sbalzi nell’erogazione della corrente elettrica.
Sarà, ma non sono del tutto sicura che gli orologi (e gli uomini) non stiano cercando di scappare da questo tempo.
martedì 7 giugno 2011
Referendum: domande a testa in giù in un Paese all'incontrario
Quando ascolti distrattamente i giornali radio della mattina, mentre ti stai preparando per andare al lavoro e intanto rifai il letto, dai l’acqua alle piante, lavi la tazza della colazione, ti può capitare di commentare una notizia d’istinto, senza inquadrarla nel momento storico.
E’ quello che mi è successo stamattina. Riferivano che alcuni giornalisti hanno chiesto al presidente Napolitano se andrà a votare per i referendum del 12 e 13 giugno: “Che domanda del cazzo!”, è stata – confesso – la mia prima reazione. Sbagliavo. Sarebbe stata una domanda del cazzo se questo fosse un Paese dove i vertici istituzionali danno il buon esempio, lo sarebbe stata se qualcuno si ricordasse ancora quanta fatica, lacrime e sangue, è costato nei secoli ottenere il diritto di voto, se qualcuno si ricordasse ancora che un tempo se non eri ricco non ti facevano votare, se non eri istruito non ti facevano votare, se eri donna non ti facevano votare. E lo sarebbe stata se qualcuno si ricordasse che in questo Paese – non troppo tempo fa – c’era un regime fascista che gradualmente ha tolto la parola agli oppositori, ha condizionato la stampa, ha chiuso le urne elettorali e c’è voluto tutto il coraggio e tutta l’indignazione del mondo e ci sono voluti i ragazzi morti sulle montagne per riconquistare il diritto di voto e di parola. E lo sarebbe stata se fosse chiaro a tutti quanto il voto sia una grande conquista: diritto-dovere – così ce lo spiegavano a scuola quando si faceva Educazione civica -; dovere soltanto civico, certo, che non implica conseguenze penali o sanzioni di alcun tipo se non vai a votare. Però se non lo eserciti significa che non lo sai quanta fatica è costato conquistare questo diritto. Di più: significa che se hai dimostrato tanto disinteresse per le cose del tuo Paese, non è che all’improvviso ti svegli la mattina e decidi che anche tu vuoi incidere. Lo so, nel frattempo l’astensione ha assunto sempre più il significato di un voto politico e questo discorso non vale più, ma vi assicuro che è forte la voglia di dirgliene quattro a quelli che non vanno a votare e poi si lamentano.
Ma torniamo a Napolitano: alla presunta “domanda del cazzo” (dal momento che in un Paese civile è ovvio che le massime istituzioni diano l’esempio), il presidente Napolitano ha dato una risposta necessariamente altrettanto “del cazzo”, dicendo che farà “il suo dovere”. Cioè ha risposto con un’ovvietà ad una domanda che non avrebbe neppure essere posta se non fosse che dall’altro lato c’è un altro presidente, quello del consiglio, che da mesi fa di tutto e con tutti i mezzi (dalle finte modifiche di legge alla richiesta di intervento della Corte costituzionale) per vanificare questi quattro referendum, fino a definire “inutile” quello sul nucleare (e qualcuno dovrebbe spiegare a Berlusconi – che non fa altro che ripetere di essere stato eletto dal popolo – che al referendum è il popolo che si esprime e che il voto del popolo non è inutile o utile a seconda del suo comodo).
Ma i giornalisti di un Paese che cammina a mani in giù e piedi in aria purtroppo quella domanda a Napolitano hanno dovuto farla, proprio perché c’è uno – che dovrebbe avere la stessa autorevolezza e dare il buon esempio – che invece ha definito inutile un referendum. E se continua così, finirà che i giornalisti al Presidente della Repubblica dovranno chiedere se è vero che uccidere è reato, se è vero che i mafiosi non sono eroi ma bastardi, se è giusto che corrompendo qualcuno si vada in galera, se è normale che la legge sia uguale per tutti.
Io il 12 e 13 giugno ci andrò a votare, come ho sempre fatto del resto (tranne una volta sola: quasi si trattava di scegliere come presidente della provincia fra un fascista e un fascistello), e mi auguro che almeno questa volta i cultori dell’astensionismo deroghino rispetto alle loro abitudini: perché l’accanimento con il quale l’assassino di democrazia che occupa la poltrona di palazzo Chigi persegue, malgrado i risultati elettorali di qualche giorno fa, il compito affidatogli da Licio Gelli (e la cancellazione di Annozero, al di là di ogni logica, è solo l’ultimo guanto di sfida lanciato alla democrazia), alla fine si tradurrà nella cancellazione di tutti i diritti. E non ci toglieranno solo l’acqua, ma pure l’aria.
E’ quello che mi è successo stamattina. Riferivano che alcuni giornalisti hanno chiesto al presidente Napolitano se andrà a votare per i referendum del 12 e 13 giugno: “Che domanda del cazzo!”, è stata – confesso – la mia prima reazione. Sbagliavo. Sarebbe stata una domanda del cazzo se questo fosse un Paese dove i vertici istituzionali danno il buon esempio, lo sarebbe stata se qualcuno si ricordasse ancora quanta fatica, lacrime e sangue, è costato nei secoli ottenere il diritto di voto, se qualcuno si ricordasse ancora che un tempo se non eri ricco non ti facevano votare, se non eri istruito non ti facevano votare, se eri donna non ti facevano votare. E lo sarebbe stata se qualcuno si ricordasse che in questo Paese – non troppo tempo fa – c’era un regime fascista che gradualmente ha tolto la parola agli oppositori, ha condizionato la stampa, ha chiuso le urne elettorali e c’è voluto tutto il coraggio e tutta l’indignazione del mondo e ci sono voluti i ragazzi morti sulle montagne per riconquistare il diritto di voto e di parola. E lo sarebbe stata se fosse chiaro a tutti quanto il voto sia una grande conquista: diritto-dovere – così ce lo spiegavano a scuola quando si faceva Educazione civica -; dovere soltanto civico, certo, che non implica conseguenze penali o sanzioni di alcun tipo se non vai a votare. Però se non lo eserciti significa che non lo sai quanta fatica è costato conquistare questo diritto. Di più: significa che se hai dimostrato tanto disinteresse per le cose del tuo Paese, non è che all’improvviso ti svegli la mattina e decidi che anche tu vuoi incidere. Lo so, nel frattempo l’astensione ha assunto sempre più il significato di un voto politico e questo discorso non vale più, ma vi assicuro che è forte la voglia di dirgliene quattro a quelli che non vanno a votare e poi si lamentano.
Ma torniamo a Napolitano: alla presunta “domanda del cazzo” (dal momento che in un Paese civile è ovvio che le massime istituzioni diano l’esempio), il presidente Napolitano ha dato una risposta necessariamente altrettanto “del cazzo”, dicendo che farà “il suo dovere”. Cioè ha risposto con un’ovvietà ad una domanda che non avrebbe neppure essere posta se non fosse che dall’altro lato c’è un altro presidente, quello del consiglio, che da mesi fa di tutto e con tutti i mezzi (dalle finte modifiche di legge alla richiesta di intervento della Corte costituzionale) per vanificare questi quattro referendum, fino a definire “inutile” quello sul nucleare (e qualcuno dovrebbe spiegare a Berlusconi – che non fa altro che ripetere di essere stato eletto dal popolo – che al referendum è il popolo che si esprime e che il voto del popolo non è inutile o utile a seconda del suo comodo).
Ma i giornalisti di un Paese che cammina a mani in giù e piedi in aria purtroppo quella domanda a Napolitano hanno dovuto farla, proprio perché c’è uno – che dovrebbe avere la stessa autorevolezza e dare il buon esempio – che invece ha definito inutile un referendum. E se continua così, finirà che i giornalisti al Presidente della Repubblica dovranno chiedere se è vero che uccidere è reato, se è vero che i mafiosi non sono eroi ma bastardi, se è giusto che corrompendo qualcuno si vada in galera, se è normale che la legge sia uguale per tutti.
Io il 12 e 13 giugno ci andrò a votare, come ho sempre fatto del resto (tranne una volta sola: quasi si trattava di scegliere come presidente della provincia fra un fascista e un fascistello), e mi auguro che almeno questa volta i cultori dell’astensionismo deroghino rispetto alle loro abitudini: perché l’accanimento con il quale l’assassino di democrazia che occupa la poltrona di palazzo Chigi persegue, malgrado i risultati elettorali di qualche giorno fa, il compito affidatogli da Licio Gelli (e la cancellazione di Annozero, al di là di ogni logica, è solo l’ultimo guanto di sfida lanciato alla democrazia), alla fine si tradurrà nella cancellazione di tutti i diritti. E non ci toglieranno solo l’acqua, ma pure l’aria.
sabato 4 giugno 2011
Morti e gambizzati, ma a Catania la mafia non c'è
Catania oggi si è risvegliata avvolta nello stesso incubo di sempre. No, non Catania in realtà, che continua indolente e colpevolmente fatalista come sempre il suo cammino per inerzia, un cammino statico si direbbe; non quella Catania che incarna ancora – oltre cinquant’anni dopo la fotografia brancatiana – l’immagine dei giovani seduttori inutili e ciondolanti davanti ai bar della via Etnea a veder scorrere il mondo fuori da sé. No, quella no: quella continua ad essere la Catania del “tanto si ammazzano fra di loro” o del “a mmia cchi mi nni veni?”. Nell’incubo, ancora una volta, si sono svegliati quei pochi (pochissimi) catanesi che ancora e malgrado tutto si ostinano ad amarla questa città e – come amanti respinti – a lasciarsi andare al pianto e alla rabbia.
Il cerino lo aveva acceso qualcuno già ieri e chiunque abbia un minimo di attenzione o di memoria delle cose di questa città poteva prevedere facilmente che oggi il bosco si sarebbe incendiato. Ieri a Misterbianco, diramazione e succursale mafiosa di Catania, era stato gambizzato Giuseppe Garozzo, “Pippu u maritatu”, boss di spicco del clan dei Cursoti e subito si erano concatenate le notizie: qualche giorno prima a San Gregorio (altro centro dell’hinterland catanese) altre gambe erano state raggiunte da colpi di pistola ed erano quelle del titolare di una concessionaria di auto. E subito si concatenano parole e ricordi: gambizzare, clan, concessionaria d’auto. Sembra di essere tornati ai tempi di Nitto Santapaola, delle guerre di mafia, dei cento morti l’anno. Infatti stamattina, puntuale come un orologio svizzero nella terra della lassitudine mentale (e perciò ancor più sconvolgente), è arrivata la conferma. Come da copione: alle 5 del mattino, in un bar di corso Indipendenza, mentre il titolare non vedeva e non sentiva perché intento a sistemare le brioches prima di disporle sul balcone, un sicario è entrato e ha ammazzato con alcuni colpi di pistola Salvatore Grasso, anche lui esponente del clan dei Cursoti, che in quel momento stava giocando alle slot-machine.
Che poi ci sarebbe pure da chiedersi perché uno alle 5 del mattino di un sabato di giugno, invece di avere davanti ancora un paio d’ore di sonno, sta in un bar a giocare con le macchinette. E ci sarebbe da chiedersi se nessuno lo aveva informato di quanto accaduto il giorno prima al suo boss e anche se non sia stato tanto stupido da recarsi a un appuntamento pur sapendo quanto era accaduto il giorno prima al suo boss.
Ora spero solo che qualche genio non ci venga a dire, come già qualche anno fa, che a Catania non c’è nessuna guerra di mafia e forse persino che la mafia non c’è. Perché che la mafia c’è – e non uccide solo i suoi uomini infedeli, ma uccide l’economia, uccide il lavoro, uccide il futuro di questa città a cui fa comodo continuare a pensare che si ammazzino soltanto fra di loro - lo dimostra non soltanto questo paio di giorni di fuoco, che realisticamente porterà con sé una lunga scia di ferimenti e forse altri omicidi, ma tutti gli altri giorni dell’anno in cui non si spara ma aprono e chiudono bar o ristoranti che riaprono il giorno dopo esponendo il cartello “nuova gestione”, aprono e chiudono negozi di lusso che riaprono il giorno dopo esponendo il cartello “nuova gestione”, aprono e chiudono girarrosto che riaprono il giorno dopo esponendo il cartello “nuova gestione” e sempre con lo stesso inquietante “topos”: a gestire il bar o il ristorante – e mi si perdonerà la semplificazione fisiognomica, giustificata non tanto da tratti somatici, quanto da atteggiamenti inequivocabili – è il mafioso-tipo, generalmente sessantenne, quello che per camminare deve dimenare circolarmente l’addome e tenere le braccia larghe e in avanti quasi a voler delimitare la proprietà di tutto il marciapiede, quello che ti guarda a un tempo in tralice e con fare sarcastico per dirti che tu – comune mortale che rispetta le regole – sei una merda, quello con l’occhio roteante a 360° perché il territorio è suo e nulla deve sfuggirgli; nel negozio di lusso invece a fare gli onori di casa c’è la generazione dei quarantenni: giovani uomini con la brillantina nei capelli, vestito gessato, scarpe a punta e fare mellifluo da agente immobiliare, che altro non è se non la versione moderna e “acculturata” del gestore del bar e/o ristorante, di cui probabilmente è prestanome; il terzo tipo, quello di chi ha in gestione il girarrosto, sono due tipe invece: due donne, entrambe abbastanza giovani ma a volte di due generazioni diverse – una madre e una figlia, una suocera e un nuora, due cognate -, entrambe con i capelli giallo stoppa ed entrambe vestite a lutto dalla testa ai piedi, calze comprese, persino d’estate.
Ora io non so se le mie sono rappresentazioni romanzate della realtà o se dipendono dal fatto che cammino troppo a piedi per non notare dettagli minimi che in auto inevitabilmente sfuggono, ma mi chiedo sempre più spesso perché gli altri non se ne accorgano, perché – soprattutto – non se ne accorgano quelli che dovrebbero indagare. Poi ti viene il sospetto che a qualcuno faccia comodo lasciare le cose come stanno oppure che non abbiano tempo di occuparsi della città, impegnati come sono a decidere organigrammi, a comporre e scomporre correnti, a litigare sul nome che meglio di tutti potrà garantire di non dare fastidio a chi governa con i voti dei gestori dei bar, dei negozianti parvenus, delle vedove e delle orfane inconsolabili.
Il cerino lo aveva acceso qualcuno già ieri e chiunque abbia un minimo di attenzione o di memoria delle cose di questa città poteva prevedere facilmente che oggi il bosco si sarebbe incendiato. Ieri a Misterbianco, diramazione e succursale mafiosa di Catania, era stato gambizzato Giuseppe Garozzo, “Pippu u maritatu”, boss di spicco del clan dei Cursoti e subito si erano concatenate le notizie: qualche giorno prima a San Gregorio (altro centro dell’hinterland catanese) altre gambe erano state raggiunte da colpi di pistola ed erano quelle del titolare di una concessionaria di auto. E subito si concatenano parole e ricordi: gambizzare, clan, concessionaria d’auto. Sembra di essere tornati ai tempi di Nitto Santapaola, delle guerre di mafia, dei cento morti l’anno. Infatti stamattina, puntuale come un orologio svizzero nella terra della lassitudine mentale (e perciò ancor più sconvolgente), è arrivata la conferma. Come da copione: alle 5 del mattino, in un bar di corso Indipendenza, mentre il titolare non vedeva e non sentiva perché intento a sistemare le brioches prima di disporle sul balcone, un sicario è entrato e ha ammazzato con alcuni colpi di pistola Salvatore Grasso, anche lui esponente del clan dei Cursoti, che in quel momento stava giocando alle slot-machine.
Che poi ci sarebbe pure da chiedersi perché uno alle 5 del mattino di un sabato di giugno, invece di avere davanti ancora un paio d’ore di sonno, sta in un bar a giocare con le macchinette. E ci sarebbe da chiedersi se nessuno lo aveva informato di quanto accaduto il giorno prima al suo boss e anche se non sia stato tanto stupido da recarsi a un appuntamento pur sapendo quanto era accaduto il giorno prima al suo boss.
Ora spero solo che qualche genio non ci venga a dire, come già qualche anno fa, che a Catania non c’è nessuna guerra di mafia e forse persino che la mafia non c’è. Perché che la mafia c’è – e non uccide solo i suoi uomini infedeli, ma uccide l’economia, uccide il lavoro, uccide il futuro di questa città a cui fa comodo continuare a pensare che si ammazzino soltanto fra di loro - lo dimostra non soltanto questo paio di giorni di fuoco, che realisticamente porterà con sé una lunga scia di ferimenti e forse altri omicidi, ma tutti gli altri giorni dell’anno in cui non si spara ma aprono e chiudono bar o ristoranti che riaprono il giorno dopo esponendo il cartello “nuova gestione”, aprono e chiudono negozi di lusso che riaprono il giorno dopo esponendo il cartello “nuova gestione”, aprono e chiudono girarrosto che riaprono il giorno dopo esponendo il cartello “nuova gestione” e sempre con lo stesso inquietante “topos”: a gestire il bar o il ristorante – e mi si perdonerà la semplificazione fisiognomica, giustificata non tanto da tratti somatici, quanto da atteggiamenti inequivocabili – è il mafioso-tipo, generalmente sessantenne, quello che per camminare deve dimenare circolarmente l’addome e tenere le braccia larghe e in avanti quasi a voler delimitare la proprietà di tutto il marciapiede, quello che ti guarda a un tempo in tralice e con fare sarcastico per dirti che tu – comune mortale che rispetta le regole – sei una merda, quello con l’occhio roteante a 360° perché il territorio è suo e nulla deve sfuggirgli; nel negozio di lusso invece a fare gli onori di casa c’è la generazione dei quarantenni: giovani uomini con la brillantina nei capelli, vestito gessato, scarpe a punta e fare mellifluo da agente immobiliare, che altro non è se non la versione moderna e “acculturata” del gestore del bar e/o ristorante, di cui probabilmente è prestanome; il terzo tipo, quello di chi ha in gestione il girarrosto, sono due tipe invece: due donne, entrambe abbastanza giovani ma a volte di due generazioni diverse – una madre e una figlia, una suocera e un nuora, due cognate -, entrambe con i capelli giallo stoppa ed entrambe vestite a lutto dalla testa ai piedi, calze comprese, persino d’estate.
Ora io non so se le mie sono rappresentazioni romanzate della realtà o se dipendono dal fatto che cammino troppo a piedi per non notare dettagli minimi che in auto inevitabilmente sfuggono, ma mi chiedo sempre più spesso perché gli altri non se ne accorgano, perché – soprattutto – non se ne accorgano quelli che dovrebbero indagare. Poi ti viene il sospetto che a qualcuno faccia comodo lasciare le cose come stanno oppure che non abbiano tempo di occuparsi della città, impegnati come sono a decidere organigrammi, a comporre e scomporre correnti, a litigare sul nome che meglio di tutti potrà garantire di non dare fastidio a chi governa con i voti dei gestori dei bar, dei negozianti parvenus, delle vedove e delle orfane inconsolabili.
venerdì 3 giugno 2011
Legge ad sorores
Secondo la religione cattolica, quando uno muore - se è stato buono – la sua anima sale in cielo mentre il suo corpo resta sulla terra. Decomponendosi e producendo una serie di schifezze anche potenzialmente nocive per la salute dei vivi, tanto che Napoleone Bonaparte – più per questioni igieniche che democratiche – a un certo punto, con l’editto di Saint-Cloud del 1804, poi esteso anche all’Italia, decise di “livellare” tutti davanti alla morte istituendo l’obbligo di costruire i cimiteri fuori dai centri abitati. Con qualche eccezione – perché i governanti sono sempre governanti e ci tengono a tenersi buoni i ricchi e i preti – per nobili e vescovi, che potevano continuare a farsi seppellire nelle loro lussuose dimore e non sporcarsi le mani con il volgo.
Ora il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, che è anche senatore della Repubblica italiana, non si sa bene se perché convinto di essere il grande condottiero (ma ce n’è già uno nel suo partito che ha di queste convinzioni: lasci perdere) o se perché ha preso talmente alla lettera il suo ruolo di parlamentare di tutti gli italiani, certo è che a un certo punto ha cominciato a preoccuparsi delle monache e dei monaci di clausura di due conventi che si trovano uno a Cesena e l’altro a San Giacomo di Veglia, in provincia di Treviso, cioè rispettivamente a circa 1200 e 1400 chilometri da Catania, per firmare un disegno di legge in cui non soltanto si prevede che i religiosi possano essere sepolti lì dove hanno vissuto tutta la vita (cos’è, si preoccupa che fuori – da morti - possano accorgersi che il mondo, pur con tutti i suoi problemi, è molto più divertente di una prigione?) ma addirittura che, per non disturbare, vieta di costruire nelle vicinanze e impone comunque di limitare le attività umane.
Vorrei dirgli un po’ di cose:
1) Se è vero che morendo, almeno quelli buoni, l’anima va in paradiso e i resti mortali, in quanto mortali, appunto, muoiono e quindi vengono privati dei cinque sensi, immagino che una volta morte le anime delle suore svolazzino fra cieli limpidi al suono dell’arpa (saicheduecoglioni!) mentre i loro resti sottoterra non si accorgono affatto del rumore intorno.
2) Io invece ci sento benissimo ed essendo sua concittadina e cittadina di una città amministrata da Lei, mi chiedo perché tanto interesse per la tranquillità dei monaci romagnoli e veneti e perché invece – per esempio - non arma di bacchette i vigili urbani con il compito ben preciso di dare bacchettate sulle mani ai suoi e miei incivilissimi concittadini quando si incollano al clacson nelle ore del riposo o in prossimità degli ospedali, dove ci sono dei vivi che non stanno tanto bene e vorrebbero almeno essere lasciati in pace. Così come nella città di cui Lei è sindaco, ci sono vivi che vorrebbero lavorare, vivi che vorrebbero non pagare il pizzo, vivi che vorrebbero prendere l’autobus senza arrivare tardi al lavoro, vivi anziani che vorrebbero essere accuditi, vivi piccolissimi che vorrebbero andare al nido ed essere certi di non essere tenuti a pane e acqua, vivi che vorrebbero camminare sui marciapiedi senza trovarli occupati dalle macchine, vivi che vorrebbero respirare aria e non smog, vivi che vorrebbero passeggiare a naso all’insù per guardare i monumenti e invece devono stare a testa bassa per evitare di finire con le scarpe nella merda…
3) Ho un sospetto: che il suo interesse per la quiete nei conventi del nord Italia dipenda dal fatto che lei ci va in vacanza. E però, se lo lasci dire: non le conviene andare in un posto così tranquillo dove si può riflettere senza che il pensiero venga distolto da agenti esterni. Perché penso che anche lei, se si fermasse a riflettere su quello che ha fatto a Catania, riducendola al livello di una latrina en plein air, non riuscirebbe a trovare nemmeno una ragione per autoassolversi. E nemmeno le suore, anche se gli ha fatto una leggina tutta per loro (ad sorores?), riuscirebbero ad assolverla.
Comunque, sappia che se dovesse decidere di ritirarsi in convento a meditare, il più lontano possibile da Catania, diciamo fra 1200 e 1400 chilometri biglietto di sola andata, ce ne faremo una ragione.
Ora il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, che è anche senatore della Repubblica italiana, non si sa bene se perché convinto di essere il grande condottiero (ma ce n’è già uno nel suo partito che ha di queste convinzioni: lasci perdere) o se perché ha preso talmente alla lettera il suo ruolo di parlamentare di tutti gli italiani, certo è che a un certo punto ha cominciato a preoccuparsi delle monache e dei monaci di clausura di due conventi che si trovano uno a Cesena e l’altro a San Giacomo di Veglia, in provincia di Treviso, cioè rispettivamente a circa 1200 e 1400 chilometri da Catania, per firmare un disegno di legge in cui non soltanto si prevede che i religiosi possano essere sepolti lì dove hanno vissuto tutta la vita (cos’è, si preoccupa che fuori – da morti - possano accorgersi che il mondo, pur con tutti i suoi problemi, è molto più divertente di una prigione?) ma addirittura che, per non disturbare, vieta di costruire nelle vicinanze e impone comunque di limitare le attività umane.
Vorrei dirgli un po’ di cose:
1) Se è vero che morendo, almeno quelli buoni, l’anima va in paradiso e i resti mortali, in quanto mortali, appunto, muoiono e quindi vengono privati dei cinque sensi, immagino che una volta morte le anime delle suore svolazzino fra cieli limpidi al suono dell’arpa (saicheduecoglioni!) mentre i loro resti sottoterra non si accorgono affatto del rumore intorno.
2) Io invece ci sento benissimo ed essendo sua concittadina e cittadina di una città amministrata da Lei, mi chiedo perché tanto interesse per la tranquillità dei monaci romagnoli e veneti e perché invece – per esempio - non arma di bacchette i vigili urbani con il compito ben preciso di dare bacchettate sulle mani ai suoi e miei incivilissimi concittadini quando si incollano al clacson nelle ore del riposo o in prossimità degli ospedali, dove ci sono dei vivi che non stanno tanto bene e vorrebbero almeno essere lasciati in pace. Così come nella città di cui Lei è sindaco, ci sono vivi che vorrebbero lavorare, vivi che vorrebbero non pagare il pizzo, vivi che vorrebbero prendere l’autobus senza arrivare tardi al lavoro, vivi anziani che vorrebbero essere accuditi, vivi piccolissimi che vorrebbero andare al nido ed essere certi di non essere tenuti a pane e acqua, vivi che vorrebbero camminare sui marciapiedi senza trovarli occupati dalle macchine, vivi che vorrebbero respirare aria e non smog, vivi che vorrebbero passeggiare a naso all’insù per guardare i monumenti e invece devono stare a testa bassa per evitare di finire con le scarpe nella merda…
3) Ho un sospetto: che il suo interesse per la quiete nei conventi del nord Italia dipenda dal fatto che lei ci va in vacanza. E però, se lo lasci dire: non le conviene andare in un posto così tranquillo dove si può riflettere senza che il pensiero venga distolto da agenti esterni. Perché penso che anche lei, se si fermasse a riflettere su quello che ha fatto a Catania, riducendola al livello di una latrina en plein air, non riuscirebbe a trovare nemmeno una ragione per autoassolversi. E nemmeno le suore, anche se gli ha fatto una leggina tutta per loro (ad sorores?), riuscirebbero ad assolverla.
Comunque, sappia che se dovesse decidere di ritirarsi in convento a meditare, il più lontano possibile da Catania, diciamo fra 1200 e 1400 chilometri biglietto di sola andata, ce ne faremo una ragione.
mercoledì 1 giugno 2011
Cracolici non fa la fila
Antonello Cracolici pare uno che è stato per giorni in coma o su un’isola deserta dove i telefonini non prendono. E quindi – stordito dai farmaci o dal jet lag - non sa cos’è accaduto in questi giorni in Italia. Glielo spiego in due parole: in Italia ci sono state le elezioni. Elezioni amministrative, è vero, ma che hanno coinvolto un tale numero di elettori e in città così grandi e dalle storie così significative da attribuire al risultato un valore politico nazionale. Ebbene – ricordo sinteticamente a beneficio di Cracolici che non c’era – queste elezioni hanno sancito due cose inequivocabilmente: la prima è un sonoro e corale calcio in culo a Berlusconi; la seconda è che questo calcio in culo gliel’ha dato un centrosinistra “tradizionale” (nel senso di Pd, Italia dei Valori, Federazione della Sinistra, Sel) unito, sia pure con sfumature diverse nelle due grandi città: fin dal primo momento a Milano, solo al ballottaggio a Napoli dopo che la base (pulita) del Pd (bassoliniano) al primo turno ha scelto di non subire la scelta fatta dall’apparato di un partito perfettamente a proprio agio nel berlusconismo e nei rapporti perversi, votando per Luigi De Magistris, candidato di Italia dei Valori e Federazione della Sinistra (cioè i comunisti che tanta paura fanno non solo a Berlusconi, ma a tutti quelli che usano la politica per fare imbrogli, arricchirsi, trarre benefici personali).
Dunque non è il Pd che ha vinto le elezioni, ma la sua base – quella pulita – che si è alleata in maniera del tutto naturale con gli alleati naturali.
Ma forse questo è un concetto troppo difficile per il capogruppo del Pd all’Ars, uno dei più appassionati sostenitori dell’alleanza con Raffaele Lombardo, che all’indomani del primo turno delle amministrative (prima di entrare in coma e/o di partire per l’isola deserta), nel suo blog si cimentava in un triplo salto mortale carpiato per sostenere, alla luce del risultato elettorale di Milano, la giustezza delle scelte del suo partito in Sicilia che avrebbe così messo ai margini il berlusconismo “in salsa siciliana” coniugato al cuffarismo. Con questo bel risultato che invece evidentemente secondo lui è il lombardismo: tutti zerbini sotto i piedi di sua maestà a pietire un pacchettino di voti, uno strapuntino di sottogoverno, una raccomandazioncina, un appaltino. Perché tanto poi lui il grosso lo tiene per sé, facendoli contenti e gabbati. Servi sciocchi.
Perché non so poi come si voglia definire uno che – rientrato dal coma e/o dall’isola – si inerpica su per un’approfondita e dotta analisi del voto amministrativo in Sicilia (davvero uno sputo, sia in termini quantitativi che qualitativi, rispetto all’oceano delle elezioni già concluse nel resto d’Italia con i ballottaggi) per sentenziare che ora il centrosinistra per vincere deve allearsi con il terzo polo. Dopo di che, motiva la sua sentenza portando l’esempio di Ragusa (dove ha vinto il sindaco del Pdl, che comunque era al secondo mandato: cosa che normalmente – a meno che non si tratti di Letizia Moratti – dà un vantaggio al candidato e la quasi matematica certezza di essere riconfermato) e non dimentica di fare la paternale a Sel e IdV (dimenticando invece scientemente la FdS) che sollecitano da tempo il Pd a smetterla con il governo Lombardo e ricorda loro che quei partiti alle ultime regionali in Sicilia non hanno raccolto un gran che. Ora, a parte che Sel a quel tempo non c’era, perché era all’interno della Sinistra arcobaleno e Cracolici finge di non ricordarlo, ma in più il geniale capogruppo Pd finge anche di non ricordare – pensando che siamo tutti scemi – che il 5 meno un cazzo% preso dalla Sinistra arcobaleno non è proprio un risultato da buttar via; che se non siamo rappresentati nella succursale palermitana di Sing Sing, cioè nel cosiddetto parlamento siciliano, è proprio perché il Pd si è battuto strenuamente e consociativamente insieme ad altri partiti maggiori per introdurre lo sbarramento al 5% proprio per farci fuori e cercare di arginare la caduta libera della propria percentuale; che proprio il Pd ha teso agli elettori la trappola, l’imbroglio, la truffa del cosiddetto “voto utile”, cioè quello assolutamente inutile e sprecato dato al Pd, perché andavano dicendo in giro (esattamente come continuano a fare oggi e persino dopo i risultati delle amministrative nel resto d’Italia) che noi non ce l’avremmo fatta.
Intanto il Pd in Sicilia – in base alle intenzioni di voto rilevate circa un mese fa – perde un altro bel po’ di voti, a occhio e croce quanti ne servono a un partito in Sicilia per entrare all’Ars, proprio a causa di quest’alleanza contronatura (o forse siamo noi che ci ostiniamo a pensarla contronatura mentre per loro è naturale stare con il re del clientelismo?) con il frequentatore di boss. Però Cracolici continua a pontificare e a pensare di dare lezioni di centrosinistra agli altri.
Ora io non vorrei essere pedante, ma essere di centrosinistra e soprattutto di sinistra significa avere dei principi, delle idee, dei valori, un’etica. E francamente mi sembra che il Pd siciliano tutto questo lo abbia smarrito. Quanto a Cracolici, l’uomo più borioso che io abbia mai conosciuto (non personalmente, per mia fortuna, ché non vorrei mai annoverarlo fra la cerchia delle mie conoscenze), forse non sa nemmeno cosa siano etica e valori. E forse può servire a dimostrarlo un episodio: anni fa, a Palermo in attesa di un concerto allo stadio, ero in fila insieme ad alcune decine di persone davanti al furgone di un paninaro per prendere qualcosa da mangiare prima dell’inizio dello spettacolo. Pazienti ed educati, aspettavamo il nostro turno. Lui no: arrivò, si fece largo fra due ali di folla fingendo di non accorgersi di due ali di folla in paziente attesa e, sprezzante, comprò il suo panino fra gli sguardi esterrefatti di tutti noi. Come dire: "Io so' io e voi nun siete 'n cazzo". Forse le categorie oggi sono cambiate, ma per me uno così non è di sinistra e non lo è mai stato e forse non è nemmeno di centrosinistra: uno così sta benissimo nell’Mpa. Insieme a quelli che posteggiano in doppia fila, a quelli che by-passano le liste di prenotazione per gli accertamenti nelle strutture sanitarie pubbliche, a quelli che trovano un posto per raccomandazione, a quelli che fanno gli accordi sottobanco per vincere gli appalti, a quelli che frequentano i boss e rubano il futuro alla Sicilia. In attesa che Cracolici – insieme agli altri sostenitori del governo Lombardo – passi all’Mpa, sono fiduciosa che la base del partito, quella fatta di persone per bene e allevate a pane e princìpi, saprà cantargliela chiara così come ha fatto a Napoli con Bassolino.E magari gli dirà di rimettersi in fila.
Dunque non è il Pd che ha vinto le elezioni, ma la sua base – quella pulita – che si è alleata in maniera del tutto naturale con gli alleati naturali.
Ma forse questo è un concetto troppo difficile per il capogruppo del Pd all’Ars, uno dei più appassionati sostenitori dell’alleanza con Raffaele Lombardo, che all’indomani del primo turno delle amministrative (prima di entrare in coma e/o di partire per l’isola deserta), nel suo blog si cimentava in un triplo salto mortale carpiato per sostenere, alla luce del risultato elettorale di Milano, la giustezza delle scelte del suo partito in Sicilia che avrebbe così messo ai margini il berlusconismo “in salsa siciliana” coniugato al cuffarismo. Con questo bel risultato che invece evidentemente secondo lui è il lombardismo: tutti zerbini sotto i piedi di sua maestà a pietire un pacchettino di voti, uno strapuntino di sottogoverno, una raccomandazioncina, un appaltino. Perché tanto poi lui il grosso lo tiene per sé, facendoli contenti e gabbati. Servi sciocchi.
Perché non so poi come si voglia definire uno che – rientrato dal coma e/o dall’isola – si inerpica su per un’approfondita e dotta analisi del voto amministrativo in Sicilia (davvero uno sputo, sia in termini quantitativi che qualitativi, rispetto all’oceano delle elezioni già concluse nel resto d’Italia con i ballottaggi) per sentenziare che ora il centrosinistra per vincere deve allearsi con il terzo polo. Dopo di che, motiva la sua sentenza portando l’esempio di Ragusa (dove ha vinto il sindaco del Pdl, che comunque era al secondo mandato: cosa che normalmente – a meno che non si tratti di Letizia Moratti – dà un vantaggio al candidato e la quasi matematica certezza di essere riconfermato) e non dimentica di fare la paternale a Sel e IdV (dimenticando invece scientemente la FdS) che sollecitano da tempo il Pd a smetterla con il governo Lombardo e ricorda loro che quei partiti alle ultime regionali in Sicilia non hanno raccolto un gran che. Ora, a parte che Sel a quel tempo non c’era, perché era all’interno della Sinistra arcobaleno e Cracolici finge di non ricordarlo, ma in più il geniale capogruppo Pd finge anche di non ricordare – pensando che siamo tutti scemi – che il 5 meno un cazzo% preso dalla Sinistra arcobaleno non è proprio un risultato da buttar via; che se non siamo rappresentati nella succursale palermitana di Sing Sing, cioè nel cosiddetto parlamento siciliano, è proprio perché il Pd si è battuto strenuamente e consociativamente insieme ad altri partiti maggiori per introdurre lo sbarramento al 5% proprio per farci fuori e cercare di arginare la caduta libera della propria percentuale; che proprio il Pd ha teso agli elettori la trappola, l’imbroglio, la truffa del cosiddetto “voto utile”, cioè quello assolutamente inutile e sprecato dato al Pd, perché andavano dicendo in giro (esattamente come continuano a fare oggi e persino dopo i risultati delle amministrative nel resto d’Italia) che noi non ce l’avremmo fatta.
Intanto il Pd in Sicilia – in base alle intenzioni di voto rilevate circa un mese fa – perde un altro bel po’ di voti, a occhio e croce quanti ne servono a un partito in Sicilia per entrare all’Ars, proprio a causa di quest’alleanza contronatura (o forse siamo noi che ci ostiniamo a pensarla contronatura mentre per loro è naturale stare con il re del clientelismo?) con il frequentatore di boss. Però Cracolici continua a pontificare e a pensare di dare lezioni di centrosinistra agli altri.
Ora io non vorrei essere pedante, ma essere di centrosinistra e soprattutto di sinistra significa avere dei principi, delle idee, dei valori, un’etica. E francamente mi sembra che il Pd siciliano tutto questo lo abbia smarrito. Quanto a Cracolici, l’uomo più borioso che io abbia mai conosciuto (non personalmente, per mia fortuna, ché non vorrei mai annoverarlo fra la cerchia delle mie conoscenze), forse non sa nemmeno cosa siano etica e valori. E forse può servire a dimostrarlo un episodio: anni fa, a Palermo in attesa di un concerto allo stadio, ero in fila insieme ad alcune decine di persone davanti al furgone di un paninaro per prendere qualcosa da mangiare prima dell’inizio dello spettacolo. Pazienti ed educati, aspettavamo il nostro turno. Lui no: arrivò, si fece largo fra due ali di folla fingendo di non accorgersi di due ali di folla in paziente attesa e, sprezzante, comprò il suo panino fra gli sguardi esterrefatti di tutti noi. Come dire: "Io so' io e voi nun siete 'n cazzo". Forse le categorie oggi sono cambiate, ma per me uno così non è di sinistra e non lo è mai stato e forse non è nemmeno di centrosinistra: uno così sta benissimo nell’Mpa. Insieme a quelli che posteggiano in doppia fila, a quelli che by-passano le liste di prenotazione per gli accertamenti nelle strutture sanitarie pubbliche, a quelli che trovano un posto per raccomandazione, a quelli che fanno gli accordi sottobanco per vincere gli appalti, a quelli che frequentano i boss e rubano il futuro alla Sicilia. In attesa che Cracolici – insieme agli altri sostenitori del governo Lombardo – passi all’Mpa, sono fiduciosa che la base del partito, quella fatta di persone per bene e allevate a pane e princìpi, saprà cantargliela chiara così come ha fatto a Napoli con Bassolino.E magari gli dirà di rimettersi in fila.
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