sabato 14 maggio 2011

A lezione di autonomia

Oggi ho imparato una cosa nuova: la bandiera della Sicilia è gialla e rossa perché il giallo e il rosso sono i colori della nostra terra, i colori del limone e dell’arancio (che poi: a) dovrebbe essere arancione e non rosso; b) semmai è l’arancia e non l’arancio ad essere rossa o arancione e non certo l’arancio). E, siccome è a scuola che si impara, io questa cosa l’ho imparata proprio in una scuola, la media “Dante Alighieri” di Catania, ascoltandola dalla viva voce della preside (giuro: ho registrato, purtroppo, e ho riascoltato, così non posso nemmeno restare con il dubbio di aver capito male), una signora bicolore, bianco e nero dalla testa ai piedi – o, meglio, dalla montatura degli occhiali alla scarpa (tacco 15!) – che sembrava appena uscita da un bozzetto dello stilista André Courrèges (che dell’accostamento geometrico dei due non colori aveva fatto la sua cifra) e che così ha spiegato il bicolore siculo ai suoi alunni, convocati in aula magna a conclusione di un “progetto” sull’autonomia finanziato dall’assessorato regionale all’Istruzione e alla vigilia della giornata dell’Autonomia siciliana istituita l’anno scorso dal presidente Lombardo nel giorno della nascita dello Statuto isolano. Magari avrebbe potuto prima consultare un bignamino della sicilitudine e scoprire che quei due colori più probabilmente erano quelli comunali di Palermo (rosso) e Corleone (giallo) in lotta contro gli Angioini.
Non ha fatto meglio il deputato regionale dell’Mpa, Giuseppe Arena (il suddito, per intenderci, che – in base alle intercettazioni della procura di Catania che indaga Lombardo per rapporti con la mafia – si rivolgerebbe al presidente della regione con l’appellativo di “Sua maestà”), che si è premurato di raccontare ai ragazzini una storia liofilizzata della bandiera siciliana usando pari pari le parole che avrebbero potuto leggere da soli su Wikipedia e poi ha annunciato come grande traguardo del suo straordinario lavoro (?) di parlamentare regionale che lunedì prossimo depositerà un disegno di legge per stabilire che quella famosa bandiera debba essere appesa non – come stabilito nel 2000 – soltanto nel primo giorno di scuola, ma dal primo all’ultimo, sia nell’ufficio del dirigente scolastico che all’esterno dell’istituto. Sarebbe carino sapere quale fabbrica di bandiere vincerà questo vitalizio, dal momento che è chiaro come – mentre quella piazzata nella stanza del preside sarà protetta dalle intemperie – il gonfalone fuori se lo mangerà il sole. A occhio e croce ogni tre mesi, da moltiplicare per tutte le scuole di ogni ordine e grado della Sicilia.
Patetico e stucchevole, poi, l’assessore all’Istruzione e alla Formazione professionale (settore, quest’ultimo, giardino perennemente in fiore del clientelismo di Lombardo), Mario Centorrino, autentico tedoforo del passaggio quasi in massa del Pd alla corte di Lombardo, che si è profuso in una performance teatrale definendo l’iniziativa con gli studenti “un’ora di autentica emozione” e distinguendo fra la Sicilia “pura, degli onesti e delle persone perbene” da quella “rappresentata dai giornali”, cioè da quei cattivacci che parlano di mafia. Con punte di retorica degne di miglior causa quando ha spiegato che dietro lo Statuto siciliano “c’è lotta, sangue, azione, persone che sono morte” (ovviamente non si riferiva ai magistrati uccisi dalla mafia) e ha esortato a “coltivare l’orgoglio della nostra identità”, a pensarla “da siciliani”, a “essere un popolo, con i propri diritti, con i propri bisogni, con la possibilità di farsi valere”.
Ha dimenticato di spiegare a quei ragazzini che quando avranno finito la media, avranno fatto il liceo e si saranno laureati, per farsi valere dovranno andarsene il più lontano possibile dalla Sicilia perché qui non troveranno un lavoro nemmeno come schiavi. A meno di non voler chiamare “Sua maestà” il presidente della Regione.

mercoledì 11 maggio 2011

Commissione parlamentare antigiudici

Conversazione (fra la Sicilia e Roma) con Orazio Licandro, a proposito della Commissione parlamentare che il Presidente del Consiglio vorrebbe costituire per fermare i giudici

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Non c’è che dire: negli ultimi cinquant’anni l’Italia ha subìto una metamorfosi che Kafka non avrebbe nemmeno potuto immaginare. Una volta in questo Paese si promuovevano le commissioni parlamentari di inchiesta sul fenomeno mafioso. Ora si sollecita la costituzione di una commissione per indagare sull’operato dei giudici. A proporre per primo una commissione antimafia fu Ferruccio Parri, un antifascista, che la vide realizzare nel 1962. A proporre la commissione antigiudici oggi è un piduista.

La mia conversazione con Orazio Licandro, giurista, oltre che dirigente nazionale dei Comunisti Italiani e della Federazione della Sinistra ed ex componente della Commissione parlamentare Antimafia, parte proprio da questo raffronto:
“Ma la Commissione antimafia riguarda fenomeni eversivi veri, reali. Non si istituisce un organismo così perché i magistrati indagano sull’eventuale commissione di alcuni reati!”

Nella nota in cui si illustrano i compiti della Commissione, il passaggio in cui si spiega che dovrà verificare “se e in quale misura singoli esponenti o gruppi organizzati all’interno della magistratura abbiano svolto attività in contrasto con il principio costituzionale della separazione dei poteri” sembra proprio voler intaccare il sacrosanto principio della divisione dei poteri:
“Infatti questo è proprio un attacco alla magistratura in quanto tale, un’operazione con scopi ben precisi, contraria a qualunque assetto di equilibrio fra i poteri di uno Stato. Se uno pensa agli Stati Uniti, di cui loro si riempiono tanto la bocca…Immaginare che un presidente possa attaccare la Suprema Corte come Berlusconi fa con la Corte costituzionale, finirebbe con l’impeachment. Lo scandalo Nixon scoppiò per molto meno”.

Riusciranno a farla?
“Non credo che andrà avanti: è una cosa che non sta né in cielo né in terra. E’ solo una trovata propagandistica, come la riforma ‘epocale’ della giustizia, che ancora non è stata fatta. Questa è la trovata elettorale di un leader in caduta libera anche presso il proprio elettorato, sia per gli scandali che per le questioni giudiziarie, che cerca di galvanizzare gli istinti più brutali, rozzi e beceri. E non importa se così si va a destrutturare lo Stato democratico”.

Ma nessuno lo ferma…
“Infatti resto sorpreso: il Presidente della Repubblica, invece di lacrimare sul sacrificio di alcuni magistrati (peraltro, che bel messaggio hanno fatto passare: il 9 maggio hanno scelto per la commemorazione soltanto i nomi di quelli uccisi dal terrorismo rosso – e noi lo abbiamo sempre avversato -, ma quelli caduti sotto il piombo del terrorismo nero e della mafia erano meno eroici?), perché non lo prende, metaforicamente, a randellate sui denti? Ormai sembra che si sia instaurato uno schema classico: Napolitano fa appello ai buoni sentimenti, all’unità, alla concordia, e un istante dopo Berlusconi dà due botte, una ai magistrati e l’altra a lui, rivendicando più poteri rispetto al Colle. Che senso ha reggergli bordone?”

Qualora dovessero riuscire a vararla, la Commissione avrà dei costi?
“Non tanto per i parlamentari, che non hanno diritto a un gettone di presenza, ma certamente il personale dovrà essere distolto da altri incarichi e assegnato alla Commissione. Però i costi dovranno essere affrontati per il Presidente dell’organismo: uffici, segreteria, macchine…”

E che a beccarsi questo bel posticino sia l’unico non ancora pagato per i suoi servigi, il più disponibile fra i disponibili (che ha pure qualche problema con la giustizia), l’onorevole (gulp!), Domenico Scilipoti?
“Sì, e magari fa l’agopuntura a tutti!”

Yuppi du e la politica

Se Adriano Celentano non fosse un ingenuo cronico – che, dunque, non può avere contezza delle responsabilità che si assume un “personaggio pubblico” quando esprime un’opinione – ci sarebbe da incazzarsi sul serio. Se lui non fosse per sempre rimasto “il ragazzo della via Gluck”, con tutto il suo accorato dolore per la sua strada trasformata in “case su case, catrame e cemento”, ci sarebbe da pensare che sta facendo il gioco sporco e che l’unico suo obiettivo sia confondere le acque e le idee.
Mi riferisco alle due lettere (eccessivamente prolisse, e per fortuna che sui giornali non si sentono le pause) indirizzate urbi et orbi dal cantante e pubblicate sul Fatto quotidiano. Novello santone del qualunquismo, seppur animato dalle migliori intenzioni, nella prima – un appassionato appello al voto per i referendum – Celentano aveva già commesso più di uno scivolone nella prima. Innanzitutto rivolgendosi a leghisti e fascisti. Ma davvero pensava di convertirli? E soprattutto indicando in Antonio Di Pietro una sorta di salvatore della patria e quindi, forse, un possibile leader del centrosinistra (e francamente non si capisce come la cosa possa riguardare fascisti e leghisti). Altra brava persona proprio come Celentano, Antonio Di Pietro (anche se più di una volta ha scelto ed eletto candidati che lo hanno e ci hanno messo nei guai), ma il leader di IdV non è l’unico ad essersi intestato la battaglia per l’acqua pubblica o contro il nucleare e il conflitto di interessi: battaglia comune a molti e a un movimento che va addirittura oltre i confini della somma dei partiti politici sensibili a questi argomenti. E Celentano sarebbe il caso che si informasse prima di dare l’investitura a chicchessia.
Oggi, poi, nella lettera sulle elezioni amministrative di Milano, ha superato se stesso. Come quei ragazzini che a scuola, credendo di compiacere l’insegnante, nel tema ci infilano di tutto – tutto e il contrario di tutto – così viene bello lungo. Appunto: Celentano questo tema lo ha fatto lungo come sempre, ma ha combinato un pasticcio: all’inizio dice che l’unica speranza per il capoluogo lombardo (e forse anche per il Paese intero, perché lo stesso Berlusconi ha ammesso il valore politico di queste elezioni – anche se non c’è da aspettarsi che l’imbonitore ne tragga le conseguenze in caso di sconfitta) è Giuliano Pisapia, poi spiega che in realtà la speranza vera è Mattia Calise, il ventenne candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, infine solleva le braccia, divarica le gambe e fa un’altra giravolta e torna a dire che però forse è meglio votare per Pisapia. Per piacere, qualcuno gli spieghi che la politica non è Yuppi du.

martedì 10 maggio 2011

La mafia è una montagna di merda

Ci si è messo d’impegno (e qualcuno deve anche averlo coperto, facendo il palo) il mafioso – perché di questo si tratta – che lunedì mattina a Catania ha cancellato parte della scritta “Contro la mafia l’amore per la memoria e l’impegno dell’azione” realizzata da Addiopizzo nell’ambito del progetto “Un muro contro la mafia”: pensieri e parole, verrebbe da dire, per trasmettere a tutti nel modo più semplice e visibile l’impegno dell’associazione in difesa della legalità nella speranza che venga condiviso da sempre più gente. D’altra parte, la legalità è un grande amore e quando hai un grande amore la prima cosa che ti viene in mente è di scriverlo sui muri.
Ma al mafioso di turno quella frase non è piaciuta e ha fatto esattamente come hanno sempre fatto i mafiosi: ha negato l’esistenza della mafia. Della scritta infatti ha cancellato soltanto la parte iniziale – “Contro la mafia” -, lasciando la seconda che, così com’è, privata della premessa fondamentale, si potrebbe persino prestare al suo esatto contrario e suonare addirittura come un’intimidazione. La mafia, si è sempre detto, ha memoria da elefante e prima o poi passa all’azione e te la fa pagare. Intanto cancella le tue idee. E il mafioso – ripeto, che lo sia o ne sia complice accettandone l’esistenza, sempre mafioso è – lo ha fatto coprendo con uno spesso strato di vernice nera e con meticolosità certosina quelle tre parole che lo disturbavano. E deve anche avere impiegato un bel po’ di tempo per fare il lavoro “pulito”. Come quando ammazzano qualcuno e lo sciolgono nell’acido o lo mettono nei pilastri delle case in costruzione per non lasciare traccia.
Non so se l’animale in questione e il suo complice abbiano scelto a caso la data di ieri, il 9 maggio, trentatreesimo anniversario dell’uccisione di Peppino Impastato per mano mafiosa, ma penso che tutti noi (pochi, in realtà, direi a occhio e croce un 20% scarso), tutti i catanesi che credono nella legalità, dovremmo rispondergli in un solo modo e cioè attaccando ai nostri balconi striscioni con le parole di Peppino: la mafia è una montagna di merda.

domenica 8 maggio 2011

L'uomo delle caverne al governo della regione

Non so quanto di malizioso ci fosse e quanto di freudiano. Certamente era esilarante l’attacco del pezzo di Repubblica (edizione di Palermo) del 6 maggio, firmato da Emanuele Lauria, in cui si dava conto dell’arsenale di Raffaele Lombardo, armi da collezione (e, a quanto sembra, di grande valore economico) che il presidente della Regione tiene nelle sue stanze a Palazzo D’Orléans, come se fosse casa sua e comunque come se non avesse alcuna intenzione di schiodare.
Insomma, l’articolo cominciava così: “Non spara. Anzi, non spara più”. E, come diceva qualcuno, la domanda sorge spontanea: non spara più e si fa imprenditore come la gente che frequenta? Beh, a giudicare dalle imprese in cui – secondo quanto pubblicato da Sud -, ha interessi (lui o sua moglie), si direbbe di sì.
Comunque sia, sembra che Lombardo vada molto orgoglioso dei suoi fucili e mostri una certa competenza. Anche se l’articolo non specifica se fra le armi ci sia qualche fucile a canne mozze o il mitra con cui il governatore della Sicilia minacciava di accogliere gli immigrati se li avesse trovati nelle sue campagne. Forse è a questo che si riferiva quando, rispondendo alle domande del cronista, diceva di avere “nostalgia della caccia”.
Così, oltre che un frequentatore di capimafia, scopriamo di avere al governo l’uomo delle caverne: con la differenza che quelli cacciavano per procurarsi il cibo mentre – per dirla con De Gregori - “il cacciatore uccide sempre per giocare”, cioè per pura crudeltà. Ci mancava solo questa.

giovedì 5 maggio 2011

Da Frattocchie ai patronati di Librino

Di solito quando uno dice che considera conclusa o in via di esaurimento un’esperienza vuol dire che è finita. E’ il classico “prendiamoci una pausa di riflessione”, giusto per non essere accusati di crudeltà mentale per aver dato un taglio netto, ma sia chi lascia che chi viene lasciato sa benissimo cosa significa.
In casa Pd – in particolare del Pd regionale – non funziona così. Alla fine della direzione regionale dei giorni scorsi, convocata per decidere se continuare a sostenere il governo Lombardo, il coordinatore della segreteria nazionale, Maurizio Migliavacca, e il segretario regionale dell’(o)P(us)D(ei), Giuseppe Lupo, hanno firmato un documento congiunto in cui si legge: “La valutazione sull’azione di governo di questi mesi ha messo in evidenza luci ed ombre che portano a considerare in via d’esaurimento la fase politica di sostegno al governo tecnico”. Ora, uno normale legge e pensa: “Ah, finalmente hanno capito. Ci sono stati un po’, ma bisogna compatirli perché non sono mai stati dei geni. Però alla fine ci sono arrivati pure loro e hanno deciso di togliere il sostegno al governo”. Governo vergognoso sul piano delle politiche del lavoro - le prime che dovrebbero interessare un partito che si dice democratico e che non disdegna di essere definito “di sinistra”-, sul piano della politica sanitaria, su quello della tutela dei beni culturali e, come se non bastasse, retto da un presidente indagato per rapporti con la mafia. E invece no. Perché poi continui a leggere e ti spiegano: “Ora si tratta di verificare se esistono le condizioni per aprire una nuova prospettiva politica fondata sull’alleanza delle forze progressiste, moderate e autonomiste all’insegna dell’innovazione”. Cioè, non cospargersi il capo di cenere, ammettere l’errore e tornare indietro, ma spingersi oltre (termine peraltro caro al segretario Bersani). Prima si limitavano al petting, ora con Lombardo ci scopano. E i siciliani la prendono nel culo. Così il cerchio si chiude.
Ma siccome non gli basta, si prendono per il culo da soli. O, meglio, lo fanno nei confronti dei loro amici di partito che – per le ragioni più disparate – erano contrari al sostegno a Lombardo al punto da sollecitare un referendum per fare pronunciare la base del partito. Ebbene, dopo mesi di cazzeggio, di liti furibonde, di minacce, di commissariamenti, quella stessa nota congiunta fa contenti tutti e ci informa che adesso andranno a una “verifica stringente”: il 19 giugno ci sarà l’assemblea regionale del partito per valutare la complessiva situazione politica regionale anche alla luce dei risultati delle amministrative, poi si dovrà procedere alla stesura del regolamento per il referendum, ad agosto presumo andranno tutti in vacanza e alla fine, entro settembre, ci sarà la consultazione referendaria. Altri quattro mesi, capite? Quattro mesi per raggirare quelli che si oppongono dall’interno, magari da impiegare riducendoli a scendere a più miti consigli attraverso l’offerta di assessorati e posti di sottogoverno nel governo prossimo venturo che dovrebbe vedere tutti insieme appassionatamente gli eredi di Salvatore Giuliano e quelli (molto presunti) di Pio La Torre; quattro mesi che chissà quanti diventeranno perché per dare il via a questa straordinaria stagione all’insegna del consociativismo e del clientelismo occorreranno le dimissioni di Lombardo e l’indizione di nuove elezioni. Il tempo per fargli un po’ di addestramento e spiegare a quelli del Pd che ancora non l’avessero capito come si fa campagna elettorale. Insomma, una sorta di scuola quadri in cui gli insegnamenti da seguire e fare propri sono quelli di Raffaele Lombardo: da Frattocchie ai patronati di Librino.

mercoledì 4 maggio 2011

Cascio e il matrimonio riparatore

Ricordate Franca Viola? Quelli che hanno più di cinquant’anni forse sì. Bisognerebbe farla studiare a scuola la sua storia e metterla nelle enciclopedie alla voce “Dignità”: forse non ci sarebbero tante ragazzine disposte a tutto. E bisognerebbe ricordarla ai politici disposti a tutto.
Franca Viola (che oggi ha poco più di una sessantina d’anni), nella Sicilia degli anni Cinquanta – quella delle donne con gli scialli neri che le ricoprivano dalla testa ai piedi (altro che burqa!) e del lutto per il marito portato a vita – e nell’Italia ancora lontana dalle battaglie femministe, dal nuovo diritto di famiglia, dal divorzio e dalla legalizzazione dell’aborto, era una ragazzina di Alcamo appena diciassettenne, rapita da un suo spasimante respinto (parente di boss mafiosi di calibro) e violentata con l’obiettivo di sanare tutto con il “matrimonio riparatore”, come se un atto burocratico potesse rimarginare una ferita del genere.
Franca Viola, prima fra tutte in Italia, si ribellò in un colpo solo alla prepotenza maschilista e mafiosa. E disse no all’ipocrisia e all’ulteriore violenza di un matrimonio senza amore.
Ora, fatte le dovute proporzioni, vorrei parlare del cosiddetto “diritto di tribuna” concesso (octroyé, come lo Statuto albertino) un paio di mesi fa a Sel e IdV dal presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio, che – contestualmente e non so quanto casualmente – ha comunicato la propria intenzione di candidarsi alla presidenza della Regione. Decisione motivata dal fatto che quelle due forze politiche (rimaste fuori dall’Ars a causa dello sbarramento al 5% introdotto e confermato nel 2005 con referendum e fortemente voluto dal centrodestra e da Ds e Margherita - al tempo ufficialmente ancora centrosinistra, ma la metamorfosi era già avviata - che, soprattutto i Ds, uccidendo i piccoli partiti della sinistra volevano arginare l’emorragia di voti dovuta solo ai loro errori) sono “espressione di una consistente frazione del corpo elettorale”. Insomma, un matrimonio riparatore dopo la violenza fatta a centinaia di migliaia di elettori privati di rappresentanza politica. Grazie a questa “pezza”, Sel e IdV – ma dopo è stato aggiunto il Psi, perché qualcuno ha ricordato a Cascio che anche i socialisti avevano fatto le spese dello sbarramento – potranno assistere alle sedute del “parlamento siciliano” (cosa che, se non sbaglio, dovrebbe essere consentita a qualunque cittadino) e, soprattutto, avranno a disposizione stanze in cui riunirsi, telefoni, fax, computer.
Francamente la sensazione – supportata anche dalle sviolinate a Cascio da parte dei segretari regionali dei due partiti, Erasmo Palazzotto e Fabio Giambrone – è che gli si sia voluto mettere a disposizione tutti gli strumenti per farsi la campagna elettorale dando loro un vantaggio. E pazienza se Cascio non ricordava, appunto, che fuori dall’Ars era rimasto anche il Psi e se, soprattutto, non ricordava che quel 4,9% (quattrovirgolanovepercento!!!), pari ai voti di oltre centotrentunomila siciliani, non era di Sel che allora non esisteva, ma della lista Sinistra arcobaleno, all’interno della quale c’erano Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra Democratica che poi avrebbe dato vita a Sel. E se la memoria non m’inganna, furono proprio Verdi ed Sd ad opporsi alla presenza della falce e martello nel simbolo: c’è gente che ancora la sta cercando e ha messo la croce dove capitava in assenza di un riferimento certo. Ma questa è un’altra storia. O, se preferite, seguendo l’onda, un’altra narrazione.
Mi chiedo che senso abbia tutto questo. L’unica conseguenza che riesco a vedere è che Cascio si accaparra la riconoscenza dei ripescati in vista della sua candidatura alla presidenza della regione e i ripescati conquistano la possibilità di fare campagna elettorale in una posizione di privilegio rispetto ad altre forze politiche. Ma sul piano della dignità, faccio fatica a pensare che la si possa mantenere dopo una tale genuflessione. In più, l’escamotage della presenza nei consigli regionali di almeno cinque regioni non regge, appunto perché la forza rappresentata in altre regioni, cioè Sel, è diversa da quella che per un soffio non ha superato lo sbarramento in Sicilia. E, francamente, non mi interessa neanche che – a partire da questo ragionamento – il “privilegio” venga esteso anche alla Federazione della Sinistra (Pdci e Prc) e ai Verdi che costituivano tutti insieme la Sinistra Arcobaleno. Appunto, perché si tratta di un privilegio e, in quanto tale, odioso. Così come non mi va (cosa a quanto pare accaduta anche a molti che hanno ricevuto le telefonate di alcuni sondaggisti e che, per una sorta di moderna conventio ad excludendum, non hanno potuto esprimere la loro intenzione di voto per i comunisti perché non erano contemplati ma messi in un unico calderone rosé) di rinunciare alla mia identità comunista e di essere assimilata a chi ambisce a diventare la corrente di sinistra del Pd. Né di prestarmi alla guerra per bande fra Pdl ed Mpa, che considero in egual misura avversari politici e nemici della Sicilia.
Quanto a Cascio, se proprio è stato preso da una botta di democrazia e se vuol farsi perdonare la violenza che i partiti maggiori hanno perpetrato ai danni degli elettori, prima ancora che delle forze politiche più piccole, il presidente dell’Ars non prospetti anacronistici matrimoni riparatori, ma magari solleciti i parlamentari a modificare la legge e quindi abolire questo liberticidio che chiamano sbarramento. Lì, davvero, dimostrerebbe “sensibilità” per dirla con Giambrone.