venerdì 30 dicembre 2011

Antonio Gramsci - "Odio il capodanno"

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosíla data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.



(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916 su l'Avanti!, edizione torinese, rubrica "Sotto la Mole")

giovedì 29 dicembre 2011

Crisi da sovrapproduzione

E' possibile che la chiusura del Grande fratello (grazie alla quale per la prima volta nella vita ha vacillato la mia incrollabile fede nell'ateismo), in seguito a calo di ascolti, sia dovuta al fatto che gli italiani sono maturati come sostengono in molti? Io qualche dubbio ce l'ho. Basterebbe scendere per le vie di un centro cittadino in un sabato pomeriggio per vedere microbulli e microtroie, non più che dodicenni, impomatati i primi, bistrate all'inverosimile le seconde, e immaginare che dietro dei bambini che si vestono (e pensano) così ci sono delle madri e dei padri che glielo permettono. O guardare dentro quelle specie di carri funebri full optional che occupano ciascuno lo spazio di tre auto normali: ci sono quelli di prima, improvvisamente cresciuti come in un film, bulli impomatati e troie bistrate, i padri e le madri di quelli in miniatura ai quali hanno trasmesso come unico valore e filosofia di vita l'apparire a tutti i costi e l'arrivare a tutti i costi.
Proprio come gli ha insegnato il Grande fratello. Ma il fatto è che oggi il Grande fratello deve fare i conti con la concorrenza: piccoli e grandi arrampicatori sociali, aspiranti attori e attrici, imbroglioncelli grandi e piccoli, faccendieri e manager "di 'sta ceppa", puttani e puttane, scilipoti e minetti, costruttori tangentari, piscicelli, piccoli pesci che aspirano a diventare pesci grandi, da anni ce li ritroviamo (e non sarei così sicura che ce ne siamo liberati) nelle cronache parlamentari, nei tg della sera non in fascia protetta, nelle pagine politiche dei maggiori quotidiani. E che bisogno c'è del Grande fratello?
La definirei piuttosto - in linea con la situazione depressiva in economia - una crisi da sovrapproduzione. E io invece sono in crisi mistica: se chiude il Grande fratello, dio c'è.

mercoledì 28 dicembre 2011

Sindacalista a reti unificate

Ecco cosa succede se un Presidente della Repubblica e un papa perdono la credibilità, uno per "firmite compulsiva" che lo ha portato a sprecare fiumi di inchiostro per avallare leggi di dubbia costituzionalità, designazioni di ministri di dubbia legalità e nomine di senatori a vita di dubbia tecnicità, l'altro perché, vestito tutto d'oro, pretende di dare lezioni di moralità e sobrietà: succede che un segretario di un sindacato (cinghia di trasmissione di un partito il cui capo, nonché presidente di regione, sembra - se le indagini dei magistrati non sono carta straccia - si faccia eleggere con i voti dei mafiosi) un giorno si sveglia e pensa di essere in diritto di farlo lui il messaggio di fine anno a reti unificate nonché urbi et orbi.
E così è successo che a Catania il segretario della Camera del lavoro (o il suo ghostwriter) abbia preso carta e penna e abbia scritto il suo bel discorso di fine anno e con viva e vibrante soddisfazione, senza dimenticare l'immancabile richiamo ai 150 anni dell'Unità d'Italia, fra retorica e aria fritta, ha ricordato le due presenze in città del segretario generale, Susanna Camusso, ha volato alto - là, dove osano le papere - sulla politica nazionale facendo esercizio di cerchiobottismo e maanchismo veltronian-scudocrociato in difesa di lavoratori e pensionati ma condita da moderata e ostinata fiducia relativamente a una possibile "netta discontinuità" dell'attuale governo nazionale di destra rispetto al precedente governo di destra e infine ha ammonito l'esecutivo Monti "che non si cerchi di far cassa con pensionati, lavoratori e redditi bassi (qualcuno lo avverta: è già successo, anche perché questo fanno i governi di destra, che siano puttanieri o beghini, sempre la carne dei più deboli spolpano, come bestie fameliche). Quindi il sindacalista di lotta e di governo (regionale, peraltro entusiasticamente sostenuto dalla deputata del Pd Concetta Raia, espressione proprio della Cgil catanese) è sceso nella realtà locale sottolineando una "situazione produttiva industriale grave" e annunciando - udite udite! - che il suo sindacato continuerà a "pungolare le istituzioni" perché facciano partire una serie di lavori pubblici: indispensabile il completamento dei parcheggi cittadini. Con tanti ringraziamenti da parte della libera informazione e dei liberi muratori e cementificatori.
Discorso alto, concluso da benedizione di rito: "A voi tutti un augurio di Sereno Natale e Felice Anno Nuovo" (così, con le maiuscole pure per gli aggettivi).
Confesso che ho avuto un attimo di smarrimento e a un certo punto mi sono ritrovata ad ascoltarlo sull'attenti e con la mano sul petto.

Un gattino inerme di nome Stefania

Io Stefania non me la ricordo. Stefania era una compagna del circolo di Licodia Eubea di Rifondazione comunista, studentessa di Lettere a Catania, assassinata a 24 anni (insieme a suo nonno, che cercava di difenderla) da un maschio di merda che la sua considerava cosa sua - e com'è facile spostare il pensiero da cosa sua a Cosa nostra di fronte a comportamenti come questi.
Magari chissà quante manifestazioni abbiamo fatto insieme, magari abbiamo fatto le stesse cose durante le manifestazioni, magari abbiamo condiviso le note di "Bella ciao" - in questa Resistenza continua contro il nuovo fascismo e contro chi ci ruba il lavoro e i diritti -, magari abbiamo cantato a squarciagola "ma il cielo è sempre più blu", perché noi ci ostiniamo a credere che il cielo possa diventare più blu. Però non me la ricordo. E mi dispiace. Ma questo non toglie una virgola al dolore e alla rabbia.
Dolore, perché quando muore una giovane donna è uno strazio contronatura; rabbia perché quando muore così, accoltellata, sgozzata da un "talebano dentro" (fosse stato afghano, marocchino, algerino o un immigrato qualunque, tutti subito avrebbero puntato il dito sulla sua religione)che si spaccia per compagno, ti verrebbe voglia di mettere da parte tutto il tuo senso civico e farlo a pezzi con le tue mani questo bastardo.
Dolore, perché quando muore una compagna è come se morisse una persona della tua famiglia, della famiglia che ti sei scelta e che nessuno ti ha imposto per vincoli di sangue; rabbia, strazio, voglia di urlare e di spaccare tutto perché a noi - a noi compagne, a noi comuniste, a noi femministe - non dovrebbe succedere. Noi conosciamo i nostri diritti, noi lottiamo per i nostri diritti, noi dovremmo anche essere capaci di difenderci da sole da maschi ingannatori e violenti.
E invece no. Càpitano anche a noi. E gli vogliamo bene, li difendiamo, tendiamo a giustificarli, cerchiamo di comprendere le loro ragioni, ci fidiamo di loro, lasciandoli entrare nelle nostre case e nelle nostre vite, e lasciamo che scarichino la loro violenza su di noi. Non necessariamente violenza fisica che arriva al delitto. Ma la violenza di chi ti tradisce, la violenza di chi ti usa per riconquistare un'altra donna, la violenza di chi ti vuol far credere di essere diverso, sincero e migliore, la violenza di chi vorrebbe piegare i tuoi tempi e le tue scelte alle sue esigenze. Violenza subdola nei confronti della quale restiamo scoperte e indifese.
Sarà per questo che di fronte alla morte di Stefania provo gli stessi sentimenti che mi suscita un gattino stritolato dalle ruote dell'auto di un impotente che pensa di dimostrare la propria virilità tenendo l'acceleratore a tavoletta. Ci vorrei vedere lui stritolato dalle ruote di un'auto: ci vorrei vedere il bastardo che si è accanito contro un gattino inerme di nome Stefania e il suo cielo lo ha fatto diventare nero per sempre.

martedì 27 dicembre 2011

I vagoni piombati di Trenitalia

Alla fine ci metteranno il cartello "vietato l'ingresso ai cani e ai meridionali". Sarebbe solo l'ultimo passo del processo di nazistizzazione di Trenitalia, dopo aver gradualmente dismesso quasi tutti i treni per la Sicilia, licenziato un migliaio fra addetti alle pulizie e cuccettisti, reso la vita impossibile a chi il treno lo usa per andare a lavorare. Ora l'ultima novità (che in realtà risale a circa un mese fa) è qualcosa di molto simile ai vagoni piombati.
In pratica, eliminate le definizioni tradizionali di prima e seconda classe (che mai comunque avevano messo in discussione la possibilità di "contaminarsi" fra frequentatori dell'una e dell'altra) e istituite quattro diverse categorie, fra Standard, Premium, Business e Executive per i Frecciarossa che portano da Milano a Roma e da Roma a Napoli, l'azienda ferroviaria ha stabilito che chi viaggia nelle carrozze economiche, le Standard - cioè, a spanne, pendolari, studenti, immigrati, pensionati -, non può avere accesso a quelle dei cosiddetti signori, le sole dotate di carrozza bar/ristorante. E, per non correre rischi ed evitare che qualcuno faccia il furbo, non solo lo hanno scritto chiaramente su un cartello ("Ai clienti del livello standard non è consentito l'accesso alle carrozze Premium, Business e Executive"), ma hanno bloccato le porte spiegando - nel solito burocratese di merda - che è stata "una scelta di marketing finalizzata a garantire livelli di servizio adeguati alle richieste": insomma il cumenda evasore in viaggio con il suo troione ingioiellato non deve correre il rischio di condividere l'aria con uno "sporco negro" puzzolente o un comunista (altrettanto sporco e puzzolente, in base al Berlusconi-pensiero: ché è notorio che i comunisti non si lavano).
E poi Trenitalia spiega che se proprio hai voglia di un caffè in quei quattro vagoni trasformati in trappole per topi c'è un carrellino bar in cui acquistare "bevande calde o fredde" (non specifica se è "di serie" o se a Napoli sale il solito venditore di caffè superlungo da pagare come al Grand Hotel). Importante è che tu stia al tuo posto. Sapesse, Contessa...

lunedì 26 dicembre 2011

All'ergastolo per un Lcd

Siccome non mi devo candidare a nessuna elezione, non ho alcun interesse ad essere politicamente corretta e non devo captare la benevolentia di nessuno (anche perché spesso somiglia pericolosamente al leccaculismo), sapete che vi dico? Che gli italiani se lo meritano tutto questo e i siciliani e i meridionali ancora di più, perché sono delle emerite teste di cazzo. Punto.
Ora vengo e mi spiego.
Avete presente quello che gli economisti chiamano prestito al consumo? E' un modo vaselinico per dire che le finanziarie e le banche ti danno dei soldi pur di farti comprare delle cazzate di cui non hai bisogno e tu per restituirli ai loro tassi usurai ti devi vendere il culo e indebitarti per il resto della vita chiedendo altri prestiti e altri prestiti e altri prestiti...
Ebbene, in base a un sondaggio di un sito Internet che, guarda caso, si chiama prestiti.it. il 34% degli italiani ha chiesto un prestito per questa specie di feste obbligate. Soltanto un terzo lo ha fatto per farsi un viaggio mentre oltre 60 teste di cazzo su cento rischiano di impegnarsi le mutande per comprare i regali di natale e, in particolare, per soddisfare bisogni indotti: cellulare di ultima generazione, computer di ultima generazione, televisore di ultima generazione. Come se il cellulare di ultima generazione potesse come d'incanto trasformare in ch le k dei vostri sms da analfabeti, come se il computer di ultima generazione vi servisse per scaricare un trattato di filosofia e non un videopoker, come se il televisore di ultima generazione contenesse in sé un antidoto contro Minzolini, Vespa o Emilio Fede. Anzi, ho la sensazione che servano a mantenere questi tre e altri come loro.
Torniamo a noi. Di questi che chiedono il prestito, il 54% vuole almeno duemila euro e secondo lo stesso sito impiegherà più di due anni a restituirlo. Cioè 730 notti a svegliarti di soprassalto pensando a come cazzo dovrai fare a pagare la rata questo mese e nel frattempo ci sarà il natale 2012 e dovrai chiedere un altro prestito per fare i regali e ci sarà il natale 2013 e dovrai chiedere un altro prestito per fare i regali; intanto il debito del 2012 sarà arrivato al 2014 e quello del 2013 al 2015, arriverà il natale 2014 e dovrai chiedere un altro prestito da rimborsare nel 2016, arriverà il natale 2015 e dovrai chiedere un altro prestito che finirà nel 2017.... Praticamente un ergastolo.
Ma il risultato più stupefacente di questa indagine è che quelli che maggiormente fanno ricorso alle finanziarie sono i meridionali: in particolare, campani, calabresi e siciliani cioè - toh! - quelli che un paio d'anni fa il Sole24Ore definì "la cassaforte dei voti del Pdl" e, si potrebbe aggiungere, di Raffaele Lombardo, quello che si sarebbe fatto eleggere dai mafiosi, ma chiedendogli i voti uno ad uno, e dunque secondo alcuni magistrati non c'è il reato associativo.
Ora i meridionali (e gli italiani, in generale) sono nella merda, stanno morendo di fame, hanno perso il lavoro o non lo hanno mai trovato, stanno perdendo la pensione, grazie a governi nazionali o regionali che fanno gli interessi delle proprie aziende, dei Marchionne, delle banche o delle mafie, ma buttano via gli ultimi spiccioli e la serenità per alimentare lo strapotere del futile e di tutti i bastardi appena elencati. E però il sito che riporta i risultati del sondaggio dice che "sarebbe davvero sbagliato" colpevolizzare i consumatori che "per un anno fanno il filo a un oggetto del desiderio", per esempio un televisore Lcd, "e a natale se lo concedono": così sono pronti a farsi rincretinire dai telegiornali telecomandati da Berlusconi e a drogarsi di calcio. E, alla fine, a rivotare per lui.

domenica 25 dicembre 2011

Il natale è servito

Il natale è servito, sarete contenti.
Nell'Italia cattolica, apostolica, ipocrita, romana, nell'Italia dell' "oggi siamo tutti più buoni", nell'Italia dove un mercante vestito di bianco e interamente ricoperto d'oro detta legge 366 giorni l'anno, non paga le tasse di questo Stato che occupa abusivamente e il 25 dicembre se la prende con il mercato e il "lucìcchio" (sic) e la festa dei negozi, ebbene in quest'Italia delle feste comandate (e imposte), proprio a natale alla gente i coglioni girano più del solito e proprio a natale la cattiveria si scatena irrefrenabile.
Nel giro di una notte, da nord a sud, secondo quanto riportano le agenzie, ci sono stati almeno cinque episodi fra omicidi, tentativi di omicidio, aggressioni, violenza tenuta sotto vuoto ed esplosa senza rimedio.
A Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, ieri sera un pensionato (italiano, italianissimo) ha imbracciato un fucile da caccia e ha sterminato un'intera famiglia, titolare di una lavanderia i cui fumi gli davano fastidio: morti la madre e i due figli, in prognosi riservata il padre. Giorno perfetto, per fare la festa alla Famiglia.
Nelle stesse ore, a Lipari, una signora di sessant'anni è stata assassinata nella sua casa poco prima di uscire per andare a passare il cenone dai parenti. Sembra si sia trattato di un tentativo di rapina: forse babbo natale aveva finito le scorte.
Dopo di che, proprio mentre lui scendeva dal camino, a Brescia un uomo ha ammazzato con alcuni colpi di pistola il fratello della sua ex fidanzata. Questioni di interesse, a quanto sembra: la vittima aveva acceso un mutuo usando come garanzia la busta paga della sorella. E ci mancava il giustiziere della notte (di natale).
Verso l'una di notte, in un albergo romano non lontano dalla stazione Termini, un uomo e la sua compagna incinta hanno cominciato a litigare in maniera sempre più furiosa finché lui ha tentato di buttarla dalla finestra. Lei non si è fatta molto male: è il mito della maternità e della bontà a tutti i costi che è finito in mille pezzi.
Nelle prime ore di stamane a Milano una donna di 35 anni è stata accoltellata dal marito, "al culmine di un litigio", come da fredda formula di rito. E' in ospedale, operata d'urgenza, ma non è grave. Sarà per la prossima festività.
Ma nel frattempo qualcuno dovrebbe cominciare a chiedersi perché: perché imporre ope legis le feste, il divertimento, il finto affiatamento, una maschera di felicità e persino "per oggi non pensiamo alla crisi" e "guardiamo con ottimismo al futuro"; perché queste manifestazioni di violenza crescono esponenzialmente proprio nei giorni in cui il bisogno del business di costringerti a spendere fa a pugni, a pistolettate, a fucilate con il bisogno materiale della gente.
Mi dispiace, ma sono costretta a smentire il ministro Andrea Riccardi, secondo il quale "L'Italia è un Paese solidale, in questi tempi di esigenze che aumentano la solidarietà sta crescendo...". L'Italia non è più un Paese solidale da tempo e più ci riducono i salari, ci levano le pensioni, ci rubano il futuro, più diventiamo cattivi, egoisti, sospettosi. Costringerci a far finta che tutta vada bene serve solo a esasperarci di più.

giovedì 22 dicembre 2011

Innaturalmente donna, in nome del Mercato

La notizia è di quelle agghiaccianti. Ancora di più, se possibile, di quelle che riguardano bambini di pochi anni protagonisti ovviamente inconsapevoli di book fotografici pedopornografici messi in rete, oppure stuprati da un nonno o da un parente molto vicino.
L'articolo - pubblicato sulla rivista Gynecological Endocrinology, giornale ufficiale della Società internazionale di endocrinologia ginecologica, e firmato dai ricercatori che hanno studiato il caso - non specifica dove, ma certamente è accaduto nella "civile" Europa. E' accaduto che una bimba di appena quattro mesi, figlia di agricoltori, sia diventata "donna": le si è ingrossato il seno, le dimensioni del suo utero erano oltre il doppio rispetto alla norma e le sono venute le mestruazioni.
Charles Sultan, Laura Gaspari, Françoise Paris, e Claire Jeandel, i quattro ricercatori dell'Università di Montpellier che hanno descritto il caso, spiegano che si tratta dei classici sintomi di pubertà precoce e che questa può essere una patologia “centrale”, normalmente dovuta a un tumore, oppure “periferica”, causata da una produzione eccessiva di estrogeni endogeni o da esposizione ad estrogeni esogeni. Ed era proprio quest'ultimo il caso della piccola.
La bimba abitava in una fattoria, ma certamente la vita in campagna non le ha fatto bene: era nata con parto naturale, alla nascita pesava poco meno di quattro chili ed era alta una cinquantina di centimetri, non presentava problemi neurologici ed era insomma una neonata in buona salute. Ma in quella fattoria erano stivate ben ventidue tonnellate di pesticidi di vario tipo, di quelli messi al bando da decenni dall'Unione europea: Ddt, Lindano, Solfato di endosulfano. I medici - che hanno sottoposto la bimba e i suoi genitori a una serie di accertamenti - hanno scoperto che il sangue di tutta la famiglia era pieno di quegli stessi pesticidi (il padre trentottenne, fra l'altro, presentava un drammatico calo della libido, conseguenza proprio di quella quantità paurosa di veleni). Lo studio non può fornire la certezza assoluta circa la relazione fra pesticidi e pubertà precoce, ma riferisce di casi simili, già descritti in letteratura (uno in Italia, un altro fra bambini portoricani).
E già questo basterebbe per chiedere per quale ragione delle sostanze vietate vengano ancora conservate nelle campagne europee, in mezzo alle persone (e, temo, agli animali che poi circolano per l'Europa e che noi mangiamo), perché non siano state messe in atto delle bonifiche e perché nessuno controlli (o, se qualcuno lo ha fatto, perché non abbia denunciato).
Ma c'è anche un'altra notizia nella notizia, altrettanto raccapricciante: i quattro studiosi riferiscono infatti che, malgrado i pesticidi siano stati messi al bando, le nazioni industrializzate continuano a produrli per esportarli in altri Paesi - quindi avvelenando altri popoli - con la conseguenza che comunque i residui di lavorazione si disperdono nell'ambiente circostante.
E poi ci dicono che non è vero che è tutta colpa del Mercato.

martedì 20 dicembre 2011

Quelli che...i nostri padri

Quelli che...per una sera non vado a letto con le galline, perché chissà se lo rivedremo...
Quelli che...ho passato una vita a cercare figure paterne...

Poi una sera sei davanti alla tv e, mentre non stai pensando, ti rendi conto che sono quelli i tuoi padri: quelli i cui insegnamenti ti porti dentro da una vita e ti porterai dietro finché avrai vita, quelli che ti insegnano a capire il mondo e a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Padri intelligenti, geniali, serissimi e divertenti. Uno se n'è già andato - si chiamava Giorgio Gaber -, gli altri due sono lì, sullo schermo: due signori malfermi, smarriti e indifesi di fronte alla vita che se ne va, che però nel momento in cui riprendono ad offrirti idee in musica ridiventano quei giganti che sono sempre stati: Dario Fo, la voce ormai fioca, possente quando il suo corpo ridiventa quello invertebrato di Arlecchino e con movimenti apparentemente sconnessi trasforma "Ho visto un re" in canovaccio della nuova tragedia all'italiana, in cui ancora una volta il contadino oggi operaio non ha nemmeno diritto di piangere; e poi lui, a cui è dedicata la serata, Enzo Jannacci, che arriva su gambe malferme e ti fa stare in apprensione, pensi che non ce la farà, vorresti essere lì per sostenerlo, poi gli danno in mano un microfono, gli ridanno in mano le sue idee, ed è subito adrenalina. Come per magia.
Magia del pensiero, una boccata d'ossigeno per i nostri cervelli la puntata speciale di ieri sera di "Che tempo che fa" dedicata a Jannacci: e, mentre non stai pensando, ti sfiora la speranza che davanti alla tv ci siano anche dei ragazzini e ti annebbia la vista il pensiero triste che quando anche l'ultimo di loro tre se ne sarà andato non ci resterà più niente e saremo orfani di padri.
Padri delle idee, che questo Paese subalterno ai papi e a Papi, ha vissuto sempre con fastidio e insofferenza.
Certo, avrei fatto volentieri a meno di veder apparire il socio di don Verzè o un mascherone carnascialesco caricatura di se stesso o un patetico clown spelacchiato. Forse servivano ad assecondare l'ambizione nazionalpopolare di Fabio Fazio, ma non certo a marcare la differenza. Un gigante se è un gigante te ne accorgi a prescindere e non c'è bisogno di mettergli accanto dei nani.

domenica 18 dicembre 2011

De trinicato (elegia)

"U massaru Tanu" era un artista nel rollare le sigarette. A volte lo faceva con una sola mano con piccoli gesti eleganti e, nel momento in cui incollava la cartina, sembrava stesse suonando un flauto traverso. Io, bambina, lo guardavo ammirata e affascinata come quando t'incanti davanti ai primi raggi di sole che all'alba si sbriciolano sul mare o quando gusti una pietanza della tradizione locale e scopri che le più buone - forse perché dentro hanno tutta la sofferenza del mondo - sono proprio quelle frutto della povertà e della necessità che ti costringono ad inventarti di tutto.
U massaru Tanu era un contadino, povero, il più povero tra i poveri di un'Italia che ancora sentiva le macerie della guerra, di quelli che andavano avanti a "pani e anciovi" - dove per "anciovi" si intendeva non l'acciuga, ma il profumo che lasciava dopo essere stata strofinata sul pane - ma (e forse proprio per questo) nessuno si sarebbe mai sognato di dirgli che doveva privarsi persino del piccolo piacere del trinciato.
Oggi invece un governo di destra, che coltiva l'odio di classe, dopo aver preso a bastonate i pensionati, le donne, i giovani, i precari - come un killer professionista che ti spara alla nuca -, ti dà il colpo di grazia e aumenta il costo del tabacco da sigaretta.
So perfettamente che non è il principale dei nostri problemi, ma è come il fiocchetto senza il quale un pacco dono non sarebbe un pacco dono. E il pacco-bomba fornito dal governo Monti agli italiani non poteva essere tale se non infiocchettato dall'ennesima rapina ai danni dei più deboli. Perché aumenta il trinciato, ma non le sigarette, che ormai in pochissimi - cioè i ricchi - possono permettersi.
Chiunque fumi o frequenti fumatori sa benissimo che negli ultimi due anni è cresciuto il numero di quelli che sono passati dalle sigarette al tabacco da rollare. All'inizio ci guardavano strani: credevano ci facessimo le canne per strada. Ora forse è il contrario, perché nel frattempo giovani, pensionati, disoccupati, cassintegrati, insegnanti, intellettuali - i poveri, insomma, tutti "massaru Tanu" - si sono "convertiti" a cartine e tabacco. Prima era solo "alternativo", ora è l'unica alternativa. C'è chi dice che faccia meno male delle sigarette: forse una motivazione nobile per non ammettere chiaramente che quei cinque euro a pacchetto sono diventati via via impossibili per la gran parte degli Italiani. Io non sono così sicura di questa tesi, non mi illudo: a produrlo sono sempre le multinazionali, per definizione assassine (ricordate quando quelle del farmaco s'inventarono l'influenza suina perché dovevano smerciare rapidamente i loro inutili prodotti?), che certamente non hanno a cuore la salute dei loro "clienti" e chissà che porcherie ci mettono dentro. Resta il fatto che comunque con il tabacco fumi di meno, non foss'altro che perché dover rollare una sigaretta ti fa perdere più tempo del gesto automatico di aprire il pacchetto e tirarne fuori una.
Sì, lo so. Adesso qualcuno (facendomi venire voglia di farmene quattro una dietro l'altra) mi dirà: "Ma non sarebbe meglio non fumare affatto?" Certo, che sarebbe meglio. Ma voi ricchi che vi siete arricchiti frodando il fisco, sfruttando i lavoratori, corrompendo e facendovi corrompere, e voi governo di destra che fate gli interessi di quei ricchi lì - siccome ci avete tolto (e a una parte sempre crescente di Italiani) la possibilità di comprare libri, andare al cinema, frequentare scuola e università, acquistare un cd musicale, farsi un week-end fuori, mangiare pesce, mangiare tout court -, rischiate che diventiamo nervosi. E se diventiamo nervosi e non ci possiamo permettere nemmeno un po' di trinciato per scaricare il nervosismo, è possibile che ci sfoghiamo con voi.

mercoledì 14 dicembre 2011

La Fiom in Parlamento

Stamattina apro le agenzie, entro nella sezione di politica interna e mi colpisce un titolo: "Manovra: Camera, Munerato in aula in divisa da operaia".
Ohibò (oggi mi gira così) - mi chiedo - un'operaia alla Camera? E chi sarà mai? Sta a vedere che è pure iscritta alla Fiom. Ma quale partito l'avrà candidata alla Camera? Dunque, vediamo: i comunisti no, non sono più in Parlamento da qualche anno. Il partito di Di Pietro? No, là ci sono solo guardie e ladri. Anzi, i ladri se ne sono andati non perché le guardie li abbiano cacciati, ma perché sono stati arruolati dalla Banda Bassotti. Allora forse il Pd in un vago ricordo di sinistra? No, il Pd candida i caleari, i colaninni e padroni vari e l'unico ex operaio che ha candidato è Boccuzzi, che secondo alcuni suoi compagni della Thyssen-Krupp fino a due giorni prima votava Forza Italia. Il Pdl nemmeno: vale quanto detto per il Pd con l'aggiunta di zoccole e magnaccia.
Non mi resta che leggere integralmente l'agenzia, per svelare l'arcano. Anzi, copio e incollo l'Ansa, così vi rendete conto da soli: "Presidente Monti, alla Bocconi di operai non ne avrà visti tanti. E io, anche se lei adesso non è in Aula, mi sono vestita con la stessa divisa che indossavo fino a due giorni prima di essere eletta deputata": lo dice nell'Aula della Camera Emanuela Munerato, deputata della Lega e operaia in Veneto che, per intervenire sul complesso degli emendamenti alla manovra economica, si presenta nell'emiciclo di Montecitorio con addosso la sua 'tuta blu'. La deputata del Carroccio ostenta orgogliosamente la sua divisa e tiene un breve intervento, ricordando che 'il professore ha la babysitter, mentre l'operaio deve arrangiarsi con 1.000-1.200 euro al mese'. E conclude il suo breve discorso tra gli applausi dei deputati del Carroccio".
Sono d'accordo: né Monti ha mai visto un operaio di catena di montaggio in vita sua né la madonna piangente ha mai visto un pensionato che fa la spesa. C'è solo un piccolo particolare: dov'era l'onorevole Munerato quando il suo partito faceva parte di un governo che ha staccato uno per uno, uno dopo l'altro i diritti dalla vita dei lavoratori, come si fa con le foglie dei carciofi? Dov'era la tuta blu Munerato quando Berlusconi prima ancora di Monti (che ne sta proseguendo l'opera e, se possibile, aggravandola) consentiva a Marchionne di fare il cazzo che voleva? Dov'era l'esponente di partito di maggioranza Munerato mentre il suo partito di maggioranza entrava nei cda delle banche ed era profumatamente reMunerato per fare passare tutte le porcate del vecchio maniaco?

I carabinieri e lo scontrino fiscale



Stamattina ho preso un caffè al bar del porto, l'ultimo sulla sinistra. Ci vado tutte le volte che posso al porto, è terapeutico. Polvere di stelle su una moquette turchese, i gabbiani che fanno le papere con il culo a mollo, il "cambio" piedi/centimetri, le fantasticherie sulla genesi dei nomi delle barche. Mogli e figlie, donne che restano a casa, per i pescherecci; storie, desideri, momenti magici per le vele (i motoscafi nemmeno li guardo: stronzi e arroganti/inquinanti come i loro padroni). Ce n'è una che si chiama Traité de Rome, doppiamente ambiziosa, chissà chi si crede di essere.
Insomma ero lì e siccome era l'ora del calo degli zuccheri e del conseguente imburrimento delle gambe, ho fatto 'sta botta di vita. Ordino il caffè, mentre me lo preparano chiedo "quant'è?", metto 80 centesimi sul banco, il caffè arriva, ci metto lo zucchero, mescolo, lo bevo. Gli 80 centesimi sono ancora lì. Decido di indicarli alla giovane donna che sta al bancone. Mi fa cenno di sì con la testa, ma ancora non li prende. Resto in attesa. Lei continua a servire altre persone, ma i soldi non li prende. E va bene, vuoi la guerra?
"Mi fa lo scontrino, per piacere?", le dico con voce stentorea che non ammette repliche e per farmi sentire dagli altri avventori. E lei: "Ceeeeeerto!". Con sei "e", in ognuna delle quali si avverte benissimo un "crepa", merda", "vaffanculo"...e, ça va sans dire, "comunista".
Ora io a questa scena ci sono abbastanza avvezza (e non mi stupisco perché nutro una disistima profonda e cordiale nei confronti dei commercianti): loro non mi danno lo scontrino, io resto ferma là e di solito basta questo, capiscono senza bisogno di chiederglielo e mi consegnano lo scontrino accompagnandolo con un sorriso al curaro.
Oggi c'è stato solo quel passaggio in più, che ho dovuto chiederglielo perché la signorina faceva l'indaffarata, ma c'è una ragione perché ve lo sto raccontando: gli "altri avventori", quelli dai quali volevo farmi sentire, erano un gruppetto di carabinieri. E allora mi faccio due domande: 1) perché la barwoman non si è sentita obbligata da quella presenza ad avere un comportamento legale? 2) perché quei carabinieri che sono per definizione tutori dell'ordine e della legalità e che per di più prendono stipendi di merda pagandoci sopra tutte le tasse (comprese quelle che spetterebbero al proprietario del bar e a tutti gli evasori come lui) assecondano certi comportamenti?

martedì 13 dicembre 2011

La pazienza è finita






le foto sono di Salvatore Torregrossa

Stamattina pensavo a quella frase che sentiamo ripetere spesso, usata per controbattere ai tanti, troppi bastardi razzisti che nel nostro Paese se la prendono con gli immigrati che secondo loro ci rubano il lavoro. Gli rispondiamo, e giustamente, che loro fanno i lavori che gli Italiani non vogliono fare più: coltivando la terra, pulendo le scale dei condomini, occupandosi dei nostri vecchi.
Ma non sono i soli: a Catania ci sono delle donne, catanesi - spesso donne sole o con i mariti disoccupati, che magari hanno dovuto inventarsi un lavoro per tirare su i figli -, che assistono a casa le persone anziane e disabili. Sono le dipendenti delle cooperative sociali che assicurano il servizio per conto del Comune e spesso si improvvisano dame di compagnia, donne delle pulizie, infermiere, parenti. Lavoro prezioso il loro, perché per qualche ora rendono meno penosa la vita di chi da solo non ce la fa o di familiari che comunque a lavorare ci devono pur andare. Lavoro di merda il loro, perché - sia pure per qualche ora al giorno - si fanno carico anche dell'umiliazione di un anziano non autosufficiente e dell'angoscia di genitori di un bambino cresciuto restando sempre immobilizzato in un letto. E quell'angoscia non è che timbri il cartellino e la lasci sul posto di lavoro a fine turno: te la porti dietro ovunque tu vada e ti si rinnova ogni volta che vedi passare per strada una mamma con un figlio disabile rimasto sempre bambino.
Ma a Catania queste lavoratrici non hanno diritto a una retribuzione come qualunque altro lavoratore perché il comune non paga da sette mesi. Il sindaco ex senatore, Raffaele Stancanelli, non fa altro che dire di avere risanato la voragine di bilancio lasciata dal suo gaudente predecessore e non fa che dire che - proprio grazie al fatto che era senatore - il governo guidato dal vecchio maniaco padrone del suo stesso partito ha mandato a Catania centoquaranta milioni di euro. E lui, che non pensa di essere l'unto del signore ma evidentemente Cristo in persona, cerca di farci credere di aver fatto la moltiplicazione dei pani e dei pesci perché tira fuori la storiella dei centoquaranta milioni ogni volta che deve sostenere di avere tappato una falla. Ma siccome la falla complessiva si aggirava pericolosamente intorno al miliardo di euro, se la matematica non è un opinione (e non è reversibile) non è che perché centoquaranta milioni in un miliardo ci stanno sette volte e cocci può essere vero anche il contrario. Quindi con quella somma (ammesso che sia arrivata e non faccia parte di quella perenne propaganda elettorale in cui Stancanelli galleggia, incapace di fare niente di concreto, fin dal giorno in cui è stato eletto) magari avranno messo qualche pezza, ma le casse comunali restano sempre vuote.
Oggi quelle lavoratrici (unici a sostenerle i comunisti della Federazione della Sinistra) sono scese in piazza sotto il municipio, trovando il portone sbarrato come fossero pericolosi delinquenti, a manifestare e con i loro cartelli colorati hanno chiesto al sindaco di congelare il suo stipendio e quello di assessori e consiglieri comunali - la cui inutilità è patente - per ridurre almeno in parte quel debito: non chiedono tutto (che, comunque, sarebbe pochissimo perché le graduatorie degli aventi diritto sono bloccate e in conseguenza sono state ridotte le ore di lavoro delle operatrici e quindi anche la loro retribuzione) e spiegano che se finora non hanno interrotto il servizio è perché non se la sentono di abbandonare a se stessi gli assistiti. Ma la loro pazienza non durerà a lungo, perché le rate da pagare incombono e gli interessi lievitano mentre un sindaco che non trova i soldi per pagare un servizio essenziale riesce a recuperarli invece, e tanti, per assumere qualche lacchè o prorogare inutili consulenze.

lunedì 12 dicembre 2011

Un sindaco a vocazione agricola

Lo sapevate che il sindaco di Catania coltiva dirigenti per la sua "tecnostruttura"? Ebbene sì, li coltiva, nel senso agricolo del termine: li mette a dimora, li innaffia, li ara, li trebbia, li concima (eccome, se li concima!).
E però, siccome lui le cose le fa bene e non lascia nulla al caso, Raffaele Stancanelli ha deciso di affidarsi ad un esperto, tal Marcello Pulvirenti, perito agrario, già segretario particolare dell'uomo di Regalbuto (centro a vocazione agricola della provincia di Enna) quando era assessore regionale. Ebbene il P. A. Marcello Pulvirenti già un anno e mezzo fa aveva ottenuto l'incarico di collaborazione a titolo gratuito "con l'ufficio di Staff del Sindaco, per svolgere funzioni di assistenza all'attività di indirizzo, di controllo e di raccordo con la tecnostruttura rappresentata dall'insieme dei Dirigenti, propria del Sindaco stesso". Ma dev'essere stato particolarmente bravo perché il cosiddetto primo cittadino di Catania lo scorso 11 ottobre e a decorrere dal primo novembre ha deciso di modificare l'incarico "da titolo gratuito a titolo oneroso, considerato sia il rilevante contributo da lui apportato che il crescente carico di lavoro affidato al medesimo". E vuoi mettere: zappare, arare, concimare, sotto il sole cocente e sotto l'acqua.
Insomma, dal primo novembre scorso il signor Pulvirenti, perito agrario, per indirizzare, controllare e raccordare i dirigenti dello Staff del sindaco ha (a tempo determinato, finché Stancanelli sarà in carica) uno stipendio, tredicesima compresa, secondo il Contratto collettivo nazionale di lavoro dei dipendenti degli Enti locali, mentre - tanto per fare un esempio - da mesi non ci sono soldi per pagare gli operatori dei servizi sociali, che ovviamente sono in rivolta e minacciano di interrompere il servizio perché non sentono nemmeno l'odore dello stipendio e ancor meno della tredicesima che a occhio e croce arriverà in estate inoltrata, tanto che un'operatrice ha fatto notare come a casa sua il panettone si mangerà a ferragosto.
C'è da chiedersi a cosa serva, oltre che a "coltivare" le amicizie, un perito agrario in quella struttura. Così come sarebbe interessante sapere quali sarebbero i meriti, i requisiti e le competenze che gli sono valsi questo bel terno al lotto. Già perché a leggere il curriculum di Pulvirenti si scopre che - avendo studiato enologia, entomologia, zootecnia ("disciplina - secondo la definizione di Wikipedia - che si occupa della produzione, dell'allevamento e dello sfruttamento degli animali domestici" o addomesticati) e agronomia - si è diplomato perito tecnico agrario all'Istituto Eredia di Catania; che ha una conoscenza sufficiente, cioè scolastica, cioè pari a zero, della lingua inglese (ma, effettivamente, per comunicare con gli animali ci si può esprimere riproducendo i loro versi); che - come quasi tutti - gli piacciono disegno, sport e musica; che - come quasi tutti - ha la patente di guida; che gli piace "vivere e lavorare con altre persone, in ambiente multiculturale, occupando posti in cui la comunicazione è importante e in situazioni in cui è essenziale lavorare in squadra" (di calcio, immagino); che ha avuto diversi incarichi - compreso quello di animatore di villaggio turistico - in enti di formazione (quelli, per intenderci, dove si "coltivano" le clientele); e che, infine, dal 2001 al 2006 è stato componente o addirittura capo - come esterno, quindi consulente - nella segreteria particolare dell'ex assessore regionale Raffaele Stancanelli. E proprio da questo posto privilegiato - secondo quanto dichiarato ai magistrati da Ubaldo Camerini, ex direttore dei Servizi sociali di Catania e uno fra i principali imputati nell'inchiesta (in cui sono coinvolti numerosi esponenti dell'Mpa di Raffaele Lombardo e lo stesso Stancanelli è imputato "coatto") sulla "cricca del sociosanitario" che si spartiva gli appalti - avrebbe fatto da portavoce presso l'attuale sindaco di Catania dei desiderata dell'ex assessore comunale Giuseppe Zappalà (arrestato nell'ambito della stessa inchiesta) relativamente ai nomi da inserire nelle commissioni aggiudicatrici dei bandi di gara.
Alla fine del curriculum, fra i titoli in possesso del superesperto, risulta anche il patentino A2 Equitazione. Allora le do un consiglio, signor Sindaco: si faccia fare un corso accelerato dal suo ex consulente ora dipendente e si dia all'ippica.

Strefogonadismo

Lo dico ogni anno, ma evidentemente qualcuno non se ne ricorda e qualcun altro non l'ha sentito o ha finto di non sentire: pregasi astenersi da stelline, fiocchettini, regalini, campanelline, bacini, sorrisini, augurini...avevo un parente diabetico e non vorrei si risvegliassero i geni (mentre i geni - quelli che ai miei tempi, nel giurassico, si scrivevano con due i o con l'accento circonflesso sull'ultima -, ma pure le persone mediamente intelligenti, stanno pensando seriamente di appisolarsi definitivamente). In più mi è finito il Debridat e siccome il Debridat appartiene alla categoria dei cosiddetti farmaci "etici", che non vuol dire affatto che il farmacista - mosso da afflato caritatevole e da pietas nei confronti del vomitante - te lo dà gratis, ma anzi che lo devi pagare fino all'ultimo centesimo, con i tempi che corrono uno la nausea ce l'ha e se la tiene.
Anzi, visto che tanto soldi non ce ne sono più, uno può risolvere il problema alla radice: non mangia ed evita di vomitare se qualcuno gli rivolge caritatevoli auguri di natale e capodanno.
Il fatto è che dovrei smettere di ascoltare la radio, perché non ne posso più di quelli che da due mesi non fanno altro che farmi via etere gli auguri per natale, fottendosene del fatto che milioni di italiani non sono cattolici che non hanno nessuna voglia di essere violentati dalle feste altrui; e non ne posso più delle pubblicità che fingono di ignorare come gli italiani siano ormai alle bucce della frutta - quelle che si recuperano rovistando nei cassonetti - per colpa dei padroni e dei banchieri e di un governo di destra, braccio armato dei padroni e dei banchieri, che vuole fare pagare la crisi ai lavoratori e ai pensionati.
C'è uno spot particolarmente odioso: un tizio s'ingozza di panettone e - maleducato, parlando con la bocca piena - ti spiega che c'è tempo per mettersi a dieta, mentre per acquistare l'auto bisogna affrettarsi perché la promozione scade il 31 dicembre. Si presume che l'italiano medio, quello con lo stipendio medio-basso a 1.300 euro al mese, dovrebbe comprarla come regalo di natale e usando la tredicesima come anticipo.
Ora, certo, quelli le macchine le fabbricano e vogliono venderle e quindi ci fanno la pubblicità. Ma rivolgo a loro la stessa domanda che rivolgo ai natalizi esaltati, quelli che pensano che ci sono solo loro: non vi viene in mente che ci sia qualcun altro in giro? Non vi viene in mente che ci siano non credenti? Non vi viene in mente che ci siano non mangianti ai quali il bulimico del panettone e dell'auto nuova può far venire il voltastomaco oltre che uno strefogonadismo* cosmico?
E va bene che la pubblicità è l'ossimorica anima del commercio, ma almeno abbiate il buon gusto di calibrarla sui tempi, altrimenti c'è il rischio che gli italiani ve la tirino addosso l'auto nuova insieme alla loro vecchia macchina che non hanno i soldi nemmeno per rottamare.

* dal greco strefo (girare)+gonos= giramento di coglioni

domenica 11 dicembre 2011

Futuro un cazzo





le foto sono di Salvatore Torregrossa

"Natale un cazzo" non si può dire. E nemmeno scrivere: non è educato, non è carino, è offensivo. L'avevano scritto su un cartello i lavoratori della Elco in sit-in qualche giorno fa in piazza Università, per far conoscere ai catanesi la loro situazione allucinante: oltre 180 dipendenti "sospesi" per la chiusura improvvisa dei negozi decisa da padroni senza scrupoli, ma non formalmente licenziati, sicché non possono nemmeno andare a trovare un altro lavoro.
Gliel'hanno fatto togliere quel cartello: non sta bene. Non è educato incazzarsi se da luglio non vedi un centesimo perché da un giorno all'altro il padrone ti ha gettato sulla strada; non è educato rivendicare il proprio diritto al lavoro; non è educato fare notare che per i lavoratori della Elco non ci sarà nessuna festa, nessun regalo di natale per i loro figli, nessun panettone.
Uno di loro al sit-in è arrivato in ritardo: doveva correre in banca per cercare di evitare che gli pignorassero la casa. Un altro è ancora capace di ironizzare, pensando di darsi fuoco, ma con la benzina verde per non inquinare. Un altro ancora fa notare l'assurdità di non poter bloccare il mutuo della casa perché ufficialmente non c'è stato alcun licenziamento o dell'angoscia che ti prende quando squilla il telefono e pensi che sia il padrone di casa che rivendica l'affitto. Parlano di dignità, che non la vogliono perdere: hanno portato delle catene con le quali incatenarsi simbolicamente ma precisano che non hanno alcuna intenzione di diventare dei "casi umani", che i loro debiti li onoreranno e non smetteranno di dare battaglia per i loro diritti.
Ce n'è uno che è diventato suo malgrado un leader, è lui quello che spiega ai giornalisti come stanno le cose: si piazza davanti alle telecamere, comincia a illustrare gli aspetti tecnici della vicenda, usa termini giuridici, adotta un tono pacato, ma a un certo punto ti accorgi che si sdoppia, è come se il suo cervello andasse da un'altra parte..."Scusi, ma non ce la faccio", dice al giornalista, e se ne va lasciandolo con il microfono in mano.
Spiegherà poi che non ne poteva più di dire le cose con fair play, di indorare una pillola amarissima, di tacere sui dubbi di illegalità di questa brutta storia, di essere educato...
Già, che gli racconti a tuo figlio che ti chiede cosa gli regalerai per natale? Come glielo spieghi che se continua così non si potrà nemmeno comprare da mangiare? Come glielo fai capire che un padrone ottocentesco non ha avuto alcun riguardo e nessuno scrupolo mentre calpestava i loro diritti?
E che gli dici a tuo figlio già nato o che sta per nascere "e se è una femmina si chiamerà Futura"? Come glielo dici che soldi per andare a scuola non ce n'è e perciò non c'è futuro? Futuro un cazzo! Questo è più "educato"?

sabato 10 dicembre 2011

Banditi o Partigiani? Partigiani della Costituzione






le foto sono di Salvatore Torregrossa

Uno spettacolo dal forte impatto emotivo, fra il personale e politico, nella consapevolezza della necessità di non smettere di ricordare la storia del nostro Paese per costruire un futuro migliore; di non abbandonare la lotta per i diritti - oggi più che mai messi in discussione -; di avere sempre come punto di riferimento la Costituzione repubblicana nata dalla lotta di Liberazione contro il fascismo.
E' "Briganti o Partigiani?" (e la risposta, prendendo in prestito le parole del magistrato Antonio Ingroia, è "Partigiani della Costituzione"), lo spettacolo messo in scena ieri sera a Catania nello spazio Agorà dalla "Brigata Puglisi" e promosso dalla Federazione della Sinistra catanese.
"Storie non sempre note di resistenza e ribellione del popolo italiano dai giorni dell'Unità ad oggi" il sottotitolo scelto dalla "Brigata" perché lo spettacolo, nato da un'esigenza personale e familiare del capo del gruppo, Ettore Puglisi, oggi segretario della sezione Anpi di Verbania, nato al nord Italia da migranti siciliani, insieme alle grandi storie d'Italia - Garibaldi, la Resistenza, le stragi mafiose, la strategia della tensione - racconta anche le piccole storie di singoli luoghi o di singoli personaggi che quella storia complessiva hanno contribuito a costruire: dalla Repubblica partigiana dell'Ossola agli scugnizzi rimasti uccisi nel 1943 durante le quattro giornate, la rivolta di Napoli contro il nazifascismo, fino (o, forse, a partire da) "u zu gnaziu, muraturi e cumunista", proprio il nonno palermitano di Ettore Puglisi, partigiano che pagò duramente la sua opposizione al regime di Mussolini.
Storie che non vanno archiviate, proprio oggi che si passa da un regime a un altro, da quello mediatico berlusconiano al governo di destra di Mario Monti che fa gli interessi dei padroni e delle banche accanendosi su donne, lavoratori e precari, facendo pagare la crisi ai più deboli - e "dimenticando" di affrontare la questione delle frequenze televisive o non trovando il tempo per discutere se far pagare l'Ici alla chiesa cattolica - salvo versare qualche stucchevole lacrima di circostanza nel momento in cui si chiede ai pensionati di morire di fame. Mentre continueranno a scorrere le lacrime, quelle vere, di chi ha perduto il lavoro, di chi non riesce a trovarlo, di chi con una pensione da fame deve pure aiutare chi ha perduto il lavoro e chi non riesce a trovarlo.
Oggi più che mai i vecchi canti della Resistenza e quelli ormai datati che nei decenni successivi hanno accompagnato le lotte per i diritti risultano nuovi e attuali, irrinunciabili, proprio perché i governi ci fanno ripiombare indietro di secoli, cancellando diritti irrinunciabili.

giovedì 8 dicembre 2011

Le voci della disperazione

Le voci si coprono, si rincorrono, si sovrappongono. Sembra di essere a Wall Street. Ma qui non ci sono guadagni facili e ricchezze improvvise: i guadagni non ci sono affatto, ma non ci sono nemmeno i miseri stipendi. E le voci sono quelle della disperazione e dell'esasperazione di chi da mesi va a lavorare a proprie spese, facendosi prestare i soldi per mettere la benzina nella macchina, perché sembra che il comune sia in arretrato di sette mesi sul pagamento delle cooperative di servizi per le quali lavorano e dunque non ci sono soldi per pagare i salari.
Sono circa un migliaio a Catania gli operatori dei servizi sociali, in gran parte dipendenti di cooperative o piccole società, che per conto del Comune garantiscono l'assistenza domiciliare agli anziani e ai portatori di handicap, mentre altri duecento si occupano dei bambini degli asili nido. Milleduecento persone, milleduecento famiglie che non hanno di che vivere.
Qualche sera fa ne ho un incontrato un gruppo, quelli dell'assistenza domiciliare, in maggioranza donne, la gran parte delle quali non ha un marito ma ha figli a carico, a volte essi stessi disabili. E ciascuna aveva bisogno di gridare il proprio disagio, anche a costo di sovrastare le parole e il disagio delle altre. C'è chi ha dovuto ricorrere a ben tre finanziarie diverse che adesso non le fanno più credito e sta pensando seriamente di rivolgersi agli usurai; un'altra che ha il marito disoccupato e due bambini e non ha i soldi per comprare loro i libri di scuola; una terza separata e madre di tre figli uno dei quali portatore di handicap; una quarta che si è vista ridurre le ore di lavoro settimanali per mancanza di utenti perché - denunciano, evidenziando come venga penalizzato anche chi avrebbe bisogno dei servizi, cioè i più deboli fra i deboli - le graduatorie degli aventi diritto all'assistenza sarebbero bloccate da tempo immemorabile e dunque, se un vecchietto muore, non viene rimpiazzato da un altro che ha altrettanto bisogno.
E tutte, tutte, sono costrette a far ricorso ai familiari per farsi prestare i soldi per il necessario e quando prendono lo stipendio se ne va tutto nella restituzione dei prestiti.
E tutte, tutte, si sentono prese in giro da tutti. Perché il sindaco Stancanelli qualche giorno fa ha fatto il "beau geste" di riceverle, ma - dicono - le ha liquidate in pochi minuti, negando che i pagamenti siano in arretrato di sette mesi ma soltanto di due, annunciando che era stato pagato il mese di maggio (ma maggio non è - appunto - sette mesi fa?) e sostenendo che comunque in base alla convenzione i presidenti delle coop devono pagare gli stipendi anticipando le somme. Rimpallo di responsabilità: perché i presidenti negano di avere ricevuto i soldi di maggio e negano di dover anticipare le somme mentre dalla ragioneria generale arrivano solo risposte negative o per via del funzionario arrogante e aggressivo che - sempre stando alle testimonianze delle lavoratrici - le prende "a male parole" o perché quello gentile e "corretto" dice loro che qualunque cosa abbiano intenzione di fare è inutile, "perché tanto soldi non ce ne sono".
Nel frattempo il primo cittadino svolazza da un'inaugurazione del nulla a un'altra e annuncia le manifestazioni natalizie, parlando di "una città più unita, più accogliente e solidale". Solidale?

martedì 6 dicembre 2011

E i mafiosi risaneranno i conti dello Stato

Dunque, vediamo:
vai in farmacia e ci sono due che parlano dell'ipotesi di tornare alla lira; ne parlano come se stessero immaginando di trasferirsi su un'isola deserta, quindi con la consapevolezza che è impossibile, ma lo fanno;
parli con quelli che hanno le case, le prime case, e ce le hanno perché le hanno comprate in passato caricandosi mutui insostenibili, pagati privandosi dell'indispensabile, e ti dicono che stanno pensando di venderla perché nel frattempo sono rimasti senza lavoro o sono andati in pensione al minimo e la loro pensione da fame serve anche ad aiutare i figli disoccupati e quindi non si possono permettere il lusso di pagarci l'Ici;
entri dal tabaccaio...anzi, no: non riesci neppure ad entrare perché c'è la fila fino a fuori di tutti quelli - i più disagiati: disoccupati, precari, casalinghe, pensionati - che giornalmente si sputtanano quel poco che gli resta grattando un gratta e vinci, scuotendo le macchinette, puntando al lotto, mentre l'Eurispes ci spiega che il fenomeno si incrementa proprio in periodo di crisi o perché qualcuno spera nel colpo della vita o per distrarsi, crearsi un mondo parallelo (ma, dico io, non sarebbe meglio comprarsi un libro?);
apri la cassetta della posta e la trovi intasata di lettere delle finanziarie che ti offrono prestiti vantaggiosissimi;
apri la casella di posta elettronica e ci sono mille mail che ti spiegano come investire i tuoi soldi (soldi? Ma di che cazzo parlano?)

E nello stesso giorno - all'indomani di una manovra di un governo di destra che salva solo i ricchissimi, ammazza tutti gli altri e naturalmente non si occupa delle frequenze tv che potrebbero fruttare allo Stato sedici miliardi di euro, probabilmente ricattato da Berlusconi che altrimenti non gli dà la fiducia -, nel giorno in cui sei in farmacia, dal tabaccaio o in panetteria e avverti nei discorsi di tutti lo smarrimento e lo sconforto, ti accorgi che nel bar della mafia - uno dei tanti, forse tutti, a Catania - fervono i lavori per il cambio di gestione (in questa città tirano tutti dritto e fingono di non accorgersi di niente, ma il sospetto è che i boss abbiano adottato una versione riveduta e corretta del "lavorare meno lavorare tutti", che si potrebbe chiamare "riciclare molto, guadagnare tutti": in pratica il bar o il ristorante lo gestiscono a rotazione i diversi affiliati, così c'è anche di che sostenere i figli dei boss detenuti) mentre le agenzie battono la notizia di un imprenditore catanese che decide di chiudere la sua azienda dopo avere inutilmente e da solo lottato contro il racket delle estorsioni.
Ma tranquilli, l'economia riprenderà a girare e anzi ci sarà un rilancio: le nostre case di cui non riusciamo più a pagare il mutuo e le aziende dei pochi imprenditori onesti che non pagavano il pizzo e magari pagavano pure il fisco se le compreranno i mafiosi e i grandi evasori fiscali. Anzi, c'è da giurare che nelle nostre case ci metteranno quattro letti vecchi e degli orribili mobili in formica e le affitteranno in nero agli studenti universitari. Forse ci daranno pure un lavoro in nero nelle loro aziende rubate a chi non ce la faceva più.
E poi si compreranno i Beni culturali, Palazzo Chigi, il Colosseo e i buoni del Tesoro e i Btp e i bund tedeschi....

domenica 4 dicembre 2011

Evviva la femMinistra

Tutti a fare clap, clap, clap. Ma bravi: tutti ad apprezzare, a sottolineare, ad enfatizzare che il Ministro Elsa Fornero ieri, nell'ultimo giro di incontri fra governo e parti sociali, quando è stato il turno dei giovani, si è alzata e se n'è andata indignata perché nella delegazione non c'era neanche una ragazza.
Giustissimo, sono d'accordo, ha fatto bene, però perché il Ministro Elsa Fornero non si è alzata e non se n'è andata indignata quando il presidente del Consiglio, Mario Monti, assieme al Lavoro le ha assegnato la delega alle Pari opportunità che per i maschi, si sa, è solo il contentino per farci stare buone? E soprattutto perché non si è alzata indignata e non se n'è andata via un istante prima che Monti desse vita al governo, accorgendosi che le donne sarebbero state appena tre su diciotto ministri? Io non sono una particolarmente affezionata alla regola delle quote, ma in certi casi la considero come una sorta di riduzione del danno da imporre per legge, dal momento che i maschi preferirebbero tagliarsi una palla piuttosto che cedere una briciola di potere. Fossi stata in lei, io avrei rinunciato al ministero, pubblicamente e motivando la decisione. Perché è facile fare le "femministe" ma non privarsi dei posti di potere, troppo comodo.
E poi pretendiamo di dare lezioni ai giovani? Ma che esempi stiamo dando ai giovani noi vecchi a riproporre schemi che erano già vecchi quando eravamo giovani? Perché le ministre non hanno fatto saltare il tavolo (anzi, la tavola imbandita per banchieri e padroni che poi magari si monderanno la coscienza partecipando con le loro "signore" a una sfavillante cena di beneficenza organizzata da quelle succursali della massoneria che sono i club-service, di cui fanno parte in massa) prima che il misfatto venisse compiuto?
E poi - ma prima, in realtà, molto prima -, proprio lei che è ministro delle Pari opportunità e a un tempo del Lavoro, ministro del Welfare (ma di che welfare parliamo, di che Stato sociale, se ciascuno pensa per sé?) perché permette una riforma previdenziale che si accanisce particolarmente sulle donne e sui lavoratori meno tutelati?
Ma si rende conto di cosa significhi per una donna andare in pensione a 63 anni (dal 2012, ma addirittura a 66 dal 2018)? Certo, per lei o chi come lei ha la fortuna di fare un lavoro intellettuale e gratificante e che ha avuto la possibilità di lasciare i bambini alla baby-sitter per andare a una conferenza o anche dal parrucchiere, se il cervello l'assiste sono pure pochi 63 anni. Provi a mettersi nei panni di una donna che ha cominciato a lavorare in fabbrica a vent'anni, che per una vita si è ritirata con la schiena a pezzi e si è messa a pulire la casa, a cucinare, ad occuparsi dei bambini e poi degli anziani genitori; provi a mettersi nei panni di chi, oltre alla stanchezza fisica, ha sulle sue spalle tutto il peso di quella psicologica perché il padrone ha provato a toccarle il culo e lei ha avuto il torto di non lasciarlo fare ed è stata mobbizzata per anni e poi declassata quando è rimasta incinta o ha vissuto nell'incubo del licenziamento per essersi assentata perché il bambino aveva la febbre alta e non aveva nessuno a cui lasciarlo. Pensi, per esempio, alla violenza psicologica di cominciare a lavorare in un'azienda privata e scoprire che, a fronte di una sfilza di cessi per i maschi, per le donne ce n'erano soltanto due. Come a dire: non vi ci vogliamo qui, a stento vi tolleriamo, perché poi voi fate figli e vi prendete lo stipendio gratis per un anno.
E poi ne vogliamo parlare di queste pensioni contributive? Pensi a una giovane donna (ma anche a un giovane uomo), una di quelle che formano l'esercito degli operatori di call-center: nessuna tutela, nessuno stipendio fisso, tre mesi di lavoro e poi il licenziamento, tre mesi a casa e la riassunzione e poi ancora il licenziamento, in un'agonia senza fine fino a quando avrà ottant'anni. Come fa ad accumulare contributi per garantirsi la vecchiaia una giovane così? No, ministro, non basta essere donna e non basta fare l'indignata se in una delegazione di giovani non c'è nemmeno una ragazza. Sì, certo, voi donne ministre di questo governo non avete niente a che vedere con quelle del governo precedente che avevano cancellato la parola dignità dalla vita delle donne, ma voi - come quelle che vi hanno preceduto - fate parte di un governo classista e la vostra manovra non tocca i ricchi e gli evasori fiscali ma mira a fare pagare ancora una volta i più deboli, i lavoratori, e a renderli schiavi senza diritti: quindi, nei fatti, a togliere loro la dignità, che siano uomini o donne.

venerdì 2 dicembre 2011

Lavoratori Elco: diritti a rate e zitti tutti

Braccati. Come se fosse colpa loro. Il rischio di perdere la casa perché non riesci più a pagare il mutuo, le banche che ti telefonano per rientrare dalla scopertura e non vogliono sentire ragioni, le bollette da pagare, l'azienda telefonica che ti sospende il servizio. Ne ho visto qualcuno evitare di rispondere al telefono nel timore che fosse il padrone di casa che rivendicava il pagamento dell'affitto o il macellaio che voleva saldato il conto. Cornuti e mazziati: così va il mondo nella repubblica fondata sui licenziamenti.
I quasi duecento lavoratori della Elco sono soltanto gli ultimi, in questa Sicilia dove la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili ed è funzionale a mantenere i cittadini in uno stato di sudditanza, ad essersi ritrovati - all'improvviso, l'estate scorsa - senza lavoro perché il padrone ha deciso di chiudere. Come altre migliaia di lavoratori che negli anni, a Catania e in Sicilia, dalla Cesame alla Fiat, da un giorno all'altro hanno visto andare in fumo il loro futuro e quelli dei loro figli. Ma con una particolarità in più: l'indifferenza e l'abbandono. Sembra che di loro non si accorga nessuno: non i cittadini, indolenti e indifferenti, che notano il negozio chiuso soltanto quando ci vanno per comprare qualcosa; non le istituzioni che in altre situazioni - non foss'altro che per campagna elettorale - hanno finto di interessarsi a lavoratori di aziende in crisi; non i sindacati (e fa male sentirselo raccontare e doverlo riferire) perché, qualunque sia la sigla alla quale sono iscritti, questi lavoratori si sentono abbandonati a se stessi; non la stampa locale perché la raccolta pubblicitaria evidentemente è più importante della vita delle persone; non alcuni avvocati, troppi se anche fosse stato uno solo, eccessivamente e in maniera sospetta sveltissimi ad abbandonare l'incarico un giorno dopo averlo assunto.
Un paio di giorni fa, davanti ai giudici della sezione fallimentare del Tribunale di Catania, si è svolta l'udienza per il concordato preventivo: è la conseguenza della richiesta di liquidazione avanzata dall'azienda, "un passo prima del fallimento", spiega l'avvocato Elisa Di Mattea, che assiste senza esitazioni sei dei lavoratori buttati sulla strada dalla famiglia Ferlito, proprietaria della Elco. In pratica, in questa fase la società avrebbe la liquidità per saldare i creditori, sia pure divisi in due classi diverse: i creditori privilegiati, cioè le banche (perché vantano dei diritti su un capannone ipotecato) e gli stessi dipendenti, e i creditori chirografari - in generale, i fornitori - che non hanno alcuna garanzia. Nel concordato preventivo i creditori privilegiati vanno pagati per intero e non hanno diritto di voto, quindi non possono pronunciarsi proprio in merito a questo tipo di accordo, mentre i chirografari - per i quali, in questo caso, la Elco ha proposto di pagare il 30% di quanto dovuto - hanno diritto di voto e possono opporsi al concordato perché ritengono che l'azienda possa avere altri beni o perché non si accontentano di quella percentuale. Dunque hanno il potere di bloccare tutto e di far dichiarare il fallimento della società. Che insomma, interpretando un po' a naso, sembra che i privilegiati siano proprio i chirografari che così hanno potere di vita e di morte sui lavoratori, mentre il presunto privilegio di questi ultimi si trasformerebbe in una beffa se il Tribunale accettasse la proposta della Elco: pagare il Tfr in cinque anni in rate semestrali, che a occhio e croce fa settanta euro al mese. Chiunque abbia una famiglia (persino se è un single che si limita a respirare) sa che con settanta euro non ci campi nemmeno una settimana, ma sembra che - contrariamente a quanto ritiene circa l'80% dei tribunali italiani secondo i quali, in base alla spiegazione dell'avvocato Di Mattea, una dilazione così lunga limiterebbe il privilegio - i giudici catanesi sarebbero disposti a favorire questa soluzione, con la motivazione che l'azienda su questa specie di rateizzazione pagherebbe anche gli interessi. "Ma ai lavoratori non importa degli interessi", sbotta Di Mattea, perché ovviamente anche loro dovrebbero aggiungere spese ai conti che non possono pagare.
Inoltre, sempre secondo l'avvocato, non è che ci sia da stare poi così tranquilli rispetto al calcolo della liquidazione: sembra infatti che i conteggi non corrispondano, che ci siano delle incongruenze con quanto risulta all'Inps, che in alcuni casi siano state messe in conto le ferie non godute e ci siano circa cinquemila euro di differenza fra i conti fatti dall'azienda e quello che risulta all'Inps. E forse potrebbe anche esserci qualcosa di poco chiaro, se è vero che per alcuni dipendenti non sono stati versati due anni di contributi. Certo è strano che nel febbraio 2011 la società risultasse a posto con l'Inps (ma il Durc, il documento che attesta la regolarità dei versamenti dei contributi, si basa sul silenzio-assenso e dunque, se l'Istituto non risponde, si dà per assodato che sia tutto in regola) mentre nell'ottobre successivo, appena otto mesi dopo, aveva accumulato nei confronti dell'Istituto di previdenza debiti per duecentomila euro. Osservazione che i legali dei lavoratori sottoporranno al commissario liquidatore.
Nel frattempo, però, l'udienza aperta un paio di giorni fa è stata richiusa dopo pochi minuti e rinviata di quasi due mesi. Due mesi durante i quali i lavoratori continueranno a non poter pagare le bollette, l'affitto, il mutuo; continueranno a temere il telefono che squilla; continueranno a fare i salti mortali per non far mancare l'indispensabile ai loro figli e continueranno a vivere nell'agonia. Ma questo non importa a nessuno e nessuno ne parla.

martedì 29 novembre 2011

Caro Signor Maestro

Chissà che non ci voglia davvero un maestro. L'ultimo allarme lo ha lanciato ieri da Firenze il linguista Tullio De Mauro: "Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà: il 5% non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell'analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non più del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana".
A stretto giro di posta, nella serata di ieri, è arrivata la nomina a sottosegretario all'Istruzione di Marco Rossi-Doria, maestro elementare appunto. Un balzo in avanti alla velocità dei neutrini, se si pensa che siamo appena usciti dal tunnel di un ministro privo di neuroni sotto la cui "egìda" e senza nemmeno la necessità di sottoporsi a complicate e costose operazioni le carceri hanno cambiato sesso.
Forse ci vuole davvero un maestro, un esercito di maestri, per azzerare tutta l'ignoranza colpevolmente alimentata nell'ultimo ventennio, durante il quale a dirigere i Tg sono stati mandati i più servi, perché inducessero in confusione lo spettatore, facendogli credere che uno è stato assolto e dunque era innocente e non prescritto e dunque era colpevole ma grazie ai suoi poteri è riuscito a far perdere ai giudici tanto di quel tempo che il suo processo se n'è andato a puttane. Un ventennio che ha prodotto giochi per bambini nei quali la parola infliggere significa togliere. Sicché non è improbabile che un giorno, quando finalmente un Tribunale riuscirà ad infliggere a Berlusconi un bel meritato ventennio di galera, quei bambini diventati grandi potranno pensare che i vent'anni glieli hanno tolti e che dunque, ancora una volta, era innocente. Un ventennio durante il quale abbiamo chiamato onorevole persino il figlio di Frankenstein, il picchiatore fascista che usa il congiuntivo imperfetto al posto del congiuntivo presente (traducendo dal suo romanesco "annassero" o "facessero" e facendoti venire voglia, già solo per questo, di dirgli gentilmente e correttamente: "vada, vada affanculo, almeno fino a che non avrà imparato a parlare l'italiano!"). Un ventennio durante il quale non solo le pubblicità ma i giornalisti e gli scrittori hanno cominciato a dire "più estremo" senza che nessuno abbia un sussulto o che gli vengano le bolle su tutto il corpo. Un ventennio durante il quale l'impomatato dei sondaggi ha dato significato assoluto all'avverbio "assolutamente", usato non come rafforzativo ma in sostituzione di un sì o di un no: così uno fa una domanda, l'altro risponde "assolutamente" e il primo resta tutto il giorno come un coglione a chiedersi se volesse dire sì o no.
Ecco, signor maestro Rossi-Doria, anche se non è la cosa più importante, potrebbe cominciare con l'eliminarlo. No, non l'avverbio: potrebbe eliminare l'impomatato Masia dai Tg. Magari potrebbe mandarlo a fare la pubblicità della brillantina Linetti. Poi potrebbe fare un decreto per impedire a Gasparri di parlare se non dopo aver frequentato di nuovo tutto il ciclo delle scuole elementari. Infine potrebbe istituire una commissione (una specie di censura, ma linguistica) che esamini gli spot pubblicitari e ne vieti la messa in onda se contengono errori di italiano (ma pure di francese: sono più di cinquant'anni che sento pronunciare la t finale di Fernet e che mi si accappona la pelle!). Perché, vede caro maestro, ho come il vago sospetto che in questo Paese l'ignoranza la si voglia alimentare e non combattere perché serve ad allevare sudditi silenziosi e rassegnati. E la pubblicità è uno strumento eccelso in questo senso.
Succede proprio per questo che "Non più del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana". Se ci fa caso, è a occhio e croce la stessa percentuale di persone che votano consapevolmente e non per l'amico, "per la persona" o per il favore.
Poi però - ma forse è meglio prima - faccia sedere sui banchi di scuola i suoi colleghi ministri e viceministri e spieghi loro che lavoro non significa favore, che pensione non è uguale a regalo generoso, che salario non vuol dire privilegio e che il significato di diritto non può che essere diritto, perché c'è gente che c'è morta nei secoli per conquistare i diritti.
Altrimenti c'è il rischio che gli Italiani - quelli per bene: quelli che sanno perfettamente come la parola lavoro si accompagni indissolubilmente al termine dignità, quelli che non fanno i furbi, quelli che non evadono il fisco, quelli ai quali questo nuovo governo con la scusa della crisi vuole sottrarre i diritti - si rivolgano a voi non con un gasparriano congiuntivo trasteverino né con un più corretto e cortese congiuntivo presente, ma vi ci mandino con un perentorio imperativo categorico.

P.S.: Caro Signor Maestro, nello stesso giorno dell'allarme lanciato da De Mauro e della sua nomina, è successa una terza cosa importante: sono morti (uno consapevolmente, forse perché non ne poteva più di un mondo governato dalle banche che calpesta i diritti dei lavoratori) tre grandi intellettuali italiani. Faccia in modo che la loro morte non sia stata vana.

domenica 27 novembre 2011

Pet-economy? Monti ci tassa il respiro.


Probabilmente non è vero, ma è (mi auguro fortemente che sia così) soltanto una classica leggenda metropolitana. Frutto però del colpevole alone di mistero che avvolge il piano del governo Monti per risanare l'economia del Paese. Insomma, le misure "impressionanti" il presidente del consiglio le ha mostrate a Merkozy, forse ne ha accennato nel tunnel durante la riunione paramassonica con i segretari dei partiti che sostengono il governo dell'inciucio (a proposito e a proposito di misteri che alimentano fantasie, per analogia, mi viene in mente la storia del tunnel segreto fra due conventi catanesi dove si sussurra che in altri tempi monache e monaci si dessero appuntamento: si fa, ma non si dice), ma sicuramente non ne ha informato i diretti destinatari del cetriolone, cioè gli Italiani, quasi certamente nel timore che stavolta e finalmente al popolo bue si mettano a girare i coglioni.
E dunque le voci, le indiscrezioni, le dicerie, le congetture si rincorrono e magari quelli che sono soltanto timori (fondatissimi, dal momento che non è più un modo di dire che ci fanno pagare pure l'aria che respiriamo e soprattutto che la fanno pagare a quelli che ormai gratis hanno soltanto l'aria) diventano notizie.
Ora la notizia (non verificabile perché, appunto, nessuno ha avuto in mano alcun documento ufficiale) - oltre quella, ormai assodata, che il governo dei banchieri non toccherà i grossi patrimoni - è che gli animali d'affezione diventeranno beni di lusso e dunque saranno tassati.
Spero proprio che non sia vero perché da gattara (e, in passato, anche canara) che ha sempre adottato gatti di strada so che si tratta di un bene primario: il gatto (ma vale anche per il cane, con qualche aggiustamento "organizzativo" per quelli di grossa taglia) non prova disgusto se nella sua ciotola trova un tuo capello; al gatto non dà fastidio se dormite nello stesso letto; il gatto, pur di stare con te il più possibile, non esita ad entrare in bagno mentre sei seduto sul cesso e a mettersi a fare conversazione con te; al gatto non fa schifo mangiare nel tuo piatto; al gatto non importa se russi la notte. Anzi, pensa che tu stia facendo le fusa e comincia a farle pure lui. Se stai male o sei triste, il gatto si mette a letto con te, ti tiene per mano e non schioda finché non ti alzi; se stai piangendo, il gatto mette la sua manina pelosa proprio lì, su quella lacrima, per fermarla; il gatto non ti guarda con disprezzo se hai perduto il lavoro; il gatto - diversamente dai cosiddetti esseri umani che passano e svaniscono, perfino quando formalmente sono ancora lì - non ti abbandona, se non nel momento in cui muore.
Il gatto (il cane) è il tuo respiro: fior di ricerche dimostrano quanto sia fondamentale la presenza di animali nella casa di una persona malata; tutti conoscono l'importanza di un animale "da compagnia" per una persona anziana e sola; per esperienza diretta so che i bambini crescono più buoni e sensibili se con loro, fin da piccoli, c'è un gatto o un cane.
Dia retta a me, presidente, la presenza di un animale in casa dovrebbe essere imposta per legge e la tassa dovrebbe essere applicata a chi non ha un cane o un gatto che gli riempie di peli la casa e nelle scuole dei più piccoli dovrebbe essere prevista l'adozione di animali con cui fare stare i bambini e farglieli osservare. Scoprirebbero che la "buona educazione" può essere solo un orpello formale, mentre la solidarietà è una cosa naturale che solo questa società di merda, fatta di ricchezze materiali e privilegi, ha snaturato; e forse domani potrebbero esserci meno mafiosi, meno evasori fiscali, meno persone opportuniste, aride e incapaci di sentimenti.
E lei, professor Monti, vorrebbe inaugurare un nuovo corso, quello della pet-economy, tassando (punendo) quelli che hanno bisogno del calore "umano" di un gatto o di un cane per sopportare il dolore della povertà, della solitudine, della disoccupazione?
Spero di essere smentita. Altrimenti, le darei un consiglio: ogni tanto esca dalle aule universitarie, dalle banche, dalle chiese, vada a farsi un giro per le strade o ai giardinetti e si soffermi un po', perda un po' del suo tempo strapagato ad osservare gli sguardi innamorati che si scambiano un senzatetto e un cane o una donna sola e un gatto.

venerdì 25 novembre 2011

Fukushima e l'harakiri del samurai in diretta tv

E' come se Pippo Baudo, per rilanciare il settore ittico della provincia di Siracusa, si facesse vedere in tv, possibilmente in prima serata, mentre mangia di gusto uno dei pesci a due teste che di tanto in tanto si pescano nel triangolo del Petrolchimico.
Nazionalpopolare pure lui, forse, ma eccessivamente ed ingenuamente filogovernativo, qualche tempo fa Otsuka Norikazu, famoso presentatore della televisione giapponese, si è presentato davanti alle telecamere e si è nutrito - sorridente, soddisfatto e quasi ingordo - di verdure coltivate nei pressi della centrale nucleare di Fukushima: la popolazione continuava a non acquistare i prodotti della terra - malgrado la revoca delle restrizioni imposte dal governo subito dopo l'incidente nucleare - e l'agricoltura stava colando a picco.
Ora a colare a picco è proprio la vita di Otsuka Norikazu, colpito pochi giorni dopo il suo show culinario e a pochi mesi dal disastro di Fukushima da leucemia acuta linfatica, uno di quei tumori del sangue che difficilmente perdonano. Sì, forse il suo spot se l'è fatto pagare bene e quindi - a differenza di tanti che non si possono curare - non avrà difficoltà a sostenere le spese mediche che eviteranno il "rapido decorso infausto". Forse non morirà subito, insomma, ma vivrà con la morte appollaiata su una spalla.
Al presentatore vorrei fare una sola domanda: Ne valeva la pena?
Ma vorrei fare una domanda anche al neoministro italiano dell'Ambiente, Corrado Clini, che appena insediato e malgrado una consultazione popolare che ha visto gli Italiani dire di no in massa al nucleare, ha rilanciato l'ipotesi dell'energia atomica: Ne vale la pena? Non è il caso che lei ritratti senza arrampicarsi su specchi e paletti tipo "a certe condizioni"?
Anche perché dubito fortemente che Pippo Baudo - che pure non è un estremista - sarebbe così stupido, poi, nemmeno se dovessero ricoprirlo di soldi, da correre a parargli il culo suicidandosi in diretta. Roba da samurai.

giovedì 24 novembre 2011

Il settore tira, la Elco licenzia, le istituzioni tacciono





(le foto sono di Salvatore Torregrossa)
Da qualche giorno a Catania, al numero 140 di via Giacomo Leopardi ha aperto un negozio di elettrodomestici e simili. Si chiama Unicity. Grandi vetrine, grandi spazi e l'immancabile slogan: "Grande tecnologia, piccoli prezzi". Già perché, crisi o non crisi, il settore è di quelli che tirano e anzi rappresenta quasi il "topos" o persino l'archetipo del capitalismo globalizzato delle multinazionali: fanno nascere in te il bisogno indotto, convincendoti che per esistere tu abbia la necessità assoluta di possedere un televisore che occupi tutta una parete (rubando spazio alla libreria!), poi arrivano le finanziarie che ti prestano i soldi e tu, già che ci sei, compri anche il condizionatore di ultima generazione, cambi la lavatrice che ancora funzionava benissimo, ti porti a casa il frigorifero che ti fa i cubetti di ghiaccio personalizzati con l'iniziale di ciascun componente della famiglia, compri il cellulare per il bambino che sta per nascere....
Un paio di settimane fa a Roma, nella zona di Ponte Milvio, ha aperto un centro commerciale Trony ed è successo un casino: c'era tanta di quella gente che sono dovuti intervenire i carabinieri per garantire l'ordine pubblico.
Eppure a Catania, nella stessa strada di Unicity, un centinaio di numeri civici più in là, l'estate scorsa ha chiuso la Elco. Che ha chiuso anche a Misterbianco, a Tremestieri, a Siracusa, ad Avola e in altri centri: li ha chiusi tutti i suoi negozi, dall'oggi all'indomani, lasciando i suoi dipendenti - centinaia di lavoratori - e le loro famiglie nell'incertezza totale. "Elco, da cinquant'anni insieme a te": poi un calcio in culo a ciascun lavoratore e chi s'è visto s'è visto.
La vicenda - passata quasi sotto silenzio, fra indifferenza delle istituzioni e tentativi di "pacificazione" (non è forse questa la parola più di moda oggi in Italia per giustificare governi "tecnici" che continueranno a fare gli interessi dei padroni?) persino da parte di chi dovrebbe difendere il lavoro - risale al maggio dello scorso anno, quando l'azienda, di proprietà della famiglia Ferlito, adducendo improbabili difficoltà economiche, avviò una procedura di mobilità per cessazione dell'attività, nel frattempo trasformata in ricorso agli ammortizzatori sociali per alcuni e trasferimento ad altra società per altri. In realtà, raccontavano stamattina i lavoratori di Catania, in sit-in davanti alla sede di via Giacomo Leopardi, ci avevano già provato un paio di anni fa a licenziarne una quarantina: parlavano di debiti e di esuberi e i dipendenti avevano inutilmente proposto di ridurre le ore di lavoro per evitare i licenziamenti, che poi sono arrivati per tutti: una sessantina in cassa integrazione subito, poi tutti gli altri che prima sono stati ceduti dalla Elco alla Elco group (di cui è socia la famiglia Piccinno) e poi hanno dovuto fare i conti con la dichiarazione di fallimento di quest'ultima società e con la chiusura dei negozi: quelli di Catania sono poco meno di duecento e fra di loro ce n'erano alcuni che lavoravano lì da oltre vent'anni e c'erano venti coppie, marito e moglie tutti e due sulla strada. Molti cinquantenni. Vecchi per il mercato del lavoro. Ma questa cosa se l'è sentita dire pure una ragazza di 34 anni: sulle spalle un mutuo di ottocento euro perché basato su due stipendi - il suo e quello del marito - e due bambini piccoli. Quando cercava un altro lavoro, le hanno detto che non andava bene, perché volevano persone massimo venticinquenni: le sono venute le macchie sulla pelle e ha perso i capelli a ciocche, la cura è costata cinquecento euro per tre mesi, farmaci non mutuabili. Un altro negozio di elettrodomestici ha sbattuto la porta in faccia a un'ex dipendente perché donne non ne vuole: hanno figli e mestruazioni. Colpa gravissima, in questo Medio evo. E, a quanto riferiscono gli ex lavoratori, comunque gli altri negozianti non li vogliono perché sembra sia stata sparsa la voce che causa della crisi aziendale sia la loro incompetenza. Mentre erano lì, a fare una cosa che i sindacati gli avrebbero sconsigliato perché inutile (dev'essere uno degli effetti del cambiamento climatico pure questo: i sindacati che ritengono inutile lottare per il lavoro!), è passata a trovarli un'ex collega, una signora che è andata in pensione appena in tempo. Ci mancava poco che baciasse per terra per essere passata sotto un treno: sì, perché l'altra "porcata" che i lavoratori hanno dovuto subire è che non gli è stata neppure pagata la liquidazione e gli è stato proposto di ricevere il Tfr in rate semestrali nei prossimi cinque anni: che fa settanta euro al mese. E non è detto che ci sia nemmeno quello, perché il prossimo 29 novembre ci sarà in Tribunale l'udienza per il concordato preventivo, la procedura che serve ad evitare il fallimento: appuntamento di cui i lavoratori sono stati informati soltanto da pochissimi giorni e durante il quale temono fortemente che i creditori possano rivalersi anche su quanto spetterebbe agli ex dipendenti. Considerato che da luglio, da quando il negozio ha chiuso, non vedono un centesimo, veramente un affare! Perché non solo non hanno più lo stipendio, ma nemmeno un sussidio di disoccupazione dato che, a quanto sembra, non risulterebbero nemmeno licenziati: "Non rientriamo nemmeno nelle statistiche sulla disoccupazione", dice una di loro. Così, in realtà, un altro lavoro non possono nemmeno cercarlo. A meno che - sintetizza un'altra - non sia un lavoro in nero.
D'altra parte in una città come Catania, dove fioriscono ad ogni angolo bar e negozi in cui viene investito il denaro della mafia, dove i padroni ti fanno il mobbing e ti impediscono di iscriverti al sindacato, dove i patronati sono fabbriche di clientelismo, dove medici e notai chiedono di essere pagati in contanti per non fare la fattura, chi vuoi che si accorga di un'illegalità in più o in meno?

martedì 22 novembre 2011

E' arrivata la mela cozza

Evviva la mela scamuffa! Evviva la mela sgarrupata! Evviva la mela cozza, non rifatta, non siliconata, non incerata, dalle misure imperfette! Ma l'avete vista? E' bellissima nella sua normalità, con i suoi bitorzoli e le sue macchie sulla pelle.
Insomma, l'ho vista ieri sera per la prima volta in tv e spero proprio che sia il primo segnale di "un nuovo corso" della pubblicità: Melasì è la sorella gemella di Melinda, cresciuta sugli stessi alberi della Val di Non - spiega il nuovo spot -, curata dagli stessi produttori, con la stessa genuinità e le stesse qualità organolettiche delle principale protagonista della réclame, ma è bruttina perché è stata colpita dalla grandine. E ha un vantaggio in più: tiene conto della crisi economica, fa quello che ormai facciamo tutti noi quando andiamo al mercato, scegliendo i frutti meno appariscenti ma non per questo meno buoni per risparmiare. Melasì infatti costa meno pur essendo (così assicurano i produttori) di altissima qualità.
Beh, io non lo so se questa mela è di alta qualità, però mi piace - e mi auguro sia seguita da altre - quest'inversione di tendenza rispetto a quell'esplosione di ricchezze volgari e bellezze fasulle a cui ci hanno abituati gli ultimi vent'anni e che stridevano come fuochi d'artificio in un paese sotto i bombardamenti. E non posso che apprezzare la presa d'atto di una crisi che finora sembrava non sfiorare il mondo parallelo e da favola che la pubblicità solitamente ci propina.
Certo, non m'illudo: il mercato (e, con esso, la pubblicità) quasi mai è spinto da un bisogno etico, ma se almeno tiene conto della realtà è già qualcosa.
Adesso sarebbe bello che dalla pubblicità sparissero i Suv e i macchinoni che ti puoi comprare soltanto se sei un evasore fiscale o un padrone che sfrutta i lavoratori - quindi un delinquente e/o un produttore di Suv - e che portassero con sé il più lontano possibile anche quel carico di carne un tanto al chilo che nell'èra berlusconiana hanno rappresentato i corpi delle donne.
Pensate quant'è brutto un cervello: brutto, ma "di qualità elevatissima" come dice lo spot di Melasì.

lunedì 21 novembre 2011

Sdoganare l'ignoranza

Mia madre allora mentì sulla mia età. Il film - uscito circa tre anni prima - era vietato ai minori di quattordici anni e io non li avevo ancora compiuti, anche se mancava poco. Strano, perché tuttora farebbe carte false pur di dimostrare che ne ho dodici. Scene di sesso, di amanti clandestini, rapporti anagraficamente sbilanciati, film scandaloso (e forse, più di tutto, per l'embrione di ribellismo che conteneva in sé), insomma. Di quelli che, oggi, se lo fai vedere a un bambino delle elementari, quello ti guarderà deluso e irridente e commenterà: "Tutto qui?" Per poi passare all'attacco e chiederti per quale ragione di questo film non ci sia traccia nel capitolo del libro di storia riguardante il pleistocene.
E pleistocene, roba d'antan che fa sorridere - pindaricamente trasvolando dal cinema alla cultura o, più modestamente, al grado di istruzione degli italiani -, oggi appare "Io speriamo che me la cavo", summa dell'ignoranza di bambini delle elementari geograficamente limitata alla provincia campana, frutto di emarginazioni e ritardi economici, messa su carta vent'anni fa dal maestro Marcello D'Orta, testimone oculare e (povero lui!) uditivo.
Oggi, vent'anni dopo, l'ignoranza in Italia ha allargato i suoi confini a tutto il territorio nazionale e a tutti gli strati sociali ed è cresciuta: ha finito le elementari, ha fatto le medie inferiori e superiori, si è iscritta all'università.
Se n'è parlato qualche sera fa a Catania durante la presentazione del libro "Leggere, pensare, scrivere, cliccare" di Graziella Priulla che ha raccontato alcuni "nanetti" (giusto per adeguarmi al tema) della sua carriera di docente universitaria alle prese con giovani-adulti, ma anche professionisti o informatici superspecializzati, elettori dunque (e non c'è bisogno qui di spiegare quanto male faccia l'ignoranza alla democrazia), incapaci di distinguere una parola dall'altra.
"Uno sfogo, una biografia culturale", partita "dall'esperienza di docente" ma anche "dall'indignazione di cittadina", ha definito il suo libro Graziella Priulla, pur avendolo corredato di dati e ricerche scientifiche. E forse sono proprio gli esempi portati, quegli aneddoti che farebbero ridere se non ci fosse da piangere, a dare la misura - più dei numeri - della gravità della situazione. Priulla ha parlato degli "strafalcioni" nei concorsi per la magistratura", di presidi che scrivono "l'aradio", di laureati che non sanno compilare un modulo all'ufficio di collocamento, di studenti universitari (e i suoi sono iscritti a Scienze politiche!) che non sanno dare un significato ai termini "devolution", "Camera e Senato", "bicameralismo".
Ha raccontato di uno studente che, alla domanda se l'Italia sia una repubblica o una monarchia, ha risposto: "Non me lo ricordo: era nel programma dell'anno scorso".
Che poi, se fosse stato solo strafottente e non felicemente ignorante come una capra e quindi cretino, avrebbe potuto rispondere: "Una monarchia". E poi magari avere la furbizia di recuperare: "Sa, prof, mi sono confuso perché quando ho cominciato le elementari c'era lui, in prima media c'era lui, quando mi sono iscritto al liceo (o l'iceo?) c'era lui, quando mi sono innamorato per la prima volta c'era lui, quando ho dato il mio primo bacio c'era lui, quando ho fatto l'amore per la prima volta c'era lui, quando sono arrivato all'università c'era lui...ho creduto che fosse una monarchia".
Già, perché il problema è che negli ultimi vent'anni in Italia c'è stato Berlusconi, con il suo carico perverso di disvalori e le sue televisioni e i suoi tagli alla cultura, con il suo osceno progetto che, insieme al "depauperamento delle parole" - ha spiegato la docente - porta con sé il "depauperamento del pensiero": perché "a qualcuno fa comodo che gli Italiani non distinguano fra prescrizione e assoluzione".
Sicché capita (non a caso) che dalle scuole italiane si tolga lo studio del diritto e dell'economia, magari sostituendoli in Lombardia (grazie a un accordo fra la pessima Gelmini e l'orrido La Russa) con corsi di addestramento militare, e che in Sicilia si imponga lo studio del dialetto come lingua. Obiettivo "visibile", per Graziella Priulla, lo "sdoganamento dell'ignoranza".