domenica 12 gennaio 2020

Follia e odio

Prendete uno studente di ingegneria, meridionale, presumibilmente destinato – che sia figlio di proletari o di borghesi, ormai non fa quasi più differenza – a lasciare la propria terra per riuscire ad avere una vita decente. E prendete il lavoratore di un call center, presumibilmente sfruttato e senza tutele, magari costretto ad accettare quel lavoro lì perché è stato licenziato cinquantenne oppure perché, pur essendo giovane, e malgrado laurea e specializzazioni, non lo vuole nessuno.
Dovrebbero stare dalla stessa parte, no? E invece no.
La vicenda è stata raccontata dallo stesso ragazzo: Alberto, napoletano, ha un problema con il pagamento della bolletta Tim e telefona al 187. Gli risponde un uomo con accento settentrionale che, invece di aiutarlo a risolvere il problema (dovrebbe rientrare fra le sue competenze, se non sbaglio) – come invece fanno migliaia e forse milioni di suoi colleghi, gentilissimi nonostante un lavoro di merda –, comincia a insultarlo: tutti da Napoli questi problemi, i napoletani danno solo problemi all’Italia, i napoletani vogliono che gli altri risolvano i loro problemi, i napoletani non fanno un cazzo, i napoletani campano sulle spalle degli altri. Insomma, linea Salvini. Peraltro da poco condannato per razzismo con decreto penale proprio per avere insultato i napoletani. Ricordate il coretto del 2009 «Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani»? Ecco, proprio quello. 
Secondo il racconto dello studente, come se non bastasse, il solerte operatore salvinizzato si è anche profuso in insulti omofobi nei suoi confronti, e ha completato l’opera con minacce in perfetto stile mafioso quando lui ha annunciato l’intenzione di querelarlo: «Io so chi sei. Ho i tuoi dati qui. Ti faccio un culo così».  
Alberto ha parlato di quattro minuti di pura follia e odio. Pura follia e odio. Gli stessi che gli italiani stanno subendo da anni, da quando esiste la Lega che inneggiava alla potenza distruttrice dell’Etna e da quando si è incattivita ulteriormente con l’arrivo di Salvini. Follia e odio. Questo è riuscito a creare Salvini, con la sua «Bestia», con i suoi seguaci sguinzagliati a vomitare insulti attraverso i social: follia e odio, contro i migranti, contro le donne, contro gli omosessuali; follia e odio degli italiani contro gli italiani, dei poveri contro i poveri. Ad Alberto la Tim ha chiesto scusa, dichiarandosi basita e sorpresa. Agli italiani chi chiederà scusa per avere permesso a un razzista di governare il paese? E magari i meridionali dovrebbero pensare alla storia di Alberto prima di votare per uno che alla fine, proprio come quell'operatore del call center, ha solo l'obiettivo di farci un culo così.

venerdì 3 gennaio 2020

Ucciso da un robot

«Io lo so che prima o poi sarò sostituito da un robot». Eravamo andate, mia sorella e io, qualche giorno fa in un grande negozio di elettrodomestici a chiedere informazioni: ovviamente avevamo già visto quello che ci interessava su internet e glielo abbiamo detto, ma avevamo bisogno di confrontarci con un essere umano. Lui, appunto: umanissimo, più o meno trentenne, con uno sguardo dolce e rassegnato, conveniva sul fatto che parlare era meglio che «navigare». E però «io lo so che prima o poi sarò sostituito da un robot». Non c’è bisogno di essere luddisti per sapere che le macchine sostituite indiscriminatamente alle donne e agli uomini, sacrificati sull’altare del profitto, quelle macchine che non chiedono ferie, diritti, congedi di maternità o di paternità, sicurezza sul lavoro, prima o poi quel lavoro lo uccideranno. In qualche caso non metaforicamente.
Eppure quello che è successo ieri, 2 gennaio, ad Atessa, in una fabbrica di manutenzione degli stabilimenti ex Fiat, sembra proprio la metafora di quello che succederà, delle macchine che uccideranno i lavoratori: Cristian Perilli aveva 29 anni, forse era contento di non essere stato costretto a emigrare come tanti suoi coetanei ed è stato schiacciato da un robot. Ucciso da una macchina, lui e il suo lavoro. E in questa foga di stilare classifiche – il primo bambino nato nel 2020, l’ultima centenaria sopravvissuta al 2019, la prima mano amputata per i botti – a lui è toccato il titolo di primo morto sul lavoro di quest’anno. Magari avrebbe fatto volentieri a meno di questo primato.
Magari avrebbe fatto volentieri a meno della solita ipocrita nota di Fca che esprime «profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia per la tragica scomparsa».
Magari avrebbe preferito che l’azienda, invece di battersi il petto dopo, avesse investito prima in misure di sicurezza e che qualcuno ne controllasse il rispetto. E magari che qualcuno prevenisse in maniera seria questo sterminio sistematico di massa: altrimenti può darsi che ci venga il sospetto che tutto ciò serva a farci preferire di essere sostituiti da un robot piuttosto che esserne uccisi.  

giovedì 21 novembre 2019

That is the question

Pilchards or not pilchards? That is the question. Se sia più nobile sopportare le percosse e le ingiurie di un fascio di merda oppure prendere le armi dell’ironia contro un mare di guai che ci siamo procurati da soli e risalire la china.
Scrivo senza certezze, confusa e infelice, perché a me questa cosa di una manifestazione spontanea magari poco politicizzata (o, per essere precisi, poco “partitizzata”) e però consapevole che il problema è questo nuovo fascismo, questa piazza che cantava Bella ciao ben sapendo che significa proprio Resistenza al fascismo e ai fascismi, beh, a me questa cosa piaceva. Mi piacciono moltissimo le piazze dove si canta Bella ciao, dalla Francia alla Grecia al Cile, perché sono quanto di più politico e consapevole possa esserci. Come succedeva fino a qualche anno fa anche da noi, in Italia. Io me lo ricordo bene quando uscivamo in macchina a fare speakeraggio durante le campagne elettorali e, appena partiva Bella ciao, c’era un mondo che cantava con noi: dai marciapiedi qualcuno – pochi – salutava a pugno chiuso, ma tutti, proprio tutti, cantavano. E dal labiale si capiva che conoscevano a memoria tutte le parole, come si conviene a un “inno nazionale”. Era un segnale che ci autorizzava ad aumentare il volume e credo che nessuno (a parte i fascisti, che borbottavano e ci guardavano torvi) di quelli che cantavano o battevano le mani a tempo pensasse che quel canto partigiano potesse dividere o dubitasse del fatto che si trattava di un’ode alla democrazia.
Ho avuto – e credo di avere ancora – alcune riserve sulla piazza delle sardine. Intanto il timore che poi si ripeta la storia dei girotondi, svaniti nell’aria come bolle di sapone. Poi che si tratti soltanto di un piccolissimo segnale di ripresa di un corpo in coma, che alimenta la speranza e al tempo stesso fa temere che si tratti del miglioramento di un attimo prima che il cuore si fermi. Ma soprattutto: ci sono quelli del Pd in mezzo o addirittura dietro? È possibile e non mi rende felice, perché il Pd – per quanto derenzizzato – continua a essere il partito di Minniti che fa accordi con la Libia sulla pelle dei migranti o che troppo spesso è stato dalla parte dei padroni e non da quella dei lavoratori, come la definizione di “sinistra” richiederebbe. E quindi, no: se hanno intenzione di metterci il cappello non mi piace. Ci sono quelli dei 5Stelle in mezzo, che pensano o sperano di ricostruire il loro imene politico? Grazie, no. Qualcuno ha obiettato che forse ci sono, ma sono quelli “di sinistra”. Di sinistra? E se erano di sinistra perché non si sono (metaforicamente) fatti esplodere sotto casa di Di Maio quando il Movimento ha deciso di andare al governo con Salvini?
C’è qualcosa che non torna. E però, c’è anche qualcos’altro che non torna, che per di più mi fa essere incerta, confusa e infelice. Parlo della mia parte; parlo a voi, compagni, e vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire: perché da qualche giorno sembra che la vostra principale occupazione sia quella di denigrare e affossare questo nuovo movimento? Sono confusa perché ho visto post di compagni che stimo molto vomitare disprezzo verso le sardine e quindi mi chiedo e vi chiedo: cos’è che non ho capito? Ma non posso fare a meno anche di pensare che forse tutto questo rancore è il segno della nostra frustrazione: perché noi non riusciamo più a parlare con tanta gente e a mobilitare tanta gente; perché noi siamo quelli che ai cortei i volantini ce li diamo fra di noi e ai sit-in rivolgiamo il megafono verso noi stessi invece che verso la strada e la gente che passa. Siamo sicuri, compagni, che invece di essere così manifestamente ostili non dovremmo con umiltà cercare di capire dov’è che abbiamo sbagliato, perché non riusciamo più a parlare né fisicamente né virtualmente con il nostro popolo? Siamo sicuri che il nostro popolo non sia anche là, in mezzo a tutte quelle sardine, a mobilitarsi contro un pericolo reale, pratico, mentre noi facciamo teoria? E che magari vorrebbe che ci fossimo anche noi a fare le sardine, a stringerci tutti insieme contro i nuovi fascismi? Siete sicuri che non siamo pieni di rabbia perché non riusciamo più a “fare egemonia” e perché magari anche noi – come quegli altri – avremmo voluto metterci il cappello?









sabato 26 ottobre 2019

Fallimenti

Sembra un enorme groviglio di fallimenti la vicenda dell’omicidio a Roma di un giovane di 24 anni. Come un gomitolo finito fra le grinfie di un gattino giocherellone, e non sai come venirne a capo.
C’è il fallimento di un’intera società se due ragazzi di 21 anni se ne vanno in giro con una P38 convinti di stare dentro un videogioco e mirano alla testa pensando, forse, che la vittima alla scena successiva si sarà già rialzata e il gioco potrà riprendere.
C’è il fallimento di un’intera società e anche della stampa se altri due – un ragazzo e una ragazza, la vittima e la “sua” ragazza - se ne vanno in giro con duemila euro in mazzette da venti e cinquanta euro in uno zainetto per comprare una partita di droga e lei, insieme a un avvocato e ai giornali che fanno da megafono, può inventarsi la storia del bravo ragazzo che non fa uso di stupefacenti (e che anzi si trova davanti a un pub per tenere d’occhio il fratellino) ucciso come un cavaliere d’altri tempi per proteggere dai malintenzionati la pulzella indifesa.
C’è il fallimento dello Stato se un poliziotto di esperienza come Antonio Del Greco, che ha indagato sulla banda della Magliana, dice delle cose che possono risultare pericolosissime. L’ho letta e riletta l’intervista rilasciata a Carlo Bonini di Repubblica, perché c’è un passaggio che trovo inquietante e non credevo ai miei occhi. Speravo di avere capito male, continuo a sperarlo. Del Greco parlava di quello che chiama «il grande disordine» in contrapposizione all’ordine dei decenni passati: un «doppio, capillare controllo», quello garantito dallo Stato, dalle forze di polizia, e quello in mano alla criminalità organizzata, l’altro Stato. È un fallimento se un poliziotto pronuncia parole che possono essere interpretate come rimpianto: «Noi sapevamo a quali porte bussare dopo una rapina, dopo una rissa, dopo una morte per overdose. E dall’altra parte avevamo chi, a sua volta, aveva interesse a che la strada non fosse lasciata in balia di ragazzini fuori di testa».
C’è il fallimento (ma anche il grande coraggio e lo strazio di riconoscerlo) di una madre, che sa di non essere riuscita a seguire il proprio figlio come avrebbe dovuto e sceglie di andare a denunciare il ragazzo e, con lui, la propria stessa incapacità. Sembra che la mamma del giovane assassino, presentandosi in commissariato, abbia detto: «Temo che mio figlio abbia fatto una cazzata». E c’è un contrasto stridente come un gessetto sulla lavagna fra la prima e l’ultima parola di questa frase, fra quelle prime due sillabe – temo –, timide e timorose, e la durezza rabbiosa di quelle due zeta che solitamente si nascondono dietro due asterischi per ipocrisia e falso pudore.
C’è infine persino il fallimento della vittima, «uno sportivo» secondo un collega della palestra in cui faceva il personal trainer (come se essere uno sportivo fosse a prescindere garanzia assoluta), che invece non soltanto evidentemente si accompagnava a gente poco raccomandabile, ma non disdegnava di pubblicare sulla sua pagina Facebook i post razzisti dell’assassino di umanità Matteo Salvini: Luca Sacchi non è stato ammazzato dai “negri” che odiava tanto, ma da due bianchi esattamente come lui.    
Bisognerà cercare di districarla tutti insieme questa matassa di fallimenti, individuare il bandolo e tentare di riavvolgerla, lentamente, sciogliendo i nodi. Ammesso che non sia troppo tardi; ammesso che a imbrogliarla non sia stato un gattino giocherellone, ma una belva impazzita. E in questo caso l’unica soluzione è buttarla via questa matassa che è il nostro paese, portare i libri contabili in tribunale, chiudere per fallimento.

giovedì 3 ottobre 2019

Pari stereotipità

Non ci volevo credere. Ho visto uno screenshot su Facebook e ho pensato che fosse una bufala, una provocazione, una burla, insomma Lercio e succedanei. 
Comune di Codogno, provincia di Lodi, amministrazione a trazione leghista. Ma mi sembrava troppo pure per loro. Sicuramente qualcuno si era divertito a costruire una notizia falsa per farci ridere o per farci indignare. E invece. Invece sono andata sul sito del comune e ho letto le “linee programmatiche” per il quinquennio 2016-2021, alla voce “Pari opportunità”: «Nell’obiettivo di perseguire la parità di genere» eccetera, fino a «iniziative di informazione e socializzazione nei luoghi particolarmente frequentati dalle donne». E già un po’ ti preoccupi: esclusi l’andrologo e il ginecologo, ci sono luoghi frequentati da uomini e luoghi frequentati da donne? Una specie di apartheid o di ballo di paese anni cinquanta? Niente paura, te lo spiegano loro, fra parentesi ma te lo spiegano: «supermercati, estetiste, parrucchiere». Se tanto mi dà tanto, i luoghi frequentati dagli uomini dovrebbero essere bordelli, barbieri (con tanto di calendari con foto di donnine nude), stadi di calcio. Per pari stereotipità.
E credete che sia finita qui? «Si proseguirà inoltre la collaborazione con le associazioni per quanto concerne l’organizzazione di cineforum e iniziative». Immagino, date le premesse, che i film in cartellone saranno commediole rosa con tanto di lacrime ed happy end (il matrimonio, presumo) e che le “iniziative” prevedano corsi di burraco e scala quaranta, oltre che ricette di cucina.
Sì, lo so quello che state pensando: che sono la solita rompicoglioni, che non è detto necessariamente che stessero pensando a queste cose, che vedo maschilismo anche dove non c’è, eccetera. Fidatevi, ho una certa età.
Anche perché, parlando di violenza e graniticamente certe che avvenga solo fuori dalle mura domestiche, subito dopo le linee guida ci guidano lungo i binari di una ferrovia annunciando l’intenzione di prendere contatto con associazioni di pendolari «per valutare le azioni da mettere in atto per tutelare le donne che utilizzano il treno». Tutelare. Capito? Minus habens. Tutelare.
Non vi basta? Vi racconto quello che segue e poi vediamo se avrete ancora il coraggio di dirmi che sono esagerata. Sempre in tema di violenza, ma proprio il rigo appresso, fra le azioni di prevenzione da intraprendere si parla di corsi di autodifesa e insieme di «corsi per riscoprire attività in disuso quali uncinetto e lavoro a maglia».
Quindi se uno mi aggredisce lo posso prendere a colpi di aghi di calza? Oppure il suggerimento, neanche troppo velato, è di rinchiudermi a casa a fare la maglia invece di andarmela a cercare fuori?
Ah, ho un amico che non sa come si avvita una lampadina: potreste, per piacere, inserire nelle linee guida anche corsi base di elettricità per uomini? Per pari stereotipità, s’intende.

giovedì 1 agosto 2019

Sulle spalle di un bambino

Quanto sono larghe le spalle di un bambino di tre anni? Voi lo sapete? Io sono andata a controllare su quei siti che ti danno tutte le misure per cucire un vestitino a casa: le spalle di un bambino di tre anni sono larghe una ventina di centimetri, millimetro più millimetro meno. Prendete un righello, se non avete a portata di mano un bambino, e guardate con i vostri occhi quanto possono essere pochi venti centimetri. Non sono spalle per sollevare pesi quelle di un bambino di tre anni, nemmeno quando il bambino è tutto intero e le spalle sono ben nutrite e tornite: mettiamo un bambino occidentale, di famiglia agiata, che già fa piscina e allena i muscoli.
Poi c’è un bambino che viene dalla Libia, fame, guerra, detenzioni, salvato insieme ad altri 39 naufraghi dalla nave Alan Kurdi della ong Sea Eye: ha tre anni (proprio come il bimbo siriano morto annegato a cui l’imbarcazione è intitolata), ha più o meno anche lui una ventina di centimetri di spalle, ma un c’è un problema: di quello spazietto che si misura con un righello metà è squarciato da una ferita. Dieci centimetri di ferita alla spalla provocata da un’arma da fuoco proprio in Libia. Dieci centimetri. Tre anni. Mentre Salvini prende e mostra le proprie misure da macho impotente facendo lo sguardo truce e impedendo (ancora una volta) di sbarcare nei porti italiani ai quaranta naufraghi salvati da Sea Eye che preferirebbero annegare pur di non tornare in Libia, c’è un bambino di tre anni che sulle proprie spalle porta tutto l’orrore del mondo.
Forse dovrebbe bastare questo a qualunque essere umano per vergognarsi di esistere. Forse dovrebbe bastare questo per fare svegliare un intero paese e dire che no, noi sulle nostre spalle il peso di tutta questa cattiveria non vogliamo più portarlo. 

lunedì 15 luglio 2019

Boubakar stanco di guerra

Boubakar non sopporta di vedere le persone morire. Il suo è quasi un riflesso condizionato: se vede uno che si getta sotto un treno, gli si tuffa appresso e non schioda finché non l’ha tirato via da lì sano e salvo. Quest’anno lo ha fatto già due volte in pochi mesi: all’inizio di luglio si è lanciato sui binari, si è spalmato a mo’ di coperta (come testimoniano i filmati esaminati dalla polizia ferroviaria) su una donna che aspettava l’arrivo del treno, è rimasto fermo e presumibilmente senza respirare insieme a lei fin quando non ha visto il convoglio allontanarsi e poi l’ha riportata a galla. Fra «stare sotto un treno», con il carico di disperazione che questa espressione porta con sé, e «passare sotto un treno», in mezzo c’è la vita che riprende a vivere.
Boubakar questa storia probabilmente non l’avrebbe raccontata, se non fosse che gettandosi sui binari si era ferito a un piede ed è stato necessario portarlo al pronto soccorso, come non aveva raccontato quella di cui è stato protagonista circa sette mesi fa quando insieme a un amico aveva trascinato fuori dalla strada ferrata un uomo, poco prima che venisse falciato da un treno: quella volta erano arrivate subito l’ambulanza e la polizia e lui si era dileguato prima che qualcuno potesse capire chi aveva salvato quell’uomo disperato. 
Boubakar ha soltanto diciannove anni, è arrivato ancora minorenne dalla Libia su un barcone: la Sicilia, poi la Liguria, lo Sprar di Arenzano dove vive con un permesso di soggiorno che fra non molto scadrà.
Boubakar non ama il clamore e le luci dei riflettori, quando gli dicono che ha fatto un grande gesto (due grandi gesti in pochi mesi), lui si schermisce, dice che non è niente: «Niente di speciale» dice. Niente di speciale: è solo che non ne può più di vedere morti, Boubakar stanco di guerra, dopo aver visto gli amici morire a grappoli in Libia; Boubakar che in meno di diciannove anni ha visto morire più persone che se avesse vissuto cent’anni. «Non sopportavo l’idea di vedere una persona morire davanti a me», ha detto a chi gli chiedeva perché l’avesse fatto. Ma anche questa domanda dovrebbe farci riflettere: chiedere a Boubakar perché l’ha fatto e non a tutti gli altri – a tutti quelli che «aiutiamoli a casa loro» e Carola «amica degli scafisti» – perché non l’hanno fatto. 
E forse per questi, da Salvini in giù, bisognerebbe organizzare una specie di viaggio premio con «cura Ludovico» compresa nel pacchetto: giorni in Libia, costretti a vedere quello che succede, come lo ha visto Boubakar, a non chiudere gli occhi fino ad esserne straziati.