sabato 18 febbraio 2012

Cartiera assassina

La sua battaglia, quella personale con la vita, l'ha persa qualche giorno fa. Oscar Misin, operaio della Sacelit di San Filippo Del Mela e sindacalista, che di battaglie collettive con e per i suoi compagni di lavoro ne aveva fatte tante fino a diventare punto di riferimento del "Comitato ex esposti amianto", è morto di tumore provocato dall'asbesto il 12 febbraio scorso: un giorno prima che il Tribunale di Torino condannasse - per la morte di migliaia di persone esposte all'amianto (e di chissà quante altre in futuro, dal momento che la malattia può stare in incubazione trent'anni prima di manifestarsi) - i dirigenti della fabbrica Eternit di Casal Monferrato a sedici anni di reclusione con una sentenza da molti definita storica. Perché in un paese anormale ciò che dovrebbe essere normale diventa straordinario.
Dei 220 operai Sacelit ne è già morta circa metà. A Misin è toccato il numero 108. Di Rosario Lamari, operaio della Keyes di Fiumefreddo, invece, non si sa che posto occupi nel numero delle vittime dell'amianto. In quella fabbrica, messa sotto sequestro su disposizione della procura di Catania il 17 febbraio scorso a dodici anni dalla chiusura per fallimento (e tre anni dopo un altro sequestro per via delle centinaia di tonnellate di amianto rimaste sul terreno) perché nessuna bonifica era stata effettuata, Lamari ci aveva lavorato per trent'anni, dal 1972 fino alla chiusura, e nel 2007 si era ammalato: sbandamenti, vertigini, mal di testa, le gambe che non gli reggevano, sdoppiamento della vista. Così per circa otto mesi e poi se n'era andato, a cinquantasei anni. Il figlio racconta che i medici - prima di emettere la diagnosi di glioblastoma, un tumore al cervello devastante e fulminante - gli avevano fatto una domanda ben precisa: se avesse lavorato in un posto dove c'erano colle, vernici e amianto. C'era tutto questo alla cartiera in cui si producevano i cartoni per le uova che si trova a un tiro di schioppo dalla riserva naturale e dalla spiaggia di Marina di Cottone, alla quale da anni Legambiente assegna la bandiera blu, simbolo di mare incontaminato. C'era tutto questo e l'amianto era dappertutto: non solo nelle coperture dei capannoni, ma nella coibentazione del forno in cui i cartoni venivano essiccati, nella copertura dei macchinari, nelle tubature di tutta la fabbrica. Un operaio racconta che, quando la cartiera fu dismessa, quei tubi li tagliavano a mani nude e senza alcuna protezione.
Però ancora non si sa con esattezza quante siano le vittime. Nei comunicati degli inquirenti si parla di "vari decessi", di "diversi operai" morti per tumore ai polmoni, ma un numero non c'è. Gli stessi lavoratori sanno che i loro compagni si sono ammalati. Lo sanno anche per via di una serie di rilievi mossi dal professor Vincenzo Milana, ordinario di Medicina legale nella facoltà di Giurisprudenza di Catania, a una "consulenza tecnica d'ufficio" redatta dal professor Eraldo Marziano su incarico della stessa azienda dopo che, nel 1995, alcuni operai avevano chiesto a fini pensionistici una dichiarazione dalla quale risultasse che durante gli anni in cui ci avevano lavorato erano stati esposti al rischio di inalare fibre di amianto. La richiesta degli operai derivava dai risultati di una verifica effettuata nell'estate di quello stesso anno dal Servizio di Medicina del Lavoro dell'Ausl 3 dalla quale emergeva come la coibentazione fosse "notevolmente sfaldata con evidente dispersione di fibre negli ambienti di lavoro". Solo poco meno di un anno dopo - fa notare Milana - l'azienda aveva provveduto a "incapsulare il materiale contenente amianto mediante un lamierino di alluminio" e malgrado ciò ancora qualche mese dopo nell'ambiente c'erano particelle di amianto, "anche se in quantità tollerabili". Milana sottolinea che il consulente d'ufficio fece la sua perizia ("accertamento di parte - dice, fra l'altro - senza alcuna garanzia per i lavoratori sulla sua obiettività") in cui escludeva il rischio di patologie legate alla presenza di quel materiale soltanto dopo la bonifica e peraltro "nel corso di un solo sopralluogo". E spiega: "Lo stabilimento lavora con un ciclo continuo e quindi risulta quanto meno verosimile che l'immissione di materiale contenente fibre di amianto possa avvenire con sensibili variazioni con elevazione delle quantità disperse nell'arco delle 24 ore tanto da rendere rischioso l'ambiente di lavoro". Il docente universitario infine aggiunge che lo stesso Marziano non escludeva che prima della bonifica il rischio fosse esistito e conclude che, se dopo quell'intervento c'erano ancora particelle di amianto nell'ambiente, "risulta ragionevolmente certo che dette particelle fossero molto più abbondanti prima della bonifica e pericolose per la salute dei lavoratori".
Che, infatti, si sono ammalati. Non si sa quanti: vari, diversi. E il numero esatto forse salterà fuori fra una ventina d'anni, quando sarà chiaro il nesso fra i decessi e quella fabbrica. Intanto, quasi a voler circoscrivere il rischio e scacciare lo spettro che tutti i lavoratori di quella fabbrica possano rimetterci la vita e non soltanto chi è stato a più a stretto contatto con l'amianto, quelli che sono rimasti ripetono quasi ossessivamente: "I caldaisti, i caldaisti sono morti tutti".
E c'è ancora da capire perché e sulla base di quali accertamenti Legambiente abbia dato le bandiere blu a quella zona piena di fiumi sotterranei che nel loro cammino verso il mare trascinano con sé le scorie tossiche e, soprattutto, qualcuno dovrà spiegare perché la bonifica disposta dalla Procura di Catania non sia stata eseguita.

mercoledì 15 febbraio 2012

Editto sanremese

Sanremo non l'ho visto. Il martedì sera guardo Ballarò, che non è una trasmissione che mi fa impazzire, ma la guardo per Crozza che è l'unico che dice cose intelligenti. Ieri sera, poi, avevo una ragione in più per seguirla; una ragione - diciamo così - di campanilismo politico: c'era il segretario nazionale del mio partito. E siccome Diliberto in prima serata su una rete Rai è un evento come la neve a Roma e - per dirla con Crozza - succede una volta ogni morte di papa, era un evento da non perdere (anche se ho il forte sospetto che lo abbiano invitato proprio perché sapevano che i più sarebbero stati sintonizzati sulla prima rete, a farsi rincretinire da superminchiate supermolleggiate).
Non l'ho visto ma ho avuto un sussulto, un brivido di orrore quando, stamattina, ho sentito dai giornali-radio la frase di Celentano su Avvenire e Famiglia cristiana che andrebbero chiusi solo perché lo hanno criticato per il suo compenso stratosferico (e solo dopo le polemiche ha annunciato che lo avrebbe devoluto a Emergency). Sicché adesso io - atea e anticlericale, che coltiva un sacrosanto odio verso le gerarchie cattoliche - mi ritrovo a dover difendere quei giornali. Perché comunque difendo la libertà di espressione, pilastro portante della democrazia.
Dove sarebbe, di grazia, la differenza fra i berlusconiani editti bulgari contro Biagi, Santoro, Luttazzi e Travaglio e l'editto sanremese del guru del qualunquismo che - dopo essersi commosso fra le bombe - ha cominciato a bombardare la democrazia? E dove sarebbe la differenza con le trame di Palazzo e con i fascisti di destra e di centro che hanno inciuciato per far fuori i comunisti dal Parlamento costringendoli così anche a chiudere i loro giornali e a mandare a casa chi ci lavorava?
Sarà perché io ci ho lavorato per uno di quei giornali, ma per me ogni volta che ne chiude uno è come se morisse una persona cara. Che è non tanto o non solo quel giornale, ma è la democrazia stessa. E' come se dal corpo della democrazia venisse amputato un pezzo.
Pensate, io non sarei contenta nemmeno se chiudesse quel giornale di merda che si fa dalle mie parti. Perché dietro a un editore bastardo (che il modo di fare soldi lo troverà comunque) ci sono delle persone in carne ed ossa che rischiano di perdere il lavoro. Ma questo uno che per sparare minchiate per un'ora al giorno per cinque giorni guadagna centinaia di milioni di euro non lo può capire.

sabato 11 febbraio 2012

Farsa epistolare

Stancanelli somiglia a uno di quegli uomini che, nel corso della notte, a intervalli regolari, farfugliano qualcosa nel sonno facendoti pensare che si stiano svegliando e invece si girano dall'altra parte e si rimettono a russare.
Sicché, ciclicamente, il sindaco di Catania si sveglia e fa tre cose: a) comunica che il bilancio comunale è stato risanato; b) informa che comunque lui questo stato di cose lo ha "ereditato" (ma, da avvocato, dovrebbe sapere che un'eredità si può rifiutare o al limite accettare con il beneficio di inventario); c) prende carta e penna e scrive a qualcuno per chiedergli soldi.
Nel settembre del 2008, cioè appena tre mesi dopo essere stato eletto, il primo cittadino catanese, succeduto al suo amico di partito Umberto Scapagnini, intinse la piuma nel calamaio e penna e scrisse al presidente del consiglio e capo del suo partito, Silvio Berlusconi, per illustrare la drammatica situazione di Catania non dimenticando di "dissociarsi" dal suo predecessore - "Non voglio essere corresponsabile della definitiva sconfitta di Catania" - e dimenticando invece di esserlo, perché mentre il saccheggiatore partenopeo si sputtanava i soldi dei catanesi in ballerine brasiliane e giocava con la neve inforcando gli sci e cimentandosi nel centimetro lanciato in via di Sangiuliano, lui era Assessore regionale agli Enti locali, cioè quello che avrebbe dovuto fargli il culo vedendo che le casse comunali erano diventate consunte come una modella anoressica. Però lui continuava e continua: non sono stato io. Dopo di che, con una serie di operazioni "fantasiose" svelate un anno dopo da Milena Gabanelli, il suo padrone (quello nordico, perché ne ha anche uno sudista) gli concesse centoquaranta milioni di euro. Grazie ai quali, stando a quello che ci racconta appunto ciclicamente e facendo un po' di somme, Stancanelli sarebbe riuscito a coprire debiti per almeno centoquaranta milioni di milioni di euro, saldando i fornitori, risanando il bilancio delle partecipate (è dei giorni scorsi la notizia che l'Amt non può pagare gli stipendi di gennaio), pagando tutte le utenze, eccetera. Certamente li ha spesi per continuare ad assegnare consulenze e per pagare sette milioni di euro la diretta televisiva del consiglio comunale convocato per dirci che non si sarebbe dimesso perché aveva risanato le casse comunali.
Poi si è girato dall'altra parte e si è rimesso a russare. Ma ieri ha ripreso dita e tastiera e ha scritto al nuovo presidente del consiglio per un nuovo giro di questua dimostrando che Catania è ancora con il culo per terra e che non c'è stato alcun risanamento. Anche questa volta, scegliendo i toni allarmistici e sottolineando di avere ereditato la situazione debitoria da quello di prima e di essersi invece adoperato per "invertire il trend finanziario delle precedenti gestioni che aveva portato il Comune di Catania sull’orlo del dissesto", a Mario Monti ha chiesto soldi e in particolare 50 milioni di euro di trasferimenti ai comuni senza i quali - ammonisce - non saranno più garantiti alcuni servizi, in particolare quelli sociali e "tutti quelli connessi al ciclo di smaltimento dei rifiuti" (ma dubito che ce ne accorgeremmo), e non sarà possibile pagare gli stipendi ai dipendenti comunali e a quelli delle partecipate. Per essere più convincente, la lettera l'ha fatta firmare pure dal ragioniere generale e l'ha indirizzata anche al Ministro dell'Interno avvertendo che ci potrebbero essere problemi di ordine pubblico. Che voglia inforcare anche lui il forcone?
Comunque sia, a Stancanelli - un po' Plauto e un po' Montesquieu - va certamente riconosciuto il merito di avere inaugurato un nuovo genere letterario: la farsa epistolare.

mercoledì 8 febbraio 2012

Lettere dal carcere

E' come se Gramsci scrivesse a Gobetti, o viceversa. Da perseguitato politico a perseguitato politico.
Sentite qua questa lettera carica di commozione, compassione, condivisione. E, sono certa, non riuscirete a sottrarvi anche voi a un moto di umana partecipazione e non riuscirete a trattenere il singulto.
Si intitola "Lettera aperta a Vittorio Sgarbi (riflessioni di un sindaco siciliano)" e rappresenta un altissimo esempio di prosa deamicisiana. Roba da Nobel per la letteratura.
Eccola, dunque:
"Apprendo con rammarico la notizia delle dimissioni di Vittorio Sgarbi, da Sindaco di Salemi.
Io non so come e perché a Sgarbi sia capitato di candidarsi ed essere eletto sindaco di un comune della provincia di Trapani (io un'idea ce l'avrei: metodo Cetto Laqualunque? ndr), ma posso pensare che il personaggio, quale indubbiamente egli è, sia stato solleticato dall'idea di cimentarsi in un'impresa complessa; forse per misurare la propria forza interiore, per coltivare la passione di realizzare un modello amministrativo nuovo in una terra difficile. E' questa la lettura che io ho dato alle sue tante iniziative, che spesso sono state delle provocazioni per affermare un concetto: 'possiamo e dobbiamo cambiare'.
Probabilmente il limite di quest'impostazione è stato quello di non valutare appieno le difficoltà dell'operare in una terra dove è difficile riuscire a non calpestare le mine sparse sul territorio.
Condivido l'odierna scelta di Sgarbi, perché il coraggio non deve essere confuso con l'incoscienza.
Immagino e conosco le difficoltà che egli ogni giorno avrà incontrato nel suo percorso di Sindaco di un medio comune siciliano: impossibilità di spesa, personale in eccesso di cui non ci si può liberare, professionalità necessarie che non si possono assumere, vincoli urbanistici imposti per imbalsamare il territorio, finanziamenti mai arrivati per la tutela dell'incolumità dei cittadini, finanziamenti che per essere appaltati necessitano di anni di burocrazia, etc. etc. etc.
Quanto basta per disgustare anche i più determinati, che si ritrovano ad affrontare ogni problematica da soli, senza mai riuscire a venirne a capo.
Forse Sgarbi non aveva messo in conto tutto questo, forse si era illuso che la sua volontà di fare, di vincere una scommessa, di realizzare una vittoria personale, di poter essere sprone per altri, di metterci tutta la sua energia, gli avrebbero consentito di realizzare un sogno.
Il suo sogno si è infranto contro una realtà più grande di lui. Si è perduto in un mondo vischioso, melmoso, dove ognuno ritiene di essere unico, indispensabile.
Forse Sgarbi si illudeva di attuare una rivoluzione culturale a 360 gradi, cosa di cui ci sarebbe immenso bisogno. Ma purtroppo non ha fatto i conti con le incrostazioni profonde, 'rugginose', che permeano la società siciliana, di cui tutti possiamo responsabili, direttamente o no, e credere di potersi tirare fuori, per chiunque abbia svolto ruoli pubblici in questa difficilissima quanto bellissima terra, è un tentativo vano.
Mi dispiace che tu abbia fallito, Vittorio, ma mi rendo conto che non potevi vincere, pertanto non considerarti perdente perché hai fatto del tuo meglio. Sappi che se un giorno il tuo sogno svanito dovesse diventare realtà, quel giorno questa terra di Sicilia sarebbe la più bella che esiste al mondo.
I giovani forse realizzeranno il sogno, noi abbiamo il dovere di incoraggiarli".

sigh sigh sigh sob sob sob sob sob sigh sob....

Oh, scusate: non riuscivo a trattenere il pianto e ho dimenticato di dirvi chi è l'autore di cotanta prova letteraria. Trattasi di Firrarello Giuseppe, in arte Pino, esponente di spicco del Pdl in Sicilia e sindaco di Bronte, condannato in primo grado a due anni e sei mesi di reclusione per corruzione e turbativa d'asta con l'aggravante di "agevolazione dell'associazione mafiosa" nell'ambito del processo per lo scandalo relativo alla costruzione dell'ospedale Garibaldi di Catania (mazzette à go-go).
Però la lettera non l'ha scritta dal carcere.

martedì 7 febbraio 2012

Familismo amorale e predicatori immorali

Di lei basterebbe dire che è stata vicesindaco e assessore del comune di Catania allo Sviluppo economico, esternalizzazioni, aziende e partecipazioni comunali. Anni dal 2007 al 2008, cioè gli ultimi del saccheggio di Umberto Scapagnini. Tanto per dirne una, l'Amt - malgrado i proclami di Raffaele Stancanelli, degno successore del napoletano puttaniere - annega nei debiti. Questo giusto perché (anche se certamente il "merito" dello sfascio di Catania è frutto di un lavoro di équipe) è una docente universitaria ed è stata addirittura preside della facoltà di Economia e commercio dell'Università di Catania. Finito il mandato con Scapagnini ed avendo, evidentemente, assaporato il gusto del potere, nell'aprile del 2008 si candidò alle elezioni regionali in una delle tante liste più o meno civette, "Autonomia sud", a sostegno del candidato alla presidenza della regione poi eletto, Raffaele Lombardo.
Non fu eletta e questo forse - in questo momento di orgasmo collettivo dei professori universitari, "tecnici" di destra - spiega il suo essere venuta in soccorso del ministro Cancellieri (che, bisogna ricordarlo, quand'era a Catania fu nominata alla presidenza del Teatro Massimo proprio dal leader dell'Mpa), autrice di una delle tante frasi lanciate come bombe-carta fra le gambe dei giovani disoccupati italiani dagli esponenti del governo Monti.
Secondo la Cancellieri (che, come da copione, nel frattempo ha smentito se stessa parlando di frase "infelice") il problema sarebbe che questi ragazzi vogliono trovare il lavoro vicino a mamma e papà. Travolta da una valanga di proteste, la ministra ha ridimensionato la portata delle sue dichiarazioni, ma deve avere dimenticato di informare la Schillaci che si è premurata di darle manforte. Anche lei, aprendo la bocca e dando fiato.
E dunque, dall'alto della sua cattedra, ci ha spiegato che il ministro altro non ha fatto se non affondare il dito nella piaga, perché "rigidità sociale e familismo amorale sono le due cause dell'attaccamento dei giovani alle gonne di mamma". Dove per "rigidità sociale" presumiamo si intenda quello che il creatore del governo Monti chiama "conservatorismo", e cioè la tutela dei sacrosanti diritti dei lavoratori, mentre a darci la chiave per interpretare il resto della frase è la stessa scienziata economica con una frasetta che sembra presa pari pari da Wikipedia: "Il paradigma del familismo amorale invece descrive la tendenza secondo cui gli individui di una comunità tendono a massimizzare unicamente i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare".
Che si riferisse alla figlia della Fornero? O al figlio di Martone? O ad uno dei tanti figli di docenti delle università siciliane addosso ai quali vengono cuciti concorsi e cattedre? Se è questo, sono d'accordo con lei.
Oppure voleva bollare con una categoria sociologica i genitori che si levano il pane di bocca per evitare che i loro figli - affamati dai governi della destra e in Sicilia da quello di ultradestra del suo referente politico - si mettano ad assaltare le banche o a spacciare droga?
Qua se c'è qualcosa di amorale o, meglio, di immorale sono tutti questi predicatori con il culo sul morbido che non scendono mai da una cattedra, non sanno che cosa succede nel mondo reale e però non resistono all'istinto di dare lezioni di vita.

lunedì 6 febbraio 2012

Stancanelli santo subito

Riporto da un quotidiano on-line, data 2 febbraio 2012: "Soddisfatto il sindaco Stancanelli per la conclusione nei tempi previsti, una celerità che ha consentito che la strada venisse riaperta in condizioni di massima sicurezza per i giorni della Festa di Sant'Agata: 'Sento di ringraziare pubblicamente questi nostri artigiani scalpellini che hanno lavorato con maestria e rapidità, talvolta anche con il maltempo - ha detto il sindaco Stancanelli -. La salita di San Giuliano d'altronde è un punto di snodo per il centro storico di Catania e abbiamo risolto un problema che doveva essere affrontato per salvaguardare l'incolumità di pedoni e automobilisti, a cominciare dai giorni dedicati a Sant'Agata".
Insomma, via di Sangiuliano franava pericolosamente, buche e avvallamenti erano un attentato ai semiasse delle auto e il basolato reso liscio dall'usura metteva in pericolo le caviglie dei pedoni che si trovavano a camminare praticamente su una saponetta bagnata, e così il sindaco solerte aveva deciso: lavori in somma urgenza (formuletta panacea per quando ti scappa di affidare un appalto e proprio non lo puoi trattenere), chiusura del traffico e scalpellini all'opera senza sosta, per completare tutto in una decina di giorni, in tempo per la famosa "acchianata" in mancanza della quale santaituzza - vergine e martire alla quale Quinziano fece tagliare un seno perché non gli si era concessa - il miracolo non lo fa.
E così, tre giorni prima della famosa salita di corsa in onore della patrona, la strada fu riaperta, il fercolo cominciò il tradizionale giro, i devoti scaldavano i muscoli per prendere la rincorsa ma dovettero arrestarsi ammirati davanti a un altro miracolo: in via di Sangiuliano, grazie all'intercessione del sindaco di Catania, era avvenuta la moltiplicazione delle "scaffe" e dei "purtusi".
Stancanelli santo subito, e senza nemmeno bisogno di farsi tagliare una palla.

domenica 5 febbraio 2012

Il venerabile puparo

Insomma Berlusconi ha confessato: il puparo è lui. Intervistato qualche giorno fa dal Financial Times - oltre alle solite minchiate sulla popolarità, sulle sue percentuali di consenso, sulle folle che lo acclamano e si stracciano le vesti quando passa, e menate simili -, ha detto che adesso il suo ruolo politico è "dietro le quinte". E, a riprova del fatto che per una volta non stava raccontando balle megagalattiche, nelle stesse ore la Camera con voto segreto (che, in parole povere, vuol dire che hanno votato galeotti di tutto l'emiciclo) ha approvato l'emendamento della Lega nord sulla responsabilità civile dei giudici. Praticamente una tanica di benzina depositata davanti alla saracinesca di ogni Tribunale.
Dopo di che oggi - come ieri aveva fatto con lui Licio Gelli - ha consegnato le tavole della sua legge (elettorale) nelle mani di uno dei giornali di sua proprietà, Libero, al quale ha confermato quanto detto ai giornalisti di Ft aggiungendo qual è il suo obiettivo primario: riformare la legge elettorale, "alzando la soglia di sbarramento". Non l'ha detto, ma immagino che pensasse di innalzarla almeno al 10%, soglia utile a liberarsi degli oppositori e a mettere in atto la sua vendetta non tanto trasversale nei confronti degli infami della Lega. E infatti: "Il voto degli italiani si disperde in una miriade di partiti e partitini: la sinistra radicale di Vendola, i Grillini, Di Pietro, i radicali, Fini, l'Udc di Casini, la Lega...". Ipse dixit.
E indovinate un po' con chi l'ex presidente del consiglio vorrebbe intraprendere il dialogo sulla legge elettorale? Ma con il Partito democratico, ça va sans dire! Del resto, per il Pd l'unico modo per frenare l'emorragia di voti è quello di impedire che esistano i partiti alla sua sinistra. Walter Veltroni - l'Henri Landru dei partiti comunisti - già gongola: infatti ieri si è fatto invitare da Fabio Fazio e, fra una citazione letteraria e una cinematografica (roba che a Sanremo lo avrebbero escluso per plagio), si è fatto un po' di campagna elettorale.
Quanto a Berlusconi, le sue ambizioni dittatoriali non sono nuove e queste dichiarazioni esplicitano soltanto il suo desiderio più volte ripetuto di accaparrarsi il 51% (ritenendo l'Italia una Società per Azioni e, infatti, dandosi da fare per acquistare quote azionarie di ratti, razzi, topi di fogna, o' mandolino e o' sciliputipù), ma forse è venuto il momento che qualche magistrato, prima che gli tolgano anche il diritto di indagare, apra un fascicolo non contro ignoti, ma con nome e cognome, Berlusconi Silvio, per il reato di associazione eversiva. E, se per caso è contemplato anche il concorso esterno, nel fascicolo ci potrebbe entrare anche il nome di qualcuno del Pd: c'è solo l'imbarazzo della scelta.