L’hanno intitolato “Un quartiere difficile” il servizio di Stefania Petix di “Striscia la notizia”, che ha mostrato tutto il suo stupore nello scoprire che nel rione catanese di Librino i cartelli stradali sono protetti da griglie per evitare che vengano divelti o imbrattati; che se giri in moto con il casco pensano che tu non sia normale; che villa Fazio – dove prima c’era un centro sportivo della Uisp all’interno del quale si cercava di dare ai ragazzi un’alternativa a quelle strade prive di verde, di attrezzature, di servizi, di fognature e persino di luce elettrica – è ridiventato un edificio fatiscente; che infine, spostandosi nel centro della città, il sindaco Stancanelli non si è fatto trovare, gli ha dato buca. Vergogna nella vergogna.
Ora, chiariamo subito una cosa: non è che uno nasce stronzo o delinquente per via del Dna. A Librino i ragazzi se la prendono con tutto ciò che gli capita a tiro perché hanno dentro una rabbia sedimentata da generazioni per essere stati sempre considerati esseri inferiori, reietti, meno di bestie a cui basta dare una ciotola d’acqua e un po’ di pane duro.
Dopo di che – omettendo il giudizio sul sindaco più assente e più inutile degli ultimi duecento anni (minuto più minuto meno) – inviterei la Petix a farsi un giro per Catania, per le strade “buone”. Che so, via Etnea, corso Italia, le vie dei cosiddetti signori. Beh, qui i segnali stradali non sono protetti da griglie e infatti non solo vengono divelti, ma poi lasciati lì sui marciapiedi per settimane e mesi (fino ad arrugginirsi) a rappresentare un pericolo costante per i pedoni; qui non solo la gente gira in moto senza casco, ma vanno in tre su uno scooter o posteggiano in terza fila o sui marciapiedi e qui – malgrado i vigili urbani ci siano, diversamente da Librino – nessuno dice niente e anzi fingono di non vedere forse perché così poi passano gli addetti della Sostare perché il Comune è talmente stupido da pensare di risanare con le multe un deficit di bilancio milionario creato da Scapagnini (e dalle spese pazze con le sue puttane allegre e le loro compagnie di ballo, diventate incazzate quando hanno scoperto che l’imbonitore napoletano gli aveva fatto il pacco) e incrementato dall’inettitudine di Stancanelli (l’ultima è stata il licenziamento ingiusto di un funzionario scomodo poi reintegrato dal giudice del lavoro, con notevole danno erariale); qui le case antiche (che un Comune serio e non in bolletta dovrebbe farsi un vanto di recuperare) vengono lasciate marcire finché crollano da sole giustificando così una bella licenza edilizia per un palazzone a più piani, possibilmente da far realizzare in “project financing” da qualche mafioso con la laurea; qui i marciapiedi, mai integri e sempre a rischio di frattura per i pedoni, sono disseminati di merda di cani mentre le strade sono piene di buche grandi quanto il cratere centrale dell’Etna che rischi ogni volta di rompere il semiasse dell’auto o di bucare una ruota. E non è possibile che sia solo stupidaggine o incapacità a governare: perché ci vuole l’intenzione e ci vuole una certa malefica abilità per ridurre una città in questo stato.
Ormai qui è persino inutile andare a Librino (che resta pur sempre una tragedia nella tragedia) per rendersi conto di quanto Catania sia abbandonata a se stessa, terra di conquista non tanto delle schiere di cani randagi che ne invadono indisturbati le strade (e comunque quelli che sporcano le strade sono i cani di razza dei cosiddetti signori) quanto di ben altre bestie fameliche che pensano soltanto a spartirsi consulenze e assessorati, a servirsi dei loro ruoli pubblici per le proprie faccende personali, a sistemare parenti e amici (Berlusconi docet) “prostituti” di voti mentre la gran parte dei cittadini non ha un lavoro ed è alla disperazione e giornalmente i lavoratori scendono in piazza terrorizzati dalla prospettiva di perdere il posto.
Altro che “quartiere difficile” e altro che griglie a proteggere i segnali stradali: qui le griglie dovremmo metterle tutt’intorno alla città, per proteggerla dai sui governanti. E da quelli che li hanno votati, non meno colpevoli.
Mi aspetto un servizio della Petix intitolato “Una città difficile”. Anzi, direi proprio impossibile.
mercoledì 23 marzo 2011
lunedì 21 marzo 2011
Come in un film di guerra
Stanotte gli aerei passavano sui tetti. Troppo tardi perché fossero voli civili: erano quasi le due. Ho guardato la radiosveglia sul comodino, perché c’era qualcosa che non mi convinceva. A quell’ora non ci sono più voli di linea e poi il rumore era diverso, era quello dei film di guerra.
Da bambina devo averne visto uno che mi ha colpita particolarmente, perché soltanto da qualche anno sono riuscita a superare quel bisogno ingovernabile che mi scattava automaticamente ogni volta che sentivo un aereo volteggiare sulla mia testa: sono sempre riuscita a controllarmi, ma l’istinto era di nascondermi sotto il letto come si fa nei film di guerra quando ti stanno bombardando.
A un certo punto devo aver deciso di non guardarli più quei film e poi mi sono abituata a quel rumore, in questa terra in cui aerei ed elicotteri volteggiano fra le antenne dei palazzi alla ricerca di latitanti, in questa guerra continua che la mafia ha ingaggiato contro il futuro della Sicilia. A un certo punto non ci fai più caso: gli elicotteri ti ronzano intorno come zanzare, sollevi un po’ la testa, apri un occhio per vedere se è la Guardia di Finanzia, i Carabinieri o la Polizia, ti chiedi chissà chi stanno cercando. A un certo punto, in questa terra in cui non si viene mai a capo di niente, il rumore delle pale diviene la colonna sonora della tua vita e non ci pensi più ai bombardamenti.
Poi una notte ti svegli o forse non ti svegli e stai avendo un incubo, ma fatto sta che ripiombi nel film di guerra. Perché Sigonella è a un tiro di schioppo da casa tua, come Birgi lo è dalle case dei trapanesi e le bombe – quelle che noi nazioni guerrafondaie lanciamo sulla Libia e quelle che la Libia per ritorsione potrebbe lanciare su di noi – non sono affatto intelligenti, anzi: sono cretine. Cretine come quel deficiente frustrato che in Francia dichiara guerra a prescindere, per dimostrare di avere ancora i coglioni e ricorda tanto quel re d’Inghilterra - sbeffeggiato da Nino Ferrer – che “dichiara la guerra al re del Perù che non lo salutava più”; cretine come quel pazzo esaltato che fa collezione di soldatini di piombo e si eccita all’odore del sangue; cretine come il vecchio maniaco che prima bacia le mani e porge le terga e poi finge (finge e sono certa che prima ha telefonato a Gheddafi e gli ha spiegato che era tutta una finzione: come Totò Cuffaro deve avere concordato con gli amici boss – sperando di fare fessi i magistrati - i manifesti elettorali in cui annunciava che “la mafia fa schifo”) di condannare un dittatore con cui è in affari e il cui essere un dittatore non lo ha mai messo in imbarazzo. Le bombe sono cretine e non colpiscono i dittatori ma centrano in pieno bambini, donne incinte, giovani: colpiscono la vita e il futuro. Sì, certo, a questi che spacciano per missioni umanitarie le loro guerre per il petrolio, così come alla mafia che traffica in droga, importa solo il loro arricchimento. Ma io spero che un giorno il petrolio che hanno amato più dei loro figli e delle loro donne li stringa e li anneghi in un abbraccio mortale.
E ora sto per dire una cosa politicamente scorrettissima: intervistato dal Fatto, per spiegare l’assurdità e l’ipocrisia di una guerra fatta passare per azione umanitaria condotta con l’obiettivo di liberare un popolo oppresso da un dittatore - buona azione che non sfiora le potenze occidentali quando in gioco c’è la democrazia in un Paese nelle cui viscere non si trova il petrolio -, Gino Strada (con cui concordo su tutto, perché anche questa è una guerra di merda, nera come il petrolio) ha detto che è come se la Spagna decidesse di bombardare la Sicilia perché qui c’è la mafia. Ha dimenticato di aggiungere: “al governo”. E purtroppo anche nella pelle di noi siciliani, se è vero il risultato agghiacciante di un sondaggio condotto fra un migliaio di studenti dal quale emerge che Falcone e Borsellino erano due polli, che la mafia non esiste e se esiste bisogna conviverci. E allora, sì: che la Spagna ci bombardi, perché siamo irredimibili e la responsabilità è collettiva dal momento che a un dittatore/governatore che frequenta i boss e ha fatto le sue fortune sulle clientele corrisponde un popolo che si compiace della propria sudditanza. Finché non annegherà nel petrolio. O nella merda mafiosa, che è lo stesso.
In quel caso non ci sarà bisogno di mettersi sotto il letto a proteggersi dalle bombe, tanto siamo già tutti morti.
Da bambina devo averne visto uno che mi ha colpita particolarmente, perché soltanto da qualche anno sono riuscita a superare quel bisogno ingovernabile che mi scattava automaticamente ogni volta che sentivo un aereo volteggiare sulla mia testa: sono sempre riuscita a controllarmi, ma l’istinto era di nascondermi sotto il letto come si fa nei film di guerra quando ti stanno bombardando.
A un certo punto devo aver deciso di non guardarli più quei film e poi mi sono abituata a quel rumore, in questa terra in cui aerei ed elicotteri volteggiano fra le antenne dei palazzi alla ricerca di latitanti, in questa guerra continua che la mafia ha ingaggiato contro il futuro della Sicilia. A un certo punto non ci fai più caso: gli elicotteri ti ronzano intorno come zanzare, sollevi un po’ la testa, apri un occhio per vedere se è la Guardia di Finanzia, i Carabinieri o la Polizia, ti chiedi chissà chi stanno cercando. A un certo punto, in questa terra in cui non si viene mai a capo di niente, il rumore delle pale diviene la colonna sonora della tua vita e non ci pensi più ai bombardamenti.
Poi una notte ti svegli o forse non ti svegli e stai avendo un incubo, ma fatto sta che ripiombi nel film di guerra. Perché Sigonella è a un tiro di schioppo da casa tua, come Birgi lo è dalle case dei trapanesi e le bombe – quelle che noi nazioni guerrafondaie lanciamo sulla Libia e quelle che la Libia per ritorsione potrebbe lanciare su di noi – non sono affatto intelligenti, anzi: sono cretine. Cretine come quel deficiente frustrato che in Francia dichiara guerra a prescindere, per dimostrare di avere ancora i coglioni e ricorda tanto quel re d’Inghilterra - sbeffeggiato da Nino Ferrer – che “dichiara la guerra al re del Perù che non lo salutava più”; cretine come quel pazzo esaltato che fa collezione di soldatini di piombo e si eccita all’odore del sangue; cretine come il vecchio maniaco che prima bacia le mani e porge le terga e poi finge (finge e sono certa che prima ha telefonato a Gheddafi e gli ha spiegato che era tutta una finzione: come Totò Cuffaro deve avere concordato con gli amici boss – sperando di fare fessi i magistrati - i manifesti elettorali in cui annunciava che “la mafia fa schifo”) di condannare un dittatore con cui è in affari e il cui essere un dittatore non lo ha mai messo in imbarazzo. Le bombe sono cretine e non colpiscono i dittatori ma centrano in pieno bambini, donne incinte, giovani: colpiscono la vita e il futuro. Sì, certo, a questi che spacciano per missioni umanitarie le loro guerre per il petrolio, così come alla mafia che traffica in droga, importa solo il loro arricchimento. Ma io spero che un giorno il petrolio che hanno amato più dei loro figli e delle loro donne li stringa e li anneghi in un abbraccio mortale.
E ora sto per dire una cosa politicamente scorrettissima: intervistato dal Fatto, per spiegare l’assurdità e l’ipocrisia di una guerra fatta passare per azione umanitaria condotta con l’obiettivo di liberare un popolo oppresso da un dittatore - buona azione che non sfiora le potenze occidentali quando in gioco c’è la democrazia in un Paese nelle cui viscere non si trova il petrolio -, Gino Strada (con cui concordo su tutto, perché anche questa è una guerra di merda, nera come il petrolio) ha detto che è come se la Spagna decidesse di bombardare la Sicilia perché qui c’è la mafia. Ha dimenticato di aggiungere: “al governo”. E purtroppo anche nella pelle di noi siciliani, se è vero il risultato agghiacciante di un sondaggio condotto fra un migliaio di studenti dal quale emerge che Falcone e Borsellino erano due polli, che la mafia non esiste e se esiste bisogna conviverci. E allora, sì: che la Spagna ci bombardi, perché siamo irredimibili e la responsabilità è collettiva dal momento che a un dittatore/governatore che frequenta i boss e ha fatto le sue fortune sulle clientele corrisponde un popolo che si compiace della propria sudditanza. Finché non annegherà nel petrolio. O nella merda mafiosa, che è lo stesso.
In quel caso non ci sarà bisogno di mettersi sotto il letto a proteggersi dalle bombe, tanto siamo già tutti morti.
giovedì 17 marzo 2011
L'indifferenza, una cosa da morti
“Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.
Sì, certo, adesso è diventato più famoso di una rockstar (e chi glielo doveva dire che un giorno avrebbe partecipato a Sanremo!?), ma da quanto tempo colpevolmente molti insegnanti ignorano il letterato Antonio Gramsci per paura di essere additati come seguaci del politico Antonio Gramsci, comunista, praticamente l’orco in questo mondo all’incontrario che è l’Italia, dove l’orco – quello vero, che paga prostitute minorenni e parlamentari maggiorenni per le loro prestazioni sessuali – sta al governo, cancella la Costituzione, riduce sul lastrico la scuola pubblica per favorire quella privata, riforma i magistrati per piegarli al suo volere, smantella il Ministero dei Beni culturali: che crollino tutti in modo da attuare un infinito e redditizio piano di cementificazione da Aosta a Marsala.
Quello che l’orco ha già fatto, lo ha potuto fare grazie all’indifferenza: “L’indifferenza – dice Gramsci - è il peso morto della storia…..il male che si abbatte su tutti non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”.
Una sorta di fil rouge lega lo scritto di Antonio Gramsci all’accorato urlo di Stéphane Hessel, “Indignez-vous!” – Indignatevi! -: saggio di una ventina di pagine (che riporta in parte anche l’appello firmato dai resistenti francesi nel 2004), scritto con entusiasmo giovanile da questo novantatreenne partigiano per ricordarci come proprio l’indignazione sia “il motivo di base” della Resistenza contro il nazismo e il fascismo e come non manchino nemmeno oggi i motivi di indignazione in “questa società dei sans-papiers, delle espulsioni, del sospetto nei confronti degli immigrati”, in questa società che rimette in discussione le conquiste sociali e nella quale “i media sono nelle mani dei benestanti”. Motivi di indignazione che Hessel sintetizza in due grandi sfide: lo scarto “immenso” e che non smette di aumentare fra poverissimi e ricchissimi e poi – insieme, strettamente legati – i diritti (sempre più negati) dell’uomo e lo stato del pianeta. Anche il vecchio partigiano ebreo naturalizzato francese, come Gramsci, non ha dubbi in proposito: l’indifferenza, dire “non posso farci niente”, è il peggiore degli atteggiamenti perché una delle “componenti essenziali” dell’essere umano è invece l’esatto contrario: la capacità di indignarsi e “l’impegno che ne è la conseguenza”.
In Francia, nella Francia di Sarkozy, come nell’Italia di Berlusconi, come nella Sicilia della mafia, di Totò Cuffaro, di Raffaele Lombardo, del clientelismo elevato a sistema, virus letale e contagioso alimentato proprio da quel “se débrouiller” di Hessel, quel lavarsene le mani e pensare solo per sé, quel “non posso farci niente”, alibi per la piccola raccomandazione, per il tirar dritto di fronte alle ingiustizie e all’illegalità, per l’indifferenza appunto. Odiosa indifferenza, una cosa da morti.
E allora ecco che, però, il filo rosso che lega Gramsci ed Hessel arriva anche nell’Isola, con una frase un po’ più lunga del gramsciano “Odio gli indifferenti” o del partigiano “Indignez-vous!”, ma altrettanto breve e altrettanto dirompente: “Raccontare questa Sicilia vuol dire prendere posizione”. Sembra buttata lì per caso (ma è chiaro che non lo è affatto) eppure contiene l’essenza di quella che - non per frase fatta ma per dare il senso di quanto coraggio ci dev’essere voluto – non è esagerato definire una nuova avventura editoriale: “I quaderni dell’Ora”, mensile appena nato a Palermo, che si richiama allo storico quotidiano del secolo scorso e alle sue battaglie antimafia.
Quella frase - “Raccontare questa Sicilia vuol dire prendere posizione” - è esattamente al centro dell’editoriale del primo numero (uscito il mese scorso), strettamente concatenata ad altre due frasi, una subito prima e l’altra immediatamente dopo, che non lasciano dubbi sull’impegno civile e sulla necessità di indignarsi e impegnarsi, di prendere posizione. Nella prima, il Comitato di direzione lo afferma senza timore: “La Sicilia è preda delle più bieche tentazioni autonomiste che, in nome di un fantomatico riscatto del Sud, ci trascinano verso un’impostura separatista dalle pericolose potenzialità eversive”. L’altra è un impegno di onestà intellettuale: “Non facciamoci prendere in giro da chi sostiene i meriti alti di un’informazione anglosassone che non esiste nel mondo, figuriamoci in Italia”.
Un attualissimo intellettuale del secolo scorso, un giovanissimo partigiano di 93 anni e un neonato giornale storico ci dicono che, se non vogliamo che questo nuovo secolo di appena 11 anni sia dichiarato “nato morto”, abbiamo il dovere di avere il coraggio di vivere, e cioè di non essere indifferenti e di indignarci di fronte all’ingiustizia e all’illegalità dilagante.
E mi piace sottolineare che del Comitato dei garanti di questo nuovo/vecchio giornale appena (ri)nato a Palermo faccia parte Antonio Ingroia - oggi al centro di attacchi volgari da parte di una classe politica indegna, solo per aver difeso la vecchia, avanzatissima, straordinaria Costituzione italiana -: un magistrato equilibrato e rigoroso, certamente “schierato”, ma dalla parte della legalità. Dunque, un “eversore” in questo Paese all’incontrario dove i delinquenti stanno al governo.
Sì, certo, adesso è diventato più famoso di una rockstar (e chi glielo doveva dire che un giorno avrebbe partecipato a Sanremo!?), ma da quanto tempo colpevolmente molti insegnanti ignorano il letterato Antonio Gramsci per paura di essere additati come seguaci del politico Antonio Gramsci, comunista, praticamente l’orco in questo mondo all’incontrario che è l’Italia, dove l’orco – quello vero, che paga prostitute minorenni e parlamentari maggiorenni per le loro prestazioni sessuali – sta al governo, cancella la Costituzione, riduce sul lastrico la scuola pubblica per favorire quella privata, riforma i magistrati per piegarli al suo volere, smantella il Ministero dei Beni culturali: che crollino tutti in modo da attuare un infinito e redditizio piano di cementificazione da Aosta a Marsala.
Quello che l’orco ha già fatto, lo ha potuto fare grazie all’indifferenza: “L’indifferenza – dice Gramsci - è il peso morto della storia…..il male che si abbatte su tutti non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”.
Una sorta di fil rouge lega lo scritto di Antonio Gramsci all’accorato urlo di Stéphane Hessel, “Indignez-vous!” – Indignatevi! -: saggio di una ventina di pagine (che riporta in parte anche l’appello firmato dai resistenti francesi nel 2004), scritto con entusiasmo giovanile da questo novantatreenne partigiano per ricordarci come proprio l’indignazione sia “il motivo di base” della Resistenza contro il nazismo e il fascismo e come non manchino nemmeno oggi i motivi di indignazione in “questa società dei sans-papiers, delle espulsioni, del sospetto nei confronti degli immigrati”, in questa società che rimette in discussione le conquiste sociali e nella quale “i media sono nelle mani dei benestanti”. Motivi di indignazione che Hessel sintetizza in due grandi sfide: lo scarto “immenso” e che non smette di aumentare fra poverissimi e ricchissimi e poi – insieme, strettamente legati – i diritti (sempre più negati) dell’uomo e lo stato del pianeta. Anche il vecchio partigiano ebreo naturalizzato francese, come Gramsci, non ha dubbi in proposito: l’indifferenza, dire “non posso farci niente”, è il peggiore degli atteggiamenti perché una delle “componenti essenziali” dell’essere umano è invece l’esatto contrario: la capacità di indignarsi e “l’impegno che ne è la conseguenza”.
In Francia, nella Francia di Sarkozy, come nell’Italia di Berlusconi, come nella Sicilia della mafia, di Totò Cuffaro, di Raffaele Lombardo, del clientelismo elevato a sistema, virus letale e contagioso alimentato proprio da quel “se débrouiller” di Hessel, quel lavarsene le mani e pensare solo per sé, quel “non posso farci niente”, alibi per la piccola raccomandazione, per il tirar dritto di fronte alle ingiustizie e all’illegalità, per l’indifferenza appunto. Odiosa indifferenza, una cosa da morti.
E allora ecco che, però, il filo rosso che lega Gramsci ed Hessel arriva anche nell’Isola, con una frase un po’ più lunga del gramsciano “Odio gli indifferenti” o del partigiano “Indignez-vous!”, ma altrettanto breve e altrettanto dirompente: “Raccontare questa Sicilia vuol dire prendere posizione”. Sembra buttata lì per caso (ma è chiaro che non lo è affatto) eppure contiene l’essenza di quella che - non per frase fatta ma per dare il senso di quanto coraggio ci dev’essere voluto – non è esagerato definire una nuova avventura editoriale: “I quaderni dell’Ora”, mensile appena nato a Palermo, che si richiama allo storico quotidiano del secolo scorso e alle sue battaglie antimafia.
Quella frase - “Raccontare questa Sicilia vuol dire prendere posizione” - è esattamente al centro dell’editoriale del primo numero (uscito il mese scorso), strettamente concatenata ad altre due frasi, una subito prima e l’altra immediatamente dopo, che non lasciano dubbi sull’impegno civile e sulla necessità di indignarsi e impegnarsi, di prendere posizione. Nella prima, il Comitato di direzione lo afferma senza timore: “La Sicilia è preda delle più bieche tentazioni autonomiste che, in nome di un fantomatico riscatto del Sud, ci trascinano verso un’impostura separatista dalle pericolose potenzialità eversive”. L’altra è un impegno di onestà intellettuale: “Non facciamoci prendere in giro da chi sostiene i meriti alti di un’informazione anglosassone che non esiste nel mondo, figuriamoci in Italia”.
Un attualissimo intellettuale del secolo scorso, un giovanissimo partigiano di 93 anni e un neonato giornale storico ci dicono che, se non vogliamo che questo nuovo secolo di appena 11 anni sia dichiarato “nato morto”, abbiamo il dovere di avere il coraggio di vivere, e cioè di non essere indifferenti e di indignarci di fronte all’ingiustizia e all’illegalità dilagante.
E mi piace sottolineare che del Comitato dei garanti di questo nuovo/vecchio giornale appena (ri)nato a Palermo faccia parte Antonio Ingroia - oggi al centro di attacchi volgari da parte di una classe politica indegna, solo per aver difeso la vecchia, avanzatissima, straordinaria Costituzione italiana -: un magistrato equilibrato e rigoroso, certamente “schierato”, ma dalla parte della legalità. Dunque, un “eversore” in questo Paese all’incontrario dove i delinquenti stanno al governo.
domenica 13 marzo 2011
In difesa della Costituzione, ma senza lentiggini
Io mi sono messa una sciarpa rossa che mi era appena stata regalata e mi sentivo come Linus quando la sua coperta se la avvolge intorno al collo pur di portarsela dietro. Un’altra compagna aveva un foulard. Rosso. Un compagno intorno al collo aveva uno straccetto, poco più di un nastro. Rosso. Un altro si era organizzata una cosa più sofisticata: un triangolo di stoffa da bandiera – rossissima – chiuso da una coccarda tricolore che lo faceva sembrare un vecchio partigiano (un vecchio partigiano non è mai un partigiano vecchio, perché i partigiani hanno sempre negli occhi la luce giovane dell’utopia).
Noi ci siamo dovuti andare così alla manifestazione in difesa della Costituzione a Catania, perché qualcuno ha infangato le bandiere di partito e qualcun altro non ne vuole più vedere in giro, perché pensa che siamo tutti uguali. Abbiamo rispettato le indicazioni, ma ci sentivamo spaesati. Perché, per colpa di qualcuno, tutte le bandiere di partito devono essere bandite? Perché si deve fare passare l’idea che ormai si possa manifestare indossando un pullover viola, una sciarpa gialla, un ombrello a pois, tutto ma non una bandiera rossa? Io non mi vergogno della mia bandiera rossa che mi avvolge e mi protegge come la coperta di Linus fin da quando ero ragazzina e che continua ad emozionarmi come un grande amore, né la mia identità nazionale italiana (per quanto io senta più come mia patria il mondo e ritenga che qualunque cosa accada nel posto più remoto del mondo mi riguardi) viene inficiata dalla mia identità comunista. E’ come se mi dicessero che per manifestare devo rinunciare alle mie lentiggini. Io sono io con le mie lentiggini, un altro è lui con i suoi occhi azzurri, ma questo non ci impedisce di manifestare per valori comuni e nessuno ci chiede di avere occhi e capelli dello stesso colore o, peggio, senza colore, per scendere in piazza.
Quanta ipocrisia in questo manifestare senza bandiere di partito. Alla manifestazione ieri c’erano pure quelli che non hanno il senso della vergogna, quelli che sostengono un governo guidato da un frequentatore di mafiosi, quelli la cui tessera sbiadita ha la stessa anima di una carta di credito (cioè nessuna): quando sentono aria di campagna elettorale escono come le lumache dopo la pioggia, strisciano e sbavano. Sono quelli che la loro bandiera è meglio se non la espongono.
E c’erano anche quelli che alimentano l’incazzatura indiscriminata e irrazionale e bandiscono le bandiere con l’obiettivo di convogliare il malessere sotto la bandiera con la faccia dell’uomo qualunque.
Per fortuna, però, come accade sempre più spesso e persino a Catania che sembrava in coma irreversibile, c’era una sacco di gente a manifestare in difesa della Costituzione e c’erano facce mai viste alle manifestazioni.
A un certo punto, con i compagni ci siamo messi a leggere fra di noi gli articoli della Costituzione.
Articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro....CASSATO.
Articolo 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali....CASSATO.
Articolo 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica...CASSATO
Articolo 11: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali....CASSATO.
Articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure....CASSATO
Eccetera. Li hanno già cancellati tutti e hanno cominciato proprio dai principi fondamentali, quelli che sembravano intoccabili. Loro – B&B, Bossi e Berlusconi - l’hanno fatto. E dev’essere per questo se ormai nelle piazze a manifestare in difesa della Costituzione c’è gente che non si era mai vista. Perché forse, all’improvviso e inconsapevolmente, gli è riaffiorata alla memoria la frase di un comunista, Umberto Terracini (che - il 27 dicembre 1947, insieme al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio – mise la sua firma in calce alla Costituzione della Repubblica italiana appena riemersa dalla dittatura fascista): “L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore”.
Ecco, ieri quella gente che non ha mai partecipato a una manifestazione è scesa in piazza a farsi “custode severo” di quel patto, alla cui stesura i comunisti – quelli delle bandiere rosse – hanno partecipato da protagonisti.
Noi ci siamo dovuti andare così alla manifestazione in difesa della Costituzione a Catania, perché qualcuno ha infangato le bandiere di partito e qualcun altro non ne vuole più vedere in giro, perché pensa che siamo tutti uguali. Abbiamo rispettato le indicazioni, ma ci sentivamo spaesati. Perché, per colpa di qualcuno, tutte le bandiere di partito devono essere bandite? Perché si deve fare passare l’idea che ormai si possa manifestare indossando un pullover viola, una sciarpa gialla, un ombrello a pois, tutto ma non una bandiera rossa? Io non mi vergogno della mia bandiera rossa che mi avvolge e mi protegge come la coperta di Linus fin da quando ero ragazzina e che continua ad emozionarmi come un grande amore, né la mia identità nazionale italiana (per quanto io senta più come mia patria il mondo e ritenga che qualunque cosa accada nel posto più remoto del mondo mi riguardi) viene inficiata dalla mia identità comunista. E’ come se mi dicessero che per manifestare devo rinunciare alle mie lentiggini. Io sono io con le mie lentiggini, un altro è lui con i suoi occhi azzurri, ma questo non ci impedisce di manifestare per valori comuni e nessuno ci chiede di avere occhi e capelli dello stesso colore o, peggio, senza colore, per scendere in piazza.
Quanta ipocrisia in questo manifestare senza bandiere di partito. Alla manifestazione ieri c’erano pure quelli che non hanno il senso della vergogna, quelli che sostengono un governo guidato da un frequentatore di mafiosi, quelli la cui tessera sbiadita ha la stessa anima di una carta di credito (cioè nessuna): quando sentono aria di campagna elettorale escono come le lumache dopo la pioggia, strisciano e sbavano. Sono quelli che la loro bandiera è meglio se non la espongono.
E c’erano anche quelli che alimentano l’incazzatura indiscriminata e irrazionale e bandiscono le bandiere con l’obiettivo di convogliare il malessere sotto la bandiera con la faccia dell’uomo qualunque.
Per fortuna, però, come accade sempre più spesso e persino a Catania che sembrava in coma irreversibile, c’era una sacco di gente a manifestare in difesa della Costituzione e c’erano facce mai viste alle manifestazioni.
A un certo punto, con i compagni ci siamo messi a leggere fra di noi gli articoli della Costituzione.
Articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro....CASSATO.
Articolo 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali....CASSATO.
Articolo 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica...CASSATO
Articolo 11: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali....CASSATO.
Articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure....CASSATO
Eccetera. Li hanno già cancellati tutti e hanno cominciato proprio dai principi fondamentali, quelli che sembravano intoccabili. Loro – B&B, Bossi e Berlusconi - l’hanno fatto. E dev’essere per questo se ormai nelle piazze a manifestare in difesa della Costituzione c’è gente che non si era mai vista. Perché forse, all’improvviso e inconsapevolmente, gli è riaffiorata alla memoria la frase di un comunista, Umberto Terracini (che - il 27 dicembre 1947, insieme al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio – mise la sua firma in calce alla Costituzione della Repubblica italiana appena riemersa dalla dittatura fascista): “L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore”.
Ecco, ieri quella gente che non ha mai partecipato a una manifestazione è scesa in piazza a farsi “custode severo” di quel patto, alla cui stesura i comunisti – quelli delle bandiere rosse – hanno partecipato da protagonisti.
sabato 12 marzo 2011
Catania nascosta ai catanesi
Documenti segreti. No, non il frutto di indagini dei servizi di intelligence coperte dal marchio “top secret”, ma relazioni pubbliche riguardanti l’attività del comune di Catania che vengono sistematicamente insabbiate e nascoste ai cittadini.
Ne hanno parlato oggi, nel corso di una conferenza stampa, i Comunisti italiani – Orazio Licandro, dell’esecutivo nazionale della Federazione della Sinistra, e Salvatore La Rosa, segretario provinciale del Pdci – sottolineando come a firmare quei rapporti che inchiodano l’amministrazione comunale siano state istituzioni al di sopra di ogni sospetto comunista o giacobino.
A partire dalla Corte dei Conti, che ancora una volta è stata costretta a muovere rilievi pesanti su un improbabile riequilibrio del bilancio comunale. Più che improbabile, dal momento che – come ha riferito La Rosa citando gli stessi giudici contabili – si è coperto il disavanzo (solo sulla carta) inserendo voci “di dubbia esigibilità”: come le multe agli automobilisti, delle quali si sa che viene pagato soltanto il 5%, o come la Tarsu già caduta in prescrizione. Somme iscritte in bilancio come già incassate – ha spiegato Licandro – ma così non è. E intanto, da quando la Corte dei Conti ha emesso la sua sentenza (novembre 2010), sono passati i 90 giorni concessi al comune per adottare misure urgenti anche in relazione all’indebitamento delle partecipate, Multiservizi e soprattutto Amt i cui debiti gravano pesantemente sul bilancio comunale mentre si parla di privatizzazione senza però essere in grado di stilare un piano per la mobilità.
Ma c’è anche un’altra istituzione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, non certo tenera nei confronti dell’amministrazione guidata da quello che Orazio Licandro chiama “il sindaco-galleggiante”, e cioè Raffaele Stancanelli, il cui operato è in totale continuità con quello delle giunte Scapagnini-Lombardo. La vicenda è quella dei parcheggi, bloccati dall’azione della magistratura: nella sua relazione il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, sottolinea come avere fatto delle varianti al progetto in corso d’opera abbia impedito ad altre aziende di partecipare alla gara e dunque limitato “artificiosamente il confronto concorrenziale”. Adesso il comune chiede il dissequestro di quei parcheggi e Licandro esprime perplessità sull’andamento di un processo basato su un’unica perizia per di più affidata a un uomo di parte: l’ingegner Guido Mutier, candidato negli anni passati alle elezioni europee e alla presidenza della provincia di Lucca per Forza Italia. Forse, dice Licandro, ragioni di opportunità politiche avrebbero dovuto sconsigliare il tribunale dal fare una scelta simile.
Fosse solo questo. Licandro e La Rosa hanno ricordato come ancora siano sospese diverse questioni che riguardano l’assetto della città e la vita stessa dei cittadini. Il Prg, innanzitutto. “Che fine ha fatto?”, si chiedono. E poi la storia di corso dei Martiri della Libertà e ancora quella del lungomare, dove l’amministrazione sembra voler fare gli interessi di pochi privati e non quelli dei catanesi. “Ennesimo scandalo”, per Licandro, quello della cementificazione del lungomare, con “gli squali che continuano i loro giri di morte intorno alla preda”, e cioè la città stessa, mentre l’amministrazione sta ferma e aspetta. Mentre, appunto, i privati sollecitano la nomina di un commissario ad acta che come conseguenza avrà il pagamento di penali salatissime o l’ennesima devastazione ambientale con annessa cementificazione.
Costi che vanno ad aggravare il deficit (di cui già pagano le conseguenze i dipendenti comunali e quelli delle cooperative sociali, questi ultimi senza stipendio da sei mesi) del comune e che – fa notare La Rosa – “pagheremo in quota tutti noi” dal momento che prima il duo Scapagnini-Lombardo e ora Stancanelli “amministrano i soldi nostri e non rispondono mai dei danni”. Se la gente sapesse, se fosse informata, forse le sue scelte politiche sarebbero diverse.
Ne hanno parlato oggi, nel corso di una conferenza stampa, i Comunisti italiani – Orazio Licandro, dell’esecutivo nazionale della Federazione della Sinistra, e Salvatore La Rosa, segretario provinciale del Pdci – sottolineando come a firmare quei rapporti che inchiodano l’amministrazione comunale siano state istituzioni al di sopra di ogni sospetto comunista o giacobino.
A partire dalla Corte dei Conti, che ancora una volta è stata costretta a muovere rilievi pesanti su un improbabile riequilibrio del bilancio comunale. Più che improbabile, dal momento che – come ha riferito La Rosa citando gli stessi giudici contabili – si è coperto il disavanzo (solo sulla carta) inserendo voci “di dubbia esigibilità”: come le multe agli automobilisti, delle quali si sa che viene pagato soltanto il 5%, o come la Tarsu già caduta in prescrizione. Somme iscritte in bilancio come già incassate – ha spiegato Licandro – ma così non è. E intanto, da quando la Corte dei Conti ha emesso la sua sentenza (novembre 2010), sono passati i 90 giorni concessi al comune per adottare misure urgenti anche in relazione all’indebitamento delle partecipate, Multiservizi e soprattutto Amt i cui debiti gravano pesantemente sul bilancio comunale mentre si parla di privatizzazione senza però essere in grado di stilare un piano per la mobilità.
Ma c’è anche un’altra istituzione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, non certo tenera nei confronti dell’amministrazione guidata da quello che Orazio Licandro chiama “il sindaco-galleggiante”, e cioè Raffaele Stancanelli, il cui operato è in totale continuità con quello delle giunte Scapagnini-Lombardo. La vicenda è quella dei parcheggi, bloccati dall’azione della magistratura: nella sua relazione il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, sottolinea come avere fatto delle varianti al progetto in corso d’opera abbia impedito ad altre aziende di partecipare alla gara e dunque limitato “artificiosamente il confronto concorrenziale”. Adesso il comune chiede il dissequestro di quei parcheggi e Licandro esprime perplessità sull’andamento di un processo basato su un’unica perizia per di più affidata a un uomo di parte: l’ingegner Guido Mutier, candidato negli anni passati alle elezioni europee e alla presidenza della provincia di Lucca per Forza Italia. Forse, dice Licandro, ragioni di opportunità politiche avrebbero dovuto sconsigliare il tribunale dal fare una scelta simile.
Fosse solo questo. Licandro e La Rosa hanno ricordato come ancora siano sospese diverse questioni che riguardano l’assetto della città e la vita stessa dei cittadini. Il Prg, innanzitutto. “Che fine ha fatto?”, si chiedono. E poi la storia di corso dei Martiri della Libertà e ancora quella del lungomare, dove l’amministrazione sembra voler fare gli interessi di pochi privati e non quelli dei catanesi. “Ennesimo scandalo”, per Licandro, quello della cementificazione del lungomare, con “gli squali che continuano i loro giri di morte intorno alla preda”, e cioè la città stessa, mentre l’amministrazione sta ferma e aspetta. Mentre, appunto, i privati sollecitano la nomina di un commissario ad acta che come conseguenza avrà il pagamento di penali salatissime o l’ennesima devastazione ambientale con annessa cementificazione.
Costi che vanno ad aggravare il deficit (di cui già pagano le conseguenze i dipendenti comunali e quelli delle cooperative sociali, questi ultimi senza stipendio da sei mesi) del comune e che – fa notare La Rosa – “pagheremo in quota tutti noi” dal momento che prima il duo Scapagnini-Lombardo e ora Stancanelli “amministrano i soldi nostri e non rispondono mai dei danni”. Se la gente sapesse, se fosse informata, forse le sue scelte politiche sarebbero diverse.
mercoledì 9 marzo 2011
Il conte Ugolino e il pedaggio autostradale
La Spagna ci ha messo tre minuti: appena si è capito che uno dei primi effetti della cosiddetta “crisi libica” sarebbe stato l’aumento del prezzo del petrolio, ha messo in piedi un paio di misure semplici semplici per non fare ricadere tutto sulle spalle dei cittadini. Per esempio: ridurre il prezzo del biglietto del treno, così si incentiva l’utilizzo di quel mezzo. Oppure: abbassare il limite di velocità nelle autostrade, con un risparmio stimato del 15% di benzina e dell’11% di gasolio per ogni veicolo. E un’altra serie di cose simili: pochi punti concreti, alcuni a carattere temporaneo. Perché quando c’è un problema, non si cincischia: lo si affronta.
Cose normali che un governo normale – non necessariamente “comunista”, come sicuramente Berlusconi giudica quello (appena appena socialdemocratico) di Zapatero -, comportandosi con la diligenza del buon padre di famiglia, come si diceva una volta, mette in campo per tutelare i suoi concittadini.
Invece in Italia non soltanto il presidente del consiglio bacia le mani, tituba, tuba, non disturba, balbetta, si mette ad angolo retto, eccetera, ma ieri alla radio ho sentito il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, dire che quei provvedimenti non lo convincono e che i nostri tecnici “ci stanno studiando” . Ci stanno studiando? E quanto tempo pensano di impiegare? Cosa aspettano, la fine della nuova “missione di pace” che certamente vedrà questo governo di servi mettere a disposizione basi militari, uomini, armi, carburante a prezzi maggiorati per caccia e carriarmati?
Come se non bastasse, il Ministro ha aggiunto che i pedaggi autostradali li devono pagare tutti e, quando gli è stato chiesto a chi si riferisse, non ha avuto nemmeno il coraggio di parlare chiaro affermando che diceva così, in generale. A occhio, possiamo immaginare che la questione riguardi le autostrade siciliane o la Salerno-Reggio Calabria. Perché se dici “tutti” vuol dire tutti. Ora, a parte che poco più di un mese fa lo stesso Matteoli aveva escluso che si sarebbero pagati i pedaggi su quella che è ancora e da molti anni soltanto un’idea di autostrada calabrese, comunque suggerirei di fare il calcolo degli anni di costruzione e del numero di autoveicoli che hanno subìto ogni sorta di disagio a causa dei lavori mai finiti e fare pagare tutto alla ‘ndrangheta che ci ha messo le mani e ai politici corrotti che gliel’hanno permesso.
Quanto alla Sicilia, vorrei ricordare al ministro delle Infrastrutture che rispetto al piano autostradale dell’Iri risalente all’inizio degli anni Sessanta, non sono venute meno le ragioni per non far pagare il pedaggio: la Sicilia è sempre area depressa. Ed è sempre terra di rapina, da dove i giovani hanno ripreso ad emigrare esattamente come cinquant’anni fa, derubata da un governo nazionale che qui fa il pieno di voti e poi toglie i soldi per la ricostruzione agli alluvionati del messinese, derubata da un governo regionale che non crea posti di lavoro perché è più comodo pagare stipendi milionari a consulenti portatori di voti e ingrossare gli eserciti di schiavi ai quali promettere un lavoricchio per garantirsi la rielezione, derubata dalle industrie che se ne sono andate lasciando qui soltanto disoccupazione e inquinamento ormai irreversibile, derubata dalla mafia politica e imprenditrice che apre ricicla e richiude.
E dovremmo pure (e dovrebbero pure, i “fortunati” che per lavorare devono spostarsi da un capo all’altro dell’Isola e spendere metà dello stipendio in benzina) pagare il pedaggio per camminare su autostrade che sono una roulette russa? O dobbiamo pagare il pedaggio solo perché siamo nati in questa terra?
Qui al Sud - a seguito della cosiddetta “crisi libica” e degli speculatori del petrolio - la benzina è già arrivata a più di 1,6 euro al litro, siamo seduti su una polveriera (da un lato il gasdotto di Gheddafi, dall’altro la base militare americana di Sigonella), probabilmente partirà da qui gran parte dei militari che dovranno andare a morire in “missione di pace” – e cioè nell’ennesima guerra per i giacimenti petroliferi – e non per vicinanza ma perché i meridionali sono quelli che si arruolano di più (e, come se non bastasse, Bossi li vuole cacciare dagli Alpini) proprio perché sono quelli che hanno meno lavoro, e in più vorreste farci pagare il pedaggio?
Altro che buon padre di famiglia. Al confronto il conte Ugolino impallidisce.
Cose normali che un governo normale – non necessariamente “comunista”, come sicuramente Berlusconi giudica quello (appena appena socialdemocratico) di Zapatero -, comportandosi con la diligenza del buon padre di famiglia, come si diceva una volta, mette in campo per tutelare i suoi concittadini.
Invece in Italia non soltanto il presidente del consiglio bacia le mani, tituba, tuba, non disturba, balbetta, si mette ad angolo retto, eccetera, ma ieri alla radio ho sentito il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, dire che quei provvedimenti non lo convincono e che i nostri tecnici “ci stanno studiando” . Ci stanno studiando? E quanto tempo pensano di impiegare? Cosa aspettano, la fine della nuova “missione di pace” che certamente vedrà questo governo di servi mettere a disposizione basi militari, uomini, armi, carburante a prezzi maggiorati per caccia e carriarmati?
Come se non bastasse, il Ministro ha aggiunto che i pedaggi autostradali li devono pagare tutti e, quando gli è stato chiesto a chi si riferisse, non ha avuto nemmeno il coraggio di parlare chiaro affermando che diceva così, in generale. A occhio, possiamo immaginare che la questione riguardi le autostrade siciliane o la Salerno-Reggio Calabria. Perché se dici “tutti” vuol dire tutti. Ora, a parte che poco più di un mese fa lo stesso Matteoli aveva escluso che si sarebbero pagati i pedaggi su quella che è ancora e da molti anni soltanto un’idea di autostrada calabrese, comunque suggerirei di fare il calcolo degli anni di costruzione e del numero di autoveicoli che hanno subìto ogni sorta di disagio a causa dei lavori mai finiti e fare pagare tutto alla ‘ndrangheta che ci ha messo le mani e ai politici corrotti che gliel’hanno permesso.
Quanto alla Sicilia, vorrei ricordare al ministro delle Infrastrutture che rispetto al piano autostradale dell’Iri risalente all’inizio degli anni Sessanta, non sono venute meno le ragioni per non far pagare il pedaggio: la Sicilia è sempre area depressa. Ed è sempre terra di rapina, da dove i giovani hanno ripreso ad emigrare esattamente come cinquant’anni fa, derubata da un governo nazionale che qui fa il pieno di voti e poi toglie i soldi per la ricostruzione agli alluvionati del messinese, derubata da un governo regionale che non crea posti di lavoro perché è più comodo pagare stipendi milionari a consulenti portatori di voti e ingrossare gli eserciti di schiavi ai quali promettere un lavoricchio per garantirsi la rielezione, derubata dalle industrie che se ne sono andate lasciando qui soltanto disoccupazione e inquinamento ormai irreversibile, derubata dalla mafia politica e imprenditrice che apre ricicla e richiude.
E dovremmo pure (e dovrebbero pure, i “fortunati” che per lavorare devono spostarsi da un capo all’altro dell’Isola e spendere metà dello stipendio in benzina) pagare il pedaggio per camminare su autostrade che sono una roulette russa? O dobbiamo pagare il pedaggio solo perché siamo nati in questa terra?
Qui al Sud - a seguito della cosiddetta “crisi libica” e degli speculatori del petrolio - la benzina è già arrivata a più di 1,6 euro al litro, siamo seduti su una polveriera (da un lato il gasdotto di Gheddafi, dall’altro la base militare americana di Sigonella), probabilmente partirà da qui gran parte dei militari che dovranno andare a morire in “missione di pace” – e cioè nell’ennesima guerra per i giacimenti petroliferi – e non per vicinanza ma perché i meridionali sono quelli che si arruolano di più (e, come se non bastasse, Bossi li vuole cacciare dagli Alpini) proprio perché sono quelli che hanno meno lavoro, e in più vorreste farci pagare il pedaggio?
Altro che buon padre di famiglia. Al confronto il conte Ugolino impallidisce.
martedì 8 marzo 2011
8 marzo: il negazionismo di Sacconi
In Europa i salari delle donne sono il 17% in meno rispetto a quelli degli uomini, in Italia la disoccupazione femminile è a livelli raccapriccianti (in fondo alla classifica, appena prima di Malta), dopo il primo figlio sono tantissime quelle che perdono il lavoro e dopo il secondo tante di più quelle che tornano a casa definitivamente.
Però il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, in occasione della giornata internazionale della donna (di cui si sono impossessati il mercato e i maschi fascisti, chiamandola “festa”), sostiene che le donne sono penalizzate dalla crisi meno degli uomini. Il ministro non è sfiorato dal dubbio che forse questo dipende dal fatto che i padroni bastardi al momento di assumere – se proprio devono farlo - preferiscono assumere una donna perché costa meno e al momento di licenziare – entusiasti di farlo - preferiscono licenziare un uomo perché costa di più. E soprattutto non è sfiorato dal dubbio che sono meno penalizzate – come dice lui – perché non hanno proprio niente da perdere, dal momento che già il lavoro lo hanno perduto (assunte a tre mesi, sottopagate, non assunte affatto e sfruttate in nero se sono in età fertile, assunte facendo firmare loro contestualmente la lettera di dimissioni da tirare fuori appena restano incinte…) oppure che non lo hanno mai avuto.
Intanto da qualche giorno c’è un bastardo, fascista e negazionista, che su Facebook va sostenendo la falsità della storia dell’incendio dell’8 marzo 1908 in una fabbrica americana in cui morì oltre un centinaio di operaie tessili: il pazzo sostiene che il rogo è una bufala inventata dai comunisti. E dunque, dopo avere negato lo sterminio degli ebrei - così come dopo averci ripetuto per decenni che se una donna viene stuprata è perché indossava una minigonna -, adesso si arriva a negare pure l’assassinio di quelle operaie per mano del loro padrone.
Ormai il gioco è chiaro ed è quello di Berlusconi e dei comunisti, responsabili di tutto: di mangiare i bambini, di farli bolliti, di travestirsi da giudici e volerlo processare, di inventarsi una crisi che non esiste ed è soltanto psicologica….basta lanciarla lì la “notizia”, un petardo fra i piedi dei passanti/polli che ci cascheranno con tutte le scarpe.
E da oggi (e oggi, 8 marzo) ci toccherà sentire pure: tanti auguri (ma de che?), beata te che non senti gli effetti della crisi!
Però il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, in occasione della giornata internazionale della donna (di cui si sono impossessati il mercato e i maschi fascisti, chiamandola “festa”), sostiene che le donne sono penalizzate dalla crisi meno degli uomini. Il ministro non è sfiorato dal dubbio che forse questo dipende dal fatto che i padroni bastardi al momento di assumere – se proprio devono farlo - preferiscono assumere una donna perché costa meno e al momento di licenziare – entusiasti di farlo - preferiscono licenziare un uomo perché costa di più. E soprattutto non è sfiorato dal dubbio che sono meno penalizzate – come dice lui – perché non hanno proprio niente da perdere, dal momento che già il lavoro lo hanno perduto (assunte a tre mesi, sottopagate, non assunte affatto e sfruttate in nero se sono in età fertile, assunte facendo firmare loro contestualmente la lettera di dimissioni da tirare fuori appena restano incinte…) oppure che non lo hanno mai avuto.
Intanto da qualche giorno c’è un bastardo, fascista e negazionista, che su Facebook va sostenendo la falsità della storia dell’incendio dell’8 marzo 1908 in una fabbrica americana in cui morì oltre un centinaio di operaie tessili: il pazzo sostiene che il rogo è una bufala inventata dai comunisti. E dunque, dopo avere negato lo sterminio degli ebrei - così come dopo averci ripetuto per decenni che se una donna viene stuprata è perché indossava una minigonna -, adesso si arriva a negare pure l’assassinio di quelle operaie per mano del loro padrone.
Ormai il gioco è chiaro ed è quello di Berlusconi e dei comunisti, responsabili di tutto: di mangiare i bambini, di farli bolliti, di travestirsi da giudici e volerlo processare, di inventarsi una crisi che non esiste ed è soltanto psicologica….basta lanciarla lì la “notizia”, un petardo fra i piedi dei passanti/polli che ci cascheranno con tutte le scarpe.
E da oggi (e oggi, 8 marzo) ci toccherà sentire pure: tanti auguri (ma de che?), beata te che non senti gli effetti della crisi!
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