giovedì 3 febbraio 2011

Zona industriale di Catania: stupro premeditato

Ieri mattina Salvo, il ragazzo dell’autolavaggio sotto casa, era a quattro piedi che cercava di liberare un tombino da anni di incuria e mancata manutenzione. Da qualche giorno lì le officine non possono lavorare: aprono e, dopo un po’, sono costrette a richiudere perché ci sono le rapide che sembra di stare nel Grand Canyon.
Pochi metri più in là, in una traversa, la strada è diventata un groviera con buche profonde che se ci caschi dentro spacchi la macchina. E non puoi evitarle, perché in quella stradina un’auto ci passa appena.
In tutta la città, se cammini a piedi devi stare in mezzo alla carreggiata, perché il marciapiede è irraggiungibile, sommerso da secchiate di acqua. Ed è un tripudio di tombini che saltano, sanpietrini divelti, voragini aperte nei marciapiedi.
Questa è Catania quando piove, città da terzo mondo, macerie su macerie come fosse appena passata sotto i bombardamenti o uscita da un terremoto con condimento di Protezione civile a guida Guido, il grande condottiero della ripassata, il viceduce Bertolaso; questa è Catania grazie a un decennio di amministrazione comunale di destra che ha sputtanato i soldi in tutti i modi, tranne che per rendere vivibile la città.
E poi c’è la zona industriale: già invivibile normalmente, a causa di strade dissestate e buie e di episodi di criminalità (l’ultimo, gravissimo, qualche mese fa è costato la vita a un autotrasportatore di 35 anni, ucciso per non farsi rubare l’automezzo), quando piove è un film dell’orrore. Prima ci devi arrivare, perché le strade dissestate della Playa sono laghi ed è facile che il tuo cammino si arresti lì; e quando ci sei i laghi sono mari: la macchina ci si immerge a metà e se ne esci devi accendere un cero alla madonna o a qualunque altra cosa ti possa fare un miracolo. Lari, penati, una treccia d’aglio, lo spirito del nonno, qualunque cosa.
Nella zona industriale di Catania lavorano tante donne: operaie, impiegate, e pure qualche dirigente. Mi capita spesso, quando ci vado, di vederle uscire, da sole a bordo delle loro utilitarie e scrutare come dal periscopio di un sottomarino per trovare il punto meno profondo in cui immergersi. E non posso fare a meno di pensare a cosa potrebbe accadere se le loro auto – che non sono certo dei Suv – dovessero spegnersi irrimediabilmente dopo avere preso la pioggia da tutti i lati. Capita che il cellulare si scarichi proprio nel momento in cui serve e puoi restare lì finché c’è buio, finché qualcuno non viene a cercarti o finché ti trova proprio l’unico da cui non vorresti essere trovata.
E allora vorrei chiedere al mezzo sindaco di Catania, alla Protezione civile, al Prefetto, a tutti quelli che dovrebbero garantire l’incolumità dei cittadini, se vengono mai sfiorati dal dubbio di avere una qualche responsabilità. Vorrei chiedergli se si rendono conto che si può morire travolti dalla pioggia impazzita o essere violentate in un luogo buio e deserto. E se succede, che fanno? Poi li accusano solo di omicidio colposo? No, da una situazione così colpevolmente incancrenita e strafottente non si può uscire con la “colpa” nel senso giuridico del termine, cioè semplice negligenza (comunque grave in chi ha responsabilità di governo), perché questo sarebbe un omicidio (o uno stupro) premeditato.
Il 13 febbraio in tutte le città d’Italia le donne saranno in piazza per rivendicare la loro dignità - calpestata da un presidente del consiglio secondo il quale le donne sono tutte puttane, comprese sua madre e sua sorella -: donne (come si legge nell’appello alla mobilitazione) “che lavorano, creano ricchezza, studiano o sono in cerca di un lavoro, si sacrificano prendendosi cura di figli, mariti, genitori anziani” e che non ne possono più di “un modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, che incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”.
Ecco, mi piacerebbe che a Catania, insieme alle altre e ben visibili, scendessero in piazza anche le donne che lavorano nelle fabbriche della zona industriale, per rivendicare non solo la loro dignità ma anche la dignità delle condizioni di lavoro e la loro sicurezza e incolumità fisica. Per dire che la misura è colma. Per dirlo ai Marchionne che vorrebbero impedire a operai ed operaie persino di fare la pipì; ai Berlusconi che negano il lavoro e milioni di giovani donne e giovani uomini qualificati; agli Stancanelli e a tutti i mezzi sindaci che riducono le città a luoghi dove soltanto i criminali hanno diritto di cittadinanza.

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